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Il Doloroso Parto del Topo

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NinfaEco
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Qui raccolgo ciò che scrivo.
Il tutto avviene esclusivamente per costipazione.
Le mie creature sono tutte deformi Sorci figli di diversi padri,
gravose nel ventre ed espulse con grandi sforzi e miseri risultati per via rettale.
Provvedo sola al loro mantenimento, ma meglio sarebbe partorirle dall'alto di un ramo
come fanno i serpenti poichè manca completamente a tali creature amore per me
e rispetto per la forma.

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NinfaEco
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Piccola Serva Certezza

La polvere danzava nel lo spicchio di tramonto che l’abbandono di un’anta regalava al ventre dell’antica casa padronale. “Tanto oro frutto di una dimenticanza” pensava la Serva china sul Tavolo di Cristallo. “Tanto oro per me che ho perso la bellezza delle mie mani in vane carezza a questo sposo muto” con tenerezza familiare sfiorava quella superficie inesistente, il collo sottile dolcemente reclinato sulla spalla. La delicatezza delle sue lunghe dita mutavano il panno in seta e il Tavolo di Cristallo in un gran signore agghindato di calici di svariate fattezze e coltelli d’argenti. La spalla stanca sosteneva il movimento delle sue bianche mani e lo mormorava all’orecchio di quel piccolo capo di Serva. Sorrideva senza scomodare per una sua vana commozione alcun lineamento del volto e rispondeva alla mano, e alla spalla che parlava per conto di essa, con la sua consueta cortesia. “ Lo so che sono anni e che voi non me lo avete mai chiesto, ma pazientate ancora se potete. So che è solo su di voi che posso rivalermi nel pretendere pazienza ed in questo la misura del mio egoismo è infinito e servile come si addice al mio rango. Vi chiedo di pazientare ancora se potete, perché il mio compito qui è infinito. Se proprio non potete però, e dovete abbandonarmi per morte o miglior sorte allora andate. Ricorderò con affetto la vostra bellezza rilucere al cadere dei miei panni logori, quando sole restavamo nella penombra baluginante del sottotetto. Eravate degne d’amore perché semplicemente belle, eppur non fuggiste da me per cercare i baci per cui eravate nate. Piccole spalle, ali per amanti e lunghe dita pallide come petali, da sfilare una ad una. M’ama non m’ama? Fino a che non restasse il tondo d’oro del vostro fiore, come un anello di sposa. Ed io Serva vi ho speso in anni di abbracci vani a questo glaciale cerchio perfetto, senza mai riuscire a cingerne per intero il ventre troppo largo. La mia schiena che era uno stelo di giglio, come natura vuole, passato il suo tempo chinò il capo e appassì.”
Sentì che mani e spalle la stavano lasciando. Si sedette così accanto al Signore delle Stoviglie. Quanti calici servivano a renderlo bello. Alcuni erano sfrenatamente verticali, altri pingui come il ventre di un villano. Oh come erano belli quelli, quando il vino li colmava… Divenivano rubini e giardini di ambre profumati. I gioielli del suo Signore Trasparente come erano belli, ed il suo Signore con essi, benché il suo corpo non fosse mai stato più che un miraggio d’astuta bellezza da spolverare affinché non si perdesse. Come era stanca. Posò il panno sulle sue ginocchia e lo osservò. Era davvero solo un straccio come lei e le sue vesti. L’amore l’aveva illusa di essere seta nel lustrare il suo Signore. Sorrise della sua pochezza “Ovvio che abbia dovuto lucidarti ogni giorno della tua vita e che la polvere continui ad insidiarti, mio Signore. Ne io ne questo panno siamo degni di te”. Alzò gli occhi la Serva e li immerse nella fetta di tramonto in cui la polvere danzava. Era bella. Immaginava così i teatri che non aveva mai visto e la leggerezza delle Dame che potevano sedersi attorno al Signore di Cristallo, cingendolo per intero con braccia morbide come colombe. Godette della loro danza concentrica e infinita. Fosse stato per lei, quei ballerini stranieri e leggeri avrebbero potuto posarsi e trovar per se altre commedie. Ma così non amava il suo Signore e così quindi non avrebbe permesso che fosse. La troppa bellezza che gustò ridestò in lei il presentimento che in qualche parte di sé, seppur l’avesse ben nascosta, vi fosse un che di sconveniente, amore forse. Per questo, e per tale dubbio, non aveva ormai più tempo e riordinò come sempre.


25 Aprile 2010

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NinfaEco
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Il Tempo delle Favole


Galoppava il Cavaliere senza Testa, tra gli eserciti dei corvi . I soldati dell’aria volavano neri e calavano gracchiando per contendersi le membra indifferentemente sparse di vigliacchi o valorosi.
"La prima ondata della guerra porta morte, la seconda fa pulizia" pensò dall’alto del suo cavallo.
Fu allora che udì una voce umana tra il gracchiare dei corvi.
"Oh duca di Borgogna….ma che brutta cera! Forse la urta riposare viso nel fango accanto ad un villico sgozzato? Imperdonabile promiscuità di ceti, ne convengo. Proprio non so dove andrà a finire il mondo… ma di una cosa son sicuro, mio Duca… anche lei che tanto sudò di carta e spada, per capire il mondo e farne il suo feudo, lo saprà mai! "
Esplose nell’aria una risata grassa che aprì un ventaglio nero di ali di corvi in fuga. Il Cavaliere senza Testa vide allora un uomo robusto, rude d’aspetto seduto a gambe incrociate su un mucchio di cadaveri. Portava pelli mal conciate in luogo di vesti, e stringeva nella mano destra una grande fiasca. Il Villano non badava a al Cavaliere, ma egli al contrario vi badò molto e si fermò a pochi passi per osservarlo meglio.
"Tanto bel ragionare, tanta spada e dove è finito ora signor Duca? A capo nel fango privo di braccia…Mio Duca vivere nel fango è meglio che morirci! Alla sua salute! "
Il Villano portò la fiasca alla bocca e ne bevve avidamente, lasciando che il vino tracimasse dalle labbra, rivoli rossi attraversarono la sua barba fino a bagnargli le vesti luride.
"Ah… generoso è il sangue della terra mio Duca, ben più di quello che scorre nel corpo dei Nobili… finchè sono vivi! "
Nella barba sia aprì una grande bocca con denti violacei come acini d’uva. Ridendo Il Villano si chinò sul corpo mutilato riverso accanto a lui. Lo girò e ne resse il capo con la sua grande mano callosa.
"Orsù mio duca, abbandoni almeno ora i modi cortesi che la condussero nel fango, e beva con un Villano!"
Così dicendo e senza fermare il riso, aprì a forza con le sue grosse dita le mandibole del morto e versò nella sua bocca muta una cascata di vino rosso. Dalle labbra del cadavere, come da quelle del villico prima, tracimò volgarmente vino, scorrendo sul viso e le vesti, fino a terra.
L’animo fiero del Cavaliere senza Testa arrossì per l’onta e si infiammò. Brandendo la spada si accostò al Villano intento a bere conversando amabilmente con il nobile morto.
"Alzati villico scellerato! La follia non ti sia di scusa per calpestar ciò che è sacro e fare del rispetto una parola vuota!"

"Mi scusi mio Duca, vorrei conversare ancora con lei che mai come oggi trovo saggio ed armato di forti argomenti, ma è sopraggiunto or ora un giovin signore che urla e blatera frasi curiose. Confido che continui ad attendermi qui sdraiato in questo luogo ameno. I miei ossequi………………………….Benvenuto mio giovane amico, la prima ondata non ti ha trascinato con sé, forse credi di aver trovato buone ragioni per perir nella seconda?"
Il Villano si alzò in piedi ed il tumulo di cadaveri sotto il suo peso scricchiolò orribilmente.
"Rumori di teste rotte, teste vuote … questo suono fanno se chiedi loro di reggere un peso."
Commentò guardando il Cavaliere senza Testa.

"Zotico senza vergogna, a fil di spada inciderò nelle tue carni le leggi del rispetto!"

