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Il Doloroso Parto del Topo

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Massimo Vaj
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NinfaEco
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Mi dispiace che tu non sia qui per parlarne ancora....

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NinfaEco
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Sull'Amore

Stava intrecciato intorno ad un monte aspro e ritorto, il piccolo Villaggio Grigio. Era poco più che un grappolo scomposto da una grandinata, le sue case acini ammaccati. Se il vento ci passava attraverso, lo faceva urlando perché era un villaggio sordo. Ante sprangate ed usci chiusi nascondevano abitanti segreti, divorati da spesse pareti e calcinacci turgidi d’acqua piovana.
Tra molte case ugualmente mute e voraci, ve n’era una che meno d’altre aveva mangiato. Nel suo ventre viveva una Donna. Di Lei si conosceva soltanto la sua Veste Bianca ed il modo inusuale di portarla. Del resto poco altro si può sapere se si è stati il pasto di case sprangate. I suo capelli li lasciava crescere, perché il vento avesse di che giocare, quando passava in visita nel Villaggio Grigio. La Donna Bianca lo attendeva seduta sulla porta di Casa porgendo il collo al suo saluto. Nello scarmiglio delle sue chiome dimentiche di cure, percepiva se stessa ed il suo corpo, come sarebbe avvenuto in un saluto di cui però non ricordava il gesto. Insieme al Vento poi si recava al pozzo a prender acqua o nell’orto a far verdura o a stendere i panni , per ritirarsi come di consueto al suo ripartire. Il Vento era per lei l’unica compagnia e lei per il Vento, l’unico motivo di correre lungo quelle stradine annodate.
I resto del tempo la Donna Bianca lo passava seduta dietro alle imposte chiuse, com’era costume nel suo paese. Accadeva però spesso che fosse tentata di sbirciare di sfuggita attraverso gli scuri, benché non potesse per resistente educazione rappresentarseli aperti. La sera in particolare la incantava la luna, quando allungava le sue dita gelide nell’oscurità densa della sua casa. Poteva sentirne le unghie d’argento graffiare il buio come se fosse pelle e stringerlo avide, con una passione infera di cui ignorava il nome.
Ogni notte osservava e taceva, senza fermasi. Ogni notte tranne una.
Cadde a sedere sullo scranno di legno. Si sentiva affannata e calda. Le dita gelide si allungavano intono al suo corpo e sotto la veste bianca, come se potesse diventare infinitamente lunghe, fredde e striscianti come serpenti. Ad aprire loro la strada, per ognuno di esse, lavorava un brivido sottile scavando a fior di pelle. Si accorse allora di non essere padrona della sua pelle che sia accendeva e scaldava, divenentava fremente, candida o rossa, secondo il ritmo di quelle lunghe dita d’argento. Ebbe paura, sentì il pericolo ed insieme ad esso un onda di piacere che non conosceva, e che la lasciò bagnata e gonfia, come accade ai corpi degli annegati che il mare dimentica lungo le sue scogliere. Allora le dita d’argento le accarezzarono il viso, senza fretta “ Sono qui per te, perché da sempre ti ho desiderata.” disse la luce gelida “Perché ti desidero da sempre striscio attraverso le grate delle tue finestre come un Ladro ogni notte. Per questo soltanto mi arrischio nelle tue stanze fino al limitare della notte, correndo il pericolo di finire bruciato dal giorno e dal suo Sole impietoso”. Enorme mani argentee le cingevano il busto per intero poggiando i pollici appena sotto i suo seni. Erano fermi, ma li lambivano come onde appena trattenute dalla sponda del mare, ogni volta più lunghe, ogni volta più potenti, ogni volta più vicine. “ Tu desideri me? Me chiusa nella mia casa? Come facevi a sapere di me?” Ella si sentì spezzare e le mani tornerò la sua schiena come accade ai pioppi che si intrattengono d’autunno lungo le rive dei canali “ Mi portò a te la notte ed avvenne per caso. Se non ci fosse stato buio intorno a me, non avrei nemmeno potuto notarti e se nella tua casa non avesse albergato la notte, nemmeno avresti potuto vedermi” disse la luce. “Accade dunque per caso che tu mi desideri?” disse la Donna Bianca abbandonando il suo viso alla carezza della Luce. “Sei un Essere Umano, Donna e non puoi meritare più del caso” disse la Luce cadendo a riempirle le labbra. La Donna Bianca l’accolse e ne bevve, come di un acqua di cui prima non conosceva la sete. Intanto la sua veste cadeva come se non le fosse mai appartenuta, come una foglia che termina la sua stagione. “Conosci tu l’amore? Conosci il desiderio?” le disse la Luce facendosi ampia sopra il suo corpo di latte. “Non conosco nessuno” disse lei in un gemito “Ben sai che le mie ante sono sempre sprangate e che null’altro se non il vento si avventura in paese” la Luce sorrise, terrificante e bellissima “bene” mormorò “posso dunque essere tuo sposo, per questa e per le notti che ti restano” Accadde e non ebbe il tempo di capire. Fu sul suo corpo, nel suo corpo ed infine si ritrovò sciolta nella Luce. Quando rinvenne, era mattina. Il suo corpo non era più leggero. Il suo viso stanco. Raccolse la veste e la indossò. Era così stretta che quasi non riusciva ad indossarla. Stava sollevata sul davanti, come se fosse stata accorciata durante la notte. Il suo ventre doleva ed era cresciuto, gonfio e greve come un frutto maturo. Non sapeva nulla di se e del mondo, se non il dovere delle faccende della sua casa, ed a quelle si dedicò anche quel giorno iniziato con una veste bianca più corta sul davanti.


