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La poesia, il talento e l'analisi

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The Royal
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Viandante Storico
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Io credo che di tutti i possibili miracoli artistici che una poetessa possa operare, il brano di Cignonero sia la manifestazione piu' piena ed elevata in cui l'intimismo piu' struggente e' stato elevato al livello perfetto dell'arte di poetare. Ma vediamo da vicino questo gioiello:
A te che anni fa non avrei mai voluto, che non ti avrei mai desiderato, perchè pensavo che il tuo pianto fosse fastidioso, perchè io bambina non lo ero stata e non volevo vederlo essere negli occhi di un altro essere.
A te che invece ho pensato intensamente e tanto voluto, con la paura che tu non arrivassi mai, con la paura che to non possa mai, in realtà, arrivare.
A te che vorrei sentire dentro mentre scalci, mentre fai sentire che sei vivo e che sei parte di me.
A te, pensando che passerei volentieri delle notti insonni per sapere che ci sei, per sapere che ho dato vita a qualcosa di buono, per sapere che lascerò un pezzo di me e che, anche se forse per un solo attimo, sei frutto di un atto di amore, perchè non potresti essere altrimenti, almeno non potresti essere niente di diverso per me, che l'amore fatico a ricevere ma che so benissimo cosa significa darlo.
A te, che solo pensandoti respirare, bussare alla porta della vita, mi si scalda il cuore. A te, che solo pensando che questo non sia possibile, puoi farmi cambiare espressione e ricordarmi il dolore di ciò che non c'è.
A te, che mi scioglieresti con un sorriso, con un solo sguardo, con un gemito, con una sola vocale o una sola consonante.
A te che vorrei cullare, abbracciare, guardare come se fossi la cosa più bella del mondo, il più grande dono, a te che sicuramente lo saresti.
A te, esserino nel quale riporrei probabilmente ogni speranza e sogno infranto, a te che sei nel cuore anche se ancora devi arrivare e sei solo un'idea. A te che forse nemmeno mai arriverai. A te che potresti essere dieci, cento, mille cose diverse.
A te, ma anche un po' a me.


A te che anni fa non avrei mai voluto, che non ti avrei mai desiderato, perchè pensavo che il tuo pianto fosse fastidioso, perchè io bambina non lo ero stata e non volevo vederlo essere negli occhi di un altro essere.

La poetessa sembra fare riferimento al desiderio di un bambino, Ma in realta' il richiamo e' molto piu' profondo, poiche' nello spazio puramente grammaticale di due sole righe, l'autrice riassume, esprime e nello stesso tempo sublima a livello di poesia la propria vita riferendosi al rimpianto di una tanto ideale quanto mancata infanzia Essere bambini, non solo fisicamente, ma moralmente nella spensieratezza tipica di quelle fasi paradisiache della vita umana, che sono l'infanzia. Un'infanzia, moralmente mai avuta dall'autrice e quindi, se da una parte sarebbe subentrato il desiderio di quella creatura, dall'altro ci sarebbe il disagio spirituale di vederne negli occhi le nostre preogative mancate. Originalita' creativa, dunque.
A te che invece ho pensato intensamente e tanto voluto, con la paura che tu non arrivassi mai, con la paura che to non possa mai, in realtà, arrivare.

Ed in questo passaggio, il desiderio diventa piu' plastico e relistico: in realta' questo desiderio, e' la brama spirituale di vedere la nostra vita rigenerata in una nuova dimensione ringiovanita dalla candida freschezza dell'infanzia. L'autrice e l'aspettativa poeticizzata, sono in realta' la stessa cosa.

A te che vorrei sentire dentro mentre scalci, mentre fai sentire che sei vivo e che sei parte di me.
A te, pensando che passerei volentieri delle notti insonni per sapere che ci sei, per sapere che ho dato vita a qualcosa di buono, per sapere che lascerò un pezzo di me e che, anche se forse per un solo attimo, sei frutto di un atto di amore, perchè non potresti essere altrimenti, almeno non potresti essere niente di diverso per me, che l'amore fatico a ricevere ma che so benissimo cosa significa darlo.


Mentre l'autrice aspira all'appagamento di quelle prerogative che stanno diventando le strutturali ragioni della propria vita, puntualizza il proprio dramma personale:dare amore me nello stesso tempo faticare a riceverlo.Un tema antico come il mondo: l'iniquita' di uno squilibrio del sentimento amoroso che presenta un doppio volto idealmente beffardo: donarsi senza vedere una ricompensa che ritorna proprio dove l'amore inizialmente parti'.

A te, che solo pensandoti respirare, bussare alla porta della vita, mi si scalda il cuore. A te, che solo pensando che questo non sia possibile, puoi farmi cambiare espressione e ricordarmi il dolore di ciò che non c'è.

Abbiamo qui un'altro pensiero impossibile: lo struggimento del desiderio di una gioia pensata e voluta, ma che tuttavia rimane solo nell'ambito dell'immaginazione, anche se questa e' la piu' costruttiva e la piu'"nobilizzante"


A te, che mi scioglieresti con un sorriso, con un solo sguardo, con un gemito, con una sola vocale o una sola consonante.

La potenza dell'amore qui si commenta da sola: un solo gemito sarebbe sufficiente e non potrebbe essere altro che cosi' poiche'l'autrice e' semplicemente richiamata dalla propria vita idealmente materializzata in un'altra realta'.

A te che vorrei cullare, abbracciare, guardare come se fossi la cosa più bella del mondo, il più grande dono, a te che sicuramente lo saresti.
A te, esserino nel quale riporrei probabilmente ogni speranza e sogno infranto, a te che sei nel cuore anche se ancora devi arrivare e sei solo un'idea. A te che forse nemmeno mai arriverai. A te che potresti essere dieci, cento, mille cose diverse.
A te, ma anche un po' a me.


Ecco i passaggi finali del brano in cui emerge la parola "esserino", ma quell'esserino, in realta' potrebbe essere qualcosa di diverso da un figlio: potrebbe cioe' essere la speranza di una nuova vita nata proprio dall'anelito della vita, dal desiderio legittimo e nello stesso tempo remoto di vedere noi stessi continuamente rigenerati nella luce proprio di quella condizione, che in fondo, e' in noi e che va' oltre noi. Una prova poetica monumentale dove l'autrice ha trasfuso nel cimento creativo la propria intimita piu' dolce e quanto mai degna di tutto cio' che le possa esserle positivamente e moralmente attribuito.

Un ultimo spunto, forse troppo pretenzioso da parte mia: proviamo a far "respirare" la composizione di cui sopra..............