"Come desideri mio giovane e fiero, Cavaliere.
Disse il Villano spogliandosi nudo ed offrendo il petto alla spada.
Conoscendo l’animo cortese dei cavalieri del tuo rango, confido nel poter sperare nel beneficio d’avanzare una semplice richiesta."

"E sia"
Convenne il Cavaliere senza Testa dall’alto del suo cavallo.

"Bene. Chiedo di avanzare una semplice domanda, prima che la falce del giusto asporti dal mondo la mia purulenta carcassa."

"Parla, e non por tempo in mezzo, poiché le parole di un villano non son nodi che posson legare a lungo le mani offese di un nobile."

"Mai scialacquerei il tempo datomi in dono, mio giovane Cavaliere. Evidenti sono in voi nobiltà d’intenti e animosità d’atti. Luminosi sono i vostri ideali, ma non altrettanto gli zoccoli del vostro cavallo, che al contrario trovo impolverati e luridi. Anche sulla vostra armatura, benché pregevole e finemente lavorata, vedo tracce di polvere e senza difficoltà immagino cosa essa nasconde. Un corpo bianco, credo, un corpo di ragazzo che ha due occhi come li ho io e li ebbe il Duca, ed un cuore che ne nutre le membra pulsando nell’ombra. Hai ancora due mani, anche se per la spada te ne basterebbe una, e hai due gambe, benché ora a Cavallo, potrei ingannarmi ed attribuirtene quattro."

"I Corvi gracchiano parole di maggior pregio, che non i tuoi farneticamenti!"
Lo schernì il Cavaliere.

"Oh.. senza dubbio è così nobile Cavaliere. La vostra mente è più acuta del vostro braccio. Cosa che mal si confà ad un eroe e molto più ad un mendicante, quale io sono."

Il Cavaliere senza Testa abbassò la spada senza però riporla nel fodero. Per scelta non ne possedeva uno, non certo per difetti di rango. La sua spada doveva essere sempre pronta a ferire, dividere e spartire. Quella era la sua missione, da che aveva memoria di sé.

"L’eroe agisce di braccio e di lama. Per questo guadagna le lodi dei cantori. I cantori però sono giullari dello spirito pagati al soldo dai Re, per curare la loro noia. I Re siedono troppo in alto per agire e dall’alto vedono troppo poco per capire. Così la misura dell’eroe è la sua gloria nel canto di un ipocrita ascoltato da uno stolto paralitico .Per questo vuoi morire o uccidere me in un giorno di sole?"

Il Cavaliere senza Testa restò sgomento. Era vero, era solo un ragazzo ma non aveva mai pensato di poter avere altra mano se non quella che reggeva la sua spada, e altra gambe che non fossero quelle del suo cavallo. Il suo incarnato era davvero pallido, ma se ne era dimenticato lavando di sé la sua preziosa corazza come fosse la propria pelle. Aveva ucciso per il rispetto e per alti ideali senza mai far caso se il cielo splendesse il sole o le stelle del firmamento. Aveva ascoltato talvolta i cantori, e desiderato divenire parte di quei versi, in cui gli uomini sembravano integri ed esisteva sempre un solo altissimo bene.

"La sorte ha voluto che la morte passasse di qui prima del tuo cavallo.
Ciò vuol forse dire che altro è ciò che ti aspetta, o semplicemente che anche lei si è dimenticata di te."
Il Villico rise. In un sol gesto, sempre senza abbandonare la fiasca, ebbe indosso i suoi cenci.
"I miei ossequi Cavaliere, non resti lì impalato troppo a lungo o i corvi potrebbero far confusione!"
Ciondolando sulle sue gambe storte e irsute si allontanò, finchè l’orizzonte non lo inghiottì.

Il Cavaliere senza Testa non se ne avvide. I suoi pensieri erano scossi e flagellati insieme al prato intorno,da un vento improvviso, innaturale che aveva preso a soffiare violento. Stretto alle redini del suo cavallo, il Cavaliere senza Testa si sentiva come di carta. Da che aveva memoria di se la sua missione era la spada. Il vento spingeva urla nell’elmo vuoto, sibili, fischi. Ricordava anche altro forse, o forse era un inganno del vento. Gli avidi artigli di un corvo addentarono la sua armatura. Il Cavaliere senza Testa passò l’ingordo a fil di spada assecondando un abitudine inveterata e riprese il cammino.
Cavaliere e cavallo risalirono il dorso della collina e scivolarono dalla sua vetta fino a valle, seguendo un sentiero di piccoli sassi dorati. La sera cadeva ed allungava le ombre. Il Cavaliere si osservava nella propria ombra, scarno e scuro. Era stanco e lo era anche il suo cavallo. Il sentiero curvò bruscamente e rivelò al Cavaliere senza Testa un villaggio. Era un grappolo di case di villani, strette intorno al piccolo sentiero di ciottoli dorati. La terra tutt’attorno era smossa, ma non seminata. I campi ben suddivisi, ma come dimenticati. Il Cavaliere comprese ed i villici stessi non furono restii a dire di sé e della propria storia. Tra la terra grassa, attorno alle case e lungo il sentiero giacevano i loro corpi , perduti nella fuga. Le piccole case erano state incendiate ma rimanevano in piedi nel tramonto rosso.
"La guerra è passata di qui"
pensò il cavaliere.
Conosceva bene l’abitudine alla razzia degli eserciti e l’ebrezza sanguigna che restava in corpo dopo un massacro. Per questo non si era mai messo al soldo di nessuno.
La notte calava con troppa fretta per proseguire oltre. il Cavaliere senza Testa attraversò il villaggio e scelse la casa migliore, quella che sembrava più stabile e meno intaccata dal fuoco. Smontò da cavallo e lo aggiogò ai cardini della porta. L’interno della casa era scomposto e in abbandono. Tutti gli oggetti che un tempo erano i protagonisti dei riti quotidiani di chi lì viveva erano a terra, rotti o dimenticati. il Cavaliere si chinò sulle ginocchia e raccolse una piccola ciotola di terracotta. Lo fece con grande pietà come se non si trattasse di una cosa. La lucidò con il mantello e dalla polvere emersero piccoli fiori azzurri. Il Cavaliere immaginò le mani che li dipinsero, mani di donna candide e delicate. La portò al cuore ed alle labbra. Mai aveva sentito prima nel suo cuore un calore tanto strano per un pensiero tanto piccolo. Il Cavaliere senza Testa la avvolse nel suo mantello, e si addentrò nell’ombra di quella prima stanza. Ammutolì. Quel buio custodiva una donna, accanto al grande focolare. Il suo corpo era appeso al muro, infilzato da una spada all’altezza del diaframma. Le sue vesti erano state lacerate con forza e l’oscurità copriva di misericordia i sui piccoli e bianchi seni, ora turgidi di morte. Dietro di lei, sulla parete colava sangue nero e così dalle sue gambe. Ed in questo strazio , lei risplendeva candida e silenziosa. Il Cavaliere le guardò il viso, cercò nei suoi occhi l’ultima cosa che vide , la sua mano con delicatezza li chiuse perché potesse dimenticare.
" Eri bella"
pensò
"lo sei anche ora. "
Sfilò la spada dal suo corpo e la donna di neve cadde tra le sue braccia. Egli ne sostenne il peso fino a sdraiarla sul grande tavolo di legno. Il Cavaliere senza Testa la vestì del suo mantello e le ricompose i capelli. Erano chiari, ma non come l’oro. Oro forse non ne aveva visto mai. Erano chiari come l’erba secca, un colore semplice, sincero come i prati d’autunno.
"L’oro inganna pensò, non il silenzio di questi prati. "
Il Cavaliere senza Testa desinò accanto a lei bevendo dalla piccola ciotola con i fiori azzurri. Il mattino lo portò via come accade ai vivi.



( to be continued)

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Il sentiero dorato proseguiva come il cammino del Cavaliere attraversando uno sconfinato oceano di prati. Cullato dolcemente dall’ondeggiare della schiena del suo cavallo pensava, pensava a tante cose, pensava ad un Villano ubriacone, ad una donna morta, pensava a sé dal giorno in cui di sé ebbe memoria. C’era stata una donna forse, se il vento non gli aveva mentito, la Dama di un Lago e duri esercizi. Si, ricordava non sempre aveva adoperato una sola mano. Un tempo ne usava due e fu duro educare una a dimenticare l’altra legandosi alla sua spada. Ma con due mani che ci faceva? Questo non lo ricordava. L’immagine della Dama occupava ora tutta la sua memoria, come un monito.