.......................to be continued

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NinfaEco
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..................


Venne l’ora del Vento ed insieme si recarono al pozzo. Il suo amico volava leggero intorno a lei e scherzava con i suoi capelli. La Donna Bianca gli sorrideva, ma era stanca, tanto stanca. Non aveva la forza di giocare e portare in capo il secchio colmo d’acqua. Si sentiva pesante, tanto pesante. Il Vento lo capì e soffiò alle sue spalle per aiutarla. Poi soffiò lungo le sue gambe, per rinfrescarle. La veste bianca si tese in avanti infiorando i suoi passi di corolle di seta grezza e bianche volute. Così il Vento aiutò la Donna e la Donna ne accettò la cortesia. Il ventre si era gonfiato ancora e si era fatto basso. Lenti movimenti lo iniziarono a percorrerlo. La Donna bianca sentì un forte dolore. Cadde in ginocchio. Così, mentre l’acqua dal secchio caduto lungo il sentiero fuggiva la sete della polvere. Ci fu sangue e ci fu sudore. Il Vento tacque ed urlò la donna ed infine non urlò sola. Tra le sue gambe, nella polvere della sera piangeva un grasso bambino con immensa bocca rossa. La donna lo strinse al seno. Non capiva ma lo amava. Era bello e freddo come la Luce della luna.
Il Vento le accarezzò la fronte umida, come i prati lo sono di rugiada nell’ora prima, con tutta la delicatezza della primavera. La Donna copri con un lembo della sua veste il bambino, perché era presto perché anche lui ricevesse quella carezza e si risollevò. Ora era di nuovo leggera ed lo era il suo cuore, come accade ad una ninfea sull’acqua la sera. La sera già allungava ombre nere innanzi ai suoi passi. Il Vento, la Donna Bianca ed il Bambino Rosso si affrettarono e prima che la notte inondasse completamente il sentiero, l’uscio di casa fu chiuso.
Il tempo dietro le ante chiuse fu quel giorno per la donna un abbraccio morbido e fermo. Erano lei e il Bambino Rosso un nodo stretto nello scorrere delle corde del tempo. Lunghe o brevi, recise che fossero secondo il volere di chi le filava, quel nodo era stretto entro l’orizzonte di un abbraccio sormontato da un sorriso, come monti invalicabili da una falce di Luna. E La Luna giunse, strisciando attraverso gli scuri con la sua Luce. La Donna Bianca la accolse con amore infinito, perché le sue braccia erano divenute immense come il mare che circonda la terra intera. “ Un Bambino.. hai visto? Sono stata tanto male oggi, perché era finito nella mia pancia….. non so come… poi riuscito ad uscire” La Luce strisciò fredda su di lei e sul sonno del bambino allungando le sue dita. “Quel bambino finito per caso nella tua pancia, te l’ho donato io, perché sono il tuo sposo” “Nessuno mi hai mai fatto doni” arrossì la donna “ed il mio primo dono è tanto bello che non so come potrei darti io qualcosa che sia almeno in parte degno dell’amore che mi ha dato” La
Luce tremò in una risata, sottile e gelida come brina sui prati d’inverno “Mi hai dato la tua vita, affinché io potessi fare nascere il mio bambino e l’hai lasciato uscire, posso accontentarmi. Ora rendimelo, affinché ogni notte il tuo dono si rinnovi ed ogni notte io possa porgerti nuovamente il mio” Il sorriso della Donna Bianca cadde a terra rompendosi come un bicchiere. “Perché devi portarlo via, tu non hai seni e il bambino ha fame” “Tu hai accettato fossi il tuo sposo, e mi hai fatto dono della tua vita” rispose la Luce accarezzandole il volto “ sei così disonesta da rivolerla per te?” “Tu crei la vita mio sposo. Mai potrei far altro se non adorarti, ed altro non ho se non la mia vita da donarti come voto. Quando essa era per me aveva lo stesso valore d’un ora vuota da spendere.” “ La Luce si insinuò nel nodo delle sue braccia. Essa soltanto era tanto inconsistente da poterlo penetrare e sciogliere. La donna arrese la stretta ed il bambino tornò alla Luce da cui era venuto.
Ancora lo sposo gelido amò la Donna Bianca dalle braccia vuote fino al limitare della notte ed ancora una volta , la mattina la trovo greve e stanca. Così avvenne per molte notti e nel giorno che fu loro compagno nacquero Bambini Rossi. Ogni mattina quando la Donna Bianca guardava il suo volto nello specchio lo trovava più spento. Stava perdendo la sua Luce. Il ventre si gonfiava ed il corpo attorno si raggrinziva e seccava, come divorato dall’interno. Il bianco dei suoi occhi si era fatto latte, tutto il latte che non aveva potuto dare e i suoi seni cadevano tristi tra le spalle scarne reclinate, come rami di salice.
“ Sposo Mio” chiedeva gemendo la donna “ogni mattina mi trovo più stanca, deforme e senza luce” ma il ritmo del suo piacere non le permetteva di domandare e comprendere più della solita risposta “ A chi appartiene la tua vita adesso? Mia Donna e mio Grembo?” “ A te… a te… soltanto a te…” “ Ed allora perché perdi tempo a preoccuparti per essa? Sono io ora ad averne uso e cura….” La Donna si dava e la Luce prendeva, così avveniva ogni notte.
Il suo viso candido era ormai divenuto di terra secca. Il suo cuore non attendeva alcun temporale. Con passi lenti, oscillando come un fiore sul suo stelo secco si recava alla fonte, nell’orto a far verdura o a stendere i panni. Nella polvere e nel sangue partoriva senza grida. Non guardava chi stringeva. Le sue braccia erano eternamente aperte.
“ Sposo Mio lasciami almeno un po’ del mio respiro, perché possa dare alla Luce i suoi Bambini Rossi” “ La vita è un respiro, ed essa non ti appartiene. Tu sei cosa mia ed amandoti ti do quanto stabilito. Forse la Mia Sposa può tenere per sé riserve quando io non ne tengo per me solo? Tu avevi la vita e me la donata in cambio del mio amore ogni notte, non lo ricordi Donna?” “ Lo ricordo mio Sposo e mio Signore… ma quanto dolore sente il mio ventre e quanto i miei seni. Ogni notte riempiti ed ogni giorno svuotati, senza la gioia di poter stringere niente” “ quindi tu vuoi per te e mi ha donato la tua vita soltanto per avere? Vuoi dunque che mi ritragga per sempre e ti abbandoni sola, nella notte profonda? Sola in un inutile villaggio di case sprangate? Sola nella tua casa che è la più miserabile di tutte?” La donna allora stringeva la luce con le sue gambe, lei uno straccio ingiustamente tanto amato. La Luce veniva e se ne andava, ed al suo posto tornava il mattino con le sue fatiche. Nel mattino la Donna Bianca era sola. Lo era a mezzo giorno e al calar della sera. Era sola ma sapeva bene cosa fare perché per anni lo aveva fatto senza spendere parole, ma mettendole tutte da parte per un imprecisato tempo a venire.

