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L' Amore...un Mito

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NinfaEco
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Viandante Ad Honorem
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Tutti questi miti parlano dell'amore, e come ogni mito parlano per immagini.
Ognuno di noi vedrà quindi in questi miti qualcosa, che parla di se stesso
e tutto sarà vero e falso insieme, tutto sarà presente per chi vorrà coglierlo.
Queste sono le immagini, il linguaggio della parte più segreta di noi.
Per questo le considero come di cristallo tra i mondi...


Simposio …. 3 racconti dell’amore
Il Medico dice che l’amore consiste in un “riempimento/svuotamento” d’organi finalizzati al mantenimento dell’equilibrio (Krasis).
Il Poeta tira in ballo gli Androgini. In poche parole, oggi siamo mezze mele… ma un tempo eravamo mele intere. Eravamo completi, sia uomini che donne… e quindi tanto felici da suscitare l’invidia degli Dei che pensarono bene di dividerci per sempre. Da allora tutti noi cercheremmo la nostra meta e l’amore consisterebbe in questo.
Socrate racconta invece la storia di Poros e Penia. Penia era la Dea della Mancanza e non a caso mancava di tutto. Era un cesso di donna, nemmeno giovane o intelligente. Per questo nessuno tra gli Dei la considerava o invitava ai banchetti sull’Olimpo… a quanto pare molto esclusivi. Poros invece era il Dio dell’Espediente, capace di procurarsi tutto ciò che voleva. Una notte di festa nell’Olimpo dei privilegiati. Mentre Poros ciocco perso scende a valle incrocia Penia che aspettava sul pendio che le tirassero qualche cosa. Penia si innamora di Poros perché ha ciò che le manca e approfitta di lui. Dal rocambolesco amplesso, nasce Eros: come la madre perennemente affamato e scalzo ma come il padre capace di procurarsi ciò che vuole in ogni modo.


A me colpisce il mito di Poros e Penia, perchè penso che l'amore sia esattamente questo e che in questo consista la difficoltà di goderne.

Apollo e Dafne
Il mito di Dafne ha come prologo l'uccisione da parte del dio Apollo del serpente Pitone. Fiero di sé il dio del Sole si vantò della sua impresa con il dio dell'Amore Cupido, schernendolo per il fatto che le sue armi, arco e frecce, non sembravano adatte a lui. Cupido, deciso a vendicarsi, colpì il dio con una freccia d’oro, in grado di far innamorare alla follia dei e mortali della prima persona su cui avessero posato gli occhi dopo il colpo, e la ninfa Dafne, di cui Apollo si era invaghito, con una freccia di piombo che faceva rifuggire l'amore. La ninfa colpita dalla freccia di piombo appena vide Apollo cominciò a fuggire. Apollo iniziò allora ad inseguirla, finché non giunse presso il fiume Peneo, pregando il padre di aiutarla (o secondo altre varianti la ninfa si rivolse alla Terra). Dafne si trasformò così in un albero d’alloro. Il dio, ormai impotente, decise di rendere questa pianta sempreverde e di considerarla a lui sacra e a rappresentare un segno di gloria da porre sul capo dei migliori fra gli uomini, capaci d'imprese esaltanti.


Questo mito mi irrita.
E' il mito che racconta della capacità di desiderare esclusivamente ciò che non si ha.
Descrive un desiderio egoistico ed incapace di crescere.

Narciso ed Eco
Eco era una ninfa che riusciva ad incantare con la parola. Zeus se ne avvaleva per distrarre Giunone e poterla così tradire con le altre ninfe. Ma Giunone, scoperto l'inganno, punisce Eco togliendole la possibilità di parlare autonomamente: ella può adesso solo riferire le parole che gli altri pronunciano.
Poi accade che Eco, addolorata per essere stata respinta da Narciso, piange fino a rinsecchirsi e a ridursi a un sasso in prossimità di uno specchio d'acqua. Narciso si trova a passare vicino a questo specchio d'acqua e vede la propria immagine riflessa. Se ne innamora perdutamente. A questo punto egli urla il proprio dolore e la propria infelicità per l'impossibilità di realizzare l'amore nei confronti della propria immagine riflessa. E lei che vorrebbe urlargli il suo amore, può solo urlagli le ultime parole che lui pronuncia. Narciso così muore nel tentativo di abbracciare se stesso riflesso, sordo o al massimo infastidito da quell'eco senza senso.


Parla di un coglione e di una demente. Mi ci riconosco abbastanza.

Orfeo ed Euridice
Orfeo, era poeta e musicista eccezionale, tanto che lo stesso Apollo divenne suo fans e gli regalò una lira.
Ogni creature amava Orfeo ed era incantata dalla sua musica e dalla sua poesia ma Orfeo aveva occhi solo per una donna: Euridice, figlia di Nereo e di Doride che divenne sua sposa. Il destino però non aveva previsto per loro un amore duraturo infatti un giorno la bellezza di Euridice fece ardere il cuore di Aristeo che si innamorò di lei e cercò di sedurla. La fanciulla per sfuggire alle sue insistenze si mise a correre ma ebbe la sfortuna di calpestare un serpente nascosto nell'erba che la morsicò, provocandone la morte istantanea.
Orfeo, impazzito dal dolore e non riuscendo a concepire la propria vita senza la sua sposa decise di scendere nell'Ade per cercare di strapparla dal regno dei morti. Convinse con la sua musica Caronte a traghettarlo sull'altra riva dello Stige; il cane Cerbero ed i giudici dei morti a farlo passare e nonostante fosse circondato da anime dannate che tentavano in tutti i modi di ghermirlo, riuscì a giungere alla presenza di Ade e Persefone. Una volta giunto al loro cospetto, Orfeo iniziò a suonare e a cantare la sua disperazione e solitudine e le sue melodie erano così piene di dolore e di disperazione che gli stessi signori degli inferi si commossero.
Fu così che fu concesso ad Orfeo di ricondurre Euridice nel regno dei vivi a condizione che durante il viaggio verso la terra la precedesse e non si voltasse a guardarla fino a quando non fossero giunti alla luce del sole.
Orfeo, presa così per mano la sua sposa iniziò il suo cammino verso la luce.
Durante il viaggio, un sospetto cominciò a farsi strada nella sua mente pensando di condurre per mano un'ombra e non Euridice. Dimenticando così la promessa fatta si voltò a guardarla ma nello stesso istante in cui i suoi occhi si posarono sul suo volto Euridice svanì, ed Orfeo assistette impotente alla sua morte per la seconda volta.
Invano Orfeo per sette giorni cercò di convincere Caronte a condurlo nuovamente alla presenza del signore degli inferi ma questi per tutta risposta lo ricacciò alla luce della vita.