Giunse così ad un Bosco di Smeraldo, tanto fitto che il sole non poteva entrarvi che lottando al di sopra delle cime degli alberi. Sottili lame di giorno, poi scaglie, poi più nulla. Il Cavaliere ed il suo cavallo erano soli nel ventre verde della foresta profonda. Alberi enormi e nodosi colmavano il breve vuoto sopra le loro teste, stringendosi gli uni agli altri, contorcendosi e rigurgitando linfa. Sotto gli zoccoli del cavallo rumore di foglie spezzate ed oltre a questo solo il brumire delle fronde. Il Cavaliere non si sentiva in pace, ma non aveva nemmeno timore. Non gli era estraneo un tempo così lento e nemmeno lo era il pensiero di perdersi per sempre nelle profondità di smeraldo della foresta. Sorrise .
Solo io potevo scegliere di passare di qui
Non aveva ancora finito questo pensiero che scorse un uomo. La sua figura era esile ed allungata. I suoi occhi erano tristi. Una lunga tunica nera lo copriva scendendo fino a terra . Il Cavaliere Senza testa scese da cavallo per avvicinarsi. Era già la seconda volta che lo faceva pur potendo evitarlo.
"Abito in questo bosco."
Gli disse l’uomo sottile.
"Sono anni che vivo qui, mi sono perso ed attendo che qualcuno mi trovi."

"Io sono un Cavaliere, sono in viaggio ma non so più per dove."

"Capisco "
Disse l’uomo sottile con tono indifferente.
"Tutti passano e nessuno si ferma. Non cambia mai niente."
E si accovacciò ai piedi di un albero.
"Il bosco ha deciso della mia vita, sono figlio del suo ventre e qui resterò fino alla morte,solo.
Sono il monaco della Foresta di Smeraldo, ormai."

Il Cavaliere non aveva molto da dire ma immaginava di quest’uomo, rinchiuso come lui dentro qualcosa.
" Il bosco protegge, la fuori ho visto guerra e devastazione."

"Io non posso affrontarle, sono troppo fragile, ne morirei."

"Ah ..beh un buon motivo per morire qui suppongo!"
Quella voce grassa e ilare era nota al Cavaliere. Si girò e vide giungere alle sue spalle il Villano irsuto, le sue vesti luride e la sua grande fiasca.
"Una bella coppia davvero! Cavalier Orgoglio…. I miei omaggi e
l’Anacoreta delle Fresche Frasche… pace all’anima sua!"
Il Villano tirò una generosa sorsata di vino e scoppiò a ridere. A quel suono stormi di piccoli uccelli canterini presero il volo dalle fronde degli alberi invadendo l’oscurità di cinguetti d’argento.

" In questo bosco ci sono tante cose, c’è vita"
Esclamò stupito il Cavaliere, perdendo insieme al suo contegno un po’ del suo rango.

"Eh già!"
Si limitò a dire il Villano continuando ad amoreggiare con la sua fiasca.

"Non me ne ero mai accorto.. e si che ci vivo"
Disse il Monaco della Foresta di Smeraldo trasognato

"Chi guarda troppo in alto per la paura di cadere in basso, generalmente non vede nemmeno ciò che ha sotto il naso!"
Il Cavaliere si senti colpito in pieno petto. Il Monaco della Foresta di Smeraldo restò impassibile, ma iniziò a raccontare.
"Una volta guardai altrove… una volta passò di qui una donna. Anche lei non si fermò, diceva che la Foresta di Smeraldo era bellissima, ma che doveva andare. Anche lei. Lei diceva “Per di qua se vuoi uscire anche tu….ora lo sai….”. Io da solo non volevo… non capivo perché non potesse accompagnarmi…"

"Eh eh caro mio… allora la strada la sai? Di che ti lagni?
Se nel bosco passa una donna non sai quante ne passano appena al di fuori!
Lei ti ha indicato la via ed è tuo il mondo a cui essa porta."
Disse il Villano.

Il Cavaliere non commentava ma ascoltava tutto. Sentiva l’orgoglio ferito del Monaco della Foresta di Smeraldo come se fosse stato il proprio, ne intuiva la solitudine come parte della sua. Avrebbe forse sguainato la spada poco tempo prima, ma non si sentì di farlo. Le parole del Villano avevano un suono nuovo, mai udito. Erano dirette, erano feroci. Nulla risparmiavano delle leggi dell’onore in cui aveva sempre creduto. Erano ebbre, erano vive. Nulla temevano, neppure di mancar di rispetto.
"Ah ah… qua fermi state? Bene, bene gli uccellini vi faranno in testa il nido… sapete, in mancanza di alberi cavi il popolo alato predilige le teste vuote !"
Il Villano si alzò e ciondolando, senza fretta prese la via della luce.
"Chissà dove va e da dove arriva"
pensò il Cavaliere senza Testa.
Volse quindi il volto verso il Monaco . Non c’era più. Il Cavaliere sperò che non si fosse spaventato tanto da perdersi nei meandri più profondi del bosco per non essere più trovato. Qualcosa gli diceva che avrebbe scelto la via della luce. Con questo pensiero nel cuore proseguì il suo cammino.






Scaglie di luce. Lame di luce. Il giorno. Era uscito dal ventre della Foresta di Smeraldo. La luce gli ferì gli occhi. Per molto rimase cieco, e in quel buio il tempo cadeva goccia goccia. Il Cavaliere senza testa impugnò la spada tenendola bene stretta.

"Il Nemico… il nemico…. Non riesco a vederlo.. ma c’è … c’è sempre nell’ombra. Striscia tra i cespugli, attende nell’erba e quando attacca colpisce al cuore. Devo restare freddo... lucido…. Devo prestare orecchio ad ogni rumore, ad ogni fruscio… ad ogni respiro. Devo essere pronto a ferire… ferire per non perire. Subdolo inganno dell’ombra…. Nemico maligno….ti attendo armato di spada e della mia arte."

Nel buio il tempo si modellava attorno ai pensieri del Cavaliere, naufragati nelle memorie di guerre trascorse. Così quella divenne nel buio la misura di sè e del mondo, senza fiducia alcuna che la timidezza dell’occhio vincesse prima o poi il pudore avuto verso il sole. Ma anche mentre un Cavaliere cieco avanza nei suoi pensieri e nell’ombra, il mondo vive e fa rumore. Un fruscio. Era lontano ma la guerra aveva affinato i sensi del Cavaliere e nella cecità la sua intera ragione serrava le dita attorno alla spada.

"Erba calpestata, chiaramente. Deve essere lontano da me o ne percepirei l’incedere con maggiore regolarità. Soltanto se si avvicinerà di più dovrò temere…."

Ma il fruscio si fece più distinto. Era proprio suono di passi. Non doveva pesare molto questo qualcosa e nemmeno sembrava aver fretta. L’incedere era lento, regolare.

"Viene verso di me…lentamente. Sono questi i passi di chi non vuol destar vigilanza per meglio ferire, o l’andatura di chi non teme di perire perché male non porta? Non mi è dato di sapere… è troppo buio… Devo restare lucido"

Mentre così il Cavaliere meditava tra sé e sé, il fruscio si interruppe. Silenzio e poi rumore di erba strappata. Ancora lievi passi, ma più rapidi. Di nuovo silenzio e rumore di erba strappata.

"L’andatura si è fatta irregolare…Può darsi mi abbia visto solo ora… no.. non si tradirebbe. Deve aver scelto… si è preparato una strada… un arma."

La spada era pronta come la mente che la reggeva. Avrebbe ucciso senza pietà. Odiava la pietà. Il buonismo stantio che fa sopravvivere i malvagi e gli ipocriti, peste delle genti. I passi si fecero più rapidi. Sembrava correre ora quel qualcosa…. Saltellare. Frusciava l’erba sotto i piedi ma anche qualcosa tra le mani.