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The Royal
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Viandante Storico
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Come ho preannunciato altrove, porto in questo topic un pezzo unico basato su una forza narrativa altrettanto unica in cui la poeticita' e la perfezione espressiva, sono fatte assurgere da un'autrice dotata ed inegualgliabile, ai livelli piu' sconvolgenti da una parte di suggestione estetica, dall'altra di un dramma artistico che proprio per il talento compositivo della scrittrice si trasforma in un velo di sublimi sentimenti.Come certamente ben vedete, stiamo parlando del pezzo di NinfaEco, che e' questo:
Gli occhi dalla testa abbassata seguono le punte dei miei piedi richiusi in scarpe tonte. L’incedere è il mio e mi è ben noto. Passi che compio lentamente percependo nel distenderli l’intero corpo adattarsi e riadattarsi a ciò che il movimento richiede. Lo ascolto e mi sento, uscendo in qualche mondo da me come se fossi portata. Sono dentro di me come è sempre stato, mentre di rado è accaduto che fossi io quel corpo in movimento. Mi coccola la sua consistenza, mi commuove la sua morbidezza ed i suoi cedimenti li vivo come una provocazione. Una macchina di rappresentanza, scolpita dalle incapacità di me abitante ed un riparo per il freddo. Questo è, e ho per la forma che ho assunto in questo mondo una malinconica affezione. Non che venga da altri mondi, per carità. Questa polvere bianca che calciano i miei passi è il mio sangue, come l’odore dell’acqua sciupata, verde, rapida, potente. E ancor più io sono erba, erba di campo alta, inframmezzata da papaveri e pungitopo… e terra raggrumata tra pannocchie morte. Eh si…. Ascoltando il corpo che abito so dove sono e sono fuori di me. Ha un sorriso sul viso, come per una decisione spontanea dei miei lineamenti. Ci deve essere un dialogo tra il mio corpo e quel mondo la fuori. Si devono voler molto bene. Si sono accorti di essersi incontrati forse. Un tempo partecipare a questi incontri era bellissimo, e ce ne volle perché si arrivasse ad abbracciare me, rinchiusa in un nodo meccanico di carne e sangue e sparsa tra prati e stoppie. Ricordo di quei tempi una confusa immagine di foglie di pioppo. Sapete quanti colori cambiano nel muoversi? E quante forme assumono se il vento le muove? Appaiono e spariscono esattamente come scaglie di luna sul mare quand’è d’inchiostro. Forse è la cosa più simile al mare che si possa trovare qui. Intorno a me c’è tutto e non c’è distinzione. Una memoria di foglie e polveri, i profumi noti , l’odore del marciume e il ricordo della secchezza. A te… a te che devo dire? Potrebbe quell’abbraccio che comprende un persona sparsa e rinchiusa, amando rendere irrilevante questa ed altre differenze? Ricordo che successe. La mia memoria è infinita. E’ troppo per me quello che ho conosciuto ed imparato. Se non fossi come sono e sono stata, sparsa e rinchiusa, non conserverei ogni cosa e non la ritroverei ovunque, e non in ogni luogo sarei io. Così è e così fu. Così è essenzialmente. Quell’abbraccio mi illuse di essere divenuta compatta, consistente, definita come le altre persone ed infondo fu vero. Ma non lo sono per sorte e forse per natura. Io porto il peso della conscienza che nessuno vuole e la memoria delle vite lasciatami a altri nella mia. Questa sono. Io sono dappertutto e nessuno può raggiungermi mai. Questo sapendo mi adatto e seguo, sperando di guadagnare nell’amore per gli interi la mia mancata consistenza. A te… siete tanti e siete uno. Siete mio padre e la memoria del calore perduto che è tutt’uno con la mia differenza, siete uomini e un posto nel mondo o la confusione e la disgregazione, siete bambini a cui ora saprei dire molte cose, che come tutte le altre terrò per me, rinchiuse e sparse nella vaga e ridicola sensazione di conservare una saggezza di cui non posso fruire. Posso conservare in me ogni ferita voi mi lasciate, posso prendermi le vostre perché sono come sono, sparsa e rinchiusa e tu, che non fosti uno benchè venisti r ti esauristi per intero, lo sapevi. Niente è giusto, semplicemente le cose sono come sono , al macero come la campagna in autunno.


Questo brano, piu' viene analizzato, e piu' diventa creativamente sconvolgente e comunicativo.

Gli occhi dalla testa abbassata seguono le punte dei miei piedi richiusi in scarpe tonte. L’incedere è il mio e mi è ben noto. Passi che compio lentamente percependo nel distenderli l’intero corpo adattarsi e riadattarsi a ciò che il movimento richiede. Lo ascolto e mi sento, uscendo in qualche mondo da me come se fossi portata. Sono dentro di me come è sempre stato, mentre di rado è accaduto che fossi io quel corpo in movimento.

In questo passo, l'autrice riesce a rendere in modo superlativo la condizione di un'anima che venga a trovarsi dentro un corpo che non sia il suo. Forse, il concetto di per se' avrebbe anche potuto non essere cosi' inverosimile, ma cio' che a mio avviso impressiona, e' l'angolazione descrittiva concepita ed espressa dalla scrittrice, per rendere il lettore partecipe del disagio di una persona che avverta la propria personalita' presente in una struttura fisica che non sia la sua. E questo spunto artisticamente creativo e descrittivo, e' a mio avviso semplicemente immane. Quel guardare i propri piedi dall'alto verso il basso come se si stesse tentando di manovrare un corpo non nostro e' stata la trovata espressivo-narrativa che ha permesso alla scrittrice di aprire in modo assolutamente unico ed originale il tema. Ma cio' che a mio avviso e' senza confronto, e' la sensazione di coinvolgimento in quella circostanza che l'autrice riesce a comunicare al lettore. Cioe', chi legge riesce a provare le stesse emozioni della scrittrice.

Mi coccola la sua consistenza, mi commuove la sua morbidezza ed i suoi cedimenti li vivo come una provocazione. Una macchina di rappresentanza, scolpita dalle incapacità di me abitante ed un riparo per il freddo. Questo è, e ho per la forma che ho assunto in questo mondo una malinconica affezione. Non che venga da altri mondi, per carità. Questa polvere bianca che calciano i miei passi è il mio sangue, come l’odore dell’acqua sciupata, verde, rapida, potente. E ancor più io sono erba, erba di campo alta, inframmezzata da papaveri e pungitopo… e terra raggrumata tra pannocchie morte. Eh si…. Ascoltando il corpo che abito so dove sono e sono fuori di me. Ha un sorriso sul viso, come per una decisione spontanea dei miei lineamenti. Ci deve essere un dialogo tra il mio corpo e quel mondo la fuori. Si devono voler molto bene. Si sono accorti di essersi incontrati forse. Un tempo partecipare a questi incontri era bellissimo, e ce ne volle perché si arrivasse ad abbracciare me, rinchiusa in un nodo meccanico di carne e sangue e sparsa tra prati e stoppie. Ricordo di quei tempi una confusa immagine di foglie di pioppo.