E' la figura dell'amore infelice per eccellenza... dove infondo uno dei due è interamente oggetto ( amato) e l'altro amante.....
molto bello, ma infondo non è mai esistito se non nei sogni dell'amante


Amore e Psiche
Psiche è la più giovane di tre sorelle, figlie di un re, ella è venerata per la sua bellezza, le genti accorrono per vederla, le recano offerte, paragonando la sua terrena bellezza a quella della dea Venere. La divinità della bellezza, invidiosa, incarica il figlio, Amore, di suscitare amore nella fanciulla verso un uomo vile che non la ricambi. Psiche è molto triste, viene adorata e trattata come una dea, la sua bellezza è apprezzata in ogni dove ed è ammirata come fosse una splendida statua, ma nessun uomo chiede la sua mano. La giovane ne è addolorata ed il padre, vedendola scontenta, decide di interrogare l’oracolo di Mileto e, con preghiere e sacrifici, chiede al dio un matrimonio felice per la figlia. Nel responso della divinità, al re viene consigliato di portare la bella figlia in cima ad una rupe, perché si congiunga poi ad un mostro, temuto addirittura da Giove. Psiche viene quindi ornata come se dovesse prendere parte ad onoranze funebri e viene condotta su un colle. Il padre e le sorelle, addolorati, fanno ritorno, piangenti per l’indegna sorte della ragazza. Psiche, sconfortata e sola sul colle, viene sospinta dal lieve alito di vento che Zefiro le offre per trovare la giusta via. Psiche giunge in uno splendido palazzo, invaso da luce che fa luccicare i muri d’oro e comprende di trovarsi in un luogo divino, solo un dio poteva essere capace di tanta magnificenza. La giovane viene accolta da misteriose voci che la guidano e la servono, le mostrano la sua nuova dimora, mentre durante la notte, ella può congiungersi con il suo sconosciuto amante di cui ancora non conosce l’identità, e se ne innamora. Psiche riesce a convincere Amore, questo il nome del compagno, a far giungere le due sorelle nel suo palazzo, ma queste, cariche d’invidia verso la sorella fortunata, la inducono a chiedere al marito di farsi vedere alla luce, cosa che non le era concessa date le sue divine sembianze. Le invidiose sorelle convincono Psiche a credere che Amore sia un mostro, così, su loro consiglio, tenta di ucciderlo nella notte. Servendosi di una lampada ad olio per fare luce, rimane folgorata dalla bellezza del Dio e prende a baciarlo, pentendosi amaramente del gesto che avrebbe dovuto compiere; ma uno schizzo d’olio bollente proveniente dalla lampada ferisce Amore che, sentendosi tradito per il gesto che Psiche stava per ultimare, fugge sull’Oimpo. Venere viene a conoscenza del fatto che Amore non ha eseguito l’incarico affidatogli e si infuria per il comportamento del figlio. Psiche, privata di Amore, vaga alla ricerca dell’amante. Dopo vari incontri con divinità e diverse prove a cui l’incantevole fanciulla è sottoposta, viene assolta dagli dei e Zeus le dona l’immortale vita divina per rimanere eternamente al fianco di Amore.

In questo mito io leggo una verità fondamentale.
Ogni amore è illusione e basta la luce di una lanterna per dissolverla. L'incapacità di fidarsi e l'incapacità di vivere dissolvono ciò che va accolto solo come mistero. Vivere davvero è difficile.

Orihime e Kengyu
Tentei, il re delle stelle, aveva una figlia bellissima il cui nome era Orihime. La principessa Orihime era molto abile nel tessere al telaio e sapeva fare i vestiti più belli. Suo padre era molto orgoglioso di lei, ma la impegnò così tanto nel lavoro di tessitura che non le restava mai il tempo per fare nient'altro. Orihime aveva il cuore gonfio di tristezza, perché pensava che non avrebbe mai incontrato nessuno di cui innamorarsi. Finalmente suo padre ebbe pietà di lei e le scelse un marito. Kengyu era un mandriano che viveva al di là del fiume. Orihime e Kengyu si sposarono e la loro felicità era così perfetta che Orihime lasciò che sul suo telaio si depositasse la polvere e smise di fare i suoi bellissimi vestiti. Tentei era arrabbiato. Pensava che Orihime volesse abbandonare il suo lavoro. Decise allora di separare i due innamorati e fece in modo che vivessero su opposte sponde del grande fiume. C'è da dire, però, che questo non era un fiume qualsiasi, infatti scorreva lungo il reame delle stelle.
Era la Via Lattea.
Orihime e Kengyu non avevano modo di attraversarla.
Orihime aveva una tale nostalgia di Kengyu che pianse finché le sue lacrime corsero giù, fin sull'abito che stava tessendo.«Macchierai il vestito!» disse Tentei. «E sia. Se tuo marito ti manca tanto, potrai vederlo una volta l'anno.» Così il re delle stelle combinò che una volta l'anno, nel settimo giorno del settimo mese, il barcaiolo della luna traghettasse Orihime attraverso il fiume per far visita a Kengyu.
Ma se la principessa non fa bene il suo lavoro, Tentei fa piovere così tanto da provocare la piena del fiume, e allora il barcaiolo non arriva. Quando questo avviene, tutte le gazze del Giappone volano verso il fiume e formano un ponte, così che Orihime cammina leggera sui loro dorsi piumati per raggiungere l'amato Kengyu. E Tentei non può farci nulla.