"È vicino molto vicino. Stringe un’arma tra le mani…. di fronte…è di fronte a me…"

I passi giunsero a lui ed egli colpì. Lo fece con furia cieca. Un lamento… una voce…Per un gioco strano della sorte fu in quell’istante che gli occhi del Cavaliere fecero pace con il giorno. Ai sui piedi giaceva una donna, identica alla morta del villaggio bruciato, con una lunga veste bianca. Anche lei era bianca, come il grande mazzo di fiori che teneva tra le mani. Nel candido lino della sua veste si allargava impietosa e rapida una macchia di rubino.
"Una donna… ho ucciso una donna… "
Trasalì il cavaliere. Saltò giù dal suo cavallo. Era la terza volta che lo faceva..lo fece d’istinto, lo fece in un lampo. Raccolse la donna tra le braccia e la scosse con foga…
"Perché .. perché lo hai fatto… perché non hai urlato! Perché…"

Lei lo guardò. La vita stava fuggendo da lei ma i suoi occhi restavano semplicemente stupiti, stupiti soltanto. La morte non era in quello sguardo più che un fulmineo fendente di spada, che non si coglie, non si fa in tempo a vedere. In quegli occhi stavano invece i prati attorno, il viso del cavaliere ed un mancamento che le bagnava il vestito.
"Volevo porgere fiori ad un cavaliere"
Disse in un soffio
"Non ne avevo mai visto uno… volevo farvi cosa gradita… una sorpresa………"
Morì così senza saperlo ed i fiori caddero su di lei e sul sentiero.

Il Cavaliere la depose a terra. Era arrabbiato, davvero arrabbiato e non sapeva perché. Era arrabbiato con quella donna tanto stolta da saltellare per i prati raccogliendo fiori in tempo di guerra. Era arrabbiato con i prati e i loro fiori. Odiava la luce del giorno che non illumina ciò che dovrebbe. Odiava l’ira che sentiva e sapeva esser compagna della paura. Non si sentiva degno di se “da che ne aveva memoria”. Non era degno d’esser chiamato cavaliere. L’idiozia di una contadina gli aveva tolto l’onore colpendolo con un mazzo di fiori. Spostò il corpo dalla strada e saltò a cavallo.
Non volle pensare ma i pensieri spurgarono nei suoi occhi sentimenti pungenti come sale. Erano lacrime. Non sapendo come,ne cosa, privo di capo e quindi di occhi, il Cavaliere vide il mare. Oltre il mare, venne il riposo. Il cavallo venne aggiogato ad un albero e sotto la sua volta di foglie il Cavaliere prese posto per la notte.
"Cavaliere, il tuo viaggio continua?"
Sobbalzò, appoggiato al tronco, dietro di lui sedeva il Monaco della Foresta di Smeraldo. Era chiaramente molto stanco. Molti giorni di cammino avevano ferito i suoi piedi scalzi e cerchiato di un viola livido il suo sguardo trasognato.
"Sei dunque uscito dal bosco….In quali lande hai vagato, dimmi,se per il tuo cuore ciò non è pena….."

"Oh, nobile cavaliere ciò per me non è pena più del mio stesso respiro, giacchè la stanchezza mi preme sul petto da giorno che nacqui. Ti racconto con piacere della mia strada e degli incontri fatti. Per uscire dal bosco me ci vollero giorni, forse mesi. Lo feci seguendo la luce, come il Villano consigliò, ma lo feci portando in cuore il sogno che avevo fatto di quella contadina di bianco vestita, nei solitari giorni del bosco."
La frase colpì il Cavaliere come un fendente. Una donna con una veste bianca… Tacque.
"La incontrai, sapete Cavaliere… fuori dal bosco. Ella raccoglieva fiori. Erano gigli, i primi fiori che bucano la neve al finir dell’inverno. Sorrideva. I suoi capelli avevano lo stesso colore della paglia su cui dormiva. Era una contadina ma era ricca di sorrisi per me. Parlammo molto e risi anche io, non senza fatica. Mi sedetti, come ora mentre lei continuava a raccogliere fiori cantando. Di colpo smise e si voltò “Sai perchè raccolgo fiori?” mi disse. Non compresi. Lei non se ne avvide. “Li raccolgo per un Cavaliere, sai, se dovessi incontrarne uno”. Mi sentii ferito. Le chiesi se sapeva distinguere o meno un Cavaliere da una pecora essendo nata e cresciuta tra le bestie di cortile. “Certo” rispose lei “Perché nel vederlo egli sarà cavaliere nel mio cuore”. Adirato mi alzai e me ne andai. Lei cercò di trattenermi perché amava la mia compagnia nel sole oggi più che nel bosco ieri. Ma me ne andai lo stesso."
Il Cavaliere era sbalordito. Forse l’aveva uccisa proprio quel giorno? Oh, infondo cosa contava!
"Per te non raccolse mai gigli?"
Domandò come se la cosa non lo toccasse.

£Non lo fece mai."
Rispose il Monaco della Foresta di Smeraldo con tono mesto.

"Sono convinto che sia scellerato chi ruba i fiori dal grembo della terra in un tempo di guerre come questo. Manca in tal anima il rispetto per il dolore dei molti morti e la cura della propria stessa sanità."

"Senza dubbio è così e ciò è ancor più vero se tali fiori raccogli confidando nel cuore e nei suoi inganni."

Villani scellerati, dimentichi del rispetto per chi di spada o di preghiera si arma, per essere d’utilità in quest’epoca di sangue.
Dopo queste ed altre parole il Cavaliere cadde in un sonno convulso, come un’infante stretto in fasce troppo aspre. Vide La Dama del Lago, un bambino che imparava a tirar di spada…vide una testa che cadeva. La sua…………. due grandi occhi neri spalancati…………per sempre aperti……….Si svegliò di soprassalto.
"Pessima notte, pessimi sogni"
Si disse.
Si voltò e vide che era solo. Ancora una volta il Monaco era sparito senza proferire verbo. Pur non avendo tratto dalla notte sufficiente ristoro, il Cavaliere si rimise in viaggio.



(To be continued)
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Era primo mattino. Un sole ancora assonnato si stiracchiava sbadigliando sui campi, invitando alla veglia i colori tutti. Tutto era fresco in quell’ora.
Non sembra che il mondo sia esistito prima
Pensò il Cavaliere senza Testa ridendo dell’inganno dei suoi occhi.
"La prima ora del giorno, è in tutto e per tutto simile alla creazione. A differenza d’allora però nel mondo esiste il peccato."
La voglia di ridere fu così forte che scompose i suoi modi cortesi. Il Cavaliere buttò indietro la testa e rise a piena gola senza riuscire a smettere. Rise in modo così prolungato e scomposto che l’elmo gli cadde dal capo, rotolando sul sentiero e poi più giù tra le erbe di campo. Il Cavaliere voltò per cercarlo in ogni direzione il suo corpo decapitato… ma non lo vide. Scese allora da cavallo. Era la quarta volta che avveniva, per ragioni che non fossero il riposo dal viaggio. Anche stavolta avvenne senza che egli se ne rendesse conto. Cercò il suo capo sul sentiero, lo cercò tra l’erba. Nulla. Un angoscia profonda gli salì nel petto. Un Cavaliere senza Testa non può combattere per il bene. Lo stigma della sua menomazione lo esporrà alla gogna e al pubblico dileggio, non certo agli onori delle armi. Senza il suo capo mozzato non era più che una deformità inquieta e senza speranza di pace. Nessuno doveva vederlo. Nessuno doveva sapere.

Una risata d’argento si levò dal campo di grano.
"Ehi… Cavaliere? Cercate forse questa?"

Tra le spighe mature, in piedi a braccia alzate stava una ragazza. La sua veste era bianca ed i suoi capelli di paglia. Il Cavaliere restò di sasso. Non era quella la donna morta nel villaggio bruciato? Non era quella la donna che lui aveva ucciso ?

"Scellerata ridammi quell’elmo!"
Urlò rivolto a lei. Era stupito. Era irato. Ancora una volta quella contadina si faceva beffe di lui.

