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I comunisti sono dei fascisti

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xmanx
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Viandante Ad Honorem
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Hun Sen è il primo ministro della Cambogia dal 1993.

Agli inizi degli anni 70, poco più che ventenne, entrò nella guerriglia dei Khmer rossi, che combattevano contro il governo filoamericano di Lon Nol. Nel 1975 prese parte all'assedio di Phnom Penh.

Nell'ultima fase del dominio sulla Cambogia dei Khmer rossi (1975-1979), si schierò tuttavia contro l'uomo forte del regime comunista, Pol Pot, e passò dalla parte dei filovietnamiti. Nel 1980, dopo che il Vietnam aveva invaso la Cambogia e spodestato i Khmer rossi, divenne uno dei principali esponenti del nuovo governo, e assunse a soli 28 anni la carica di ministro degli Esteri. Era inoltre uno dei membri di spicco del Comitato Centrale del Partito Popolare Cambogiano.

Il Partito Popolare Cambogiano è il vecchio partito comunista cambogiano, attualmente al potere dal 1991. Nel 1991 abiurò il comunismo ed assunse una posizione più affine al socialismo democratico, assumendo la denominazione attuale.

Cosa sta succedendo in Cambogia?

Le organizzazioni in difesa dei diritti dei lavoratori e i sindacati, condannano duramente le violenze verificatesi recentemente in Cambogia ai danni dei lavoratori e delle lavoratrici del tessile.

Venerdì 10 Febbraio inizierà una settimana di mobilitazione internazionale per chiedere al governo cambogiano di mettere fine alla violenza sui manifestanti e di ascoltare la loro richiesta di salario minimo dignitoso.

Le manifestazioni dei lavoratori del tessile, iniziate lo scorso 24 Dicembre con la convocazione di uno sciopero nazionale per chiedere un salario di 160 dollari al mese, hanno avuto un esito drammatico.

Il 3 gennaio, infatti, la polizia ha aperto il fuoco sulla folla di manifestanti uccidendo 4 persone e ferendone molte altre. Molti lavoratori e lavoratrici sono stati picchiati ed arrestati.

Le proteste erano esplose dopo l’annuncio dell’accordo sulla nuova formula per calcolare il salario minimo, che avrebbe dovuto portare gli stipendi mensili a 100 dollari, una cifra del tutto insoddisfacente per condurre una vita dignitosa in quel paese. Secondo i calcoli di alcuni sindacati asiatici e di organizzazioni di difesa dei diritti umani un salario dignitoso che garantisca ad una famiglia un livello di sussistenza in Cambogia dovrebbe aggirarsi intorno ai 394 dollari al mese: quasi 4 volte la proposta di salario minimo. Ben oltre anche la richiesta dei manifestanti, che appare quindi tutt’altro che assurda.

Queste sono le multinazionali del tessile che si riforniscono in Cambogia: H&M, Puma, adidas, Mark&Spencer, C&A, Next, Tesco , Inditex, GAP, Walmart, Levi's.

Le organizzazioni dei lavoratori chiedono di:

- Porre fine immediatamente all'uso della violenza e alle intimidazioni contro i lavoratori ei loro rappresentanti.
- Rilasciare tutti coloro che sono stati arrestati nelle lotte.
- Rispettare la libertà di associazione e il diritto di sciopero degli operai
- Evitare ripercussioni per i lavoratori e i dirigenti sindacali che hanno partecipato allo sciopero.
- Impegnarsi a riprendere i negoziati di pace sul salario minimo.
- Costringere i responsabili delle violenze a pagarne le conseguenze.

Questi komunisti bastardi che hanno massacrato milioni di persone in ogni angolo del fottuto pianeta, oggi che fanno? Si uniscono alle multinazionali dei fascisti che chiudono le fabbriche in occidente, dove un operaio gli costa 1500 euro al mese, e sfruttano la vita di milioni di uomini, donne e bambini dei paesi "comunisti" per arricchirsi.

In Italia, invece, il nostro ex-partito comunista (che non poteva diventare socialdemocratico perchè il posto era già occupato dal PSI...e per questo li han fatti fuori con l'operazione "mani pulite") solidarizza con i poteri finanziari, con gli amici dei banchieri (Monti e Letta) e con i loro interessi.

Questo è il nuovo ordine mondiale. Questo è "il nuovismo".
I komunisti, da sempre, sono l'altra faccia della medaglia del totalitarismo. Una sola medaglia con due facce: nella prima faccia c'è il fascismo liberista e neoliberista; nella seconda faccia c'è il komunismo.
E questi komunisti di merda ci hanno rotto il cazzo per cento anni con le loro palle su "noi difendiamo gli interessi dei lavoratori". Quando, invece, per cento anni i lavoratori, invece di difenderli, li hanno schiacciati come vermi.

In Italia NESSUNO ha MAI osato toccare le pensioni e l'art 18. Quando sono andati al potere loro, gli ex-comunisti (in combutta con i fascisti neoliberisti), hanno tolto sia l'uno che l'altro....in nome del "nuovo ordine mondiale".

Hanno rotto il cazzo per vent'anni contro il "precariato di Berlusconi" (inserito da Treu prima e rafforzato da Berlusconi poi)...ma ora che sono al governo non fanno altro che parlare di cose a cui non interessa una cazzo a nessuno.

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2
xmanx
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Viandante Ad Honorem
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Phnom Penh: 11 attivisti arrestati, parte la "linea dura" contro le proteste.

La polizia cambogiana ha fermato un gruppo di lavoratori mentre cercava di consegnare una petizione ad ambasciate straniere. L’obiettivo della petizione era quello di mobilitare l’opinione pubblica sulla vicenda di 23 cambogiani imprigionati a inizio mese durante le proteste antigovernative. L’opposizione assicura che “non fermerà” la propria lotta. Leader Adhoc: in Cambogia deriva “comunista totalitaria”.

Chan Soveth, rappresentante dell'organizzazione pro-diritti umani Adhoc, afferma che gli attivisti fermati stavano cercando di consegnare la petizione a quattro rappresentanze diplomatiche straniere, fra cui Stati Uniti e Francia. E aggiunge che il Paese sta vivendo una deriva di natura "comunista e totalitarista".

Nella seconda metà del 2013 decine di migliaia di operai, guidati dai due principali sindacati, hanno indetto a più riprese manifestazioni di protesta contro l'esecutivo. Sindacati di categoria, lavoratori, opposizione premono per un raddoppio del salario minimo: dagli attuali 80 dollari al mese, a 160. Tuttavia, sinora sono riusciti a ottenere un aumento di 15 dollari mensili (il governo ha offerto un massimo di 100), applicato a partire dal mese di aprile 2014. Gli scioperi minacciano di paralizzare l'industria manifatturiera, fra le più fiorenti e vitali con 650mila occupati e un volume di affari multi-miliardario, legato alla produzione di capi di abbigliamento per grandi marche occidentali.

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3
laura18

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Allora gli ucraini come sono visto che ultimamente si stanno ammazzando tra di loro?