Anche in questo mi riconosco pericolosamente e il perchè non lo so neanche dire. Sarà che ho sempre avuto la senzazione di dover lottare contro qualcosa.



Mi piacerebbe sapere cosa ci vedete voi e parlarne... così in leggerezza.
se poi vi riconoscete in altri racconti.....basta postarli e fare lo stesso.

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Il piccolo mugnaio
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Simposio …. 3 racconti dell’amore
Il Medico dice che l’amore consiste in un “riempimento/svuotamento” d’organi finalizzati al mantenimento dell’equilibrio (Krasis).
Il Poeta tira in ballo gli Androgini. In poche parole, oggi siamo mezze mele… ma un tempo eravamo mele intere. Eravamo completi, sia uomini che donne… e quindi tanto felici da suscitare l’invidia degli Dei che pensarono bene di dividerci per sempre. Da allora tutti noi cercheremmo la nostra meta e l’amore consisterebbe in questo.
Socrate racconta invece la storia di Poros e Penia. Penia era la Dea della Mancanza e non a caso mancava di tutto. Era un cesso di donna, nemmeno giovane o intelligente. Per questo nessuno tra gli Dei la considerava o invitava ai banchetti sull’Olimpo… a quanto pare molto esclusivi. Poros invece era il Dio dell’Espediente, capace di procurarsi tutto ciò che voleva. Una notte di festa nell’Olimpo dei privilegiati. Mentre Poros ciocco perso scende a valle incrocia Penia che aspettava sul pendio che le tirassero qualche cosa. Penia si innamora di Poros perché ha ciò che le manca e approfitta di lui. Dal rocambolesco amplesso, nasce Eros: come la madre perennemente affamato e scalzo ma come il padre capace di procurarsi ciò che vuole in ogni modo.


Sugli Androgini io credo sia più di larghe vedute la visione.. la teoria della mezza mela è inapplicabile perchè l'unicità stessa di un qualcosa, la mela, viene a mancare appena questa è divisa.. e penso che una cosa divisa non possa mai più tornare se stessa.
Credo che nella vita ci si debba adattare molto spesso.. e arrangiarsi.. Poros ne sa qualcosa.. e all'occorenza non penso che si sarebbe posto problemi a unire una mezza mela a una mezza pesca se il sapore era di suo gradimento.






Apollo e Dafne
Il mito di Dafne ha come prologo l'uccisione da parte del dio Apollo del serpente Pitone. Fiero di sé il dio del Sole si vantò della sua impresa con il dio dell'Amore Cupido, schernendolo per il fatto che le sue armi, arco e frecce, non sembravano adatte a lui. Cupido, deciso a vendicarsi, colpì il dio con una freccia d’oro, in grado di far innamorare alla follia dei e mortali della prima persona su cui avessero posato gli occhi dopo il colpo, e la ninfa Dafne, di cui Apollo si era invaghito, con una freccia di piombo che faceva rifuggire l'amore. La ninfa colpita dalla freccia di piombo appena vide Apollo cominciò a fuggire. Apollo iniziò allora ad inseguirla, finché non giunse presso il fiume Peneo, pregando il padre di aiutarla (o secondo altre varianti la ninfa si rivolse alla Terra). Dafne si trasformò così in un albero d’alloro. Il dio, ormai impotente, decise di rendere questa pianta sempreverde e di considerarla a lui sacra e a rappresentare un segno di gloria da porre sul capo dei migliori fra gli uomini, capaci d'imprese esaltanti.


Però è bello desiderare cio' che non si ha.. non fa male a nessuno, il desiderio, come i sogni.. come la speranza.. sono le poche cose che ancora sono di libero arbitrio su questa terra.. lasciamole desiderare .. magari anche illudere un po.. lasciamole, se poi chiaramente questo non trascende in dolore per l'inappagatezza di non raggiungere e non avere.. chiaramente.






Narciso ed Eco
Eco era una ninfa che riusciva ad incantare con la parola. Zeus se ne avvaleva per distrarre Giunone e poterla così tradire con le altre ninfe. Ma Giunone, scoperto l'inganno, punisce Eco togliendole la possibilità di parlare autonomamente: ella può adesso solo riferire le parole che gli altri pronunciano.
Poi accade che Eco, addolorata per essere stata respinta da Narciso, piange fino a rinsecchirsi e a ridursi a un sasso in prossimità di uno specchio d'acqua. Narciso si trova a passare vicino a questo specchio d'acqua e vede la propria immagine riflessa. Se ne innamora perdutamente. A questo punto egli urla il proprio dolore e la propria infelicità per l'impossibilità di realizzare l'amore nei confronti della propria immagine riflessa. E lei che vorrebbe urlargli il suo amore, può solo urlagli le ultime parole che lui pronuncia. Narciso così muore nel tentativo di abbracciare se stesso riflesso, sordo o al massimo infastidito da quell'eco senza senso.


"Parla di un coglione e di una demente. Mi ci riconosco abbastanza"
.. eh.. e credi di riconoscerti solo tu?? Narciso potendo avrebbe clonato la sua metà mela.. e Simposio si sarebbe incazzato come il Minotauro.
Eco fà una figura migliore almeno.. per me è moralmente più realizzata, anche se anche qui' ricadiamo nel discorso di prima.. l'inappagatezza di non raggiungere il proprio desiderio, però alla fine meglio tristemente rinsecchirsi ma essere sinceri con se stessi.. e magari all'ultimo secondo rendersi conto che è meglio non stare con un mitologico testa di cazzo.