...........to be continued.............

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NinfaEco
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Con il Vento nemmeno parlava, perchè il suo amico non aveva parole e lei lo sapeva. L’avevano educata a non mostrarsi, a scomparire, a divenire il calco che rendeva visibile altri. E come poteva essere, se non muto il calco del Vento? Certamente, ne era convinta, lui la veniva a trovare soltanto per questo. Ma che il vento avesse pensieri, pur non avendo parole, questo la Donna Bianca nemmeno lo immaginava. Quante parole, quante frasi si buttano nel Vento?
Per quali ragioni il vento non dovrebbe farsene ricco? Ed era ricco infatti, il suo amico Vento anche se lei non lo sapeva. Era ricco di pensieri e sapeva ascoltare mentre correva per i viottoli grigi anche il mormorio più segreto delle ante sprangate. Aveva ascoltato anche lei, il Vento. Aveva memoria dei suoi gemiti, dei suoi sorrisi e delle sue lacrime. E soprattutto ne custodiva gelosamente i silenzi, come un piccolo gioiello rubato per voluttà e senza arte. Tutto sapeva di lei ed altro percorrendo i viottoli chiusi dei villaggi grigi di tutto il vento aveva appreso della Donna Bianca, dello Sposo Gelido e dei Bambini Rossi. Egli non era infondo nessuna persona. Non era uomo , non era donna, e non conosceva l’amore. Per questo soltanto poteva permettersi il peso di quella coscienza infinita, senza smettere di correre senza meta urlando nessuna parola. Furono però proprio le parole, quelle che il Vento quel giorno cercò e perché fossero il più possibile sue, non le chiese alla donna. Le rubò invece alle foglie degli alberi e le modellò con il loro stormire, come aveva molte volte visto fare agli uomini con la loro sola voce. Non gli fù difficile perché a differenza loro, aveva a disposizione molte corde, tonalità e risonanze. Non da subito la donna ne distinse il suono, abituata com’era a non attendere parole per se. “ Amica mia, so di te e del tuo sposo. So della dote, che è la tua vita. Ricordo ogni tuo Bambino e il tuo dolore.” La donna si arresto e si votò verso le fronde. Il suo viso era duro. Attese e non domandò. “ Il tuo viso si è fatto secco e spento come la terra d’estate. Il tuo corpo è secco, fatto di carta.” La donna chinò il capo e pianse. La polvere non accettò di nascondere le sue lacrime, che restarono a terra come le perle di una collana rotta con forza. “Ogni notte il tuo Sposo prende per se, senta chiederti delle tue fatiche. Gode e si ingrassa con la tua dote. Al limitare di ogni notte si ritira più luminoso” “ Cosa sai chiese la donna stringendo i pugni, nel segreto delle maniche bianche della sua veste. “So quel che vedo. So del tuo corpo riempito e svuotato, e della tua vita di cui la Luce si pasce. So che ogni notte egli prende per se i suo figli, e li conduce oltre le grate attraverso un ponte di raggi di luna” “ E’ così” rispose la Donna bianca. “ Pensi forse che la Luce sola potrebbe creare Bambini Rossi ? Può farlo una Luce gelida che non ha carne ne sangue, senza il ventre di una donna?” La Donna bianca ingoio la sua voce. Il silenzio fù vertigine e le gambe la ressero appena. “ Non può Amica mia. Egli ti fece sua sposa per creare con il tuo sangue Bambini Rossi. Per questo ti chiese la tua vita in dote, perché tu sfamassi con il tuo corpo quelle creature” “ ma sono i miei figli, e li sfamerei con il mio cuore se potessi strapparmelo” Singhiozzò la donna. “ Quelli non sono i tuoi figli amica mia. Quelli sono sue creature impastate con la tua carne ed il tuo sangue. I figli dell’amore di due persone hanno un futuro, i Bambini Rossi che tu partorisci no” “ Come non hanno futuro? Il mio sposo li porta nella sua casa, in cielo… dove ri ritira