Forum di Libera Discussione. Il Luogo di Chi è in Viaggio e di Chi sta Cercando. Attualità, politica, filosofia, psicologia, sentimenti, cultura, cucina, bellezza, satira, svago, nuove amicizie e molto altro

Per scoprire le iniziative in corso nel forum scorri lo scroll


Babel's Land : International Forum in English language Fake Collettivo : nato da un audace esperimento di procreazione virtuale ad uso di tutti gli utenti Gruppo di Lettura - ideato e gestito da Miss. Stanislavskij La Selva Oscura : sezione riservata a chi ha smarrito la retta via virtuale Lo Specchio di Cristallo : una sezione protetta per parlare di te La Taverna dell'Eco: chat libera accessibile agli utenti della Valle

Non sei connesso Connettiti o registrati

 

Angolo di Citazioni, proverbi, poesie..

Condividi 

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Andare in basso  Messaggio [Pagina 1 di 1]

1
junior2014
junior2014
Viandante Residente
Viandante Residente
Oggi si celebra la “Giornata mondiale della poesia 2014”. Lo spirito celebrativo di questa giornata  mi ha dato l’idea di aprire questo topic dedicato, appunto,  fra l’altro, anche alla poesia.

GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA 2014

Da “LETTERATITUDINE News – 21 marzo 2014
In occasione della GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA 2014, pubblichiamo il messaggio del Direttore Generale dell’UNESCO, Irina Bokova. A seguire, il messaggio del Prof. Giovanni Puglisi Presidente della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO.

Ogni anno si celebra la Giornata Mondiale della Poesia nel primo giorno di primavera.  Istituita dall’UNESCO in quanto si riconosce all’espressione poetica un ruolo privilegiato della promozione del dialogo interculturale, della comunicazione e della pace.
di Irina Bokova

L’UNESCO celebra ogni anno coloro che vivono la poesia come una delle più alte espressioni della lingua e della cultura. La poesia è un canto di libertà, per affermare la propria identità creativa. La poesia è anche il canto dei nostri sentimenti più profondi: “anche involontariamente, è poesia ogni parola che esce dall’emozione», disse il poeta brasiliano e diplomatico João Cabral de Melo Neto. Con le parole e con il suo ritmo, la poesia dà forma ai nostri sogni di pace, giustizia e dignità. Dà la forza e la voglia di mobilitarsi per esse.

Tutti i popoli nella storia hanno sviluppato e praticato una forma di poesia, sia per trasmettere oralmente le loro conoscenze, i loro miti e la loro storia – i Veda, il Rāmāyana in India, la Bibbia ebraica, l’Iliade e l’Odissea in Grecia, e molti altri testi filosofici e religiosi – o per esprimere i loro sentimenti, parlare della vita quotidiana, sopportare prove o divertirsi.
Oggi le forme contemporanee di poesia, dai graffiti allo Slam, consentono ai giovani di impegnarsi e di rinnovarne la pratica aprendo la porta a un nuovo spazio creativo. Le forme si evolvono, ma l’impulso poetico rimane intatto. Shakespeare ha descritto la poesia come “la musica che ogni uomo porta dentro di sé”. E secoli dopo, il jazzista Herbie Hancock, Ambasciatore dell’UNESCO, nominato professore di poesia per l’anno 2014 alla Harvard University, offrirà giustamente una lettura del suo testo “La sapienza di Miles Davis” ricordando le affinità tra poesia, letteratura e musica.
Come espressione profonda dello spirito umano, come arte universale, la poesia è uno strumento di dialogo e riconciliazione. Poiché dà l’accesso all’espressione autentica di una lingua, la diffusione della poesia aiuta al dialogo tra le culture e alla comprensione reciproca. Lo vediamo nel fervore della gente volto a celebrare il patrimonio culturale immateriale, le lingue indigene e la diversità culturale, dove la poesia svolge un ruolo importante. Questo è il motivo per cui l’UNESCO incoraggia a sostenere gli autori, i traduttori, gli artigiani della poesia di modo che si possa trarre dalle loro opere il gusto della bellezza e ispirazione per la pace.

* * *

Ogni anno si celebra la Giornata Mondiale della Poesia nel primo giorno di primavera.  Istituita dall’UNESCO in quanto si riconosce all’espressione poetica un ruolo privilegiato della promozione del dialogo interculturale, della comunicazione e della pace.
Quest’anno alcuni amici del poeta irlandese  recentemente scomparso,  Seamus Heaney,  Premio Nobel 1995, hanno organizzato in collaborazione con il Museo dell’Alto Medio Evo, un evento culturale incentrato sulla sua poesia e il suo rapporto con l’Italia presso la sala “Opus sectile” del Museo.  Studiosi e amici del Poeta desiderano offrire al pubblico del Museo e agli studenti di Roma Tre, insieme al ricordo della sua opera, una lettura di sue poesie in lingua originale e in traduzione italiana.
Prof. Giovanni Puglisi - Presidente della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO[/left]

- - - - - -

Inoltre, considerato poi che l’attualità contemporanea non fa altro che parlare, di Europa  e correlazioni varie, inizio questo viaggio proprio con una poesia intitolata appunto all'..

EUROPA

Il Novecento sfreccia senza posa
un crescendo vibrante che stupisce
di gravose emozioni
Hemingway e il suo fucile
le nipoti – stupende
dallo sguardo di cielo
e la crescita ancora senza fine
e il debito lontano
che pagherà qualcuno nel futuro
la ricchezza sognata
ché l’immagine è tutto
e tutto vince e tutto copre e vola
con il grande commesso
la fantasia di giochi e di lustrini
e di stelle filanti
antitedeschi – toni antitedeschi
l’Europa si dissolve
nella tristezza degli incontri – il sole
è troppo forte e stronca
le coscienze e non spiega
non si capisce il gioco e qui nessuno
“nadi contra suberna

(nuota contro corrente)

(di Mura Guido)

Poi ancora, considerato che oggi (ma per tanti è stato ieri) è anche il giorno di inizio della primavera, posto, altresì, due poesie incentrate appunto sulla primavera:

CANTICO ALLA PRIMAVERA

La primavera portatrice di vita
di peschi e mandorli in fiore,
la rosa regina si erge vellutata fra i fiori
e deposita nell'aria un delizioso profumo.