Orfeo ed Euridice
Orfeo, era poeta e musicista eccezionale, tanto che lo stesso Apollo divenne suo fans e gli regalò una lira.
Ogni creature amava Orfeo ed era incantata dalla sua musica e dalla sua poesia ma Orfeo aveva occhi solo per una donna: Euridice, figlia di Nereo e di Doride che divenne sua sposa. Il destino però non aveva previsto per loro un amore duraturo infatti un giorno la bellezza di Euridice fece ardere il cuore di Aristeo che si innamorò di lei e cercò di sedurla. La fanciulla per sfuggire alle sue insistenze si mise a correre ma ebbe la sfortuna di calpestare un serpente nascosto nell'erba che la morsicò, provocandone la morte istantanea.
Orfeo, impazzito dal dolore e non riuscendo a concepire la propria vita senza la sua sposa decise di scendere nell'Ade per cercare di strapparla dal regno dei morti. Convinse con la sua musica Caronte a traghettarlo sull'altra riva dello Stige; il cane Cerbero ed i giudici dei morti a farlo passare e nonostante fosse circondato da anime dannate che tentavano in tutti i modi di ghermirlo, riuscì a giungere alla presenza di Ade e Persefone. Una volta giunto al loro cospetto, Orfeo iniziò a suonare e a cantare la sua disperazione e solitudine e le sue melodie erano così piene di dolore e di disperazione che gli stessi signori degli inferi si commossero.
Fu così che fu concesso ad Orfeo di ricondurre Euridice nel regno dei vivi a condizione che durante il viaggio verso la terra la precedesse e non si voltasse a guardarla fino a quando non fossero giunti alla luce del sole.
Orfeo, presa così per mano la sua sposa iniziò il suo cammino verso la luce.
Durante il viaggio, un sospetto cominciò a farsi strada nella sua mente pensando di condurre per mano un'ombra e non Euridice. Dimenticando così la promessa fatta si voltò a guardarla ma nello stesso istante in cui i suoi occhi si posarono sul suo volto Euridice svanì, ed Orfeo assistette impotente alla sua morte per la seconda volta.
Invano Orfeo per sette giorni cercò di convincere Caronte a condurlo nuovamente alla presenza del signore degli inferi ma questi per tutta risposta lo ricacciò alla luce della vita.


E' la figura dell'amore infelice per eccellenza... dove infondo uno dei due è interamente oggetto ( amato) e l'altro amante.....
molto bello, ma infondo non è mai esistito se non nei sogni dell'amante

E' Stupendo però è di una tristezza disarmante, una lotta per avere la propria amata.. avere la testa solo per lei.. scendere agli inferi addirittura.. strapparla dalle difficoltà più assolute.. sfumata per un secondo di esitazione e di dubbio..
E quanto è attuale!







Amore e Psiche
Psiche è la più giovane di tre sorelle, figlie di un re, ella è venerata per la sua bellezza, le genti accorrono per vederla, le recano offerte, paragonando la sua terrena bellezza a quella della dea Venere. La divinità della bellezza, invidiosa, incarica il figlio, Amore, di suscitare amore nella fanciulla verso un uomo vile che non la ricambi. Psiche è molto triste, viene adorata e trattata come una dea, la sua bellezza è apprezzata in ogni dove ed è ammirata come fosse una splendida statua, ma nessun uomo chiede la sua mano. La giovane ne è addolorata ed il padre, vedendola scontenta, decide di interrogare l’oracolo di Mileto e, con preghiere e sacrifici, chiede al dio un matrimonio felice per la figlia. Nel responso della divinità, al re viene consigliato di portare la bella figlia in cima ad una rupe, perché si congiunga poi ad un mostro, temuto addirittura da Giove. Psiche viene quindi ornata come se dovesse prendere parte ad onoranze funebri e viene condotta su un colle. Il padre e le sorelle, addolorati, fanno ritorno, piangenti per l’indegna sorte della ragazza. Psiche, sconfortata e sola sul colle, viene sospinta dal lieve alito di vento che Zefiro le offre per trovare la giusta via. Psiche giunge in uno splendido palazzo, invaso da luce che fa luccicare i muri d’oro e comprende di trovarsi in un luogo divino, solo un dio poteva essere capace di tanta magnificenza. La giovane viene accolta da misteriose voci che la guidano e la servono, le mostrano la sua nuova dimora, mentre durante la notte, ella può congiungersi con il suo sconosciuto amante di cui ancora non conosce l’identità, e se ne innamora. Psiche riesce a convincere Amore, questo il nome del compagno, a far giungere le due sorelle nel suo palazzo, ma queste, cariche d’invidia verso la sorella fortunata, la inducono a chiedere al marito di farsi vedere alla luce, cosa che non le era concessa date le sue divine sembianze. Le invidiose sorelle convincono Psiche a credere che Amore sia un mostro, così, su loro consiglio, tenta di ucciderlo nella notte. Servendosi di una lampada ad olio per fare luce, rimane folgorata dalla bellezza del Dio e prende a baciarlo, pentendosi amaramente del gesto che avrebbe dovuto compiere; ma uno schizzo d’olio bollente proveniente dalla lampada ferisce Amore che, sentendosi tradito per il gesto che Psiche stava per ultimare, fugge sull’Oimpo. Venere viene a conoscenza del fatto che Amore non ha eseguito l’incarico affidatogli e si infuria per il comportamento del figlio. Psiche, privata di Amore, vaga alla ricerca dell’amante. Dopo vari incontri con divinità e diverse prove a cui l’incantevole fanciulla è sottoposta, viene assolta dagli dei e Zeus le dona l’immortale vita divina per rimanere eternamente al fianco di Amore.

In questo mito io leggo una verità fondamentale.
Ogni amore è illusione e basta la luce di una lanterna per dissolverla. L'incapacità di fidarsi e l'incapacità di vivere dissolvono ciò che va accolto solo come mistero. Vivere davvero è difficile.

L'incapacità di vivere soprattutto. E' l'eterno dubbio di essere nel giusto o nel torto, oltre l'angoscia di constarare il venir meno della fiducia accordata al prossimo.