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4
Magonzo
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ics, la caratteristica che definisce univocamente il fascismo non è l'autocrazia - che da sola non basta - bensì il nazionalismo e il mito della Nazione;

senza quella ideologia, devi parlare di altro, anche quando ti trovi di fronte a regimi autocratici, dittatoriali, ecc...

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5
xmanx
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Tazreen Fashions a Dhaka in Bangladesh

Il 24 novembre 2012, la Tazreen Fashion a Dhaka, da cui si rifornivano marchi internazionali dell’abbigliamento, è stata avvolta dalle fiamme.
112 persone hanno perso la vita restando intrappolate nella fabbrica.

Mentre emergono nuovi dettagli sull’incendio alla Tazreen Fashion, c'è il problema dei grandi marchi stranieri. Essi spiegano di aver rescisso i contratti con la ditta già da tempo, ma indumenti venduti dal colosso Usa Wall-Mart sono stati trovati tra i resti dello stabile. Condizioni al limite per gli operai delle fabbriche: turni diurni e notturni da 12 ore; stipendi di circa 30 euro al mese; edifici senza uscite d'emergenza e con grate alle finestre.

Magliette con Topolino e altri personaggi Disney; prodotti sartoriali della scozzese Edinburgh Woollen Mill; maglioni della francese Teddy Smith: a produrli erano, tra gli altri, anche i 112 operai morti nel rogo della Tazreen Fashion, in Bangladesh.

Dal giorno dell'incendio, i grandi marchi stranieri, che realizzavano i loro indumenti nella fabbrica tessile, si affannano per "chiarire" che da oltre un anno avevano rescisso i contratti con l'azienda bengalese, perché questa non rispettava gli standard di sicurezza internazionali.

Eppure, tra ciò che resta dell'edificio, è facile riconoscere pantaloncini, magliette e altri capi venduti da Wall-mart, il colosso statunitense e terzo rivenditore al mondo. Vestiti cuciti in uno stabile di otto piani, con tre scale interne, senza uscite d'emergenza, in stanze dall'areazione scarsa e con le grate alle finestre.

Nella zona industriale di Ashulia (periferia di Dhaka), dove sorgeva la Tazreen Fashion, sono centinaia gli stabili di otto, nove, dodici piani che sorgono uno accanto all'altro, senza nemmeno lo spazio vitale per costruire uscite e scale di emergenza a norma di legge. Dentro, la situazione è ancora peggiore: corridoi ostruiti da materiale, stoffe e fili; stanze affollate da vecchi macchinari, con centinaia di persone che vi lavorano 12 ore al giorno, con turni diurni e notturni.

La paga media di un lavoratore non qualificato è di 40 dollari al mese, circa 30 euro. Con tali cifre, sopravvive chi riesce a dividere una stanza con altri colleghi. Pagare l'affitto per una famiglia intera è impossibile. Di solito, gli operai sono giovani provenienti dalle zone rurali: mandano un po' di soldi al villaggio, e sperano di cavarsela e di trovare presto un lavoro migliore. Altri invece sono sposati, ma lasciano la famiglia al villaggio. Chi viene con moglie e figli conduce una vita di estrema miseria, perché non c'è sicurezza di lavorare, né assistenza sanitaria. In modo paradossale, proprio questa condizione di grande precarietà fa sì che trovare lavoro in fabbrica sia facile. Alla fine di ogni mese vi sono centinaia di persone in fila per iscriversi alle liste di attesa. Il mestiere dell'operaio è altalenante: lavorano qualche mese, poi si ammalano o sono troppo deboli per continuare, e lasciano. Altri prenderanno il loro posto: la gente resta disoccupata per breve tempo; intanto, il datore di lavoro ha sempre manodopera disponibile, e a bassissimo prezzo.

Dopo la Cina, il Bangladesh è il secondo produttore di vestiti al mondo, e negli ultimi anni ha dato filo da torcere anche all'India.

Provocare un'inversione di tendenza è difficile, perché il Bangladesh è considerato il far west dell'industria tessile: dalle ditte straniere, che sanno di trovare manodopera a basso costo e di non incontrare restrizioni, o di poterle aggirare con facilità pagando qualche "mancia" in più; dalle ditte locali, che cercano di riciclare denaro sporco e modi per guadagnare il più in fretta possibile. Nel mezzo, ci sono le persone, che hanno bisogno di lavorare. La campagna ormai non è più in grado di impiegare un alto numero di persone: anche qui sta arrivando la meccanizzazione dei campi, che significa meno manodopera agricola. E, di conseguenza, maggiore bisogno di fabbriche in cui poter trovare lavoro.

Fino ad oggi solo C&A si è prodigata per erogare fondi e per sviluppare un processo che ne garantisca la distribuzione alle vittime, e anche Li & Fung ha effettuato pagamenti. Mentre alcuni marchi hanno dichiarato di voler erogare contributi volontari, nessuno ha finora pagato quanto dovuto. Questi marchi comprendono: l’italiana Piazza Italia, Delta Apparel (USA), Dickies (USA), Disney (USA), Edinburgh Woollen Mill (UK), El Corte Ingles (Spagna), Enyce (USA), Karl Rieker (Germania), KiK (Germania), Sears (USA), Teddy Smith (Francia), and Walmart (USA).

Va evidenziato, in particolare, il ruolo di Walmart che non ha compiuto alcuna azione concreta pur essendo il principale acquirente della fabbrica. “Come principale distributore del mondo, Walmart ha una responsabilità maggiore nel garantire la sicurezza delle persone che producono per il suo circuito. La scusa che si trattasse di un sub-appalto non autorizzato non è sufficiente per declinare ogni responsabilità. Non intervenendo per risarcire le vittime dell’incendio, Walmart mostra totale disprezzo per la vita umana” ha dichiarato Liana Foxvog dell’International Labor Rights Forum.

Alcune famiglie delle vittime sono sottoposte ad una doppia ingiustizia: da una parte hanno perso un familiare e dall’altra si vedono negare l’esistenza stessa del defunto dai funzionari pubblici. Ad un anno di distanza, infatti, continua la battaglia per l’identificazione dei cadaveri, che impedisce ai parenti di accedere al risarcimento.

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xmanx
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Viandante Ad Honorem
@Magonzo ha scritto:ics, la caratteristica che definisce univocamente il fascismo non è l'autocrazia - che da sola non basta - bensì il nazionalismo e il mito della Nazione;

senza quella ideologia, devi parlare di altro, anche quando ti trovi di fronte a regimi autocratici, dittatoriali, ecc...

Caro magonzo...io sono una persona molto pratica e concreta.
Non me ne frega un cazzo di definire correttamente fino all'ultima virgola cosa è un fascista.
Per me un fascista è colui che "sfrutta le altre persone per arricchirsi e impone tale sfruttamento con la forza e con la complicità delle istituzioni dello stato".
Un fascista è colui che "detiene in modo fraudolento la ricchezza, le risorse e la produzione e non riconosce agli altri esseri umani il diritto alla autodeterminazione, alla istruzione, al benessere, alle cure sanitarie, alla libertà di espressione, alla libertà di dissentire, alla libertà di pensiero e di parola, alla libertà di lavorare e di guadagnare in modo adeguato al proprio lavoro in modo da vivere dignitosamente".