Quando il gabbiano spicca alto, elegante il suo volo.
Il giorno lascia lo spazio alla notte,
il buio si illumina di stelle nel cielo

la luna sorride e si veste d'argento
quando il sospiro fa tremare i cuori
e i corpi, amanti stretti e vibranti d'amore.

Fanciulle dai lunghi capelli scintillanti di luna
di giovinezza, aprite le finestre, aprite il vostro cuore
la primavera vi aspetta, si è vestita di sgargianti colori

Aprite le porte all'amore
.

(di Romana)
* * * * *

EBBREZZA di PRIMAVERA

gocce di poesia
in gocce d'amore
in un fiume di luce
su un prato fiorito
di margherite...
ebbrezza di primavera
benedetta sia
che curi e unisci le anime
dentro un sorriso
di gocce..
.

(di K Suzana)

2
junior2014
junior2014
Viandante Residente
Viandante Residente
Sembrerà strano ma io mi sento bella di una bellezza che non sfiorisce. Bella della mia fierezza e del mio orgoglio di essere quello che sono.
Lucia Annibali sfigurata con l’acido

Le politiche per valorizzare il capitale umano devono diventare altrettanto, se non più importanti delle politiche di investimento nelle infrastrutture.
Chiara Saraceno

Ogni sforzo compiuto per arrestare il bagno di sangue merita rispetto. Ma chiedere a Putin del futuro dell’Ucraina è come chiedere a un pedofilo di insegnare in una scuola.
Adam Michnick

C’è sempre più gente che come me sfida i cecchini e porta medicine, cibo e vestiti a chi sta in piazza. Tutti abbiamo paura, però vogliamo cambiare: cambiare governo, presidente, modo di vivere.
Galyna Stoiko ex «bambina di Chernobil»

È una tragica epopea, quasi uno spettro di guerra civile, questa Pompei kieviana. Qui, come muro contro muro, è scontro tra fratello e fratello, padre e figlio.
Evgenij Evtushenko

Lo so... lo so che a voi la mafia sembra un’onda inarrestabile: ma la mafia può essere fermata. E insieme la fermeremo!
Pio La Torre

3
junior2014
junior2014
Viandante Residente
Viandante Residente
Ed in ricordo del grande scrittore colombiano Gabriel Garcia Marquez, scomparso ieri, (nel 1982 fu insignito del Premio Nobel per la letteratura) autore, fra l’altro, del celeberrimo, epico best-seller latino-americano “Cent’anni di solitudine”, posto alcuni suoi aforismi:

“Si può essere innamorati di diverse persone per volta, e di tutte con lo stesso dolore, senza tradirne nessuna, il cuore ha più stanze di un bordello”. (da “L’amore ai tempi del colera”).

Ho sempre sostenuto che la gelosia ne sa più della verità (da “ Memoria delle mie puttane tristi”).

Gli sembrava così bella, così seducente, così diversa dalla gente comune, che non capiva perché nessuno rimanesse frastornato come lui al rumore ritmico dei suoi tacchi sul selciato della via, né si sconvolgessero i cuori con l’aria dei sospiri dei suoi falpalà, né impazzissero tutti d’amore al vento della sua treccia, al volo delle sue mani, all’oro del suo ridere”, (da “L’amore ai tempi del colera”).

Lei gli domandò in quei giorni se era vero, come dicevano le canzoni, che l’amore poteva tutto. ‘E’ vero’, le rispose lui ‘ma farai bene a non crederci’”,(da “Dell’amore e di altri demoni”).

“Non si muore quando si deve, ma quando si può, (da “Cent’anni di solitudine”).

Non immaginava che era più facile cominciare una guerra che finirla (da “Cent’anni di solitudine”)

Ed ancora:

Non c'è atto di libertà individuale più splendido che sedermi a inventare il mondo davanti ad una macchina da scrivere.

C'era una stella sola e limpida nel cielo color di rose, un battello lanciò un addio sconsolato, e sentii in gola il nodo gordiano di tutti gli amori che avrebbero potuto essere e non erano stati.

Nella furia del suo tormento cercava inutilmente di provocare i presagi che avevano guidato la sua gioventù lungo sentieri di pericolo fino al desolato ermo della gloria.

4
junior2014
junior2014
Viandante Residente
Viandante Residente
LA LUCE DOPO IL BUIO

Del gallo che a Pietro ha cantato
a noi oggi non giunge la voce,
s'avverte solo cupo lo strazio
del male che è stato commesso,
là sotto la croce piantata
nel tempo del nostro abbandono.

Ma dopo tre giorni di buio
s'accende di chiara speranza
una luce risorta radiosa
e addita amorosa la strada
al nostro cammino terreno.

(di C. Maurizio)


LA RINASCITA CON LA PASQUA

La passione di Cristo:
la più grande testimonianza
del suo amore per noi,
per dirci dell'esistenza
di Dio.

Perche' non riesco
a conservarla
tutti i giorni nel mio cuore?

Quando ne prendo atto,
mi sento l'ultima
delle peccatrici,
eppure di Cristo,
ho una pura e immensa
ammirazione!

(di Francesca L.T.)


AUGURI PASQUALI AGLI AMICI DEL FORUM
Buona Pasqua,
Un augurio mio, sincero,
Ogni amico del sito, raggiunga.

Nella chiara, fresca
Alba della divina Resurrezione,
Possa lo Spirito del Risorto.
Amore, pace, conforto
Su tutti noi, irradiare.

Questo è il mio messaggio,
Un bacio di speranza,
A voi tutti voglio donare.

(di M.C. Loretta)

(SERENA E FELICE PASQUA A TUTTE/I VOI...Junior
[center]

5
junior2014
junior2014
Viandante Residente
Viandante Residente
PASQUA DI RISURREZIONE
È Pasqua,
Gesù è risorto!

Le campane rompono il silenzio d'assenzio,
proclamano la gioia d'una grande vittoria...
dell'amore sul dolore.

Ora, a Pasqua, siam tutti buoni,
son dolci pure i limoni,
persino i cattivi son pecoroni...
l'ipocrisia è la tradizione
ed ha la bontà come condizione.

Passata la Pasqua e la luna piena,
ognuno di noi rigira la schiena
e torna gioioso alla vita serena.

Ora io dico, sotto l'albero del fico,
ch'ogni bontà, per l'occasione,
è solo forzare un'emozione,
non cambia il cuore di nessuno,
se dell'Amore siamo a digiuno.