al limitar della notte” Le foglie fermarono il loro stormire. Fu un secondo, pesante come pietra. Poi il Vento riprese a lento a modellarne il suono “il tuo sposo non li cresce in alcuna casa, amica Mia. Il tuo sposo se ne ciba. Egli da vita alle sue creature usando la tua carne ed il tuo sangue, ed ogni sera le ritira pronte, per cibarsene, per questo egli è sempre più forte, il suo corpo splende e la sua forza cresce… mentre tu ti spegni, e forse non ti resta nemmeno più vita per un’altra notte” L’oceano. Tanto pianse la donna. Il cuore come nere scogliere frastagliate che il Vento scava con violenza meticolosa tanto che mal trattengono quel tumultuoso oceano salato. Da quelle rosse il mare usciva e si spandeva ovunque copioso, benche essa volesse trattenerlo in se. Nessuna scogliera esiste senza un oceano mare, benche egli la ferisca, scavi ed uccida. Eppure esistono cataclismi capaci di privare le rocce di un intero mare.
Quella notte la donna attese come sempre, figlio in grembo il suo sposo. Ma era vuota . Vuota due volte.
Lo Sposo arrivo ed era più che mai bello. Per quanto male facesse la sua luce, agli occhi della Donna Bianca che lui prendendole la vita aveva reso vecchi, quanto lo amava. Sorrideva nel segreto di se stessa sentendo un affetto caldo e insensato inondare i fondali di quello che era stato un immenso mare. E benchè sapesse del dolore, del male e del furto soltanto avrebbe voluto possedere ancora qualcosa che lui potesse rubare.
La Luce allungò le sue mani, ma le braccia della donna trattenevano il bambino. La Donna guardava la Luce senza parlare, senza muoversi. Era dura e secca, come una scogliera senza mare.
La Luce si fece forte per ferirle gli Occhi, e questi traboccarono altra acqua.
“Grazie di queste lacrime che mi regali perché non avrei avuto da spenderne di mie nel dirti Addio” disse con amara dolcezza “Mai nessuno mi prese quanto te e mai nessuno amai quanto ho amato te, mio sposo e mio padrone” Le luce baluginò nel buio della stanza, tremando come se fosse stata il lume fioco di una candela. “ Non ho pensato a cosa significasse darti in dote la mia vita. Quello me lo insegnò la malattia. Quello che tu fai dei tuoi figli invece me lo ha rivelato il Vento. E benche possa sembrarti folle, non mi importa nemmeno ora. Ma qui non c’è più altra vita che tu possa rubarmi, ormai” La Luce si ritirò appoggiandosi alla sponda della finestra. Aveva una forma simile a quella di un piccolo uomo, con le ampie spalle curve. “Dammi il Bambino” disse freddo. “No, mio sposo. Non mi resta più vita e voglio che qualcosa resti dell’amore che non potrò più darti” “Non sai ciò che dici! Quello non è figlio tuo, ho usato il tuo sangue e la tua carne..ma quella è una mia creatura, nata per me e per me solo…” “Per questo la amo”
La Luce si ritrasse inorridita, quasi dissolvendosi come se con quelle parole arrivasse il giorno.
“ Pazza..tu sei pazza..lui non ha la tua natura… lui ti divorerà” “Lui berrà dai miei seni e dormirà fra le mie braccia. Ciò che siamo stati, ciò che sei e ciò che sono, saranno soltanto un ombra alle sue spalle, perché vivrà di giorno e la sua strada corre di fronte a lui.” La Luce esplose in frantumi liquidi che scivolarono oltre le grate come se il vuoto le risucchiasse. Mai notte fu più buia. Nel nero profondo una Donna abbracciava il suo Bambino . Tutto era amaro ed era dolce, tutto era indistinguibile nella notte infinita.
Il sole si fece strada al mattino e portò il giorno. Un giorno di Ottobre ed un giorno di Vento.
Soffiò tanto forte da spalancare le imposte della piccola casa grigia, per la prima volta. Urlò.
A terra tra il suo sangue giaceva in frantumi la Donna Bianca. Un gigantesco Bambino Rosso, vagiva rodendone con voracità le cosce.