Tutto il resto sono cazzate. Che lascio volentieri a te.

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Magonzo
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@xmanx ha scritto:
@Magonzo ha scritto:ics, la caratteristica che definisce univocamente il fascismo non è l'autocrazia - che da sola non basta - bensì il nazionalismo e il mito della Nazione;

senza quella ideologia, devi parlare di altro, anche quando ti trovi di fronte a regimi autocratici, dittatoriali, ecc...

Caro magonzo...io sono una persona molto pratica e concreta.
Non me ne frega un cazzo di definire correttamente fino all'ultima virgola cosa è un fascista.
Per me un fascista è colui che "sfrutta le altre persone per arricchirsi e impone tale sfruttamento con la forza e con la complicità delle istituzioni dello stato".
Un fascista è colui che "detiene in modo fraudolento la ricchezza, le risorse e la produzione e non riconosce agli altri esseri umani il diritto alla autodeterminazione, alla istruzione, al benessere, alle cure sanitarie, alla libertà di espressione, alla libertà di dissentire, alla libertà di pensiero e di parola, alla libertà di lavorare e di guadagnare in modo adeguato al proprio lavoro in modo da vivere dignitosamente".


Tutto il resto sono cazzate. Che lascio volentieri a te.

peccato, perché con una quota minima dello sforzo che fai per copiare e incollare i tuoi post potresti imparare a distinguere cose rilevanti;
prima o poi, chi dice che non gli interessa se è diesel o benzina, e dice che è uguale perché si muove, finisce per mettere benzina dove andrebbe il gasolio, tanto è lo stesso Sorriso Scemo

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xmanx
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E ora vediamo all'opera i fascisti.

24 aprile 2013: in Bangladesh crolla il Rana Plaza.


La catastrofe del Rana Plaza (più di 1.100 morti e oltre 1000 feriti) ha risollevato le polemiche sull'industria dell'abbigliamento del Bangladesh che esporta in tutto il mondo grazie alla produzione low-cost. Il numero impressionante di morti, gli oltre mille feriti. Il crollo del Rana Plaza, l'edificio di otto piani venuto giù come un castello di sabbia, dopo giorni di scricchiolii, crepe che si aprivano nei muri e ispezioni mal fatte, ha indignato il mondo intero.

I MARCHI COINVOLTI - Nel Rana Plaza si producevano, tra gli altri marchi, vestiti per Mango, per l'inglese Primark, per l'italiana Yes-Zee. Sul loro sito web le aziende che producono abiti 24 ore su 24, elencano tra i propri clienti noti brand tra cui Wal Mart, C&A, Kik (già noti per l'incendio nella fabbrica Tazreen, dove sono morti in novembre 112 lavoratori; e, per quanto riguarda la tedesca KIK, per l'incendio della pakistana Ali Enterprises, dove quasi 300 lavoratori sono morti lo scorso settembre), oltre a Gap e l'italiana Benetton, che però ha negato il proprio coinvolgimento con un comunicato stampa ufficiale. I marchi della moda che portano la produzione in paesi, dove il costo del lavoro è infinitamente inferiore, la tassazione favorevole, i governi compiacenti, si trovano con le spalle al muro.

La lista dei marchi internazionali che si rifornivano direttamente o tramite agenti al Rana Plaza e alla Tazreen è lunga e comprende pezzi da novanta come Walmart, Mango, Benetton, C&A, El Corte Ingles, Kik, Walt Disney, oltre alle altre italiane Piazza Italia, Manifattura Corona e Yes Zee. Segno di una industria dinamica e in crescita che deve oggi la sua fortuna principalmente alle commesse estere e alla compressione dei costi, anche quelli della sicurezza. Ma la tragedia del Rana Plaza, l’ultima di una lunga serie in Bangladesh, è stata troppo grande per essere rapidamente cancellata.  

Le vittime del Rana Plaza e della Tazreen attendono ancora un giusto risarcimento per la perdita dei propri cari, la sofferenza e il dolore vissuti, la perdita di reddito e lavoro. Per questo i sindacati internazionali hanno convocato un incontro a Ginevra lo scorso 11 e 12 settembre, alla presenza dell’ILO, ove discutere con le imprese coinvolte, la definizione di un meccanismo equo e trasparente per il risarcimento effettivo di tutte le vittime, senza alcuna distinzione. Si tratta di 54 milioni di euro per il dramma del Rana Plaza e di 4,3 milioni di euro per la Tazreen. Ad oggi nessuna delle imprese italiane coinvolte ha espresso la volontà di partecipare e contribuire al fondo negoziato e trasparente messo a punto a livello internazionale.



E parliamo, dunque, di questi fascisti di merda...che producono il cosiddetto "made in italy". Che tolgono il lavoro alle famiglie italiane e che lo comprano a prezzi stracciati dal Bangladesh...dove comprano non solo il lavoro, ma anche la vita dei nuovi schiavi.
Mentre loro, i fascisti, vanno in giro col 4x4, hanno la barca che sfoggiano d'estate al club con gli amici, e vivono in ville-bunker perchè hanno paura di mostrare al mondo la loro faccia di merda.


Davvero pensate che questo andazzo potrà andare avanti per molto? eh?
Lo pensate davvero?
Beh...se lo pensate davvero siete proprio degli idioti. Come idioti sono stati tutti i fascisti che vi hanno preceduto e che, puntualmente, prima o poi sono finiti appesi.

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xmanx
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«L’industria paga i salari più bassi al mondo, ma non ha la decenza di assicurare la sicurezza di chi lavora per vestire mezzo mondo”, ha detto Brad Adams, direttore per la sezione asiatica dell’organizzazione Human Rights Watch. La paga mensile di un operaio è di circa 28 euro e l’industria tessile impiega 3 milioni di persone, in maggioranza donne. L’organizzazione accusa il ministero del Lavoro di Dacca di non fare controlli nelle fabbriche. «Non possiamo continuare ad assistere a un tale sacrificio di vite umane dovuto alla totale irresponsabilità di un sistema produttivo basato sulla competizione al ribasso» - afferma Deborah Lucchetti, referente della Campagna Abiti Puliti (la sezione italiana della Clean Clothes Campaign). Ma il tempo dell'azzardo sembra volgere al termine.

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laura18

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Ma allora tu sei comunista x? scratch 

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xmanx
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No cara Laura. Io sono un socialdemocratico.
Ma non un socialdemocratico derivato da un ex-comunista che non sapeva come riciclarsi nel mondo (i pezzi di merda comunisti possono riciclarsi finchè vogliono....ma la loro puzza rimane).

Ma la mia inchiesta non è ancora finita.

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Zadig
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@xmanx ha scritto:
Per me un fascista è colui che "sfrutta le altre persone per arricchirsi e impone tale sfruttamento con la forza e con la complicità delle istituzioni dello stato".
Un fascista è colui che "detiene in modo fraudolento la ricchezza, le risorse e la produzione e non riconosce agli altri esseri umani il diritto alla autodeterminazione, alla istruzione, al benessere, alle cure sanitarie, alla libertà di espressione, alla libertà di dissentire, alla libertà di pensiero e di parola, alla libertà di lavorare e di guadagnare in modo adeguato al proprio lavoro in modo da vivere dignitosamente".

mi stai dicendo che anche il Berlusca è fascista?
la descrizione che hai fatto non potrebbe essere più fedele, soprattutto se ci aggiungi che è pure colluso con organizzazioni mafiose e che probabilmente è un mandante di assassini.