Allora smettiamola e siamo seri,
pentiamoci tutti e siamo veri,
non uccidiamo di nuovo Cristo
con il buonismo e la falsità
fatti passare per verità
.

(di Salvatore L.)


CRISTO E' RISORTO
Suonate campane,
vicine e lontane,
suonate forte,
Cristo
ha sconfitto la morte!
Per noi
è morto
e risorto,
per portare la pace
nel mondo,
per offrire serenità
e amore
ad ognuno di voi
e ai vostri cari..
.

(di Rosy Rosalba P.)

SARA' PASQUA
È Pasqua
dove non si condanna
È Pasqua
dove abita serena la libertà
dove l'uomo non
conosce l'odio.

È Pasqua
dove la pace è
la sola regnante
dove non si mercifica
la vita umana
e si rispetta insieme
alle opinioni.

È Pasqua
dove tutti sono uguali
senza discriminazioni
dove nessuno deve
mendicare per sopravvivere
cibo o sentimenti.

Solo allora
sarà vera Pasqua
quando il mondo
risorgerà
dal proprio peccato
e il sacrificio
di UN UOMO
non sarà dimenticat
o
.

(di M. Laura)

6
Lady Joan Marie
Lady Joan Marie
Viandante Storico
Viandante Storico
Bellissime odi che esprimono il vero senso della Pasqua! Très Belles! Esultare 

7
Hara2
Hara2
Viandante Storico
Viandante Storico
La strada dell'eccesso porta al palazzo della saggezza.
The road of excess leads to the palace of wisdom.

Chi desidera ma non agisce, alleva pestilenza.
He who desires but acts not, breeds pestilence.

Nel tempo della semina impara, in quello del raccolto insegna, d'inverno spassatela.
In seed time learn, in harvest teach, in winter enjoy.

Lo stolto non vede un albero allo stesso modo del saggio.
A fool sees not the same tree that a wise man sees.

Chi non ha luce in viso, non diventerà mai una stella.
He whose face gives no light, shall never become a star.

L'Eternità è innamorata delle opere del tempo.
Eternity is in love with the productions of time.

L'ape indaffarata non ha tempo per rattristarsi.
The busy bee has no time for sorrow.

Le ore della follia sono misurate dall'orologio, ma quelle della saggezza nessun orologio può misurarle.
The hours of folly are measured by the clock, but of wisdom no clock can measure.

Nessun uccello vola troppo in alto, se vola con le proprie ali.
No bird soars too high. if he soars with his own wings.

Se il matto persistesse nella sua follia, andrebbe incontro alla saggezza.
If the fool would persist in his folly he would become wise.

Le prigioni sono costruite con le pietre della legge, i bordelli con i mattoni della religione.
Prisons are built with stones of law, brothels with bricks of religion.

La cisterna contiene: la fontana trabocca.
The cistern contains: the fountain overflows.

Un pensiero colma l'immensità.
One thought fills immensity.

Sii sempre pronto a dire ciò che pensi, e il vile ti scanserà.
Always be ready to speak your mind, and a base man will avoid you.

L'aquila non perse mai tanto tempo come quando si sottomise a imparare dal corvo.
The eagle never lost so much time as when he submitted to learn of the crow.

Al mattino pensa. A mezzogiorno agisci. Alla sera mangia. Quando è notte dormi.
Think in the morning. Act in the noon. Eat in the evening. Sleep in the night.

Le tigri dell'ira sono più sagge dei cavalli dell'istruzione.
The tygers of wrath are wiser than the horses of instruction.

Non saprai mai cos'è abbastanza, se non sai cos'è più che abbastanza.
You never know what is enough unless you know what is more than enough.

Chi manca di coraggio è esuberante d'astuzia.
The weak in courage is strong in cunning.

Quando vedi un'aquila, tu vedi una parte del genio; alza la testa!
When thou seest an Eagle, thou seest a portion of Genius; lift up thy head!

Esuberanza è Bellezza.
Exuberance is Beauty.

Il miglioramento crea strade rettilinee; ma le strade tortuose senza miglioramento sono strade di genio.
Improvement makes straight roads; but the crooked roads without improvement are roads of genius.

La verità non può mai essere detta in modo tale da essere compresa, e non essere creduta.
Truth can never be told so as to be understood, and not be believed.

Basta! o troppo.
Enough! or too much.

La Prudenza è una ricca e ripugnante vecchia zitella corteggiata dall'Incapacità.
Prudence is a rich ugly old maid courted by Incapacity.

Il verme tagliato perdona l'aratro.
The cut worm forgives the plow.

La Follia è il mantello della furfanteria.
Folly is the cloke of knavery.

Ascolta il rimprovero dello stolto: è un titolo da re!
Listen to the fools reproach! it is a kingly title!

Quello che oggi è dimostrato fu un tempo solo immaginato.
What is now proved was once, only imagind.

Il vino migliore è il più vecchio, l'acqua migliore è la più nuova.
The best wine is the oldest. the best water the newest.

Sarebbe meglio per te uccidere un bimbo nella culla che allevare desideri irrealizzati.
Sooner murder an infant in its cradle than nurse unacted desires.

Dove non c'è l'uomo la natura è sterile.
Where man is not nature is barren.

Una stessa legge per il leone e per il bue è oppressione.
One Law for the Lion and Ox is Oppression.

William Blake

8
junior2014
junior2014
Viandante Residente
Viandante Residente
Angolo di Citazioni, proverbi, poesie.. 1780642_10151878672095957_1985547146_n

9
Hara2
Hara2
Viandante Storico
Viandante Storico

10
junior2014
junior2014
Viandante Residente
Viandante Residente
PAESE o NAZIONE

E' un PAESE
O una NAZIONE?
Ovunque vai c'è una chiesa
una piazza comunale, una bottega
una scuola e una stazione.

E' un PAESE o NAZIONE
dove l'abitante d'ogni regione
mangia il suo pane
beve il suo vino
coltiva il proprio orto
e canta la sua canzone.
Ma da qualunque parte lo si guardi
ti regala un'emozione.

Uno stivale magico
diversamente differente
di regione in regione
dove la storia ha inciso
sulla memoria di chi
ha combattuto e sofferto
per la sua unione e ricostruzione.


E'la gente. La tua gente
quello che ti fa grande
nel bene e nel male, questo
comunque tu sia, PAESE o NAZIONE
.