..........intorno alla metà di Ottobre e Oggi, 6 Novembre 2010

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Polvere come te se muoio
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Ne ho letto qualcuno, mi piacciono molto! Mi piace il tuo stile..
Ma soprattutto l'avatar, Ergo Proxy tutta la vita *-* (poi non eri tu che avevi L come avatar? Ancora più grande :D)

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NinfaEco
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La Morte delle Immagini


Aveva iniziato a camminare d’autunno seguendo il dorso di un sentiero, incavato tra i colli come certi dolci solchi che si incontrano percorrendo la schiena di altri con le dita, senza pensare. L’odore della terra nera, greve e arrossata dal marciume delle foglie ancora lo ricorda bene. Un trionfo di morte, silenziosa nel suo sciogliersi, come grumi di colore che si sfumano, allargano e ribollono allargandosi in un piatto senza la pressione di un pennello. Rosso carminio, acqua e piccole bolle. Nessuna forma. Nessun autore. Nessun disegno. Questo ricorda fu l’orizzonte del suo primo viaggio. O forse ce ne erano stati altri prima, e li portava sulle spalle. Per questo si sentiva pesantemente solo, a causa della folla di clandestini che portava in groppa. Ed incontrò persone nel suo viaggio per caso, sparse come acini sgranati da un grappolo troppo maturo. Alcune erano ammaccate e da poco cadute sul pavimento, altre erano avvizzite senza maturare ed altre ancora erano già mosto. E tutte stavano sparse, per caso sotto le gambe del tavolo. Le raccolse e le mangiò tutte, perché era un mendicante ed è così che funziona. Gli sarebbe costato denaro comprarsi un buon grappolo d’uva, e non aveva moneta. Non ne aveva più. E avrebbe dovuto scegliere il suo grappolo tra molti, e non ne era capace. Perché a volte la fame e il ricordo dei sapori già gustati sono la stessa cosa. Ogni acino lo conduceva in un luogo differente. Bastava succhiarne il nettare profondamente, standosene rannicchiato sotto il tavolo. Ed ogni mondo che pur esisteva certamente da qualche parte, era per il suo corpo chino soltanto un luogo di emozione fatto di colore denso, senza forma, senza autore, senza disegno. Fu così che finì per amare tanto quell’uva da esserne ubriaco ed essa divenne soltanto sua, ed egli di lei soltanto. Del resto non è cibo che può essere mangiato da altri quello che rotola per terra tra le gambe del tavolo. Quello non si può offrirlo a nessuno. Ma questo non lo ricorda bene. Ricorda il viaggio e come iniziò. Distingue la taverna, il tavolo e gli acini sparsi, uno ad uno. Di questo si accorge aggi guardando un corpo che non crede più alle sue intenzioni, cedendo e barcollando . La superficie contro cui si trascina è la pelle di una casa, una sottile pelle d’intonaco al di sopra di muri spessi , costruiti a custodia di un ventre caldo e morbido in cui riposano persone. Persone come bambini che si succhiano il pollice nella pancia della loro mamma. Ma non devono forse nascere il bambini? E in un solo pensiero crolla lungo il muro, come un palloncino pieno d’acqua che si sgonfia. Acqua rosso carminio.
E la gente passa. La gente non fa atro che passare al di sotto della propria testa e al di sopra delle proprie gambe. Esattamente nell’unico punto in cui le osserva un corpo colmo d’uva crollato lungo un muro.
Queste sono le forme. Questi sono i disegni. Questi sono gli autori.
Il resto è soltanto colore denso. E con il colore ormai giunto al collo, l’uomo ubriaco si chiede se sarebbe capace ancora di disegnare qualcosa, usando le mani di un corpo che non crede alle sue intenzioni, e gli occhi annebbiati da manciate di acini marci.