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Zadig
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Viandante Ad Honorem
@xmanx ha scritto:No cara Laura. Io sono un socialdemocratico.
Ma non un socialdemocratico derivato da un ex-comunista che non sapeva come riciclarsi nel mondo (i pezzi di merda comunisti possono riciclarsi finchè vogliono....ma la loro puzza rimane).

Ma la mia inchiesta non è ancora finita.
non dire cazzate: tu sei berlusconiano (a parte la parentesi grillina in cui mentivi più del solito), quindi sei di centro destra.
Però puzzi di merda anche tu, forse per aver leccato il culo a berlusconi per troppo tempo.

NB: le tue non sono inchieste, ma copiaincolla forsennati e fuorvianti poichè troppo di parte.

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xmanx
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11 settembre 2012 - Incendio alla Ali Enterprise di Karachi - Pakistan
Pakistan, operai bruciati vivi. Ma la fabbrica aveva certificazione italiana


L' 11-9-2012 un incendio terrificante ha distrutto la fabbrica tessile «Ali Enterprises» di Karachi, nella regione pakistana del Sindh. La conta dei morti iniziava a poche ore dall’incendio che, nella città di Lahore, aveva distrutto una fabbrica illegale di scarpe, uccidendo almeno 25 persone. Ma è a Karachi che si è consumato il più grave disastro industriale del Pakistan moderno: i dati riportati dai media parlano di 289 morti, tra cui 23 donne. Secondo Zehra Akbar Khan, segretaria della Home Based Women Workers Federation, cui dobbiamo le informazioni che oggi pubblichiamo, i morti sono quasi 250. «Molti mancano ancora all’appello, e sono più di 70 i corpi che saranno riconsegnati alle loro famiglie solo dopo che sarà stato effettuato un test del DNA. La maggior parte dei lavoratori non era registrata regolarmente in fabbrica, e molti erano assunti tramite agenzie esterne, attraverso il sistema dei subappalti. Siamo stati informati che c’erano più di 600 operai nella fabbrica al momento dell’incendio. Pensiamo anche che il numero delle donne sia superiore a quello riportato dai media. Sono soprattutto le donne, infatti, a essere impiegate nel settore tessile, e lo stesso avveniva nella fabbrica dove è scoppiato l’incendio. Al lavoro c’erano anche dei minori. Sono stati recuperati i cadaveri di due bambini, di 15 e 16 anni».

L’incertezza delle stime non lascia dubbi sul fatto che si sia trattato di una strage di operai e operaie, ed è indicativa del fatto che nella fabbrica di Karachi lavoravano uomini, donne e bambini in condizioni informali, senza una lettera o un contratto di assunzione, reclutati prevalentemente attraverso il sistema del caporalato.

Quasi 250 operai bruciati vivi nello stabilimento in fiamme, appena certificato come ‘sicuro’. L’inferno della Ali Enterprises, il settore tessile dei poveri: dopo la terribile tragedia di Karachi, il peggiore incidente industriale della storia pakistana, non è ancora stata fatta chiarezza. Neppure sulla validità dei sistemi di controllo che, solo un mese prima, avevano dato all’azienda l’ambita certificazione SA8000. Nato nel 1997 per garantire i requisiti etici delle imprese verso i lavoratori, questo prestigioso attestato internazionale era stato rilasciato all’azienda il 20 agosto, meno di un mese prima. Da chi? Dal Rina, il Registro Italiano Navale di Genova, una società di ispezione accreditata a livello mondiale.

Da anni il gruppo ligure tiene sotto controllo centinaia di aziende in tutto il pianeta, per conto di una struttura di New York. Sigle remote e anonime, che parlano la lingua franca della globalizzazione: come il Saas, Social Accountability Accreditation Services, l’ente che accredita il Rina, o come lo stesso Sai, Social Accountability International, con sede nella Grande Mela.

Un organismo finanziato dalle maggiori multinazionali, che non fa nulla per rivelare le conclusioni dei revisori accreditati, come l’azienda italiana. Né tanto meno i marchi i cui prodotti provenivano dallo stabilimento asiatico devastato dalle fiamme, in un contesto già in partenza tragico. Corruzione, malagestione, ricatti, omertà: è il sistema dell’industria tessile pakistana. Che, da sola, vale il 53% delle esportazioni del Paese. E che vede consumarsi una strage dopo l’altra. Compresa quella del 11 settembre 2012 a Karachi: una tragedia evitabile, avvenuta in uno stabilimento in cui, su oltre mille impiegati, solo 250 erano assunti regolarmente.

Già passato alla storia come uno degli incidenti industriali peggiori di sempre, l’incendio che ha distrutto la Ali Enterprises rappresenta un notevole smacco per i marchi occidentali ed i factory monitoring system che ne garantiscono l’eticità: verifiche e attestati di buona salute alle fabbriche situate nei Paesi in via di sviluppo, sempre più attive nel produrre capi di abbigliamento, apparecchi elettronici e centinaia di altri prodotti destinati ai mercati occidentali. Lavoratori perfettamente tutelati, secondo i certificatori internazionali della Sai: nello stabilimento di Karachi, scrive il Rina nel suo sito web, gli estintori erano “visibili e accessibili a tutti”, nonché “disponibili in sufficiente misura”. Le vie di fuga? “Libere da ostacoli”. Perché, allora, 247 persone sono rimaste bloccate in una fabbrica le cui uscite erano sbarrate dall’esterno? Operai rimasti senza estintori e bruciati vivi, soffocati dal fumo o addirittura annegati negli scantinati dalle tonnellate di acqua riversate sull’edificio per spegnere le fiamme. Ma non doveva essere tutto in regola?

Karachi è una delle più grandi città del Pakistan, il cuore commerciale del paese, e secondo la Camera del Commercio e dell’Industria locale conta 10.000 fabbriche e sette aree industriali, cui bisogna aggiungere 50.000 piccole imprese informali costruite nelle zone residenziali. La «Ali Enterprise» ha un fatturato stimato tra i 10 e i 50 milioni di dollari l’anno, a fronte di un salario tra i 50 e i 100 dollari pagato alla fine del mese ai suoi operai, provenienti per la maggior parte dalle aree rurali del Sindh e del Punjab. L’azienda realizza semilavorati e prodotti finiti per il brand «OKAY Jeans», con sede in Germania. È uno degli impianti che compongono l’imponente industria tessile pakistana, da cui nel 2011 ha avuto origine il 7,4% del prodotto interno lordo, nella quale ha trovato impiego il 38% dei lavoratori manifatturieri, e che ha fornito il 55,6% delle merci destinate all’esportazione.