(di Ada P.)

11
Hara2
Hara2
Viandante Storico
Viandante Storico
Sempre s'avvoltolava nel fango, s'incarbonava il naso, s'imbrattava la faccia, scalcagnava le scarpe, sbadigliava spesso alle mosche e inseguiva volentieri i farfalloni soggetti alla giurisdizione dell'impero paterno. Si pisciava sulle scarpe, smerdava la camicia, si soffiava il naso nelle maniche, moccicava nella minestra, sguazzava dappertutto, beveva nelle pantofole e si grattava di solito la pancia con un paniere. Aguzzava i denti con uno zoccolo, lavava le mani nella minestra, si pettinava con un bicchiere, sedeva fra due selle col culo a terra, si copriva con un sacco bagnato, beveva mangiando la zuppa, mangiava la focaccia senza pane, mordeva ridendo, rideva mordendo, sputava nel piatto, peteggiava grasso, pisciava contro il sole, si tuffava nell'acqua per ripararsi dalla pioggia, batteva il ferro quand'era freddo, fantasticava chimere, faceva lo smorfioso, faceva i gattini, diceva il pater noster della bertuccia, ritornava a bomba, faceva l'indiano, batteva il cane davanti al leone, metteva il carro davanti ai buoi,si grattava dove non gli prudeva, faceva cantare i merli, troppo abbracciava e nulla stringeva, mangiava il pan bianco per primo,metteva i ferri alle cicale, si faceva il solletico per iscoppiar dal ridere, si slanciava con ardore in cucina, la faceva in barba agli dei, faceva cantar magnificat a mattutino e gli andava a fagiolo. Mangiava cavoli e cacava tenero, discerneva le mosche nel latte, faceva perder le staffe alle mosche, raschiava la carta, scarabocchiava la pergamena, se la dava a gambe, tirava all'otre, faceva i conti senza l'oste, faceva il battitore senza prendere gli uccelletti, prendeva le nuvole per padelle di bronzo e le lucciole per lanterne, pigliava due piccioni a una fava, faceva l'asino per aver crusca, del pugno faceva mazzuolo, voleva mettere il sale sulla coda alle gru per prenderle, sfondava porte aperte, a caval donato guardavasempre in bocca, saltava di palo in frasca, tra due verdi metteva una matura, colla terra faceva il fosso, faceva guardia alla luna contro i lupi, sperava, calando le nubi, prendere le allodole cascate da cielo, faceva di necessità virtù, quale il pane, tale faceva la zuppa, faceva distinzione fra rasi e tonduti, ogni mattina vomitava l'anima. I cagnolini del padre mangiavano nella sua scodella;ed egli mangiava con loro. Egli mordeva loro orrecchie, essi gli graffiavano il naso; egli soffiava loro nel culo.

Da:
LA VITA ORRIFICISSIMA
DEL
GRANDE GARGANTUA
PADRE DI PANTAGRUELE
GIÀ COMPOSTA DAL SIGNOR ALCOFRIBAS
ASTRATTORE DI QUINTA ESSENZA
LIBRO PIENO DI PANTAGRUELISMO

12
junior2014
junior2014
Viandante Residente
Viandante Residente
ODE AL PRIMO MAGGIO

Lavoratori...
fatevi coraggio,
Domani si riposa! è il primo di maggio...
Primo di una lunga serie
di giorni belli ed assolati,
magari anche se piove, staremo riposati.

Questa la canzone di chi per vivere lavora
e chi vive per lavorare...
domani si dovrà rassegnare.

Ma il mio pensiero va a chi non ha un lavoro
e mentre chi lavora sogna un posto al sole,
lui cerca un tesoro...

Vorrei avere grandi mani,
per regalare grandi speranze,
per aprire l'infinito fatto di tante stanze,
per spalancare il cielo e catturar le stelle
che restano a guardare,
chi su questa terra,
non ha nulla da mangiare.

Ma la vita è questa, c'è chi deve mettersi a dieta
per calare
e chi calando, con lo stomaco vuoto, continua a pedalare.

Un pensiero anche a chi domani lavora,
che con la sua presenza,
il lavoro onora.

Ed io che cosa dico... non mi alzerò presto...
almeno per un giorno
non dovrò dare il resto!

(di M. Laura)

13
junior2014
junior2014
Viandante Residente
Viandante Residente
OH LA POLITICA..

L'Italia è il paese delle caste
belle a vedersi
ma dentro assai guaste,
fatte di uomini pronti a mentire,
quello che conta è non farsi vedere,
mentre si ruba la vita ed il pane
di chi con fatica ogni dì vive male.

La vostra sporcizia ci ha già condannati
a chiedere invano i diritti negati.
Non serve ascoltare le vostre scemenze,
son tutte banali menzogne già dette.

E mentre vivete alle nostre spalle
il bel paese finisce alle stalle.
Inetti, corrotti e bugiardi
son solo eufemismi che traducon gli sguardi:
La gente è schifata, derisa e inviperita
attenti rischiate una bella mazzata.[/
i]

(di Susanna M.)



AL TELEFONO..

Telefona il capo
"resta a casa fino a lunedì: sai..."
e dice qualcosa che è
una balla
c'è poco lavoro l'anno della
grande recessione
più grande di quella passata e di
quella passata ancora.

Non so se essere contento
o se essere allegro
non so che dire
non so che fare

poso il telefono e guardo
il sole fuori dalla finestra.

hanno preparato il piatto e stavolta
si sono mangiate anche le briciole:
non ne potevano più

guardo un uccello volare alto,
sopra i tetti
sbatte le ali, sparisce a balzi
nell'aria

sembra che l'anno cominci bene
sembra che l'anno cominci male
nessuno dice niente
nessuno ha niente da dire.


(di Giuseppe S.)[/i]

14
Kakkadura
Kakkadura
Viandante Storico
Viandante Storico
《Tutte le persone sensibili sanno che la vanità è la più devastante, la più universale, la più inestirpabile delle passioni che affliggono l' animo umano, ed è soltanto la vanità che fa negare all'uomo il potere di essa. È più divorante dell'amore. Con il misericordioso trascorrere degli anni, potete infischiarvene del terrore e della schiavitù dell'amore, ma l'età non può liberarvi dal servaggio della vanità. Il tempo può mitigare le fitte dolorose dell'amore, ma solo la morte può placare le sofferenze della vanità ferita. ...