In questo secondo spezzone, la valenza poeticamente creativa ed allo stesso tempo sconvolgente e' ancora piu' marcata: qui emerge ancora piu' pronunciatamente il divario tra' l'eternita' dell'anima ed i vari adattamenti che il corpo ha avuto nel tempo :un corpo quasi robotico che viene mosso da sentimenti da una parte struggenti e dall'altra parte continuamente richiamanti la situazione principe dell'opera : la stereotipicita' di quel corpo . Da notare l'espressionre "un tempo"......."un tempo"....... Una realta' che perdura in una situazione in cui l'autrice comunica quella poetica angoscia di detenere l'infinito rinchiuso in un corpo poeticamente tetro.

Ricordo di quei tempi una confusa immagine di foglie di pioppo.

Un'altra frase "chiave" di tutta l'opera che accentua ancora di piu' l'artistico dramma di questa situazione unica:l'eternita' che viene dal passato e spiritualmente continua nell'amore interiore della scrittrice che ancora oggi e' la protagonista proprio di quella eternita' vissuta e nello stesso tempo esistenzialisticamente annullante e deprimente.


Io porto il peso della conscienza che nessuno vuole e la memoria delle vite lasciatami a altri nella mia. Questa sono. Io sono dappertutto e nessuno può raggiungermi mai.

Tutto il passo successivo, fino a questa frase evidenziata e' la palesazione piu' realistica e plastica della sovrannaturale condizione di vivere in un corpo finito con percezioni e sensibilita' che invece provengono dall'infinito. Non a caso, la scrittrice afferma nel brano di percepire tutto da tutte le parti. E lo afferma con il piu' struggente dei sentimenti che e' solo un'emozione senza volto. A tutto cio' che e' sublime, in fondo non si puo' dare volto. Lo si puo' solo avvertire e vivere secondo la propria costitutivita'.
A te… siete tanti e siete uno.

Ecco l'ultima frase chiave di tutta l'opera, una dedica, un'invocazione, forse un'inconscia preghiera che l'autrice, nella propria intimita' creativa ha nutrito forse per amore verso uno o piu' interlocutori che sono i testimoni piu' autentici di tutta quella struggente odissea spirituale. Un brano dunque che nutre nella propria struttura creativa la propria piu' degna giustificazione artistica e poetica.

Aggiungo un mio modestissimo tentativo di rendere musicalmente l'idea espessiva del testo in oggetto.

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NinfaEco
NinfaEco
Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
Royal, sai che potresti illudermi di essere capace a fare qualcosa?
...in tal caso mi trasformerei in un essere orrendo credo, probabilmente verde e somigliante a Lou Ferrigno rotolarsi dal ridere



................ imbarazzo preferisco sdrammatizzare a volte, anzi spesso...ma una cosa te la devo proprio... i credo che sia la tua capacità di comprendere le persone ad essere eccezionale, sopratutto per ciò che dici nell'ultima parte.

Quanto alle immagini da me usate, ho detto solo quello che sentivo...come descriverti una mia mano, altro non avrei potuto fare, non avrei saputo cercare volontariamernte un immagine efficace. Questo è il lato triste... se vogliamo. Io non centro ninte con questo, se non da un punto di vista umano ...ma ricordo che una volta un amico di un poeta, non ricordo quale poeta disse di lui "avrei preferito fosse felice lui, piuttosto che le sue infelici poesie". Questa frase mi si è scolpita in testa ed è diventata per me un monito.

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Massimo Vaj
Massimo Vaj
Viandante Storico
Viandante Storico
Ah poesia, ti stringe le palle e ti trascina via
mentre ti convince che non è lei che stringe
ma è il tuo cuore a farlo per costrizione pia

per la tua mente è uno strapparsi un dente
quando è il tuo cuore a urlare di dolore
non so più che dire è sofferenza permanente

Ah ecco...
quando c'è un essere che piange lì c'è poesia
a meno che non sia stata una martellata... nascondersi

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marimba
marimba
Direttore del Corriere della Pera
Direttore del Corriere della Pera
Uhm... lo stile mi piace, il taglio anche, ma la metrica zoppica terribilmente... La poesia, il talento e l'analisi - Pagina 2 104708

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Massimo Vaj
Massimo Vaj
Viandante Storico
Viandante Storico
A memoria

Me le facevan studiare a memoria
dicendo sicuri che la mia gioventù
non si sarebbe scordata la gloria
di un poetare che andava su e giù
ricamando parole rivestendo la storia
di sacrifici perduti e scordati dai più

Stampelle lanciate contro il brillare d'ori
mantenersi diritti e continuare la lotta
deflagrare cunicoli non uscendo di fuori
salvar molte vite con la propria condotta
Ma c'era anche un fronte della poesia
che odiava i diversi che faceva la spia

che cantava di orrori come di carnevali
che cingeva di anime i fili spinati
applaudendo mitraglie montate su ali
o portate dai cingoli dei carriarmati
Si chiamava poeta inneggiava alla vita
ma non quella d'altri che per lui è sfiorita

Il D'annunzio sereno portato in trionfo
sostenuto da mani che celavano il pane
sopra un trono di sesso con qualcosa di gonfio
acclamava l'italia: Evviva! A me le puttane!
Mi facevan studiare dicendo: È sicuro!
Gli eroi? Tutti uguali, ce l'avevano duro!


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The Royal
The Royal
Viandante Storico
Viandante Storico
@Massimo Vaj ha scritto:
A memoria

Me le facevan studiare a memoria
dicendo sicuri che la mia gioventù
non si sarebbe scordata la gloria
di un poetare che andava su e giù
ricamando parole rivestendo la storia
di sacrifici perduti e scordati dai più

Stampelle lanciate contro il brillare d'ori
mantenersi diritti e continuare la lotta
deflagrare cunicoli non uscendo di fuori
salvar molte vite con la propria condotta
Ma c'era anche un fronte della poesia
che odiava i diversi che faceva la spia

che cantava di orrori come di carnevali
che cingeva di anime i fili spinati
applaudendo mitraglie montate su ali
o portate dai cingoli dei carriarmati
Si chiamava poeta inneggiava alla vita
ma non quella d'altri che per lui è sfiorita

Il D'annunzio sereno portato in trionfo
sostenuto da mani che celavano il pane
sopra un trono di sesso con qualcosa di gonfio
acclamava l'italia: Evviva! A me le puttane!
Mi facevan studiare dicendo: È sicuro!
Gli eroi? Tutti uguali, ce l'avevano duro!