Lo sfruttamento intensivo del lavoro operaio è il motivo politico che a Karachi, come in molte altre fabbriche del mondo, fa considerare la morte degli operai come un rischio che si può correre. Nelle fabbriche pakistane, cinesi, messicane o italiane l’espressione «società del rischio» non ha a che fare né con la contingenza né col frammento, ma assume un significato costante, letale e globale. Qui il neoliberismo non è un’eccezione del sistema democratico, non ha a che fare con la crisi della rappresentanza, non è una governance distante o incomprensibile. Qui c’è un sistema sociale di sfruttamento con garanzie istituzionali evidenti e identificate.

L’11/9 del movimento operaio pakistano non è un incidente locale o confinabile, né un episodio tragico in un sistema di sviluppo tardivo. Non è nemmeno un incidente sul lavoro in una fabbrica lontana. A Karachi, come a Taranto o a Torino, la morte è trattata come l’inevitabile effetto collaterale del processo di valorizzazione del capitale. L’assenza di controlli e norme di sicurezza perseguita dagli industriali con il beneplacito dei governi non è un’eccezione resa possibile dalla corruzione diffusa, ma la condizione di possibilità di un sistema di sfruttamento che fa leva sulla creazione di differenziali – nei salari, negli standard di sicurezza, nell’organizzazione politica e sindacale del lavoro – per accrescere il profitto.

Publichiamo di seguito la dichiarazione di Nasir Mansoor, della segreteria della National Trade Union Federation del Pakistan (NTUF) diffuso all’indomani dell’incendio di Karachi.

È stato il giorno più buio e triste della storia del movimento operaio in Pakistan, quello in cui oltre 300 lavoratori sono bruciati vivi nel terribile incendio in una fabbrica tessile di Karachi, l’11 settembre. Non si è trattato del primo incidente di questo tipo, in quella fabbrica come in molte altre. È un fenomeno quasi quotidiano ma che passa sempre sotto silenzio, finché non si trasforma in un crimine atroce illuminato sui media da una luce sinistra. Più di 300 lavoratori hanno perso le loro vite preziose, immolate sull’altare della sfrenata passione capitalistica per il profitto.

La società, in questo modo, è criminalmente brutalizzata, e nessuno ascolta le voci e le invocazioni dei reietti della terra finché un danno incalcolabile e una miseria inimmaginabile non li colpiscono. È quanto accaduto agli operai della «Ali Enterprises», una fabbrica tessile nell’area industriale SITE di Karachi, dove già un paio di incendi erano scoppiati senza che nessuna agenzia governativa intervenisse con azioni severe.

Si è venuti a sapere che la fabbrica era stata impiantata illegalmente, senza essere registrata secondo quanto previsto dal Factories Act. È una fabbrica che produce per l’esportazione. Qui, in Pakistan, la maggioranza delle fabbriche non è registrata sotto il Factories Act, così da evitare regole e regolamenti, e negare ai lavoratori qualsiasi diritto. L’edificio della fabbrica non era stato approvato come avrebbe dovuto, secondo la Karachi Building Authority (KBA). Le misure di sicurezza sono osservate molto raramente, e questa era la situazione anche alla «Ali Enterprises», dove c’era una sola uscita di sicurezza per più di 500 lavoratori, dove tutte le finestre erano chiuse con sbarre di ferro, e dove le porte e le scale erano ingombrate dalle merci finite o semilavorate.

Come fonte di energia era utilizzato un generatore, privo di qualsiasi sicurezza. In generale, questa è la causa principale degli incendi assieme all’esplosione delle caldaie. In questo caso 300 giovani donne e uomini sono stati uccisi in un paio d’ore, e molti corpi sono ancora sepolti tra le macerie. Non c’erano sistemi antincendio, né estintori nella fabbrica. La maggioranza dei lavoratori era assunta tramite agenzie in subappalto, e praticamente nessuno aveva una lettera di assunzione, così che l’identità di molte delle vittime può essere accertata solo attraverso il test del DNA. Nessun lavoratore era registrato presso il Social Security and Employees Old Age Benefit Institute (EOBI) o il Worker Welfare Board/Fund. Ai lavoratori della fabbrica era stato negato il diritto di formare un loro sindacato, e di godere dei loro diritti alla contrattazione collettiva. I lavoratori che sono sopravvissuti all’incidente dicono che la fabbrica era assicurata, ma non gli operai, e accusano il proprietario di aver pianificato egli stesso l’incendio per ottenere il risarcimento dall’assicurazione.

La NTUF è stata la prima a reagire di fronte all’incidente, e ha organizzato una manifestazione a Karachi chiedendo l’arresto del proprietario, l’imputazione dei funzionari responsabili e le dimissioni dei ministri del lavoro, dell’industria, e del Governatore del Sindh a causa della loro grave negligenza. La NTUF ha anche chiesto una compensazione di un milione di Rupie per le famiglie dei lavoratori morti, e di 400.ooo Rupie per quelli feriti, oltre che cure mediche gratuite. Ha chiesto, ancora, che si dia avvio a una rigida ispezione, con la collaborazione dei corpi rappresentativi dei lavoratori, che tutte le fabbriche siano registrate sotto il Factories Act, e che siano applicate nel loro spirito le leggi sulla sicurezza, abolendo l’orrendo sistema dei subappalti e garantendo a tutti i lavoratori una lettera di assunzione, la registrazione presso le istituzioni di previdenza sociale e il godimento degli schemi di welfare. La NTUF, infine, ha fatto appello alle organizzazioni internazionali dei lavoratori affinché facciano pressione sui marchi e le etichette internazionali per costringere le industrie locali alla stretta osservanza delle leggi sul lavoro e degli standard di sicurezza previsti dall’Organizzazione mondiale del lavoro e dalle leggi di ciascun paese.

Come informazioni importanti, è necessario aggiungere che si stima che più di 650 operai fossero nella fabbrica al momento dell’incendio; che sembra che la cantina fosse allagata, così che più di 250 persone erano state chiamate a intervenire per risolvere il problema e altrettanti corpi sono ancora intrappolati sotto terra; che più di 100 donne siano morte nell’incendio, e con loro alcuni bambini.

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xmanx
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Viandante Ad Honorem
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8 ottobre 2013
Bangladesh, un altro incendio
A Dacca 10 morti e 50 feriti.


C'è stato l'ennesimo incendio in una fabbrica del Bangladesh: 10 persone sono morte e più di 50 sono rimaste ferite in un rogo divampato nella fabbrica Aswad Composite Mills a Dhaka.

I vigili del fuoco hanno impiegato diverse ore per spegnere le fiamme e le indagini sulle cause dell'incendio sono tuttora in corso. La Clean Clothes Campaign denuncia la perdita di altre vite umane nell'ennesimo incendio in una fabbrica del Paese asiatico, dopo l'altra tragedia avvenuta il 24 aprile scorso, sempre alla periferia di Dacca.

Si lavora per i marchi occidentali. I lavoratori intervistati dal Workers Rights Consortium hanno dichiarato che stavano producendo soprattutto per il marchio di abiti George, di proprietà Walmart.

Le bolle di spedizione che mostrano i dati sulle importazioni collegano un certo numero di altri brand a quella fabbrica, tra cui le due aziende canadesi Loblaw e Husdon Bay Company.