15
Hara2
Hara2
Viandante Storico
Viandante Storico
Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

16
Miss.Stanislavskij
Miss.Stanislavskij
Viandante Mitico
Viandante Mitico
ma non credo che tu sia veramente osservante.
Se avessi osservato bene cos'ha fatto il cattolicesimo non saresti più cattolica. a.g.p

17
junior2014
junior2014
Viandante Residente
Viandante Residente
Nel giorno in cui si festeggia la "FESTA DELLA MAMMA", ecco alcune tenere, toccanti poesie in suo onore:

"Le mamme sono fiori che germogliano e danno frutti che maturano in qualsiasi stagioni della vita."
(di Jean-Paul Malfatti)

A MIA MADRE
Non sempre il tempo la beltà cancella
o la sfioran le lacrime e gli affanni
mia madre ha sessant’anni
e più la guardo e più mi sembra bella.

Non ha un detto, un sorriso, un guardo, un atto
che non mi tocchi dolcemente il cuore.
Ah se fossi pittore,
farei tutta la vita il suo ritratto.
Vorrei ritrarla quando inchina il viso
perch’io le baci la sua treccia bianca
e quando inferma e stanca,
nasconde il suo dolor sotto un sorriso.

Ah se fosse un mio priego in cielo accolto
non chiederei al gran pittore d’Urbino
il pennello divino
per coronar di gloria il suo bel volto.
Vorrei poter cangiar vita con vita,
darle tutto il vigor degli anni miei
Vorrei veder me vecchio e lei…
dal sacrificio mio ringiovanita!

(Edmondo De Amicis)


LA MADRE
E il cuore quando d'un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d'ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
sarai una statua davanti all'Eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m'avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d'avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

(di Giuseppe Ungaretti)

MAMMA....
Una piccola parola di solo cinque lettere
che ci porta a pensare a tante cose belle;

una semplice parola che ci scalda l'anima,
facendoci sentire in armonia con il mondo;

una parola che da sola esprime tanto amore
e che ci porta a sorridere anche dei guai;

una parolina magica che ci da più sicurezza,
facendoci vedere il mondo con più ottimismo;

una parola di luce che ci illumina il buio
e che ci porta a capire cos'è il vero amore;

una parola piena di significati e di valori
che ci fa credere nel miracolo della vita.
(di Jean-Paul Malfatti)

A TUTTE LE MAMME DEL MONDO
In questo giorno,
dove si onorano
le mamme
doveroso mi sembra
ringraziare i miei figli.

Mi fanno sentire donna completa...

donando loro la vita
conobbi
la vera essenza
dell' Amore.

E non vi è nulla di più grande
al mondo
dell'amore di una madre
del quale,
nemmeno Iddio
volle privarsene
generandosi
nella dolce
Madre di tutti, Maria Santissima.
(di M.C. Loretta)

18
laura18
avatar
Viandante Mitico
Viandante Mitico
Henri Cazalis (1840-1909) 

Zig et zig et zig, la mort en cadence                                                
Frappant une tombe avec son talon, 
La mort à minuit joue un air de danse 
Zig et zig et zag sur son violon. 
Le vent d'hiver souffle et la nuit et sombre; 
Les gémissements sortent des tilleuls; 
Les squelettes blancs vont à travers l'ombre, 
Courant et sautant sous leurs grands linceuls 
Zig et zig et zig, chacun se trémousse. 
On entend claquer les os des danseurs; 
Un couple lassif s'asseoit sur la mousse, 
Comme pour goûter d'anciennes douceurs. 
Zig et zig et zag; la mort continue 
De racler sans fin son aigre instrument 
Un voile est tombé! La danseuse est nue 
Son danseur la serre amoureusement. 
La dame est dit-on marquise ou baronne 
Et le vert gallant un pauvre charron; 
Horreur et voilà qu'elles s'abandonne 
Comme si le rustre était un baron. 
Zig et zig et zig, quelle sarabande! 
Quels cercles de morts se donnant la main! 
ZIg et zig et zag, on voit dans la bande 
Le roi gambader auprès du villain 
Mais psit! tout à coup on quitte la ronde, 
On se pousse, on fuit, le coq a chanté. 
Oh la belle nuit pour le pauvre monde. 
Et vivent la mort et l'égalité!








Tap, tap, tap - Death rhythmically,
Taps a tomb with his heel,
Death at midnight plays a gigue,
Tap, tap, tap, on his violin.

The Winter wind blows, the night is dark,
The lime-trees groan aloud;
White skeletons flit across the gloom,
Running and leaping beneath their huge shrouds.

Tap, tap, tap, everyone's astir,
You hear the bones of the dancers knock,
A lustful couple sits down on the moss,
As if to savour past delights.

Tap, tap, tap, Death continues,
Endlessly scraping his shrill violin.
A veil has slipped! The dancer's naked!
Her partner clasps her amorously.

They say she's a baroness or marchioness,
And the callow gallant a poor cartwright.
Good God! And now she's giving herself,
As though the bumpkin were a baron!

Tap, tap, tap, what a saraband!
Circles of corpses all holding hands!
Tap, tap, tap, in the throng you can see
King and peasant dancing together!

But shh! Suddenly the dance is ended,
They jostle and take flight - the cock has crowed;
Ah! Nocturnal beauty shines on the poor!
And long live death and equality!

19
junior2014
junior2014
Viandante Residente
Viandante Residente
Oggi è arrivata la grande estate calda: ecco alcuni pensieri dedicati a tale inebriante stagione…

"Non c'è che una stagione: l'estate. Tanto bella che le altre le girano attorno. L'autunno la ricorda, l'inverno la invoca, la primavera la invidia e tenta puerilmente di guastarla".
(di Ennio Flaiano)

"Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, la pietra che ha cambiato posto".
(di José Saramago)

"Non basterà Settembre per dimenticare il mare di cose che ci siamo detti, non siamo quegli amori che consumano l'estate, che promettono una mezza verità".
[da Davvero] (di Emma Marrone)

"Il Dio è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame, e muta come il fuoco, quando si mescola ai profumi e prende nome dall'aroma di ognuno di essi."