Orihime e Kengyu
Tentei, il re delle stelle, aveva una figlia bellissima il cui nome era Orihime. La principessa Orihime era molto abile nel tessere al telaio e sapeva fare i vestiti più belli. Suo padre era molto orgoglioso di lei, ma la impegnò così tanto nel lavoro di tessitura che non le restava mai il tempo per fare nient'altro. Orihime aveva il cuore gonfio di tristezza, perché pensava che non avrebbe mai incontrato nessuno di cui innamorarsi. Finalmente suo padre ebbe pietà di lei e le scelse un marito. Kengyu era un mandriano che viveva al di là del fiume. Orihime e Kengyu si sposarono e la loro felicità era così perfetta che Orihime lasciò che sul suo telaio si depositasse la polvere e smise di fare i suoi bellissimi vestiti. Tentei era arrabbiato. Pensava che Orihime volesse abbandonare il suo lavoro. Decise allora di separare i due innamorati e fece in modo che vivessero su opposte sponde del grande fiume. C'è da dire, però, che questo non era un fiume qualsiasi, infatti scorreva lungo il reame delle stelle.
Era la Via Lattea.
Orihime e Kengyu non avevano modo di attraversarla.
Orihime aveva una tale nostalgia di Kengyu che pianse finché le sue lacrime corsero giù, fin sull'abito che stava tessendo.«Macchierai il vestito!» disse Tentei. «E sia. Se tuo marito ti manca tanto, potrai vederlo una volta l'anno.» Così il re delle stelle combinò che una volta l'anno, nel settimo giorno del settimo mese, il barcaiolo della luna traghettasse Orihime attraverso il fiume per far visita a Kengyu.
Ma se la principessa non fa bene il suo lavoro, Tentei fa piovere così tanto da provocare la piena del fiume, e allora il barcaiolo non arriva. Quando questo avviene, tutte le gazze del Giappone volano verso il fiume e formano un ponte, così che Orihime cammina leggera sui loro dorsi piumati per raggiungere l'amato Kengyu. E Tentei non può farci nulla.


Anche in questo mi riconosco pericolosamente e il perchè non lo so neanche dire. Sarà che ho sempre avuto la senzazione di dover lottare contro qualcosa.

Le cose facili .. troppo facili non ti fanno apprezzare la bellezza delle passioni, in questo caso credo che ci sia una sorta di mutuo destino.. a volte benevolo.. a volte crudele, avere una persona cara a portata di mano.. ma può anche essere inteso come un fine diverso.. spesso si trova combattuto dal proprio io e dai propri impegni e doveri che molto spesso non corrispondono a cio' che vuoi, ma il tuo ruolo celestiale è quello.. e lo devi comunque portare avanti anche sacrificando i tuoi desideri..




Io ho molti racconti simili.. Somali.. di un popolo ora allo sbando ma prima culla della civiltà, epici racconti di storie antichissime tramandate da generazione a generazione per via orale.. fra mito e realtà.. poi scritte un centinaio di anni fa, e che mi feci tradurre da un vecchietto che parlava benissimo l'italiano.. dovrei scannerizzarle ma non ho proprio il tempo..
Spero di poterlo fare quanto prima perchè ne vale veramente la pena, sono racconti stupendi e di un attualità che ti sconvolge.. un ottimo spunto per riflettere su molti aspetti della vita.

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The Royal
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@NinfaEco ha scritto:

Tutti questi miti parlano dell'amore, e come ogni mito parlano per immagini.
Ognuno di noi vedrà quindi in questi miti qualcosa, che parla di se stesso
e tutto sarà vero e falso insieme, tutto sarà presente per chi vorrà coglierlo.

Per quanto mi rigurda non posso fare altro che compiacermi per questo maestoso andamento che tu hai conferito al tuo thread. Leggero' con attenzione , ma intanto desidererei dare un piccolo contributo circa il concetto di mito, Spero no ot.Grazie.Tutte le volte in cui si parla di mito, nelle nostre coscienze emergono subito le immagini sognanti di realta' personificate in personaggi divini che le popolazioni crearono per rappresentare ed osannare tutte quelle dimensioni tanto supreme, quanto inaspiegabili che da sempre fanno parte della realta' umana. Da qui nasce appunto il mito che tu hai posto al centro della tua rubrica. Ma vorrei focalizzare su questo. Comunemente, il mito sarebbe qualcosa di astratto e di immaginario, cioe' sarebbe la proiezione divina e superomistica delle realta' analizzate. Io credo che non sia cosi' e sono convionto che molte delle personalita' divine che appunto alimentarono le mitiche convinzioni, in realta' siano esistite. E non e' pacchianeria affermarlo. Almeno secondo me. Perche'. Perche' l'attuale storiografia, secondo me zoppicherebbe.Cioe' essa conterrebbe tutti i presupposti evoluzionistici che fanno letteralmente a pugni con il mito.Ed io non sono d'accordo, poiche' innanzitutto nei ricordi umani, appunto non c'e assolutamente nulla di animalesco, anzi, le letterature fanno riferimento ad epoche remote in cui la vita degli uoimini era simile a quella della divinita'. E la sostanziosa rubrica di Ninfaeco credo proprio che si muova in questa direzione. E poi perche' esiste, sempre nella storiografia attuale una voragine cronologica mai riempita. Vediamo. In quanto evoluzionismo, l'apparizione del genere umano-umanoide sulla terra, sarebbe al massimo retroconducibile a qualche centinaio di migliaia di anni, mentre l'esistenza dei dinosauri o mostri sarebbe di parecchio piu' antica. Ma noi disponiamo di incisioni rupestri che raffigurano uomini e dinosauri contemporaneamente con figure di uomini che cavalcherebbero animali attribuiti a milioni di anni fa quando secondo le versioni ufficiali l'uomo non esisteva ancora. Ecco quindi che l'evoluzionismo sarebbe gia' subito per questo sconfitto e quindi faremmo un dovuto gesto di galanteria culturale verso Ninfaeco che ben sapra' fornire spunti di riflessione certamente piu' degni dei miei. BeautyfulSuina

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Ospite
@NinfaEco ha scritto:

Narciso ed Eco
Eco era una ninfa che riusciva ad incantare con la parola. Zeus se ne avvaleva per distrarre Giunone e poterla così tradire con le altre ninfe. Ma Giunone, scoperto l'inganno, punisce Eco togliendole la possibilità di parlare autonomamente: ella può adesso solo riferire le parole che gli altri pronunciano.
Poi accade che Eco, addolorata per essere stata respinta da Narciso, piange fino a rinsecchirsi e a ridursi a un sasso in prossimità di uno specchio d'acqua. Narciso si trova a passare vicino a questo specchio d'acqua e vede la propria immagine riflessa. Se ne innamora perdutamente. A questo punto egli urla il proprio dolore e la propria infelicità per l'impossibilità di realizzare l'amore nei confronti della propria immagine riflessa. E lei che vorrebbe urlargli il suo amore, può solo urlagli le ultime parole che lui pronuncia. Narciso così muore nel tentativo di abbracciare se stesso riflesso, sordo o al massimo infastidito da quell'eco senza senso.


Parla di un coglione e di una demente. Mi ci riconosco abbastanza.


Credo che uno dei tanti coglioni ci si riconoscerebbe, ma non capirebbe di essere un coglione, altrimenti non sarebbe Narciso per niente.



Ultima modifica di CignoNero il Mer 29 Set 2010 - 15:46, modificato 1 volta

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Bumble-bee
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“Aretusa era fra le ninfe a seguito di Diana quella prediletta, essi trascorrevano le loro giornate nei boschi che crescevano rigogliosi sotto il Monte Olimpo in Grecia, inseguendo caprioli e daini. Era bella la nostra Aretusa, ma talmente bella che quasi aveva turbamento e rossore a mostrarsi agli uomini. Durante una battuta di caccia si allontanò troppo dal gruppo di ancelle al seguito di Diana ed arrivò sola davanti alle sponde del fiume Alfeo, le cui acque erano pure, dolcissime e limpide tant’è che si poteva scorgere la ghiaia sul fondo. Era una giornata afosa e la ninfa aveva voglia di fare un bagno. Tutt’attorno v’era di un silenzio singolare, rotto solo dal cinguettare degli uccelli e dal verso delle anatre acquatiche. Aretusa, invogliata forse dal non essere vista e dal caldo opprimente, si tolse le candide vesti, li poggiò sopra un tronco d’albero di salice piangente reciso e s’immerse, iniziando ad entrare in acqua con portamento sinuoso ed aggraziato. Ebbe subito però la sensazione che verso il centro del fiume, l’acqua attorno a lei cominciasse a fremere e a formare dei vortici quasi danzanti, qual cosa di magico stava forse per succedere pensò, sembrava come se quell’acqua la volesse accarezzare ed avvolgere a se. Turbata da queste sensazioni cercò di uscire affrettatamente dalle acque, ma fu proprio in quel momento che il fiume Alfeo si tramutò in un bel giovane biondo che, sollevando la testa fuori dell’acqua e crollandosi la folta chioma, si mostrò alla ninfa Aretusa, con gli occhi di un innamorato.

La ninfa però presa dalla pausa riuscì a svincolarsi e a raggiungere con grande sforzo la riva, dove fuggì nuda e gocciolante. Alfeo con un balzo felino uscì anch’egli dal suo fiume e la inseguì senza vesti e colante di gocce d’acqua. Questo rincorrersi durò parecchio ed Alfeo non riuscì in un primo momento a raggiungere la ninfa. La seducente Aretusa però, cominciò a stancarsi e capì che le forze le venivano meno. Sentì che Alfeo stava per raggiungerla e violarla, lei che era una vergine selvaggia e pudica e che non aveva mai conosciuto l’amore.
Aretusa, per paura di essere raggiunta sopraffatta e profanata, chiese protezione a Diana , invocando di essere trasformata in sorgente in un luogo possibilmente molto lontano dalla Grecia.
Diana prima la avvolse in una nebbia misteriosa e la celò alla vista di Alfeo, poi la tramutò in una sorgente e la portò, come in uno strano sortilegio, in Sicilia a Siracusa presso l’isola di Ortigia.
Alfeo in mezzo a quella foschia perse così di vista la sua bella ninfa, ma non desistette dal cercarla e restò sul posto. Quando la nebbia però si diradò non trovò più nulla, vide solo come in uno specchio una fonte d’acqua zampillante ed immersa in un giardino meraviglioso. Alfeo capì il prodigio ed era talmente innamorato che straripò d’amore. Gli dei ne ebbero pietà e Giove l’onnipotente gli permise di raggiungere la sua amata, ma Alfeo dovette fare un grande sforzo, scavò un sotterraneo sotto il Mare Ionio e dal Peloponneso venne a sbucare nel Porto grande di Siracusa, accanto alla sua bella amata: Aretusa. Insieme vissero felici per sempre”.



La fonte aretusa si trova accanto al porto Grande di Siracusa, ma la sua fonte è alimentata da un fiume d'acqua dolce che proviene dal sottosuolo.

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xmanx
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Mah...l'amore è un mito solamente se la scopata va contestualizzata.

Sai com'è...ci sono i ristoranti di lusso, dove si mangia in una tavola finemente imbandita, posate d'argento, bicchieri di cristallo. Il prezzo da pagare e molto alto.

Poi hanno inventato i mac donald's. Più vicini alla vita moderna. Molto più convenienti.

Alla fine, in un caso e nell'altro, si mangia. sadness

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NinfaEco
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Sugli Androgini io credo sia più di larghe vedute la visione.. la teoria della mezza mela è inapplicabile perchè l'unicità stessa di un qualcosa, la mela, viene a mancare appena questa è divisa.. e penso che una cosa divisa non possa mai più tornare se stessa.
Credo che nella vita ci si debba adattare molto spesso.. e arrangiarsi.. Poros ne sa qualcosa.. e all'occorenza non penso che si sarebbe posto problemi a unire una mezza mela a una mezza pesca se il sapore era di suo gradimento.