Per quanto mi riguarda ho quotato in toto questo pungentissimo brano che l'amico ha volutamente postato in questo topic permettendone cosi' la riflessione e l'analisi. E l'autore, certamente uno spirito libero e creativo ha strutturato il componimento lanciando un severissimo ma al tempo stesso ironico messaggio a tutti i lettori: la poesia, l'arte ed il sentimento diventano qualcosa d'altro quando esaltino eroismi che sono costati la vita alle altre persone.Dietro questo bellissimo e leggiadro tessuto espressivo si nasconde in realta' una legittima polemica-denuncia fatta a ragion veduta. Sembra che egli voglia dirci: "Non contrabbandiamo le carneficine e le apologie di grandezza sulla pelle dei martiri". Una grande posizione e sicuramente un grande atteggiamento di un autore che liberamente ha concepito un suo tema ed ha tutti i diritti di esprimersi e di comunicare i suoi insindacabili presupposti. Aggiungo anche, che nel caso di questo significativo pezzo, ho pensato di non smembrarlo,poiche' a mio avviso possiede una forza espressiva trascinante ed evidenziarne le strofe significherebbe semplicemente diminuirne l'impatto emotivo creativo e polemico. Un autore fresco dalla spontaneita' difficilmente eguagliabile che ha dato una poderosa staffilata a quelli che oggi definiremmo i guerrafondai e gli inviatori al massacro dei combattenti. E poi il tema degli eroi: eroi che potremmo definire a volte attivi, quelli che hanno salvato vite e si sono esposti in prima linea, ed eroi passivi, quelli che la vita l'hanno persa. A torto......a ragione.....vittime di una certa mentalita'. Ma forse quando si perde la vita per una guerra non la si perde mai a ragione........mai. Piu' l'enfasi didattica di dover imparare tutto a memoria per dimostrare che "gli eroi" avevano coraggio. Si certo , il coraggio pagato con la loro pelle e sulla loro pelle, osannati dai vati di lusso. Sicuramenrte un grande brano a cui trovo vada un applauso e la riconoscenza verso un amico che ha reso piu' ricco questo spazio di riflessione.

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Massimo Vaj
Massimo Vaj
Viandante Storico
Viandante Storico
@ Marimba

La seconda mi garba
sì, solennemente
che m'è passato pure
il male al dente
ch'io tentai, già lo so,
maldestramente
di cavarmi a mano
come fosse delinquente

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Massimo Vaj
Massimo Vaj
Viandante Storico
Viandante Storico
Cacchio Royal, critico ineffabile quale sei avrai reso l'esistenza di tua moglie un girone che Dante non avrebbe mai potuto illustrare senza, con questo, negarsi il ritorno dal vortice a testa in giù, meta del suo girovagare... La poesia, il talento e l'analisi - Pagina 2 73990920

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The Royal
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Viandante Storico
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Abbiamo gia' avuto modo di parlare di questo valentissimo ed incredibile autore, il quale ha un merito cristallino: quello di aver preso l'ironia ed averla elevata a livello letterario creando cosi' uno stile comunicativo unico nel suo genere ed assolutamente inimitabile: un autentico Pierino della cultura e della critica il quale costringe con la propria unicita', i lettori dei suoi scritti a fare continuamente i conti con loro stessi e con i propri eventuali limiti. Una macchina a vapore travolgente la quale magistralmente spiazza tutti coloro che si trovino sulla sua strada. Un non allineato dal talento diamantino. Questa sera abbiamo avuto modo sul Diagramma di intrattenerci con lui e pensiamo che sia ottima cosa analizzare questa sua stupenda composizione la quale, a nostro avviso rappresenta il diapason sia del suo pensiero sia di quell'istrionismo culturale di cui egli e' appassionato alfiere. Vediamo alcune parti del suo scritto Ancora sulla morte.
Come vedi, Direttore, ho titolato il mio intervento “Ancora sulla morte” e non sulle Bermude, che continuano a mantenere tutto il loro fascino e dare la stura a innumerevoli barili d’inchiostro… e così sarà finché qualcuno accerterà cosa davvero accada da quelle parti o le Assicurazioni alzeranno tanto i prezzi da rendere più convenienti rotte alternative.

Senza vittime o con tante morti chiaramente comprensibili, il triangolo delle Bermude perderà il suo fascino e diventerà come quei pericolosi tratti di strada statale che tutti noi percorriamo ogni giorno moltiplicando gli scongiuri, e dove i morti sfracellati non fanno più notizia.
Perché è di questo che stiamo parlando. Di fascino, e di notizia.

Qui l'autore inizia il proprio componimento all'insegna dell'ironia e di una sorta di casalinga nostalgia reminescente. Usa l'espressione "barili d'inchiostro" , (originale vero?)per costruire una sorta di pantomina a tavolino come se egli, seduto dietro una scrivania, nel silenzio della propria stanza stesse rimunginando sul destino del mondo e su tutti i suoi protagonisti piu' o meno famosi. C'e' poi qualcosa di decadente nel passaggio "il triangolo delle Bermude perdera' il suo fascino". L'autore fornisce la sensazione di una profezia decadente ma veritiera, uscendo completamente dai canoni convenzionali della letteratura e preannunciando la pochezza di un tema destinato ad estinguersi.

Quanto alla morte, ed il mio “Ancora” del titolo sta ad indicare che già più volte ho toccato l’argomento, di per se è un avvenimento comune, banale, scontato e del tutto privo di interesse.

Non per chi muore, certo, ché quello è evento unico nella sua vita ed in qualche modo (per noi ancora misterioso) sarà certo celebrato… ma è una faccenda personale.
E nemmeno per i suoi parenti, per la cerchia di amici cari che certamente ne soffriranno, o per i creditori che temeranno per i loro quattrini, e forse per qualche nemico (vorremmo che nessuno avesse nemici) contento della dipartita… ma sono eccezioni.
Per l’universo intero, la morte c’è, è ineluttabile, misteriosa ed originale.
Dolorosa e veloce come quella della signora che citavi, e beata lei secondo il parere di qualcuno, o insopportabilmente lenta per altri, e beati loro che fanno avuto tempo di chiedere perdono per i peccati, precoce ed atroce quella dell’infante, e beato lui che si è risparmiato le brutture della vita, o tardiva e quasi insensibile quella del centenario che beato lui ha avuto il tempo di godersi tutto…

In questi passaggi l'autore filosofeggia realisticamente sulla realta' della vita evidenziandone in modo completissimo e sintetico la realta' talvolta dura da accettare: la morte dell'infante contrapposta a quella del centenario. Una verita' che da' fastidio, ma che nello stesso tempo e' amara: chi per nulla ha goduto, e chi invece ha visto generazioni di persone estinguersi prima di lui. Un urlo velato , silenziosamente rabbioso contro le ingiustizie della vita.

Dalla morte inutile che non merita una nota, come quella di quasi tutti quelli che non conosco e mai ho sentito nominare, fino alla morte epica tragica e definitiva; quella mia, che coinciderà con la fine dell’universo che conosco.
Universo vuoto prima che io nascessi, definitivamente inutile dopo che me ne sarò andato.

La speculazione filosofica dell'autore, nei sopracitati passaggi diventa ancora piu' profonda , riflessiva e densa di poetica struggente tristezza: il tema della pochezza umana che concepisce l'universo come una totalita' che ha senso solo in relazione all'essere umano medesimo: un cimento di bravura senza pari ed ancora una volta la delusione di una incapacita' umana di poter effettivamente contemplare i nessi e le finalita' ultime di un creato che si spinge oltre l'esistenza umana medesima.