(di Eraclito)

"Sei la mia schiavitù sei la mia libertà | sei la mia carne che brucia | come la nuda carne delle notti d'estate | sei la mia patria | tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi | tu, alta e vittoriosa | sei la mia nostalgia | di saperti inaccessibile | nel momento stesso | in cui ti afferro."
(di Nazim Hikme)


"C’è stato un periodo in cui tutto pareva immobile nella sua perfezione, come se il tempo non fosse in movimento ma fissato sulla cartolina di un’estate felice."


(di Giorgio Faletti)

20
Hara2
Hara2
Viandante Storico
Viandante Storico
Devastato il giardino, profanati i calici e gli altari, gli unni entrarono a cavallo nella biblioteca del monastero e lacerarono i libri incomprensibili, li oltraggiarono e li dettero alle fiamme, temendo forse che le pagine accogliessero bestemmie contro il loro dio, che era una scimitarra di ferro. Bruciarono palinsesti e codici, ma nel cuore del rogo, tra la cenere, rimase intatto il libro dodicesimo della Civitas Dei, dove si narra che Platone insegnò in Atene che alla fine dei secoli, tutte le cose riacquisteranno il loro stato anteriore ed egli, in Atene, davanti allo stesso uditorio, insegnerà nuovamente tale dottrina. Il testo rispettato dalle fiamme godette d’una venerazione speciale e coloro che lo lessero e lo rilessero in quella remota provincia dimenticarono che l’autore aveva esposto una tale dottrina solo per poter meglio confutarla.
Spoiler:
Un secolo più tardi Aureliano, coadiutore di Aquileia, apprese che alle rive del Danubio la nuova setta dei monotoni (chiamati anche anulari) affermava che la storia è un circolo e che nulla esiste che non sia già stato e che non sarà nuovamente. Sulle montagne, la Ruota e il Serpente avevano sostituito la Croce. Tutti temevano, ma li confortava la voce che Giovanni di Pannonia, che s’era distinto con un trattato sul settimo attributo di Dio, avrebbe impugnato una così abominevole eresia.

Aureliano deplorò le nuove, soprattutto l’ultima. Sapeva che, in materia teologica, non c’è novità senza rischio; poi rifletté che la tesi di un tempo circolare era troppo dissimile, troppo stupefacente, perché il rischio fosse grave. (le eresie che dobbiamo temere sono quelle che possono confondersi con l’ortodossia) Maggiormente gli dolse l’intervento – l’intrusione – di Giovanni di Pannonia. Due anni prima questi aveva usurpato col suo verboso De septima affectione Dei sive de aeternitate un argomento riservato ad Aureliano; ora come se il problema del tempo gli appartenesse, si apprestava a correggere, forse con argomenti di Procusto, con rimedi più temibili del Serpente, gli anulari… Quella notte, Aureliano sfogliò le pagine dell’antico dialogo di Plutarco sulla fine degli oracoli; al paragrafo ventinove, lesse una beffa contro gli stoici che sostengono un infinito ciclo di mondi, con infiniti soli, lune, Apolli, Diane e Poseidoni. La scoperta gli parve un pronostico favorevole; risolse di precedere Giovanni di Pannonia e di confutare gli eretici della Ruota.

C’è chi cerca l’amore di una donna per dimenticarsi di lei, per non pensare più a lei; Aureliano, allo stesso modo, voleva superare Giovanni di Pannonia per guarire dal rancore che questi gl’infondeva, non per nuocergli. Preso dal lavoro, dalla costruzione di sillogismi e dall’invenzione di ingiurie, dai nego, gli autem e i nequaquam, dimenticò il rancore. Eresse vasti e quasi inestricabili periodi, folti d’incisi, dove la negligenza e l’errore parevano forme del disdegno. Della cacofonia si fece uno strumento. Previde che Giovanni avrebbe fulminato gli anulari con gravità profetica; optò, per non coincidere con lui, per lo scherno. Agostino aveva scritto che Gesù è la via retta che ci salva dal labirinto circolare nel quale vagano gli empi; Aureliano, laboriosamente comune, li paragonò a Issione, al fegato di Prometeo, a Sisifo, a quel re di Tebe che vide due soli, alla balbuzie, a pappagalli, ad echi, a mule di noria e a sillogismi bicornuti. (Le favole dei gentili duravano ancora, ridotte a ornamento.) Come tutti coloro che possiedono una biblioteca, Aureliano si sapeva colpevole di non conoscerla completamente; quella controversia gli permise di compiere un atto riparatore verso molti libri che parevano rimproverargli la sua negligenza. Così poté un passo dell’opera De principiis di Origene, dove si nega che Giuda Iscariota tornerà a vender il Signore, e Paolo ad assistere a Gerusalemme al martirio di Stefano; e un altro degli Accademica Priora di Cicerone, nel quale questi si burla di coloro che sognano che, mentre egli conversa con Lucullo altri Luculli e altri Ciceroni, in numero infinito, dicono esattamente le stesse cose, in infiniti mondi uguali. Infine si valse contro i monotoni del testo di Plutarco, denunciando come scandalo il fatto che sapesse servirsi meglio un idolatra del lumen naturae, che essi della parola di Dio. Nove giorni gli prese quel lavoro; il decimo, gli fu consegnata una copia della confutazione di Giovanni di Pannonia.

Era quasi irrisoriamente breve; Aureliano la guardò con disdegno poi con timore. La prima parte glossava i versetti finali del nono capitolo dell’Epistola agli Ebrei, dove si dice che Gesù non fu sacrificato molte volte dal principio del mondo, ma una sola nella consumazione dei secoli. La seconda citava il precetto biblico sulle vane ripetizioni dei gentili (Matteo, 6:7) e quel passo del settimo libro di Plinio, che sostiene che nel vasto universo non vi sono due face uguali. Giovanni di Pannonia affermava che neppure ci sono due anime uguali e che il peccatore più vile è prezioso quanto il sangue sparso per lui da Gesù Cristo. L’atto di un solo uomo (affermava) pesa più che i nove cieli concentrici e fantasticare che possa perdersi e ripetersi è una complicata sciocchezza. Il tempo non torna a fare ciò che perdiamo; l’eternità lo conserva per il gaudio o per il fuoco eterni. Il trattato era limpido, universale; non sembrava scritto da una persona concreta, ma da un qualunque uomo, o forse da tutti gli uomini.