Cosa ne pensi del compromesso?

@Il piccolo mugnaio ha scritto:
Però è bello desiderare cio' che non si ha.. non fa male a nessuno, il desiderio, come i sogni.. come la speranza.. sono le poche cose che ancora sono di libero arbitrio su questa terra.. lasciamole desiderare .. magari anche illudere un po.. lasciamole, se poi chiaramente questo non trascende in dolore per l'inappagatezza di non raggiungere e non avere.. chiaramente.

fa male a chi desidera, che la condizione di esistenza del suo desiderio è il fatto di non possedere.




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Il piccolo mugnaio
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@NinfaEco ha scritto:

Sugli Androgini io credo sia più di larghe vedute la visione.. la teoria della mezza mela è inapplicabile perchè l'unicità stessa di un qualcosa, la mela, viene a mancare appena questa è divisa.. e penso che una cosa divisa non possa mai più tornare se stessa.
Credo che nella vita ci si debba adattare molto spesso.. e arrangiarsi.. Poros ne sa qualcosa.. e all'occorenza non penso che si sarebbe posto problemi a unire una mezza mela a una mezza pesca se il sapore era di suo gradimento.

Cosa ne pensi del compromesso?

@Il piccolo mugnaio ha scritto:
Però è bello desiderare cio' che non si ha.. non fa male a nessuno, il desiderio, come i sogni.. come la speranza.. sono le poche cose che ancora sono di libero arbitrio su questa terra.. lasciamole desiderare .. magari anche illudere un po.. lasciamole, se poi chiaramente questo non trascende in dolore per l'inappagatezza di non raggiungere e non avere.. chiaramente.

fa male a chi desidera, che la condizione di esistenza del suo desiderio è il fatto di non possedere.





Cosa ne penso del compromesso?

Il compromesso storico.. ma ti posso parlare di quello dell'uomo?
Infatuazioni cosmiche, multipli innamoramenti, desideri infiniti... io per lavoro giro molto l'Italia, e vado spesso anche fuori (ultimamente un po meno).. e mi capitano tante occasioni, vedo potenziali mezze mele.. ci parlo , ci discuto del più e del meno.. si ammicca, alcune ti tentano a assestare un bel morso, altre a primo impatto si rivelano fantastiche persone per poi sgonfiarsi subito dopo.. credo che di mezze mele ve ne siano più di una al mondo, per questo non credo tanto alla teoria .. troppo perfetta e risolutiva per certi versi.
Le mezze mele si creano con le nostre fantasie, sembr a volte averla trovata e poi ti rendi conto che non lo è.. ho creato un nuovo detto in merito.. "non è bello cio' che combacia con te stesso.. ma cio' che ti da gusto alla vita".. se poi questo è venire a compromessi con tante cose.. si viene a compromessi, il cuore ci comanda di essere fragili a volte.. di sbagliare.. e di adattarci a persone e situazioni in generale.

Sul fatto di fare male il desiderare e non ottenere.. come ho già spiegato prima è strettamente correlato.
Siamo persone fondalmentalmente egoiste.. a volte pretendiamo troppo.. a volte perdiamo tutto, altre abbiamo tanto e non ce ne rendiamo conto.. e quando ci viene a mancare il nostro faro sveniamo perchè ci mancano le forze di reagire.
Ma c'è una inappagatezza che può essere vista positivamente e propositivamente.. nel caso di desiderare una persona, pur sapendo di non poterla avere.. anche se ti fa soffrire ti sprona a dare un senso alla tua vita, ossia di ricercare o raggiungere sempre e comunque e a tutti i costi (compromesso) i tuoi desideri, e se non raggiunti avere comunque la consapevolezza che la tua coscenza è serena perchè hai amato sinceramente.
Il fatto di soffrire è lo scotto che dobbiamo a volte pagare, è il dazio che ci tocca pagare per navigare in una vita fatta anche di delusioni.


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ReLear
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Viandante Affezionato
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Lancillotto e Ginevra

Riuniti tutti i regni, Artù riesce a scacciare i Sassoni, ma per evitare nuove invasioni e per unificare per sempre tutti i Bretoni, crea un castello con trentatré sale quadrate e una sola circolare, il cui nome, Camelot, passerà poi a indicare l’intera fortezza.

Al centro della sala è una tavola rotonda con dodici posti, ciascuno dei quali corrisponde a un segno dello Zodiaco. Lì trovano posto undici armati, compreso Artù. Manca un cavaliere che dovrà essere il migliore, il più forte e il più puro, se vorrà occupare il dodicesimo posto.

Un giorno, gli undici sono a caccia nel bosco, quando avanza un cavaliere tutto bianco, in sella a un destriero anch’esso bianco. È splendido, e un raggio di sole sembra accompagnarlo nel bosco, facendolo brillare tra le fronde.

Artù è preso da invidia e lo sfida a duello. Lottano con accanimento, senza riuscire ad abbattersi l’un l’altro, quando il re di Britannia, indietreggiando di alcuni metri, si accorge che il suo contendente è vestito esattamente al contrario di lui. Infatti quel giorno Artù ha corazza, elmo e cavallo neri.

Contemporaneamente anche l’altro si rende conto di avere di fronte la sua immagine rovesciata. Allora i due cessano di combattere e si abbracciano. Quel cavaliere è Lancillotto, che andrà a occupare il dodicesimo posto.

Il significato del duello è chiaro: il vero eroe deve poter armonizzare le sue due parti, quella oscura e quella luminosa, ovvero i sensi e la ragione, senza sacrificare gli uni all’altra e viceversa. Solo così sarà un vero eroe.

Altre imprese prodigiose aspettano i cavalieri, ma un’insidia minaccia proprio Lancillotto, il più puro.

Ginevra, moglie di Artù, si è follemente innamorata di lui, che pure ne ricambia il sentimento.

Entrambi tentano di opporsi alla passione per rispetto al re, ma un giorno, nella foresta, si trovano per caso soli. Una grande quercia li avviluppa con i rami, spingendoli vicini, finché sono costretti a guardarsi negli occhi.