Non voglio dilungarmi, ma solo affermare che la morte non è né bella né brutta, né utile, né catastrofica, né tragica, né terrifica né liberatoria.
Per il mondo, la morte degli altri è semplicemente un fatto.
Ed allora ci si può argomentare, ci si può ragionare, la si può analizzare, può essere argomento di preghiera, o motivo di umorismo… con la dovuta buona creanza, ovviamente, ché quella è comunque sempre obbligatoria.

Un'altra constatazione crepuscolare sulla morte: la relativita' di essa e la tragedia di essa quando invece venga subita dai soggetti interessati: la profondita' di questi passaggi si commenta da sola.

Ed allora si, si può dire che forse alle Bermude si ripete il fenomeno delle caramelle Mentos nella Coca-Cola light senza tema di dileggiare le vittime di tante tragedie, senza mancar loro di rispetto.

In fondo, se spesso si parla di quelle anime ritornate al Padre in uno degli innumerevoli modi con cui la Morte si manifesta, non è “perché ci hanno lasciati”, ma per le circostanze bizzarre dell’evento, per la subitaneità, per la mancanza di relitti, per l’imprevedibilità…

Quello che ci intriga non sono le persone, ma il fenomeno, e loro, ammesso che siano interessate alla cosa, devono ringraziare la CocaCola, se sono conosciute dal mondo ed ammantate di celebrità.

.
Questo passaggio e' profondissimo e presenta due aspetti: il primo e' quello che i deceduti non abbiamo avuto alcuna intenzione di lasciarci, ed in effetti non ci avrebbero lasciato ma siano le vittime di una dinamica naturale che li ha travolti portandoli nel mondo del sovrasensibile e dell'eterno. L'altro aspetto invece e' la notorieta' delle persone e dell'evento: essere famosi e conosciuti nel mondo, anche a costo della vita, dipende da fenomeni naturali che alla fine hanno la stessa portata di quelli pubblicitari. Una zampata artistica e sardonica, come abbiamo detto altrove che solo lui, Lucio Musto pioniere del polemismo e dell'arte ironica ha saputo dare e che forse mai piu' potra' essere eguagliata.



Ultima modifica di The Royal il Ven 27 Mag 2011 - 20:33, modificato 2 volte

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Steiner
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Viandante Affezionato
Viandante Affezionato
Ci sono delle regole nella Poesia?Cioè , è come comporre musica?
Oltre al senso di ciò che si scrive, ci sono regole?
Una poesia può essere corretta secondo le regole ma insulsa come senso o viceversa? So che esite poesia e prosa, ma non so bene la differenza.

Un pensiero può essere poetico senza seguire i dettami ( se ci sono ) del poetare?Un pò come c'è chi compone musica ( a orecchio)senza conoscere la scrittura musicale? E quanta parte ha il talento , senza conoscere le regole?

Non ne so nulla, è pura curiosità.

37
Massimo Vaj
Massimo Vaj
Viandante Storico
Viandante Storico
Quando si soffre per la sofferenza di altri è poesia. Anche quando si gioisce per la felicità altrui è poesia. Tutto ciò, che abbia oppure no delle regole da seguire, e che non posi corone sulla propria testa, è poesia. Eppure la poesia ha un limite ai compiti che si è data: non può comunicare l'incomunicabile, perché se canta alle intelligenze del Mistero le altre intelligenze potranno cogliere soltanto quello che già conoscono, mentre se si affida alle emozioni... nell'emozione sarà capita, ma non con l'intelligenza che può distinguere con chiarezza la verità unica in cui stanno tutte le cose. La poesia deve portare gli individui su quella linea dalla quale potranno camminare da soli verso il Centro di tutte le cose. Centro capace di unire tutte le cose sotto gli stessi princìpi, universalmente validi.

38
Steiner
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Viandante Affezionato
Viandante Affezionato
Eppure secondo me la poesia potrebbe proprio coumnicare l'incomunicabile.
E' un aspetto.Un'ipotesi scratch

39
Lucio Musto
Lucio Musto
Viandante Ad Honorem
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Mah!... secondo me "The Royal" ha voluto enfatizzare il mio modesto scritto elevando a persieri alati quelle considerazioni semplici che puo' fare chiunque, come ho fatto io, se solo riesce a distaccarsi un attimo dalle passioni del quotidiano e guardare i fenomeni con un minimo di freddezza.

Ovvio che sono lusingato dalle sue parole e mi prostro, mi strascino e mi commuovo in innumerevoli, variopinti e sfaccettati ringraziamenti...

Per sdebitarmi, apriro' appena possibile un thread sulla morte per pubblicare gli altri miei pensieri sull'argomento scritti tempo addietro.

A Massimo e Steiner invece non saprei dire.
Personalmente ho imparato a comunicare in un un buon italiano, sollecitato, spinto, consigliato e costretto da mamma e soprattutto babbo... Ma non altro.
Io personalmente non mi considero ne' uno scrittore ne' un poeta, ma solo uno che talvolta, ed ultimamente spesso, ha voglia di scrivere.
Intingo la penna (piu' própriamente la tastiera del PC) dentro di me, quasi sempre spinto da sollecitazioni esterne facilmente individuabili, e quello che ne schizza fuori... e' quello che si puo' leggere di mio.

Nessun altro arzigogolo.

Cordialita' a tutti.

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The Royal
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@Lucio Musto ha scritto:

quelle considerazioni semplici che puo' fare chiunque, come ho fatto io,


Se mi permetti, Lucio, dissento. cool

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Mi sono permesso di portare lo stupendo racconto di Akasha in questo topic apposito, in modo da tentare di analizzarlo il meglio possibile, per quanto le mie inesistenti o quasi capacita' critiche lo consentano e rendere cosi' omaggio ad un brano che sembra brillare di una misteriosa luce interiore e "nera". Ma vediamone le ragioni, con una premessa. Si tratta di un pezzo il quale nel complesso scaturisce da una profonda emotivita' dell'autrice, emotivita' che si manifesta in un realismo descrittivo quasi plastico.

............L'ultimo raggio di sole.

A occhi chiusi, rannicchiata sulla sedia a dondolo, Lucia si muoveva avanti e indietro da diverse ore. Il legno scuro, ormai usurato dal tempo, scricchiolava minaccioso sotto il suo peso. Mentre la donna si cullava nell'oscurità del salotto, l'ultimo raggio di sole irradiava la cornice d'argento, posta sul tavolino di fronte a lei.
Consideriimo per un attimo l'impressionante realismo di questa visione: abbiamo una donna su una sedia a dondolo immersa quasi in un'oscurita' crepuscolare e misteriosa, in cui i particolari di tutta la circostanza, vengono appena accennati dall'autrice, ma contemporaneamente "si sentono", ovvero emergono dal buio con una tale nitidezza che sembra di poterli toccare con mano. E qui risiede il talento di chi ha scritto: portare il lettore all'interno della scena dandogli letteralmente la sensazione di essere presente in un quadro inquietante ma nello stesso tempo affascinate.