"Bleah!"
Fece lei per tutta risposta, facendo boccacce come fanno i bambini.
"Vieni a prenderla la tua testa se proprio ci tieni!"

Il Cavaliere era furente. Quale onta! Quale disonore! Quella donna villana era il disonore del suo genere e l’aborto di qualsiasi forma di umano decoro. Mosse verso di lei passi furiosi. Il ferro dell’armatura faceva un gran rumore. La sua ira e la sua possenza avrebbero intimorito chiunque. La donna infatti smise di ridere, ma non per questo abbandonò l’elmo. Iniziò invece a correre, sollevano le vesti attraverso le onde scomposte del grano maturo. L’ira armava i piedi del cavaliere di grande velocità, nonostante il peso dell’armatura. La ragazza però era leggera e per questo riusciva a non farsi acchiappare. Corsero e corsero tra le spighe di grano, il Cavaliere senza Testa e la Donna con la Veste Bianca. Corsero finchè in cielo Qualcuno si divertì, o forse semplicemente finche lei non inciampò e cadde. Il Cavaliere le fù sopra. Stava per strapparle di mano l’elmo, quando lei si voltò. Il suo viso non era bello, ma sorrideva talmente che nei suoi occhi cadde il cielo intero. Il Cavaliere esitò un istante.

"Veramente avrei voluto portarti dei gigli…."
Disse lei facendo una smorfia buffa.

"Dei gigli? Cosa dici…. Non sai nemmeno chi sono………."

"Sei un Cavaliere è evidente…."
Rispose lei ridendo.

Lui si incupì.
"Un armatura può indossarla chiunque, come vedi, anche un uomo senza testa! Sei un ingenua!"

Lei lo guardò negli occhi e rispose
"Lo so, per questo non è in virtù di essa che riconobbi in te un Cavaliere……….."

"Fu in virtù dell’egoismo del tuo desiderio allora! La stessa superficialità imperdonabile che ti porta ad avventurarti nei boschi oltraggiando la preghiera dei saggi anacoreti e vagare da sola nei campi a raccogliere fiori cantando, senza rispetto per chi in guerra combatte, senza rispetto per chi di guerra perisce………"
Lei taceva e lo guardava negli occhi benchè non avesse testa. Il Cavaliere lo sentì e smise di parlare.

"Dici cose sagge Cavaliere."
Disse lei con dolcezza.
"So che tanto devo imparare. Ma una cosa la so anche io e non rinuncerò a dirvela."

"E sia"
Convenne lui.

"Questa è l’ora della creazione. Tutto è nuovo nell’ora prima. Tu e ed io siamo le prime creature di questo mondo. Il resto viene dopo di noi. Dopo di noi vengono l’uomo e la donna, il cavaliere e la contadina, la guerra ed il villaggio bruciato. Tutto può essere nell’ora prima se due creature vogliono animare un mondo diverso."

Le labbra del Cavaliere furono baciate e baciarono anch’esse pur non avendo egli un capo. Egli non capì come fosse possibile ma senti tutto. Sentì il profumo, sentì la morbidezza. Si lasciò avvolgere dal grano e dai suoi capelli.
Occhi aperti. Il Cavaliere si ridestò ed era solo. Era nudo nel prato, la sua armatura accanto. Non riusciva a capire per quanto poteva aver dormito. Si accorse che il sole della primavera aveva avuto il tempo di colorare il suo corpo pallido di una lieve sfumatura bruna. Lo guardò. Era il corpo di un uomo. Aveva molte cicatrici ed era privo di capo. Quello era lui stesso “prima che ne avesse memoria”. Si mise a sedere e si guardò attorno. La Donna con la Veste Bianca non c’era. Nessun altro aveva visto. Ne fu sollevato. Si alzò e reindossò l’armatura. Quando montò in sella era gravido di molti pensieri.
Percorse molta strada. Attraversò villaggi in cui sostò e si ristorò in altrettante taverne. Lo avvolsero fumo e risate. Il vino scaldò il suo ventre. Attraversò ancora boschi ed ancora prati, e dormì coprendosi con le stelle soltanto. Il tempo fluiva in modo strano, ormai lo aveva notato. Avrebbe dovuto avere mille anni almeno ed invece aveva sempre lo stesso aspetto. Lui come il suo cavallo. Era una cosa che aveva accettato. Il suo viaggio continuava e fu così che giunse al mare. Una volta sola lo aveva visto, nelle lacrime, ma mai il mare aveva visto lui. Gli si mostrò sfrontato, immenso e periglioso.
"Come la memoria, e come il futuro."
Pensò guardandolo. Si tolse l’elmo, per sentire le carezze della brezza salata.

"Eh già"

Il Cavaliere sussultò. Reindossò l’elmo più in fretta che potè mentre con la destra armava la sua spada.

"Ohi ohi… Colto sul fatto? A contemplare il mare come un qualsiasi uomo? E per di più senza testa?"

"Come fai a leggermi neri pensieri? Chi sei? Esci allo scoperto vigliacco. Cosicchè io possa vedere il viso di chi mi parla con tale insolenza!"

"Parla chi di volto non ne ha uno,e quel che crede d’avere in suo luogo,tiene celato nell’elmo!"
Una risata scrosciante seguì queste parole. E mentre ancora il riso fluiva infrangendosi contro il suono delle onde, da dietro una duna sbucò un uomo irsuto, di pelli vestito. Nella destra reggeva una fiasca di vino.

"Il Villano!"
Esclamò il Cavaliere senza Testa.

"Proprio così mio errante amico! Eh si che la mia voce è inconfondibile. La memoria inizia forse a farvi difetto?"

"Al contrario, ricordo bene voi e le vostre parole,e molto altro serbo nella mia memoria"

"Oh bene bene, smontate allora da cavallo, perché nulla sia addice di più gustar con il vino che le memorie"

Scese da Cavallo, il Cavaliere senza Testa, per la quinta volta. Sedette accanto al Villano, a gambe incrociate sulla sabbia. Bevette dalla stessa fiasca, raccontò del viaggio e della Dama del Lago, dei duri esercizi E di quella testa mozzata con due grandi occhi neri, aperti per sempre. Il Villano ascoltava, rideva e beveva. Il Cavaliere dimenticò l’armatura, la spada e l’elmo e giacque ebbro a corpo nudo nei raggi del sole della sera.

"Il vino scalda il cuore…"

"… e ristora le membra. Mi chiedo perchè i chirusici rimedino il male con salassi, quando tanto bene fa mescolare le nefandezze del nostro sangue a quello sano della terra…………."

"Dicono rinvigorisca il corpo...."

"Nulla che sprechi di te è bene, mio giovane amico,sia esso una goccia di sangue o una vita intera."

"Potrei averlo fatto Villano,poiché mi accorgo che passa il tempo,ma io resto il medesimo,ne invecchia il mio cavallo……"

" Oh questi eroi.. sempre tragici…sempre estremi..cantan di sé la propria ovazione o il proprio dileggio,con la prevedibilità di una marea,ed ogni volta credon d’aver fatto cosa nuova…. Il tempo poi! Dio boe! Dimmi del tempo che può sapere un uomo decapitato che viaggia eternamente?"

"So che il tempo passa e quando accade è perduto."

"So.. so… tu misuri il tempo con gli zoccoli del tuo cavallo… che ormai credo di essere sufficientemente sicuro di affermare che altro sian che le tue gambe. C’è una strada dietro la tua sella, già percorsa ed una di fronte… od altre e infinite. Quello è il tempo per chi erra eternamente………….Ma il tempo è invece ben altra cosa. Esso è un cerchio, come le aureole dei santi e nel contempo una sfera, come lo è il sole. In esso ogni cosa ritorna ma mai identica a se, eternamente nuova e accresciuta. Accadono molte cose assieme che nel tempo lineare si negherebbero a causa di una falsa consequenzialità. Il tempo ha molti livelli e spessore più che durata.. esattamente come le membra di un essere umano.
Neghi dunque il concetto di creazione e di fine dei tempi?"

"Io non affermo ne nego. Io parlo al mare e bevo vino. Così ogni volta creo o sono distrutto grazie all’anima che incontro. Ogni istante è un inizio e una creazione nello spessore infinitamente profonda del tempo."