29 Agosto 2011

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Zadig
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@NinfaEco ha scritto:La Morte delle Immagini


Aveva iniziato a camminare d’autunno seguendo il dorso di un sentiero, incavato tra i colli come certi dolci solchi che si incontrano percorrendo la schiena di altri con le dita, senza pensare. L’odore della terra nera, greve e arrossata dal marciume delle foglie ancora lo ricorda bene. Un trionfo di morte, silenziosa nel suo sciogliersi, come grumi di colore che si sfumano, allargano e ribollono allargandosi in un piatto senza la pressione di un pennello. Rosso carminio, acqua e piccole bolle. Nessuna forma. Nessun autore. Nessun disegno. Questo ricorda fu l’orizzonte del suo primo viaggio. O forse ce ne erano stati altri prima, e li portava sulle spalle. Per questo si sentiva pesantemente solo, a causa della folla di clandestini che portava in groppa. Ed incontrò persone nel suo viaggio per caso, sparse come acini sgranati da un grappolo troppo maturo. Alcune erano ammaccate e da poco cadute sul pavimento, altre erano avvizzite senza maturare ed altre ancora erano già mosto. E tutte stavano sparse, per caso sotto le gambe del tavolo. Le raccolse e le mangiò tutte, perché era un mendicante ed è così che funziona. Gli sarebbe costato denaro comprarsi un buon grappolo d’uva, e non aveva moneta. Non ne aveva più. E avrebbe dovuto scegliere il suo grappolo tra molti, e non ne era capace. Perché a volte la fame e il ricordo dei sapori già gustati sono la stessa cosa. Ogni acino lo conduceva in un luogo differente. Bastava succhiarne il nettare profondamente, standosene rannicchiato sotto il tavolo. Ed ogni mondo che pur esisteva certamente da qualche parte, era per il suo corpo chino soltanto un luogo di emozione fatto di colore denso, senza forma, senza autore, senza disegno. Fu così che finì per amare tanto quell’uva da esserne ubriaco ed essa divenne soltanto sua, ed egli di lei soltanto. Del resto non è cibo che può essere mangiato da altri quello che rotola per terra tra le gambe del tavolo. Quello non si può offrirlo a nessuno. Ma questo non lo ricorda bene. Ricorda il viaggio e come iniziò. Distingue la taverna, il tavolo e gli acini sparsi, uno ad uno. Di questo si accorge aggi guardando un corpo che non crede più alle sue intenzioni, cedendo e barcollando . La superficie contro cui si trascina è la pelle di una casa, una sottile pelle d’intonaco al di sopra di muri spessi , costruiti a custodia di un ventre caldo e morbido in cui riposano persone. Persone come bambini che si succhiano il pollice nella pancia della loro mamma. Ma non devono forse nascere il bambini? E in un solo pensiero crolla lungo il muro, come un palloncino pieno d’acqua che si sgonfia. Acqua rosso carminio.
E la gente passa. La gente non fa atro che passare al di sotto della propria testa e al di sopra delle proprie gambe. Esattamente nell’unico punto in cui le osserva un corpo colmo d’uva crollato lungo un muro.
Queste sono le forme. Questi sono i disegni. Questi sono gli autori.
Il resto è soltanto colore denso. E con il colore ormai giunto al collo, l’uomo ubriaco si chiede se sarebbe capace ancora di disegnare qualcosa, usando le mani di un corpo che non crede alle sue intenzioni, e gli occhi annebbiati da manciate di acini marci.



29 Agosto 2011
29 agosto 2011? Minchia, questo si che è viaggiare nel tempo.

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NinfaEco
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nonvolevo ecco... lo sapevo.
Per una volta che volevo essere seria.

Uffi :-.-,,,,,,,,,:

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NinfaEco
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Tragedia in un Doppio Senso


( Atto Unico, ritmico e ripetuto )


L'amore è un uccello.
Possiamo temere per lui quando lo minaccia l'inverno , quando il vento lo stana dal suo nascondiglio fra i rami neri e nudi, quando la pioggia lo bagna o quando la neve rinchiude per se i semi caduti sulla terra divenuta di pietra. Ma non possiamo custodirlo in nessuna delle nostre calde stanze.
L'uccello è il volo e di lui non restano che piume in un pugno chiuso. Se sono le mani a decidere, e non l'uccello, non c'è volo e non c'è amore.
E' una piccola creatura maligna. Ci ferisce con la sua fragilità e ci incatena all'incanto del suo volo. E cercando di imitarlo, senza staccarci dal suolo di un solo passo, oltrepassiamo noi stessi, nell'immaginazione di una nuova natura che non possiederemo mai.
Chi divise il cielo dalla terra usò un coltello e quella ferita divide in eterno gli uomini dagli uccelli.
Ma gli uccelli di tutto questo ridono, perchè dall'alto le cose sembrano più piccole.
L'amore ride di noi.

23 Febbraio 2012


Almeno, credo sia il 23 Febbraio....