In quello scatto la sua piccola Chiara indossava la vestina bianca della prima comunione; sui lunghi capelli dorati portava una coroncina di margherite bianche, ed in viso, il sorriso più bello che le avesse mai visto. Era felice quel giorno: regina della festa, volteggiava spensierata su e giù per la casa, mostrando orgogliosa i regali ricevuti e riempendo l'aria con le sue gioiose risate. Le sentiva anche in quel momento, provenire dalla strada chiusa al traffico. I ragazzi del vicinato si riunivano ogni pomeriggio dopo la scuola, per giocare a palla o saltare dentro le caselle quadrate, tracciate col gesso sull'asfalto. Lì vicino c'era anche un campo incolto, pieno di erbacce, nel quale si divertivano a giocare a nascondino o inventare storie avventurose nelle quali i protagonisti erano proprio loro. Sempre diretti da Giorgio il quale, nonostante fosse il più piccolo, veniva considerato l'anima del gruppo, quello che qualsiasi cosa facesse tutti seguivano ciecamente. Si rincorrevano fino al tramonto, quando la madre del piccolo "capo", affacciata alla finestra del bagno, gridava a tutti di ritornarsene a casa.

Qui, l'autrice, a mio avviso compie una sofisticatissima operazione di compenetrazione spazio temporale, ovvero associa la felice circostanza che sembra promanare dalla foto ritraente un momento felice della sua bambina, con il rumore proveniente da quel campetto, cosi' banale, ma nello stesso tempo cosi' famigliare poiche' a suo tempo frequentato anche dalla piccola Chiara. Diremmo non solo una compenetrazione situazionale-temporale, ma una associazione di idee vera e propria: la foto che ricorda Chiara, e nello stesso tempo i ragazzi che giocano sono una prosecuzione ideale della foto al di fuori dell'ambiente: un tutt'uno situazionale vissuto sullo spegnersi del giorno,quindi in una circostanza crepuscolare, come crepuscolari sono i sentimenti della donna che stanno per emergere anche se al momento sono ancora radiosi e sognanti.


Pochi istanti dopo una marea di ragazzetti urlanti si dileguava, ognuno verso la propria abitazione, dimenticandosi degli altri. Allora, sentito il richiamo, tutte le mamme, quasi contemporaneamente, aprivano il portone aspettando i propri figli. Lucia spalancò gli occhi, bloccando di colpo la sedia. Dalla finestra non entrava più nemmeno un filo di luce. Sentì il richiamo e la cacofonia che si avvicinava sempre più; svelta, corse ad aprire la porta, gli occhi in lacrime. Tra i volti dei figli che si precipitavano a riabbracciare la loro madre cercò quello di Chiara. Lo trovò dall'altro lato della strada, in una foto segnaletica ormai sbiadita dal tempo,attaccata al palo della luce. Chiuse piano la porta, risprofondando nell'oscurità, triste, ma con la speranza nel cuore di poter, un giorno, riabbracciare il suo piccolo raggio di sole.


Eccoci arrivati dunque al momento piu' creativo e suggestivo di tutta la composizione: la madre apre la porta convinta di trovare la figlia, ed invece proprio dall'altro lato della strada vede la foto segnaletica appesa ad un palo che indica la scomparsa della figlia. Bellissimo questo passaggio nella sua piu' intima struttura. Fin dalle prime battute del racconto la donna era immersa quasi nell'oscurita' vivida e luminosa, da una parte consapevole della tragedia che stava vivendo, mentre dall'altro illusa o sognante di un ritrovamento o di una possibilita' di tale ipotesi. Una vicenda romanticamente noir in zucchero amaro che raggiunge la piu' altra espressivita' letteraria ed artistica attraverso passaggi talentuosi e "sinistramente" creativi.

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Akasha
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Viandante Residente
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Ti ringrazio infinitamente...questa è la prima critica letteraria che ricevo...e non importa se non sei critico di professione; sono dell'idea che la parola vada al lettore comune, a quello che legge per il puro piacere di farlo, e non a quello per il quale la lettura diventa una professione.
Ti giuro che mi sono scappate due lacrime quando ti ho letto: mi sento veramente orgogliosa di me stessa. Se vi va, io vi lascio di nuovo il link del mio blog, magari ci passate il tempo...e mi date qualche dritta...

iraccontidiakasha.blogspot.com

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Akasha
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@Lucio Musto ha scritto:Mah!... secondo me "The Royal" ha voluto enfatizzare il mio modesto scritto elevando a persieri alati quelle considerazioni semplici che puo' fare chiunque, come ho fatto io, se solo riesce a distaccarsi un attimo dalle passioni del quotidiano e guardare i fenomeni con un minimo di freddezza.

Ovvio che sono lusingato dalle sue parole e mi prostro, mi strascino e mi commuovo in innumerevoli, variopinti e sfaccettati ringraziamenti...

Per sdebitarmi, apriro' appena possibile un thread sulla morte per pubblicare gli altri miei pensieri sull'argomento scritti tempo addietro.

A Massimo e Steiner invece non saprei dire.
Personalmente ho imparato a comunicare in un un buon italiano, sollecitato, spinto, consigliato e costretto da mamma e soprattutto babbo... Ma non altro.
Io personalmente non mi considero ne' uno scrittore ne' un poeta, ma solo uno che talvolta, ed ultimamente spesso, ha voglia di scrivere.
Intingo la penna (piu' própriamente la tastiera del PC) dentro di me, quasi sempre spinto da sollecitazioni esterne facilmente individuabili, e quello che ne schizza fuori... e' quello che si puo' leggere di mio.

Nessun altro arzigogolo.

Cordialita' a tutti.

Neppure io mi reputo una scrittrice; voglio dire, tutti possiamo scrivere ciò che ci passa per la testa, è una nostra capacità in quanto esseri civilizzati.
Ciò che conta è ciò che si trasmette, magari anche sbagliando congiuntivo, non importa, la cosa essenziale è l'anima di chi prende in mano la penna e inizia a mostrare ciò che ha dentro.

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Lucio Musto
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@Akasha ha scritto:Ti ringrazio infinitamente...questa è la prima critica letteraria che ricevo...e non importa se non sei critico di professione; sono dell'idea che la parola vada al lettore comune, a quello che legge per il puro piacere di farlo, e non a quello per il quale la lettura diventa una professione.
Ti giuro che mi sono scappate due lacrime quando ti ho letto: mi sento veramente orgogliosa di me stessa. Se vi va, io vi lascio di nuovo il link del mio blog, magari ci passate il tempo...e mi date qualche dritta...

[url]iraccontidiakasha.blogspot.com[/url]

senza assolutamente voler nulla togliere alle indiscusse qualità di The Royal, persona che stimo ed ammiro moltissimo, credo che tu abbia centrato esattamente l'essenza della questione; la verità più vera è infatti (a mia profonda convinzione):

""sono dell'idea che la parola vada al lettore comune, a quello che legge per il puro piacere di farlo"".