Il Cavaliere restò in silenzio. Riusciva a comprendere quelle parole, benche il loro riverbero fosse ben differente da quello delle idee possedeva e portava con se da molti anni. Pensò allora al suo passato, pensò al suo futuro e al suo presente.
"Mi accadde nel mio viaggio un incontro strano…..In un villaggio bruciato trovai privo di vita un corpo di donna. Lo composi su un tavolo con cura e me ne andai. Vidi poi quella donna viva e la uccise la mia spada. Ancora poi la incontrai viva e si fece beffa di me, baciandomi poi tra spighe di grano maturo."

"Oh beh… niente di strano in realtà. Come ti ho detto, il tempo è tondo come il sole. Esso non procede inesorabile come una freccia ma pietoso come il ventre di una madre. Al suo interno stiamo tutti insieme, morti, vivi o più morti che vivi. Quella donna era morta prima e viva poi o ancora il contrario e il contrario del contrario? Tutto è vero rispetto al tempo, tutto è falso rispetto ad esso, mio giovane amico. Reale è ciò che i tuoi occhi hanno visto e il tuo cuore ha sentito. Ognuno di noi viaggia innanzitutto all’interno di se stesso."

"Oh … l’ho fatto ..ora lo so…. Ho provato tante cose……….ira profonda, paura, rabbia, angoscia, confusione, tenerezza…Ho usato due braccia e non solo uno, ho usato le mie gambe e non solo quelle del mio cavallo. Non distinguo bene ,ne so come percorrendo un sentiero come tanti, sia giunto in tale mondo"

"Questione di livelli, oh Cavaliere solo di livelli.."
Il Villico rise finendo il vino rimasto con un ultima avida sorsata. Poi si fermò pensoso.
"Anch’io vidi quella donna…. Non molto tempo fa…."

"Tu..la vedesti?"
Disse il Cavaliere sospendendo a mezz’aria il gesto che portava la fiasca alle labbra.

"Oh si… la vidi…la vidi una e poi più volte. Non è difficile ritrovarla. Ogni giorno si reca sul ponte di cristallo, al di sopra il mare, che congiunge questo mondo a quello oltre l’orizzonte."

"Il Ponte dei Due Mondi….."

Già Cavaliere, vedo che avete buone nozioni geografiche. Sono lieto di non dovervi fare da precettore su tali materie…. Trivio e quadrivio m’han sempre affaticato!"
"Conosco il luogo Villano e tu ben sai il perché. È un luogo quello da cui, pur errando per vita devo astenermi pena la morte. Non è dato ai Cavalieri senza Testa transitare su ponti, e men che mai sul Ponte dei Due Mondi."
"Questo lo so bene. Chi è senza capo perisce senza terra sotto i piedi!"
"È così."
Il Cavaliere bevve e restò un secondo sospeso. Tanto vino lo confondeva… ripassò la fiasca al Villico e domandò guardandolo negli occhi.
"Che fa ella ogni giorno sul Ponte dei Due Mondi, Villano? Non trovo nessun motivo logico per far di quel luogo meta di pellegrinaggio….."
Riprendendo tra le mani la fiasca il Villano rispose
"Oh, non di pellegrinaggio si tratta mio nobile Cavaliere. Non mi è parsa ella una donna che snoda per trascorrer le notti i grani del rosario…"
bevve
"… so che ella porta seco una piccola ciotola dipinta di fiori azzurri, colma d’acqua di sorgente. Giunta dove l’arcata del ponte raggiunge la massima altezza poi, intinge in essa una delle sue dita, la sporge sul mare al di la del parapetto e lascia che in esso cada una goccia."
"Assurdo.."
Rise il Cavaliere, lasciandosi cadere supino.
"Già … come il fatto che conti anche una goccia nel mare, amico mio, e che il mare intero sia diverso senza di essa…"
Il Cavaliere non trovò parole. A tutto questo non aveva mai pensato ed ora il vino lo abbracciava troppo stretto.
Se bevi vino, se la brezza del mare ti sfiora le guance, se puoi essere guardato negli occhi e baciato sulle labbra, amico mio, esistono buone probabilità che tu una testa ce l’abbia….
Si alzò e raccolse le sue misere cose voltando le spalle al Cavaliere.
"Tu la vedi?"
Chiese il Cavaliere troppo colmo di vino e di pensieri per alzarsi a sua volta.
"Ahhh non te lo dirò!Ti pare sensato da parte di un Cavaliere domandare ad un ubriaco per di più villico se possiede un capo?"
Il Cavaliere rise di se e il Villano gli fece compagnia.
".. comunque sia Cavaliere con la zucca o di zucca privo, se la cosa tanto ti preme, puoi recarti sul ponte….. Hai scoperto di avere due braccia e due gambe…. Altro potresti scoprire………… ed altro ancora. "
Sogghignò.
"Se invece nella morte di accorgerai che già sapevi… beh… non temere come sai nell’offrire vino non faccio differenza tra vivi e morti! "
Il Cavaliere ascoltò quelle parole, inchiodato com’era a terra dai fumi del vino. Si sentì quindi scivolare in un sonno profondo a cui non potè far altro che cedere.
"Crollato…. Un Cavaliere sconfitto da qualche acino d’uva spremuta!"
Commentò il Villano e canticchiando si allontanò nel tramonto.


Gennaio 2010

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NinfaEco
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Viandante Ad Honorem
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La Principessa con il Buco nel Cuore



C’era una volta,
una Principessa che aveva un Buco nel Cuore.

A dire il vero, non l’aveva sempre avuto . Ci fu un tempo in cui il suo petto florido e intonso, le concedeva il lusso di generose scollature. Ciò accadeva prima del nostro c’era una volta….. cioè prima dell’inizio delle favole, un tempo che non mi è dato di raccontare.

So soltanto quello che di lei dicono i curiosi che la vedono passare coprendosi vergognosa il petto lungo i sentieri ventosi del paese delle fiabe. Raccontano di un castello di pietra grigio fumo sulla cima di un monte e di un Re Padre dedito più alla giocoleria che all’arte della guerra. Raccontano che egli poteva sembrare più Giullare che Re e che questa fosse la cosa che più gli piaceva. Indossando vesti buffe e campanelli, visitava i suoi possedimenti riscuotendo, come dovuto tributo, lo scherzo e la risata. Di questo era ricco il Re e pieno il suo castello. La sera, quando il maniero serrava le sue entrate come occhi in cerca di sonno, il Re Padre Giullare prendeva sulle ginocchia la Principessa con il Buco nel Cuore e le raccontava di passate guerre, quando a cavallo del suo cane aveva conquistato il Regno delle Pannocchie. La Principessa affondava il viso nella barba immaginando le eroiche imprese del Re Padre, impegnato in campagne militari a suon di palle di neve e cerbottane. La Regina Madre sospirava per tutto questo. A dire il vero, sospirava sempre. Nessuno a corte sapeva perché, ma era il suono che emetteva più di frequente. Nulla contro tale disturbo poterono i medici di corte con i loro salassi, né qualcosa poterono le sagge erbe dei campi. Così tutti si abituarono a quello sbuffo di sottofondo come ad un suono familiare. La Regina Madre Sospiro a differenza del Re Giullare doveva sempre impegnarsi in ruoli ben definiti. Era l’unica nel castello, ma non poteva esimersi dal farlo per necessità interna. Talvolta, così facendo, finiva per essere più buffa del Re stesso, ma purtroppo a sua insaputa.
Comunque sia, come le pietre del castello, anche la corte stava insieme, unita nel colore giallo e ballerino delle fiaccole appese alle pareti, mentre fuori le nebbie salivano e scendevano lungo il dorso del colle