Ci aspettiamo di trovare altri marchi che si rifornivano presso quella fabbrica e solleciteremo tutti ad assumersi precise responsabilità e a impegnarsi concretamente per assicurare un giusto risarcimento e le adeguate cure mediche a chi ne ha diritto.

Anche questo non è un incidente locale o confinabile, né un episodio tragico in un sistema di sviluppo tardivo. Non è nemmeno un incidente sul lavoro in una fabbrica lontana. A Karachi, come a Taranto o a Torino, la morte è trattata come l’inevitabile effetto collaterale del processo di valorizzazione del capitale. L’assenza di controlli e norme di sicurezza perseguita dagli industriali con il beneplacito dei governi non è un’eccezione resa possibile dalla corruzione diffusa, ma la condizione di possibilità di un sistema di sfruttamento che fa leva sulla creazione di differenziali – nei salari, negli standard di sicurezza, nell’organizzazione politica e sindacale del lavoro – per accrescere il profitto.

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xmanx
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Questo è il cosiddetto "nuovismo" o "modernismo" fascista e neoliberista, che vede nella globalizzazione la via per cancellare decenni di lotte e di conquiste sociali nel mondo occidentale.

Sfruttando i nuovi schiavi del terzo mondo, infatti, i nostri "illuminati" industriali e banchieri (che dicono che le nostre costituzioni sono troppo socialiste) si pongono l'obiettivo di trasformare anche l'occidente in un bacino di nuovi schiavi.
Cioè di riportare l'occidente al medioevo.

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Candido
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Viandante Storico
@xmanx ha scritto:Questo è il cosiddetto "nuovismo" o "modernismo" fascista e neoliberista, che vede nella globalizzazione la via per cancellare decenni di lotte e di conquiste sociali nel mondo occidentale.

Sfruttando i nuovi schiavi del terzo mondo, infatti, i nostri "illuminati" industriali e banchieri (che dicono che le nostre costituzioni sono troppo socialiste) si pongono l'obiettivo di trasformare anche l'occidente in un bacino di nuovi schiavi.
Cioè di riportare l'occidente al medioevo.

Non si poteva dir meglio. Ora però come fare per poter salvare capra e cavoli, il diritto al lavoro di tutti, la possibilità di avere condizioni umane di lavoro, il livellamento delle condizioni di lavoro fra oriente e occidente, in modo che l'oriente si avvicini ai nostri modi e non noi ai loro, come invece sta accadendo? Chi bisognerà appendere all'albero più alto per attuare questa rivoluzione? Chi si armerà di bazooka? Le domande non sono retoriche.

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xmanx
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La Cina Comunista

La Cina, ufficialmente la Repubblica Popolare Cinese (RPC), è uno Stato sovrano situato nell'Asia orientale. È il paese più popoloso del mondo, con una popolazione di oltre 1.35 miliardi.

La Repubblica Popolare Cinese (RPC) è uno Stato a partito unico governato dal Partito Comunista, con la sua sede del governo nella capitale Pechino.

Il comunismo cinese
Nella seconda metà del Novecento, si afferma una linea economica che inizialmente segue il modello sovietico e poi tenta un percorso alternativo che porterà al disastro del Grande balzo in avanti. La terribile carestia, la repressione, i lavori forzati e la Rivoluzione Culturale in cui furono protagoniste le Guardie Rosse, provocheranno decine di milioni di morti (si stima siano circa 65 milioni).

4 giugno 1989 - Il massacro di Piazza Tienanmen
La protesta di piazza Tienanmen fu una serie di dimostrazioni guidate da studenti, intellettuali e operai nella Repubblica Popolare Cinese tra il 15 aprile e il 4 giugno 1989.

Simbolo della rivolta è considerato il Rivoltoso Sconosciuto, uno studente che, da solo e completamente disarmato, si parò davanti a una colonna di carri armati per fermarli: le fotografie che lo ritraggono sono popolari nel mondo intero e sono per molti un simbolo di lotta contro la tirannia.
In Occidente il tragico avvenimento è conosciuto anche col nome di Primavera democratica cinese.




La tragedia di Piazza Tienanem inizia il 18 aprile 1989, quando un pugno d studenti occupò la piazza di Pechino con lo slogan: "Abbasso il comunismo, viva la democrazia, viva la cina". Nel giro di qualche giorno quel pugno di studenti diventarono migliaia di persone.

In Occidente la protesta di piazza Tienanmen viene considerata un evento fondamentale e importantissimo del XX secolo, ma in Cina e in generale nell'Oriente le tracce di questo episodio sembrano essere state cancellate e il solo parlarne, specialmente in Cina, è un vero e proprio tabù.

Questa forma di dittatura esercitata dal Partito Comunista Cinese, che si estende anche alla propaganda e al controllo pressoché totale dei mass media, diventa piuttosto evidente durante i vari 4 giugno (il giorno del massacro), che vengono commemorati dai manifestanti scampati al massacro e da chi li avrebbe voluti supportare; dal 1989 la festa viene celebrata dalla popolazione con marce o fiaccolate. Durante questa giornata, i mezzi di comunicazione e le autorità militari cinesi tengono d'occhio sia internet (motori di ricerca, chat e social network compresi), sia i dissidenti relegati agli arresti domiciliari, sia le persone che decidono di scendere nelle strade per commemorare pubblicamente il giorno della protesta di piazza Tienanmen.

Gli studenti innalzarono nella piazza simbolo di Pechino, ma di tutta la Cina, una statua, era la Dea della Democrazia, l’ispirazione è chiaramente quella della Statua della Libertà.  Il 20 maggio gli studenti avviano lo sciopero della fame.
La notte del 3 giugno l'esercito, su ordine dei vertici del Partito Comunista Cinese, iniziò a muoversi dalla periferia verso Piazza Tienanmen. Di fronte alla resistenza che incontrarono, aprirono il fuoco su studenti, operai, oppositori e arrivarono in piazza. Nonostante non sia possibile una ricostruzione perfetta dei fatti, fu un massacro.
La Croce Rossa Internazionale parla di almeno 2600 morti, ma cifre attendibili ci dicono che i morti furono almeno 12mila.


La cina comunista e i blue jeans delle multinazionali

I blue jeans sono sempre stati un grande
affare e negli ultimi anni la moda del
tessuto pretrattato per apparire logoro
ha dato nuovo impulso alla domanda.
Il metodo più semplice ed economico
per ottenere questo effetto consiste
nel sottoporre il tessuto all’azione
abrasiva della sabbia silicea sparata ad alta
pressione mediante bocchettoni collegati a
compressori ad aria o all’interno di cabine
di sabbiatura. La mancanza di appositi
sistemi di aspirazione, di mezzi protettivi
e della necessaria formazione, espone gli
operatori al rischio di contrarre la silicosi,
malattia polmonare mortale causata
dall’inalazione di polvere di silice.


L’indagine prende in esame sei fabbriche
della provincia del Guandong nella Cina
meridionale, un’area geografica nella quale
si concentra la metà della produzione
mondiale di blue jeans.