E' sin troppo vero infatti (e spesso purtroppo!) che il merito del successo di un'opera d'arte stia nel critico e nell'editore, nel Gallerista o nel battitore d'asta, nel Talent scout o nell'impresario... ma si parla di successo commerciale o di imposizione modaiola sul mercato di una firma o di un personaggio.

Il vero valore artistico di un'opera (qualora l'opera non si perda prima) viene rilevato e consolidato solo dai fruitori della stessa, quelle "persone comuni" che non hanno specifici interessi di cassetta.
Purtroppo, i giusti riconoscimenti impiegano molto tempo ad arrivare... spesso troppo, quando gli autori sono già passati ad altra vita...

Ed allora?... allora all'Autore non rimane che la dolcezza piana e tormentata di guardare la sua creatura e ripetere fra se:
"in fondo non sei venuta completamente male, e mi sei servita ad imparare qualcosa. La prossima volta cercherò di attingere più profondamente nel cuore e raffinare le tecniche espositive, e ti prometto che i tuoi prossimi fratellini saranno migliori di te!..."

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Akasha
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La penso esattamente come te, e chissene se non arriverà la fama mondiale. La consapevolezza di aver dato il massimo è, senza dubbio, la più grande soddisfazione.

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Lucio Musto
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@Akasha ha scritto:La penso esattamente come te, e chissene se non arriverà la fama mondiale. La consapevolezza di aver dato il massimo è, senza dubbio, la più grande soddisfazione.

Più o meno. Spero che tu non arrivi mai a tanto; saresti finita.
La "consapevolezza" giusta, è certamente il "Ca...volo!... potevo fare meglio!... ma ora ti faccio vedere!..."
E ricominciare a creare.

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Akasha
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...niente di più vero, a quei livelli si finisce con il scrivere solo perché qualcuno si aspetta che tu lo faccia, e non perché te lo senti dentro...

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The Royal
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Viandante Storico
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Questa Rubrica ha pensato di occuparsi di un mirabile brano di NinfaEco che e' una sintesi dottrinale di poesia arte ed esistenzialismo.Il titolo ne e' degno alfiere.

La Morte delle Immagini

Aveva iniziato a camminare d’autunno seguendo il dorso di un sentiero, incavato tra i colli come certi dolci solchi che si incontrano percorrendo la schiena di altri con le dita, senza pensare. L’odore della terra nera, greve e arrossata dal marciume delle foglie ancora lo ricorda bene. Un trionfo di morte, silenziosa nel suo sciogliersi, come grumi di colore che si sfumano, allargano e ribollono allargandosi in un piatto senza la pressione di un pennello. Rosso carminio, acqua e piccole bolle. Nessuna forma. Nessun autore. Nessun disegno. Questo ricorda fu l’orizzonte del suo primo viaggio. O forse ce ne erano stati altri prima, e li portava sulle spalle. Per questo si sentiva pesantemente solo, a causa della folla di clandestini che portava in groppa. Ed incontrò persone nel suo viaggio per caso, sparse come acini sgranati da un grappolo troppo maturo. Alcune erano ammaccate e da poco cadute sul pavimento, altre erano avvizzite senza maturare ed altre ancora erano già mosto. E tutte stavano sparse, per caso sotto le gambe del tavolo. Le raccolse e le mangiò tutte, perché era un mendicante ed è così che funziona. Gli sarebbe costato denaro comprarsi un buon grappolo d’uva, e non aveva moneta. Non ne aveva più. E avrebbe dovuto scegliere il suo grappolo tra molti, e non ne era capace. Perché a volte la fame e il ricordo dei sapori già gustati sono la stessa cosa. Ogni acino lo conduceva in un luogo differente. Bastava succhiarne il nettare profondamente, standosene rannicchiato sotto il tavolo. Ed ogni mondo che pur esisteva certamente da qualche parte, era per il suo corpo chino soltanto un luogo di emozione fatto di colore denso, senza forma, senza autore, senza disegno. Fu così che finì per amare tanto quell’uva da esserne ubriaco ed essa divenne soltanto sua, ed egli di lei soltanto. Del resto non è cibo che può essere mangiato da altri quello che rotola per terra tra le gambe del tavolo. Quello non si può offrirlo a nessuno. Ma questo non lo ricorda bene. Ricorda il viaggio e come iniziò. Distingue la taverna, il tavolo e gli acini sparsi, uno ad uno. Di questo si accorge aggi guardando un corpo che non crede più alle sue intenzioni, cedendo e barcollando . La superficie contro cui si trascina è la pelle di una casa, una sottile pelle d’intonaco al di sopra di muri spessi , costruiti a custodia di un ventre caldo e morbido in cui riposano persone. Persone come bambini che si succhiano il pollice nella pancia della loro mamma. Ma non devono forse nascere il bambini? E in un solo pensiero crolla lungo il muro, come un palloncino pieno d’acqua che si sgonfia. Acqua rosso carminio.E la gente passa. La gente non fa atro che passare al di sotto della propria testa e al di sopra delle proprie gambe. Esattamente nell’unico punto in cui le osserva un corpo colmo d’uva crollato lungo un muro.Queste sono le forme. Questi sono i disegni. Questi sono gli autori.Il resto è soltanto colore denso. E con il colore ormai giunto al collo, l’uomo ubriaco si chiede se sarebbe capace ancora di disegnare qualcosa, usando le mani di un corpo che non crede alle sue intenzioni, e gli occhi annebbiati da manciate di acini marci.

Ma vediamo meglio i singoli passaggi del brano.
Aveva iniziato a camminare d’autunno seguendo il dorso di un sentiero, incavato tra i colli come certi dolci solchi che si incontrano percorrendo la schiena di altri con le dita, senza pensare. L’odore della terra nera, greve e arrossata dal marciume delle foglie ancora lo ricorda bene. Un trionfo di morte, silenziosa nel suo sciogliersi, come grumi di colore che si sfumano, allargano e ribollono allargandosi in un piatto senza la pressione di un pennello. Rosso carminio, acqua e piccole bolle. Nessuna forma. Nessun autore. Nessun disegno. Questo ricorda fu l’orizzonte del suo primo viaggio.

Siamo di fronte ad una sintesi scenografica di pregio, dove le sensazioni , la realta' e la poesia si compenetrano in un "quid" inquietante ed indefinibile, ma nello stesso tempo talentuoso e creativo. Il fatto stesso che l'autrice abbia scelto l'autunno come tema conduttore del brano rappresenta una tecnica costruttiva emozionalmente valida, poiche' l'autunno, gia' di per se' e' l'ambientazione ideale della decadenza, dello struggimento e chissa' per quale remota ragione rappresenta l'ambito migliore in cui sviluppare temi intimistici ed umani.L'autrice tratteggia con vigore, ma nello stesso tempo con una nitizza paradossalmente sfumata e poetica sensazioni e colori . "Nera" "marciume" "sentiero", sono aggettivi e termini che se uniti evocano nel lettore vivide emozioni di autenticita' e di immediatezza orfica e radicale.