Venne purtroppo, come in tutte le storie di castelli, anche il tempo della guerra vera. Il Re che aveva gloriosamente combattuto a palle di neve nemmeno immaginava il suono di un cannone. Qualcuno una volta gliene aveva parlato, invitandolo ad industriarsi per fronteggiare la possibilità di un simile attacco, ma lui stava facendo ridere una cameriera lanciando in volo bolle di sapone e non ci fece caso. Arrivò Guerra con tutti i suoi cannoni ed il Re non era preparato. Guerra conquistava per vocazione. Era nera in viso e viveva intaccando i regni degli altri. In questo consisteva il suo impero. Essa sostava in loro, li consumava e quando le terre intere diventavano vuote e secche passava ad altre, da insaziabile e maligna. Così venne la volta del Re Pagliaccio, colpito in pieno petto da un colpo di cannone. Soltanto per un secondo si vide il Re ferito, alcuni nemmeno riuscirono a vederlo poiché l’impatto lo frantumò. Per la Principessa e la sua Regina egli esplose in forma di coriandoli in un ultimo scherzo. Nessuna delle due rise però. La Regina non era abituata e non poteva certo imparare cose nuove, con tutte le impellenti necessità gestionale che imponeva una corte in guerra. La Principessa non poté, perche venne anch’essa colpita di rimbalzo in pieno petto dalla palla di cannone lanciata dalla Signora Guerra Viso Nero. La Principessa non esplose, rimase intera e viva, anche se reclinando la testa poteva vedere attraverso quel buco rotondo le mura del castello alle sue spalle. La Regina si mise le mani nei capelli “Dovrò farle cucire nuovi vestiti, in modo che il buco non si veda!” e corse ad avvisare le sarte del castello. Poco importava che intorno fischiassero le cannonate, questa restava pur sempre una necessità che il suo ruolo rendeva non posponi bile ad altre. Così tra i botti della Signora Guerra e chiacchierio degli arcolai, il Regno delle Pannocchie divenne il Regno dell’Assurdo. Tutti agivano e nessuno sapeva perché, tanto più che il castello crollava e tutto avvenne in un solo secondo. La Principessa che aveva capito il segreto del cannone avendolo scolpito nel petto, decise di partire. Non le importavano di nuove vesti che coprissero quello strano foro circolare. Se ne andò così com’era, lasciandosi alle spalle guerre ed arcolai.

Passo passo, si accorse che il buco nel cuore le teneva compagnia, poiché il vento passando attraverso ad esso produceva melodie sempre diverse. La Principessa le ascoltava socchiudendo gli occhi. Sempre camminando, scoprì che le terre e le genti sono pressoché infinite. Ogni posto era diverso.
C’erano villaggi piccoli e colorati, con abitanti piccoli e colorati circondati da acque ampie che assaggiate sapevano di sale. C’erano paesi grigi, abitanti da persone grigie che correvano e correvano. Se gli chiedevi perché, nemmeno lo sapevano. C’erano città grandi, distese su dolci colline dove la gente indugiava nel vino e sorrideva , salvo poi non ricordare più nemmeno il proprio nome.
In nessuno di questi luoghi la Principessa trovò un buon motivo per fermarsi, ma da tutti ricavò lodi e pagnotte per la sua musica. “Se sapessero che questa musica non è che l’eco di una cannonata ripetuto dal vento”, pensò un giorno mentre addentava l’ennesima pagnotta ricevuta“ Starei meglio senza questo buco rotondo, anche se forse, a quanto pare, mi ha reso qualcuno”. Si scrollo le briciole dal vestito “Si.. ma mi ha resa chi? Ascoltando troppo le lodi di chi non può conoscermi, essendo ormai io venuta pellegrina, potrei confondermi, tanto più che ho un buco nel cuore in cui può stare dentro di tutto”. Riprese a camminare “Certamente sono ormai diversa da loro. Tanto vale viva di conseguenza e faccia di questa musica un arte”.

Fu così, passin passetto che la Principessa giunse un giorno di fronte ad una taverna solitaria, spuntata come un fungo lungo le sponde di uno stagno. Il sul tetto era rosso e la porta spalancata, come una bocca stupita. Ne uscivano fumi, risate ubriache e suon di stoviglie. Dalle finestre blandamente illuminate e luride, si intuiva del profilo dei commensali soltanto il naso rosso ciliegia. Ma la Principessa amava la musica, e per questo riuscì a distinguere al di sotto di quello sguaiato cianciare un timido stormo di note in volo, note d’acqua che si allargavano piano come cerchi in uno stagno. La Principessa intuì le dita e comprese le corde. Vide socchiudendo gli occhi i loro movimenti gentili, il loro pallore ed insieme la decisone del loro tocco. Senza bisogno alcuno d’aprire gli occhi, semplicemente seguendo il sentiero di quelle note giunse di fronte al musico misterioso. Era rintanato in un angolo della taverna, avvolto e non toccato né dal fumo né dalla luce. La sua fronte era ampia come la luna, i suoi occhi neri come topolini che si nascondevano squittendo nella parete di vetro degli occhiali. “Nero infinito” penso la Principessa “nero e fiamma, come in guerra e come accade la notte”. Quegli occhi seguivano corde che parlavano d’altro, dicendo così di sé soltanto il silenzio e l’attesa.
Capelli morbidi di bambino li celavano a tratti, come si fa con un tesoro che non è bene che chiunque rubi.
Smisero le note e si alzarono gli occhi cadendo gli uni negli altri. E si ritrovarono insieme in una nicchia, in una pancia, in una bolla. Intorno scorrevano i fumi e le voci, ma non al suoi interno. Lui non disse nulla perché era Musico, la Principessa avvezza alla strada ed educata alla giocoliera lo intrattenne con un curioso numero circense. Lui rise. “ Non sai parlare, ma sai suonare e ridere” gli disse lei, lasciando cadere la palla colorata che stava facendosi roteare come una trottola sul naso.
Lui le prese la mano e lei capì che il Musico Muto sapeva molte cose. Cadde l’amore con la notte, e caddero insieme un uomo ed una donna, sotto il salice quel giorno.
Impossibile era intuire allora, il mistero che si nascondeva nel vento e melmoso nello stagno. Forse già da allora la creatura del profondo attendeva, schiumano nelle acque limacciose la sua saliva di inchiostro.
Ma ancora non era tempo. Il giorno raccolse e sollevo gli amanti caduti. Il Musico raccolse una manciata di fiori selvatici e li sistemò nel Buco che la Principessa aveva nel cuore. Li spinse nel foro, spingendo con forza contro le sue pareti di carne. La Principessa per la prima volta sanguinò ma il dolore le fece riconoscere nel suo petto un prato fiorito. “Sono la primavera disse” e fece una giravolta. Lui la guardo sorridendo ed iniziò a suonare. La Principessa con la Primavera nel cuore lo seguì certa che, anche se fosse sopraggiunto il vento, il Musico avrebbe colmato di altri fiori il suo cuore.
L’orizzonte dischiuse di fronte a loro tutte le strade del mondo. Entrambi non avevano scarpe e sentirono nella carne tutti i ciottoli, tutto il fango e tutta la polvere. “Polvere sei e polvere tornerai… perché la fine non arriva mai!” cantava la Principessa Primavera sulle note del Musico, danzando lungo i sentieri delle favole. Insieme visitarono città e paesi lontani. Strana la gente e strani loro, ogni giorno diversi. In ogni piazza dilettavano i curiosi con i loro spettacoli e così vivevano, nel vento come petali di ciliegio. “Com’è ricco il mondo… siamo ricchi anche noi” … parlava e parlava la Principessa Primavera mentre il Musico affondava nel vino guadagnato. Esisteva con tutta la sua persona e questo permetteva all’inutile chiasso di lei di scivolare nel suo silenzio. Labbra e gambe… allacciate in infiniti nodi. Amare è come ansimare.
Camminando e cadendo con l’amore ogni notte, raccolti dal sole ad ogni alba il Musico e la Principessa Primavera impararono l’uno dall’altro.