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Zadig
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@NinfaEco ha scritto:Tragedia in un Doppio Senso


( Atto Unico, ritmico e ripetuto )


L'amore è un uccello.
Possiamo temere per lui quando lo minaccia l'inverno , quando il vento lo stana dal suo nascondiglio fra i rami neri e nudi, quando la pioggia lo bagna o quando la neve rinchiude per se i semi caduti sulla terra divenuta di pietra. Ma non possiamo custodirlo in nessuna delle nostre calde stanze.
L'uccello è il volo e di lui non restano che piume in un pugno chiuso. Se sono le mani a decidere, e non l'uccello, non c'è volo e non c'è amore.
E' una piccola creatura maligna. Ci ferisce con la sua fragilità e ci incatena all'incanto del suo volo. E cercando di imitarlo, senza staccarci dal suolo di un solo passo, oltrepassiamo noi stessi, nell'immaginazione di una nuova natura che non possiederemo mai.
Chi divise il cielo dalla terra usò un coltello e quella ferita divide in eterno gli uomini dagli uccelli.
Ma gli uccelli di tutto questo ridono, perchè dall'alto le cose sembrano più piccole.
L'amore ride di noi.

23 Febbraio 2012


Almeno, credo sia il 23 Febbraio....
posso dirti per esperienza personale, ripetuta centinaia e centinaia di volte, che se l'uccello e la mano vanno di comune accordo il risultato è garantito.

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37
Lucio Musto
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@NinfaEco ha scritto:Tragedia in un Doppio Senso


( Atto Unico, ritmico e ripetuto )


L'amore è un uccello.
Possiamo temere per lui quando lo minaccia l'inverno , quando il vento lo stana dal suo nascondiglio fra i rami neri e nudi, quando la pioggia lo bagna o quando la neve rinchiude per se i semi caduti sulla terra divenuta di pietra. Ma non possiamo custodirlo in nessuna delle nostre calde stanze.
L'uccello è il volo e di lui non restano che piume in un pugno chiuso. Se sono le mani a decidere, e non l'uccello, non c'è volo e non c'è amore.
E' una piccola creatura maligna. Ci ferisce con la sua fragilità e ci incatena all'incanto del suo volo. E cercando di imitarlo, senza staccarci dal suolo di un solo passo, oltrepassiamo noi stessi, nell'immaginazione di una nuova natura che non possiederemo mai.
Chi divise il cielo dalla terra usò un coltello e quella ferita divide in eterno gli uomini dagli uccelli.
Ma gli uccelli di tutto questo ridono, perchè dall'alto le cose sembrano più piccole.
L'amore ride di noi.

23 Febbraio 2012


Almeno, credo sia il 23 Febbraio....

bellissimo davvero Ninfa! un piccolo poemetto benissimo scritto e perfetto in se. non abbisogna di un commento, non ha una virgola in più, non gli manca nulla. brava!

Era ora che questo forum si sbloccasse un poco con qualcuno che sa scrivere!

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NinfaEco
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imbarazzo Grazie Lucio... pensa che volevo cancellarlo...
... rispetto alle idee che mi frullavano in testa mi sembrava proprio un po sciocco,
ma se è piaciuto a te, qualcosa di bello c'è.... Grassie hug tenderly

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NinfaEco
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Lo Zoo di Cartone

Confeziono bestie di cartone per ritrovare nel vederle prendere forma una triste allegria.
Sono così la maggior parte delle cose che faccio. Anch'esse animali di cartone.
Perchè ho iniziato a farlo può rivelarmelo soltanto l'immaginazione.
Ma l'immaginazione è una ninna nanna che si canta con le braccia.
La musica soltanto non sorregge nulla.
Così precipito sul pavimento del mio zoo di cartone.
E gioco con i miei animali che pur riconoscendo essere di carta, animo con disperata ostinazione, come un bambino arrabbiato per un'ingiustizia.

7 Giugno 2012

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40
Lucio Musto
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ancora un piccolo gioiello, Ninfa, grazie!

Stile e ritmo mi hanno fatto pensare a Tonino Guerra,
ed al suo "Angelo coi baffi", che mi ha sempre affascinato
per la sua essenzialità emozionante.

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41
NinfaEco
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imbarazzo Grazie...

... la mia massima aspirazione sarebbe riuscire ad esprime quello che provo. Ma la vedo dura.
Un bel mazzetto di parole è più facile da raccogliere che un campo di fiori d'ortica.

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diananadia
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Viandante Affezionato
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Lei sola sa quello che prova e se quello che scrive lo rispecchia.
Umilmente le esprimo tutta la mia ammirazione inchino

CrigriOffTopic grazie a Lucio per avermi segnalato questo topic del topo gioello!
l'ho messo tra i preferiti e con calma lo assaporerò

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43
Lucio Musto
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@NinfaEco ha scritto: imbarazzo Grazie...