Aureliano sentì un’umiliazione quasi fisica. Pensò di distruggere o di modificare il proprio lavoro; poi, con vendicativa probità, lo mandò a Roma senza mutarvi una virgola. Mesi più tardi, quando si riunì il concilio di Pergamo, il teologo incaricato di impugnare gli errori monotoni fu, com’era da prevedere, Giovanni di Pannonia; la sua dotta e misurata confutazione bastò perché Euforbo, eresiarca, fosse condannato al rogo. "Questo è occorso e tornerà ad occorrere", disse Euforbo. "Non accendete un fuoco ma un labirinto di fuoco. Se si unissero qui tutti i roghi che io sono stato, non basterebbe la terra a contenerli e gli angeli rimarrebbero ciechi. Questo, l’ho detto molte volte." Poi gridò , perché le fiamme lo raggiunsero. La Ruota cadde davanti alle Croce, ma Aureliano e Giovanni continuarono la loro lotta segreta. Militavano entrambi nello stesso esercito, bramavano lo stesso premio, guerreggiavano contro lo stesso Nemico, ma Aureliano non scrisse una sola parola che inconfessabilmente non tendesse a superare Giovanni. Il loro duello fu invisibile; sei copiosi indici non mi ingannano, non una volta il nome dell’altro figura nei molti volumi di Aureliano conservati nella Patrologia di Migne. (Delle opere di Giovanni, non sono rimaste che venti parole.) Ambedue disapprovarono gli anatemi del secondo concilio di Costantinopoli; ambedue perseguitarono gli ariani, che negavano la generazione eterna del Figlio; ambedue attestarono l’ortodossia della Topographia Christiana di Cosmas, che insegna che la terra è quadrangolare, come il tabernacolo. Disgraziatamente, pei quattro angoli della terra si sparse un’altra tempestosa eresia. Originaria dell’Egitto o dell’Asia (giacché le testimonianze differiscono e Bousset non vuole ammettere le ragioni di Harnack), infestò le province orientali ed eresse santuari in Macedonia, a Cartagine e a Treviri. Parve trovarsi dappertutto; si disse che nella diocesi di Britannia erano stati capovolti i crocifissi e che l’immagine del Signore, in Cesarea, era stata soppiantata da uno specchio. Lo specchio e l’obolo erano gli emblemi dei nuovi scismatici.

La storia li conosce sotto vari nomi (speculari, abissali, cainiti), ma di tutti il più fortunato è quello di istrioni, che Aureliano dette loro e che essi temerariamente adottarono. In Frigia li dissero simulacri, e così in Dardania. Giovanni Damasceno li chiamò forme; ma è bene avvertire che il passo è stato rifiutato da Erfjord. Non c’è eresiologo che non riferisca con stupore i loro stravaganti costumi. Molti istrioni professarono l’ascetismo; qualcuno si mutilò come Origene; altri vissero sotto terra, nelle cloache; altri si strapparono gli occhi; altri (i nabucodonosori di Nitria) "pascevano come buoi e sul loro corpo cresceva una peluria come d’aquila." Dalla mortificazione e dal rigore passavano, spesso al delitto; certe comunità tolleravano il furto, altre, l’omicidio; altre la sodomia, l’incesto e la bestialità. Tutte poi erano blasfeme, e maledicevano non solo il Dio cristiano ma anche le arcane divinità del loro Panteon. Tramarono libri sacri la cui scomparsa è deplorata dai dotti. Sir Thomas Browne, intorno al 1658, scrisse: "Il tempo ha annientato gli ambiziosi Vangeli istrionici, non le ingiurie con cui si fustigò la loro Empietà"; Erfjord ha suggerito che le "ingiurie" (conservate in un codice greco) possano essere gli evangeli perduti. Ciò è incomprensibile, se si ignora la cosmologia degli istrioni.

Nei libri ermetici è scritto che quel che sta in basso è uguale a quel che sta in alto, e quel che sta in alto è uguale a quel che sta in basso; nello Zohar, che il mondo inferiore è un riflesso di quello superiore. Gli istrioni fondarono la loro dottrina su un pervertimento di quell’idea. Invocarono Matteo, 6:12 ("rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori") e 11.12 ("il regno dei cieli patisce violenza") per dimostrare che la terra influisce sul cielo; e la prima epistola ai Corinzi, 13:12 ("ora vediamo attraverso uno specchio, in enigma") per sosteneva che quanto vediamo è falso. Contagiati forse dai monotoni, immaginarono che ogni uomo è due uomini e che il vero è l’altro, quello che sta in cielo. Immaginarono anche che i nostri atti gettino un riflesso invertito, di modo che se noi vegliamo, l’altro dorme, se fornichiamo, l’altro è casto, se rubiamo. L’altro da del suo. Morti, ci riuniremo a lui e saremo lui. (un’eco di tali dottrine perdura in Bloy.) Altri istrioni sostennero che il mondo avrebbe avuto fine quando si fosse esaurito il numero della sue possibilità; giacché non possono esservi ripetizioni, il giusto deve eliminare (commetter) gli atti più infami, affinché questi non macchino il futuro e per affrettare l’avvento del regno di Gesù. Questo articolo fu negato da altre sette, le quali sostennero che la storia del mondo deve compiersi in ogni uomo. I più, come Pitagora, dovranno trasmigrare attraverso molti corpi prima di ottenere la loro liberazione; alcuni, i proteici, "nel termine d’una sola vita sono leoni, sono dragoni, sono cinghiali, sono acqua e sono albero." Demostene narra la purificazione per mezzo del fango alla quale erano sottoposti gl’iniziati ai misteri orfici; i proteici, per analogia, cercarono al purificazione per mezzo del male. Cedettero, come Carpocrate, che nessuno uscirà dal carcere prima di pagare fino all’ultimo obolo (Luca, 12:59), ed erano soliti abbagliare i penitenti con quest’altro versetto: "Sono venuto affinché gli uomini abbiano vita e l’abbiano in abbondanza" (Giovanni, 10:10). Dicevano anche che non essere malvagi è un atto di superbia satanica… Molte e divergenti mitologie ordirono gl’istrioni: gli uni predicarono l’ascetismo, gli altri la licenza, tutti la confusione. Teopompo, istrione di Berenice, negò tutte le favole; disse che ciascun uomo è un organo che la divinità proietta per sentire il mondo.