Molti dei marchi più famosi hanno eliminato la sabbiatura dal
loro ciclo produttivo, ma le testimonianze
dei lavoratori rivelano che il trattamento
continua ad essere effettuato di nascosto.
L’introduzione presso alcune fabbriche
di altri tipi di lavorazioni per stingere i
tessuti comporta rischi diversi e solo in
rari casi gli operatori vengono addestrati
a lavorare in sicurezza.

Si lavora molto
spesso fino a 15 ore al giorno con mezzi
protettivi insufficienti o inesistenti per
compensi miseri, esposti al rischio di
malattie dal potenziale esito mortale. I
controlli medici ai quali i lavoratori vengono
sottoposti sono del tutto inadeguati ed è
alta la probabilità che le malattie, una volta
contratte, non vengano diagnosticate.

Il primo allarme sul rischio di silicosi
associato alle lavorazioni nell’industria
dell’abbigliamento fu lanciato quasi
dieci anni fa da medici turchi. Il numero
crescente di decessi e di malattie diffuse
fra i giovani lavoratori nella produzione di
jeans spinse nel 2009 il governo turco a
decretare il divieto della sabbiatura.

L’anno
successivo, la campagna “Killer jeans”
riuscì a convincere oltre 40 grandi marche
del denim ad annunciare l’eliminazione
della sabbiatura dal loro ciclo produttivo.
Tuttavia, le lavorazioni ottenute con
questa tecnica non sono cessate e si
accompagnano ad altri trattamenti dannosi,
quali la carteggiatura manuale e l’uso di
sostanze chimiche.

Il rapporto rivolge raccomandazioni
ai marchi, ai governi e alle istituzioni
internazionali affinché sia messa la parola
fine una volta per tutte all’uso della
sabbiatura nella produzione di jeans.
Le iniziative volontarie si sono rivelate
inadeguate ad affrontare il problema, e i
marchi stessi ammettono di non essere
in grado di verificare l’effettiva cessazione
della sabbiatura nelle loro filiere.

L’unica
soluzione possibile all’uso generalizzato
di una tecnica dannosa per la salute e
la sicurezza dei lavoratori è il divieto
obbligatorio a livello internazionale della
sabbiatura nell’industria dell’abbigliamento,
unito a programmi formativi all’uso sicuro
di ogni gli altro trattamento di finitura.

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xmanx
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Per il momento la Cina ha firmato solamente quattro convenzioni fondamentali dell’ILO, e queste non includono le Convenzioni
87 e 98 sulla libertà di associazione e sulla contrattazione collettiva.


La Cina ha recentemente firmato la convenzione
155 sulla salute e sicurezza sul lavoro, che impegna il governo a garantire ufficialmente condizioni di lavoro sicure.

Tuttavia la Cina detiene uno spaventoso record nazionale di infortuni e malattie professionali: secondo le statistiche ufficiali del governo cinese, ci sono stati 380.000 incidenti sul posto di lavoro nel corso del 2009, nei quali 83.196 persone hanno perso la vita, per un totale di 228 lavoratori morti al giorno.
Ma queste sono stime "comuniste". Per avere una idea dei numeri reali bisognerebbe, molto probabilmente, moltiplicare quei numeri per 1000.


La Cina ha approvato molte norme sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, ma la loro effettiva attuazione, così come per
la maggior parte delle altre leggi sul lavoro, è del tutto carente. Sono necessari mesi o addirittura anni prima che ad un lavoratore
venga adeguatamente diagnosticata la malattia e possa pertanto intraprendere l’iter per il risarcimento. Qualcuno muore prima ancora di arrivare alla fase di accertamento. Se si riesce ad ottenere una diagnosi, occorre dimostrare la correlazione fra la malattia e il lavoro svolto. Serve poi una valutazione del grado di inabilità al lavoro, e per far questo bisogna provare l’esistenza di un rapporto di lavoro, il che di solito significa fornire un contratto scritto. Si tratta molto spesso di un ostacolo insormontabile in quanto ben pochi lavoratori possono contare su contratti regolari.
Per aspirare al riconoscimento del risarcimento integrale i lavoratori non devono più essere in servizio, sia per dimissioni
volontarie che per licenziamento, e ciò significa non poter disporre di un reddito per tutta la durata del lungo procedimento legale.
L’entità del risarcimento è calcolata in base alla retribuzione media dell’anno precedente, ed è indispensabile esibire le buste paga, che molti lavoratori non ricevono mai. Le buste paga, quando sono disponibili, spesso riportano un salario più basso, generalmente il salario minimo, in modo da ridurre i contributi sociali versati dal datore di lavoro.

Questo rapporto presenta i risultati di indagini effettuate in sei stabilimenti della provincia del Guangdong, la quale ospita la più grande concentrazione di produttori di jeans in Cina e
rappresenta circa la metà di tutta la produzione mondiale di denim.


Le fabbriche si differenziano per dimensioni, grado di modernità e
standard di lavoro. Dei sei stabilimenti, due (Conshing Clothing Group Co. Ltd, di seguito Conshing e Zhongshan Yida Apparel Ltd, di seguito Yida) sono fra i principali produttori di abbigliamento e impiegano migliaia di lavoratori; Yida afferma di coprire circa il 4% dell’intero mercato dei jeans degli Stati Uniti. La Conshing produce circa 50.000 capi al giorno sia per il mercato locale che per l’esportazione.

La Dongguan Tianxiang (di seguito Tianxiang, ma nota anche come Tim Cheung) è una fabbrica più piccola che occupa circa 400 lavoratori. Le altre tre fabbriche sono molto più piccole e vengono classificate come fornitori di secondo livello. Weiqiang Washing Plant (di seguito Weiqiang) e Dongguang Golden City Washing Sandblast & Brush Factory (di seguito Golden City) sono
entrambi subfornitori che, stando al gruppo proprietario di Yida, Crystal Group, hanno prodotto in passato capi di abbigliamento
per Yida. La Golden City produce anche per l’ultima delle sei fabbriche: Dongguan Gloss Mind Apparel Co (di seguito Gloss Mind).

L’indagine ha accertato che solo una fabbrica, la Gloss Mind, ha completamente eliminato la sabbiatura dalla linea di produzione; gli impianti di sabbiatura nelle altre fabbriche vengono segnalati come ancora in funzione.

Secondo le testimonianze raccolte tra gli operai cinesi, una fabbrica ha continuato ad operare di nascosto, smantellando le attrezzature per la sabbiatura prima delle ispezioni dei committenti.

Nel corso di un audit nel 2011 la stessa Levi Strauss ha scoperto che uno dei suoi fornitori aveva operato in questo modo. Un
altro sistema utilizzato dalle fabbriche per eludere i controlli è quello di chiudere a chiave i locali per la sabbiatura, sottoporli a
stretta sorveglianza, autorizzando l’accesso esclusivamente ai sabbiatori.
Pertanto, invece di essere eliminata, la sabbiatura sembra trasformarsi in un’operazione più segreta, creando un
ambiente di lavoro potenzialmente ancora più letale.