... la mia massima aspirazione sarebbe riuscire ad esprime quello che provo. Ma la vedo dura.
Un bel mazzetto di parole è più facile da raccogliere che un campo di fiori d'ortica.

brava, e tu scrivi quello che senti, così come ti viene. E quello che hai scritto mettilo in una
cartella del tuo PC dal nome "FRIGORIFERO", e scordatene.
Viene il momento di appetito; peschi nella cartella e tiri fuori a caso. scoprirai che ti basta
cambiare due parole e due virgole... ed è una cosa pregevole.
Lo dicevo anche ad una mia nipote. Tutti voi che avete talento dovreste fare così, non preoccupandovi di rifinire
lo scritto subito. Quello, deve maturare!

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44
NinfaEco
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@diananadia ha scritto:Lei sola sa quello che prova e se quello che scrive lo rispecchia.
Umilmente le esprimo tutta la mia ammirazione inchino


Sorbole imbarazzo nascondersi

@Lucio Musto ha scritto: Quello, deve maturare!

e non solo quello rotolarsi dal ridere

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45
The Royal
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Viandante Storico
Viandante Storico
Ve ne lascio due o tre secche senza voler guastare alcunche'. E sperando di non andare in ot. Qualcuno aveva scritto che la consapevolezza e' comoda quanto la poltrona di un dentista: la poltrona di un dentista puo' essere comodissima se ti incide col bisturi una gengiva dopo aver fatto l'anestesia. Poi. Bisogna vedere quale consapevolezza. Perche' la consapevolezza di aver subito un lutto e' una cosa, mentre la consapevolezza di guardare le estrazioni del superenalotto e trovarti di punto in bianco proprietario di una ventina di milioni di euro e' un'altra. Cosi' come credo che una cinquecento rottame da demolire non sia la stessa cosa di una Porsche Panamera che mi piace tanto.

A proposito di scrivere quello che si sente : sento che quando un telefonino vecchio di dieci anni che pero' ti affascina , ti affascina, lo paghi anche cinquanta euro come ho fatto io con un amico e gli ho scassato gli attributi per due mesi perche' me lo vendesse. Mentre quando vedi un super moderno accessoriato da seicento euro che non ti va
NON TI VA.

Buonanotte carissima gente.

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46
Lucio Musto
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Viandante Ad Honorem
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@NinfaEco ha scritto:
@diananadia ha scritto:Lei sola sa quello che prova e se quello che scrive lo rispecchia.
Umilmente le esprimo tutta la mia ammirazione inchino


Sorbole imbarazzo nascondersi

@Lucio Musto ha scritto: Quello, deve maturare!

e non solo quello rotolarsi dal ridere

a me interessa quello... anche perché mi sembra che tutto il resto sia abbastanza maturo, ed interessante.

Non cercare scuse, mettiti a scrivere, e partecipaci i tuoi parti... letterari, s'intende!

(a proposito... non è che sei incinta?.. - scusa, ma m'era venuta così!... rotolarsi dal ridere Sorriso Scemo testata contro il mu

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NinfaEco
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La Donna, il Bambino ed il Pozzo: piccola favola triste


China sul profondo, le dita bianche strette intorno ai bordi smerigliati del muro umido ascolta la sua voce rinchiusa. Sembra un bambino, bianco e rotondo. La bocca del pozzo deve esserselo mangiato molto tempo fa. Ogni notte si aspetta di trovarlo morto. Eppure ogni notte lo ritrova vivo. A volte piange, altre ride gorgogliando. “Deve avere trovato un modo per vivere laggiù” pensa la donna mentre sprofonda il viso nel ventre del pozzo. Le profondità scure respirano con lentezza, freddamente. I capelli della donna affondano, fluttuando leggeri nel buio rotondo, come al di sotto dell'acqua di un mare blu e denso. “Non è un posto per bambini, questo luogo che dorme come un vecchio.” la donna non ha dubbi e cala nel pozzo un vecchio secchio assicurato ad una grossa corda. La stringe tra le mani. E' ruvida e grande. Scorre, scorre e si arresta in un tonfo liquido. Fluidi cerchi di rumore ovattati dal buio rimbombano fino alla superficie liberandosi nell'aria e sulle sue guance. La donna cerca di guardare e non vede. Gli occhi non possono penetrare tanta oscurità. Gli occhi non sono fatti per le profondità. Ma il cuore ci sprofonda con avventatezza ed è in questo modo che la donna si convinse che quel secchio dovesse avere raccolto nel nero senza forme, un piccolo bambino bianco e rotondo. La convinse abbastanza fa ferirsene i palmi, mentre con le mani stringeva la corda e sollevava quel secchio. Ed il secchio riemerse pieno di scaglie d'argento in principio unite in cerchio d'argento, pallido e mobile come il mercurio e poi in frantumi come uno specchio sotto gli occhi della donna che ritrovò in quel secchio il suo volto deluso. Tutto ciò accadde perchè quel bambino era la luna.

1 Marzo 2013


Con i titoli sono un disastro, comunque è un mio stato d'animo. Avevo scritto qualcosa a riguardo ieri ma l'ho cancellato. Molto meglio le favole, come mi ha insegnato da piccola chi le raccontava bene... facendomi ammalare cronicamente di fantasia.

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Elendil

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