Gli eretici della diocesi di Aureliano erano di quelli che affermavano che il tempo non tollera ripetizioni, non di quelli che affermavano che ogni atto si riflette in cielo. La circostanza era insolita; in una relazione alle autorità romane, Aureliano la menzionò. Il prelato che avrebbe ricevuto la relazione era confessore dell’imperatrice; nessuno ignorava che quel ministero esigente gli vietava le intime delizie della teologia speculativa. Il suo segretario – antico collaboratore di Giovanni di Pannonia, ora inimicatosi con lui – godeva della fama di tenace inquisitore di eterodossie; Aureliano aggiunse un’esposizione dell’eresia istrionica, così come appariva nelle sette di Genova e d’Aquileia. Stese alcuni paragrafi; quando volle scrivere la tesi atroce che non ci sono due istanti uguali, la sua penna si fermò. Non trovò la formula necessaria; gli enunciati della nuova dottrina ("Vuoi vedere cosa non vista da occhi umani? Guarda la luna. Vuoi udire cosa non udita da orecchio? Ascolta il grido dell’uccello. Vuoi toccare cosa non toccata da mano? Tocca la terra. In verità io dico che Dio deve ancora creare il mondo") erano troppo artificiosi e metaforici per essere trascritti. All’improvviso una frase di venti parole si presentò al suo spirito. La scrisse, gioioso; subito dopo, lo turbò il sospetto che fosse d’altri. Il giorno seguente, ricordò che l’aveva letta molti anni prima nell’Adversus anulares che aveva composto Giovanni di Pannonia. Controllò la citazione; era là. L’incertezza prese a tormentarlo. Variare o sopprimere quelle parole significava indebolire l’espressione; lasciarle, era plagiare un uomo ch’egli aborriva; indicare la fonte equivaleva a denunciarlo. Implorò il soccorso divino. All’inizio del secondo crepuscolo, il suo angelo custode gli dettò una soluzione intermedia. Aureliano conservò le parole, ma premise loro questo avvertimento: Quel che ora latrano gli eresiarchi a confusione della fede, lo disse in questo secolo un uomo dottissimo, con più leggerezza che colpa. Poi, accadde il temuto, l’atteso, l’inevitabile. Aureliano dovette dichiarare chi era quell’uomo; Giovanni di Pannonia fu accusato di professare opinioni eretiche.

Quattro mesi dopo, un fabbro dell’Aventino, allucinato dagl’inganni degli istrioni , collocò sulle spalle del figlioletto una grande sfera di ferro, perché il suo "doppio" volasse. Il bambino morì; l’orrore generato dal delitto impose una severità senza pari ai giudici di Giovanni. Questi non volle ritrattarsi; ripeté che negare la sua proposizione equivaleva ad incorrere nella pestilenziale eresia dei monotoni. Non capì (non volle capire) che parlare dei monotoni era parlare di cosa dimenticata. Con insistenza alquanto senile, prodigò i periodi più brillanti delle sue vecchie polemiche; i giudici neppure ascoltavano argomenti che una volta li avevano affascinati. Invece di cercare di purificarsi della più lieve macchia d’istrionismo, Giovanni si sforzò di dimostrare che la proposizione di cui lo accusavano era rigorosamente ortodossa. Discusse con gli uomini dal cui verdetto dipendeva la sua sorte, e commise l’estremo errore di farlo con ingegno e ironia. Il ventisei ottobre, al termine d’una discussione durata tre giorni e tre notti, lo condannarono a morire sul rogo.

Aureliano assistette all’esecuzione, perché il non assistervi avrebbe significato confessarsi colpevole. Il luogo del supplizio era una collina, sulla cui verde cima era un palo, conficcato profondamente nel suolo, e intorno molti fastelli di legna. Un ministro lesse la sentenza del tribunale. Sotto il sole di mezzogiorno, Giovanni di Pannonia giaceva con la faccia nella polvere, lanciando urla bestiali. Graffiava la terra, ma i carnefici lo strapparono dal suolo, lo spogliarono e infine lo legarono al legno. Sulla testa gli posero una corona di paglia cosparsa di zolfo; accanto, un esemplare del pestilente Adversus anulares. Era piovuto la notte, e la legna ardeva male. Giovanni di Pannonia pregò in greco e poi in un idioma sconosciuto. Il rogo stava per prenderselo, quando Aureliano osò alzare gli occhi. Le lingue ardenti si arrestarono; Aureliano vide per la prima e l’ultima volta il volto dell’odiato. Gli ricordò quello di qualcuno, ma non poté precisare di chi. Poi le fiamme lo perdettero; gridò, e fu come se un incendio gridasse.

Plutarco ha narrato che Giulio Cesare pianse la morte di Pompeo; Aureliano non pianse quella di Giovanni, ma provò quello che proverebbe un uomo guarito da una malattia incurabile, che fosse ormai parte della sua vita. In Aquileia, in Efeso, in Macedonia, lasciò che su di lui passassero gli anni. Cercò gli ardui confini dell’Impero, le lente paludi e i contemplativi deserti, perché la solitudine lo aiutasse a comprendere il proprio destino. In una cella della Mauritania, nella notte folta di leoni, ripensò alla complessa accusa contro Giovanni di Pannonia e giustificò per l’ennesima volta, il giudizio. Più fatica gli costò giustificare la sua tortuosa denuncia. In Rusaddir predicò l’anacronistico sermone Luce delle luci accesa nella carne di un reprobo. In Ibernia, in una delle capanne d’un monastero circondato dalla selva, lo sorprese una notte, verso l’alba, il rumore della pioggia. Ricordò una notte romana in cui, allo stesso modo, l’aveva sorpreso quel minuzioso rumore. Un fulmine a mezzogiorno, incendiò gli alberi, e Aureliano morì com’era morto Giovanni.

La fine della storia è riferibile solo in metafore, giacché si compie nel regno dei cieli, dove non esiste il tempo. Si potrebbe forse dire che Aureliano conversò con Dio e che Questi si interessa così poco di divergenze religiose che lo prese per Giovanni di Pannonia. Ma questo indurrebbe a sospettare una confusione della mente divina. È più esatto dire che nel paradiso Aureliano seppe che per l’insondabile divinità egli e Giovanni di Pannonia (l’ortodosso e l’eretico, l’aborritore e l’aborrito, l’accusatore e la vittima) formavano una sola persona.

21
Contenuto sponsorizzato

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Torna in alto  Messaggio [Pagina 1 di 1]

Permessi in questa sezione del forum:
Non puoi rispondere agli argomenti in questo forum.