O forse ce ne erano stati altri prima, e li portava sulle spalle. Per questo si sentiva pesantemente solo, a causa della folla di clandestini che portava in groppa. Ed incontrò persone nel suo viaggio per caso, sparse come acini sgranati da un grappolo troppo maturo. Alcune erano ammaccate e da poco cadute sul pavimento, altre erano avvizzite senza maturare ed altre ancora erano già mosto. E tutte stavano sparse, per caso sotto le gambe del tavolo. Le raccolse e le mangiò tutte, perché era un mendicante ed è così che funziona. Gli sarebbe costato denaro comprarsi un buon grappolo d’uva, e non aveva moneta. Non ne aveva più. E avrebbe dovuto scegliere il suo grappolo tra molti, e non ne era capace. Perché a volte la fame e il ricordo dei sapori già gustati sono la stessa cosa. Ogni acino lo conduceva in un luogo differente. Bastava succhiarne il nettare profondamente, standosene rannicchiato sotto il tavolo. Ed ogni mondo che pur esisteva certamente da qualche parte, era per il suo corpo chino soltanto un luogo di emozione fatto di colore denso, senza forma, senza autore, senza disegno.



Questo passaggio e' veramente enigmatico, poiche' abbiamo una identificazione poetica tra gli acini e le persone. All'interno di un ambito esistenzialista e blandamenete angosciamte. Mangiare persone come acini o viceversa. Ma potrebbe anche essere una metafora.Una metafora geniale poetica ed originale, oppure una debolissima e volutamente riduttiva immagine di una persona nascosta sotto un tavolo quasi avesse vergogna di qualcosa che non si sa' cosa sia.O forse ci troviamo di fronte ad una fredda forma di cinismo sempre metaforico: eliminare gli altri per necessita' o per freddezza d'animo. Difficile dirlo, molto difficile. Cio' che e' certo, e' che in questo passaggio il quadro creativo e' letterariamente perfetto, "un corpus" compiuto e sciolto in cui la suggestione "noir" come e' nello stile di questa talentuosa scrittrice.


Fu così che finì per amare tanto quell’uva da esserne ubriaco ed essa divenne soltanto sua, ed egli di lei soltanto. Del resto non è cibo che può essere mangiato da altri quello che rotola per terra tra le gambe del tavolo. Quello non si può offrirlo a nessuno. Ma questo non lo ricorda bene. Ricorda il viaggio e come iniziò. Distingue la taverna, il tavolo e gli acini sparsi, uno ad uno. Di questo si accorge aggi guardando un corpo che non crede più alle sue intenzioni, cedendo e barcollando . La superficie contro cui si trascina è la pelle di una casa, una sottile pelle d’intonaco al di sopra di muri spessi , costruiti a custodia di un ventre caldo e morbido in cui riposano persone. Persone come bambini che si succhiano il pollice nella pancia della loro mamma. Ma non devono forse nascere il bambini? E in un solo pensiero crolla lungo il muro, come un palloncino pieno d’acqua che si sgonfia. Acqua rosso carminio.



Un'altro passaggio poeticamente "hell" ovvero infernale, un'allegoria letterariamente macabra e creativa in cui i muri diventano pelle, prevale il rosso carminio. Un'allegoria incredibile ed agghiacciante : una casa misteriosa, che potrebbe essere tanto il ventre materno quanto una tomba. La poderosita' artistica di questo passaggio e' tale da sfuggire ad ogni possibile commento. Resta solo una tragica espressione: quel "trascinarsi" che esprime una umanita' privata di tutte le sue prerogarive ed ancora una volta fa' assurgere il tema della meschinita' e della trasandatezza a livelli artistici.


E la gente passa. La gente non fa atro che passare al di sotto della propria testa e al di sopra delle proprie gambe. Esattamente nell’unico punto in cui le osserva un corpo colmo d’uva crollato lungo un muro.Queste sono le forme. Questi sono i disegni. Questi sono gli autori.Il resto è soltanto colore denso. E con il colore ormai giunto al collo, l’uomo ubriaco si chiede se sarebbe capace ancora di disegnare qualcosa, usando le mani di un corpo che non crede alle sue intenzioni, e gli occhi annebbiati da manciate di acini marci.

Il lirismo. Come in in un'opera teatrale. L'autrice sta' cantando versi poetici e crepuscolari ancora una volta allegorici, metaforici creativi e paradossalmente autolesionistici. L'immaginazione che va' oltre se stessa parlando di un "corpo colmo d'uva crollato contro un muro". Una sensazione angosciante e stremante che si concretizza in un'altra espressione: "il colore ormai giunto al collo". L'ubriachezza come condizione devastante di chi dell'ubriachezza, ha fatto una base di vita, o forse vi si e' rifugiato per necessita'. Un brano eccezionale e da "record" che propone soluzioni tecnico-letterarie assolutamente innovative d'avanguardia, ma nello stesso tempo proposte al lettore come se tutto il pezzo fosse un riuscitissimo quadro fauvista.Personalmente sono dell'idea che esista iun brano musicale in grado di rendere a livello di sensazione tutto quello che questa poderosa autrice ci ha espresso nel proprio impenetrabile ermetismo creativo.



Ultima modifica di The Royal il Mar 30 Ago 2011 - 22:16, modificato 2 volte

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NinfaEco
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E' senza ombra di dubbio più bello il tuo commento di ciò che io ho scritto, Royal. Ti ringrazio di aver commentato questo mio spurgo e sopratutto di aver colto cose che in me sono avvenute in modo completamente inconsapevole. La cosa paradossale è che io non sarei stata capace di dirle direttamente, e non lo sono nemmeno ora, ma evidentemente erano contenute nelle immagini, visto che le hai colte. Ho sempre sentito le parole come un debito, perchè sono dovute o perchè mancano quando dovresti spenderle. Non sono mai stata in attivo quanto a parole. Per questo ho sempre avuto bisogno di ponti. Il corpo è un ponte. Lo scherzo è un ponte. Le immagini sono ponti. Ogni ponte però, quando non è usato per andare dall'altra parte è terreno di caduta. Vale per tutto, per questo ho parlato di morte delle immagini. A volte ne produci dentro di te di così belle che finisci per amarle tanto da rinchiuderti dentro te stesso. Quello che è iniziato nella vita ti allontana dalla vita. Ed è un bene allora sentirti un'idiota integrale e lasciarle morire.
Avevo dentro di me un nodo, di cui non avrei saputo parlare, e non avevo voglia di favoleggiarlo in modo da sguazzare nel mio brodo. Allora ho seguito le immagini che associavo a me stessa in quel momento a partire da una scena reale: io che calpesto foglie lungo il fiume nell'Ottobre del 2009. L'autunno non è stata una scelta. Era semplicemente autunno. Il resto sono le mie emozioni diventate cose, e situazioni ridotte a ciò che erano davvero. Mi piacerebbe parlartene, visto che molto hai colto della casa e degli acini. Ma non metterò mai più la mia anima in pubblico.

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