Abbiamo anche scoperto che molti degli altri processi di finissaggio utilizzati per trattare i jeans espongono i lavoratori a gravi rischi poiché le lavorazioni vengono raramente, se non mai, eseguite in modo sicuro.
La ricerca ha accertato che gli addetti alla carteggiatura o al trattamento chimico non sono stati addestrati al corretto utilizzo delle attrezzature e dei materiali, né vengono muniti di adeguati dispositivi di protezione, come mascherine e occhiali.

Sono state inoltre scoperte diffuse violazioni in relazione ad orari di lavoro, straordinari, libertà di associazione, regolarità dei contratti. Il tutto traccia un quadro desolante dell’industria
dell’abbigliamento cinese, un settore che poggia sul lavoro di manodopera migrante la quale non ha altra scelta se non quella di
rischiare la salute per un compenso misero producendo jeans per i più prestigiosi marchi internazionali.


Yida segnala fra i suoi clienti Levi Strauss, H&M, Gap, Hollister, Wrangler, Old Navy, Faded Glory e Duo.
Il sito internet di Conshing afferma che il suo principio guida è “la qualità in primo luogo, i clienti prima di tutto” e che l’azienda ha
avviato relazioni d’affari, fra gli altri, con Lee, Wrangler, Jack & Jones, Only, Phard, CLRIDE.n e Vero Moda per conservare la sua posizione sul mercato e continuare ad essere “uno dei
principali produttori cinesi di abbigliamento casual”.

Fra i principali clienti di Tianxiang ci sono Hollister e American Eagle. Weiqiang è stato fornitore di Lee e di Levi’s (attraverso
Yida). Golden City e Gloss Mind compaiono nell’elenco dei fornitori di Levi Strauss, insieme a Yida.

Tutte e sei le fabbriche presentano livelli diversi di non conformità con le norme a tutela della salute e della sicurezza. Per esempio, nessuna di quelle in cui sono stati segnalati trattamenti con sabbiatura ha fornito agli addetti dispositivi di protezione, e in tutte e sei le condizioni di igiene e sicurezza sono
del tutto insoddisfacenti. Alte concentrazioni nell’aria di polveri di fibre tessili o di sabbia aumentano esponenzialmente il rischio di
contrarre non solo la silicosi ma anche la bissinosi (nota come “polmone dei lavoratori del cotone”), la fibrosi polmonare e altre
malattie dell’apparato respiratorio.


http://www.abitipuliti.org/images/sandblasting/report_sabbiatura_italiano.pdf

Viene semplicemente da vomitare. E vorrei tanto vomitare in bocca a quei figli di puttana.

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Zadig
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sarebbe da vomitare in bocca pure ai preti che, ad esempio, fanno morire le persone di Cesano di tumore a causa delle radiazioni di radio merda vaticana (che, tra l'altro, schiaccia anche le altre radio con la sua potenza di emissione). E fanno morire soprattutto i bambini, quei bambini che non disdegnano di inchiappettarsi come si presenta l'occasione propizia.

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21
laura18

Viandante Mitico
Viandante Mitico
@Zadig ha scritto:sarebbe da vomitare in bocca pure ai preti che, ad esempio, fanno morire le persone di Cesano di tumore a causa delle radiazioni di radio merda vaticana (che, tra l'altro, schiaccia anche le altre radio con la sua potenza di emissione). E fanno morire soprattutto i bambini, quei bambini che non disdegnano di inchiappettarsi come si presenta l'occasione propizia.
...ma no..che dici??Non è mica vero...solo propaganda comunista che fa parte della sottocultura nichilistica... fischio 

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xmanx
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
Sarebbe come dire che siccome i Riva con la loro acciaieria hanno ucciso di cancro i cittadini di taranto, allora dobbiamo chiudere tutte le acciaierie e mandare in galera tutti gli imprenditori, anche quelli seri.
No. I Riva, che sono i responsabili, vadano in galera a vita. E costruiamo acciaierie sicure, dove la gente possa vivere in sicurezza.

Chissà perchè il nostro femminiello, quando un regime komunista si macchia di crimini contro l'umanità, sostiene che non è colpa del sistema komunista in quanto tale....ma è "un solo compagno che ha sbagliato".
Quando invece sbaglia un prete....invece dice "cancelliamo tutti i preti".

Vedi femminiello, se c'è un crimine è giusto che i criminali vengano sbattuti in galera. Siano essi preti, froci, o komunisti.

Sai qual è il tuo problema, femminiello? E' che il tuo modo di pensare è inequivocabilmente komunista....ahahahahah  SGHIGNAZZARE 

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nextlife
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Viandante Affezionato
Viandante Affezionato
Amico X, secondo me tu non sei più un fanciullo e siccome non sei più tale: prima della tua dipartita, che ti auguro possa essere il più lontano possibile, non avverti l’imperiosa esigenza di lasciare l’arcipelago del non-sense, per approdare su di un piccolo lembo di terra nel quale un albero rimanga tale passati venticinquemillesimidisecondo?

Al netto di wikimelasognoanchelanotte e le tue mille crociate: un barlume; un briciolo; un atomo di coerenza; no?

Hai scritto,  in neretto (con relativa veemenza a tergo):
«Per me un fascista è colui che "sfrutta le altre persone per arricchirsi e impone tale sfruttamento con la forza e con la complicità delle istituzioni dello stato".
Un fascista è colui che "detiene in modo fraudolento la ricchezza, le risorse e la produzione e non riconosce agli altri esseri umani il diritto alla autodeterminazione, alla istruzione, al benessere, alle cure sanitarie, alla libertà di espressione, alla libertà di dissentire, alla libertà di pensiero e di parola, alla libertà di lavorare e di guadagnare in modo adeguato al proprio lavoro in modo da vivere dignitosamente
".

Ora: pallottoliere alla mano, calcola quante volte – in questo tuo ultimo intervento – ti sei dichiarato tale.

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24
laura18

Viandante Mitico
Viandante Mitico
@nextlife ha scritto:Amico X, secondo me tu non sei più un fanciullo e siccome non sei più tale: prima della tua dipartita, che ti auguro possa essere il più lontano possibile, non avverti l’imperiosa esigenza di lasciare l’arcipelago del non-sense, per approdare su di un piccolo lembo di terra nel quale un albero rimanga tale passati venticinquemillesimidisecondo?

Al netto di wikimelasognoanchelanotte e le tue mille crociate: un barlume; un briciolo; un atomo di coerenza; no?

Hai scritto,  in neretto (con relativa veemenza a tergo):
«Per me un fascista è colui che "sfrutta le altre persone per arricchirsi e impone tale sfruttamento con la forza e con la complicità delle istituzioni dello stato".
Un fascista è colui che "detiene in modo fraudolento la ricchezza, le risorse e la produzione e non riconosce agli altri esseri umani il diritto alla autodeterminazione, alla istruzione, al benessere, alle cure sanitarie, alla libertà di espressione, alla libertà di dissentire, alla libertà di pensiero e di parola, alla libertà di lavorare e di guadagnare in modo adeguato al proprio lavoro in modo da vivere dignitosamente
".

Ora: pallottoliere alla mano, calcola quante volte – in questo tuo ultimo intervento – ti sei dichiarato tale.
    

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Candido
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Viandante Storico
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Preti, kommunisti, fascisti...ancora...

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