In quell’attimo Lancillotto comprende di non essere più lo stesso. Non è un guerriero, un combattente, un uomo d’arme. Non è più nulla se non Ginevra stessa: egli è diventato la regina stessa, è tutt’uno con la donna amata. E la donna, per un processo identico, è divenuta Lancillotto.

Così, attraverso lo sguardo, si appartengono e «conoscono tutto quello che occorre avere, la sapienza».

Dunque per amare davvero occorre compenetrarsi totalmente, diventare l’altro e solo mediante tale partecipazione, tale totalità, si raggiunge la vera conoscenza. Un segreto magico è racchiuso in questo momento d’amore: l’atto di Ginevra e Lancillotto, che pure sembra un tradimento, è invece indispensabile per arrivare alla sapienza, come conferma il seguito della storia.


La storia:

Il bacio
Gli amanti vengono scoperti

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Maestrale

Viandante Forestiero
Viandante Forestiero
In merito al tema amore e mito trovo interessante la particolare vista prospettica dell’amore come possibilità di partecipazione, in qualche modo, al divino: è un’idea che mi ha sempre affascinato molto.
Sono felici gli dei? Feriti dall’esistere ci piace sovente immaginare di si. Di più.. ci piace immaginare di poter partecipare a questa felicità lontana. In fondo, quando amiamo e siamo amati, ci sentiamo un po’ dei.
Non ce lo possiamo dare da noi l'innamorarci, e ciascuno di noi ha ben presente la sensazione di “dono”, di un qualcosa che, nonostante noi, (che ben ci conosciamo ahimè...) ci viene regalato. Ha affascinato anche altri in verità. Gli antichi greci ed Omero per esempio
Eccola qui. Io la trovo molto bella: è la coppa di Nestore esposta al Museo Archeologico di Pithacusae (Ischia).


Come trovo bella ed anche un po’ commovente la leggenda ad essa legata. Citata nell’Iliade, l’iscrizione che reca su dice che chi beve da questo calice riceve dagli dei il “dono” di innamorarsi. Strana creatura l'amore: quando c'è fa un sacco di rumore ma complicatissimo farne a meno.

… un dono degli dei, appunto. Fuori dalla nostra portata. Semplicemente talvolta può accadere che qualcuno ci offra da bere…



Ultima modifica di Maestrale il Mer 9 Feb 2011 - 16:10, modificato 1 volta

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NinfaEco
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@Maestrale ha scritto:In merito al tema amore e mito trovo interessante la particolare vista prospettica dell’amore come possibilità di partecipazione, in qualche modo, al divino: è un’idea che mi ha sempre affascinato molto.

Anche a me e la trovo vera.
E' vera nella misura in cui costruiamo il divino sulla base delle esperienze di confine, ovvero i punti in cui si manifestano i significati più provondi rispetto alla nostra esistenza.
Tali sono la nascita e la morte e l'amore permette di viverli entrambi in rapporto di non contraddizione, in modo simile a quanto avverrebbe in una catarsi. Soltanto che non c'è nessuna sublimazione, ma al contrario immersione completa nella vita con tutto il suo bellissimo e insidioso fango. Nell'amore si gode del piacere dell'esperienza di confine insieme immergendosi in se stesso e trascendendosi nell'altro. Questo è fare l'amore.
Il fisico del corpo è superato, per pochissimo e ciò avviene proprio tramite il corpo.
Il divino e tutto ciò che è metafisico è nostro figlio. Creato ad immagine e somiglianza di queste esperienze.

Sono felici gli dei? Feriti dall’esistere ci piace sovente immaginare di si. Di più.. ci piace immaginare di poter partecipare a questa felicità lontana. In fondo, quando amiamo e siamo amati, ci sentiamo un po’ dei.
Non ce lo possiamo dare da noi l'innamorarci, e ciascuno di noi ha ben presente la sensazione di “dono”, di un qualcosa che, nonostante noi, (che ben ci conosciamo ahimè...) ci viene regalato.
Io ho sempre pensato che gli dei non fossero felici, ma fossero annoiati e soli.
Quando amo non mi sento Dio, perchè se mi sentissi Dio sarei così completa da non poter nemmeno amare un altra persona. Mi sento invece una persona completa, cioè viva e felice perchè ha trovata in un altra il compagno che le mancava per poter essere davvero.


Mi racconti bene la storia di Nestore?

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Maestrale

Viandante Forestiero
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@NinfaEco ha scritto: (...)
Io ho sempre pensato che gli dei non fossero felici, ma fossero annoiati e soli.
Quando amo non mi sento Dio, perchè se mi sentissi Dio sarei così completa da non poter nemmeno amare un altra persona. Mi sento invece una persona completa, cioè viva e felice perchè ha trovata in un altra il compagno che le mancava per poter essere davvero.
Mi racconti bene la storia di Nestore?

In realtà non c’era intenzione d’esprimere un’idea di come gli dei (ammesso che esistano) possano o non possano essere o sentirsi… Quel che tentavo di dire è che non sempre la possibilità di contentezza, finanche di felicità, ci appare vicina, ed allora s’immagina magari sia altrove e lontanissima.

Per quanto riguarda la storia non c’è molto da aggiungere in verità. La leggenda di questa coppa è legata ad una iscrizione presente sulla coppa stessa, che dice:

“Io sono la bella coppa di Nestore, chi berrà da questa coppa, subito lo prenderà il desiderio di Afrodite dalla bella corona”

PS Andando un filino in OT aggiungo che l’iscrizione sembra avere tra l’altro valore filologico e storico: dicono gli archeologi che si tratta del più antico frammento di poesia greca giunto a noi nella sua versione di stesura originale.

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Shri_Radha
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@Maestrale ha scritto: Quel che tentavo di dire è che non sempre la possibilità di contentezza, finanche di felicità, ci appare vicina, ed allora s’immagina magari sia altrove e lontanissima.



Qunt'è vero.......

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fantasma76
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