Passarono così molti secoli ed il tempo è spietato come la tortura della ruota. Accadde così che i passi riportarono Musico e Principessa Primavera sulle sponde dello Stagno della Prima notte.
Si adagiarono insieme nel baldacchino ritagliato nel buio dalle foglie di salice. Il Musico per primo si accorse che il salice piangeva. Suonò per l’albero triste ma invano. Musico Occhi Neri allora si voltò e chiese parole alla Principessa, perché per la prima volta non sapeva come fare. Allora lei si rialzò dal baldacchino, per la prima volta senza essere stata amata e poi raccolta dal sole. La Principessa parlò e parlò al salice. Invano! Il Musico divenne triste e si allontanò dalla Principessa per adagiarsi sulla riva dello Stagno. In quello specchio torbido e deformante vide il suo volto piangere. La prima lacrima persa cadde nell’acqua, la seconda disegnò in essa un cerchio, la terza ne ruppe la superficie purulenta. Il principe udì allora una voce dal profondo dello stagno. Era una voce di vetro, sottile, non umana. La voce di vetro ripeteva i suoi pensieri . Il Musico che mai e mai era riuscito a pronunciarli credé fosse la sua voce.
La Principessa vide e corse inciampando nel vestito. “ Non è la tua voce Occhi Neri!.. la voce del pensiero appartiene come le note ad un solo strumento”. Il Musico si irritò con lei e le spostò il braccio con disgusto. Le fece notare lo strappo nella sua gonna che la corsa aveva aperto, ed i suoi piedi impolverati. “Polvere sei e polvere tornerai, perché la fine non arriva mai!” Provò ad intonare lei, ma lui ruppe per terra il violino. Non lo capiva! Aveva ritrovato la voce e lei gli chiedeva di suonare. Con uno scatto rabbioso ritornò sulla sponda. La voce vitrea si fece più forte, appuntita come il ghiaccio. Il Musico si inginocchiò per ascoltarla ancora meglio, benché non ce ne fosse bisogno (benché ne comprendeva il senso la Principessa rimasta molti passi indietro) . Lei “Non è la tua musica, lo stagno la riproduce perché l’ha ascoltata… ti vuole perché il suo ventre è vuoto, allontanati Occhi Neri”. Per il Musico incantato i richiami della Principessa non erano che uno stanco eco; “Non è rubando il suono di un altro strumento che troverai il tuo!”. Inutile, il Musico non la sentiva più rapito dall’incantesimo dello Stagno. Dalla superficie rotta la voce insisteva e chiamava. Il Musico non resistette e la sfiorò con il dito, innamorato dell’ascolto di quelle che credeva essere la sua voce. Fu allora che lo stagno si contrasse e ribollì. La superficie rotta andò in frantumi e dal ventre nero emerse la Creatura del Profondo. Il suo cranio era contratto dalla tensione delle fauci aperte. Da un labbro macerato all’altro penzolavano corde di saliva nera come inchiostro. La bava d’inferno annodava tra i loro denti contorti , ingemmandoli di bolle nere. La tensione del cranio espelleva occhi rotondi giallo uovo innervati da vene impetuose come torrenti. La Principessa urlò così forte che il suono disperse per intero, nell’aria blu della notte, i fiori che le riempivano il cuore. Esplosero anch’essi come fece il Re Padre Giullare e, come quella lontana volta, nessuno rise. Fu, come sempre, un secondo. La Creatura del Profondo serrò le sue fauci sul capo del Musico scuotendo le sue mammelle vuote di vecchia nell’ acqua arrossata di sangue. La testa del Musico giaceva squartata a brandelli nelle fauci che lo divoravano, ed in pezzi sprofondava sopra e sotto le acque melmose in tumulto. Tutto lo stagno divenne di sangue. Il suo odore riempì l’aria. La Creatura del Profondo spalancò la sua orrenda bocca, colma delle carni di Occhi Neri ed emettendo un grido di piacere si inabissò. La Principessa si lancio nello stagno di sangue come impazzita, ma nonostante volesse raggiungere il fondo dello stagno, il Buco che aveva nel Cuore la costringeva a galleggiare. Insanguinata e folle, la Principessa continuava a provare con tutta la forza dei sue reni. Ma lo stagno si richiuse e l’acqua ritornò del suo melmoso colore. La Principessa era senza respiro e si accorse che al suo posto erano affondate tutte le sue parole. Così, inzuppata di sangue e melma, si trascinò sulla riva e pianse. Poi guardò l’acqua che ora si fingeva di nuovo un semplice stagno. Pensò, senza più poterlo dire, che lo stagno non le avrebbe giocato lo stesso scherzo. Mai si sarebbe illusa di ritrovare le sue parole in quella voce di vetro.
Poi poggiò il mento sulle ginocchia nascondendosi dietro un muro di capelli bagnati. Sorrise lì sotto, perché pensò che magari il Musico poteva là sotto nel buio ritrovare le sue parole annegate.

Molti soli si alzarono per raccoglierla ma non ci riuscirono sebbene fosse diventata più leggera adesso, con il suo Buco nel cuore. Si alzo alla fine da sola, una volta che sentì che ogni cosa in lei era asciutta e riprese il cammino sebbene fosse così leggera che il vento decideva la sua strada, trascinandola con se come una foglia secca.
Non parlava ed il foro rotondo si era ormai allargato troppo per produrre musica. Il suo ventre ebbe fame, ma lei non lo ascoltava. I suoi piedi furono stanchi, ma lei non gli permise di riposare. I suoi occhi chiesero sonno e lei fece capire loro che non era ancora tempo. Per l’ennesima volta paesi e genti." Tutte uguali" pensò “le ho già viste tutte”. Ed ora che non aveva più musica ma solo un Buco Muto nel Cuore e vesti infangate, non c’era pane per lei. Pensò che aveva scoperto qualcosa della gente del mondo delle fiabe. Le venne voglia di ridere, ma non aveva voce.
Fu allora che il vento la strappò a quella strada per abbandonarla ai piedi di un vecchio albero.
Era il tramonto. La giornata insieme alla sua stagione non declinava l’invito del freddo. La Principessa con il Buco nel Cuore notò che l’alberò era cavo, e che il suo spazio bastava ad ospitarla. Così prestando molta attenzione a come si muoveva entrò nella cavità e cercò in essa il suo posto. Non lo trovò, ma la stanchezza era tanta che si appisolò comunque. Dormì e dormì. Dormì giorni, mesi forse anni. In un albero cavo il tempo scorre diversamente.

Dormì finche un respiro profondo e regolare non entrò nei suoi sogni. La Principessa con il Buco nel Cuore spalancò allora gli occhi spaventata. Vide nel buio due occhi gialli, grandi e rotondi che la guardavano con attenzione. Non poteva interrogare quella creatura nascosta nell’ombra perché non aveva più parole. Allora si protese in avanti per guardare meglio.
Vide allora un Piccolo Gufetto Occhialuto che al suo avvicinarsi sbatté le palpebre e si ritrasse indietro nell’ombra. “Un amico silenzioso” pensò la Principessa con il Buco nel Cuore e sorrise. Pensando che il Gufetto potesse avere fame usci dall’albero cavo per raccogliere qualche mora di bosco. Fu fortunata, le trovò subito. Mentre dormiva, accanto all’albero cavo era cresciuto un enorme rovo. I suoi rami erano carichi di more come le dita di una gran dama lo sono di anelli. Sollevò il vestito facendo della sua gonna una bisaccia che colmo di quei frutti. Poi rientrò nell’albero cavo. Il Gufetto gradì le more e anche lei ne mangiò. Questo accadde molte volte e con altri sapori. Accadde finche la Principessa con il Buco nel Cuore, osservando che la stagione si era fatta più mite, decise di partire. Salutò il Gufetto, ma non aveva mosso i primi passi che si volto sentendo uno zampettio. Il Gufetto era uscito e la guardava. “Potessimo parlarci capirei che vuoi” pensò lei. Il Gufetto allora si strappò una piuma, si avvicinò al rovo e la intinse in una mora matura. La Principessa con il Buco nel Cuore pensò che fosse impazzito a causa della luce del giorno a cui non era abituato e si avvicino a lui. Il Gufetto con un goffo volo si poggiò sul suo braccio e tenendo la piuma tra le zampe iniziò a scrivere.
“…..POSSO VENIRE ANCHE IO? VORREI VEDERE IL MONDO….“. La Principessa con il Buco nel Cuore non poteva rispondere con le parole e non sapeva scrivere. Allora sorrise. “Potremmo mangiare vendendo quello che scrivi ……….oltre alle more ovviamente” pensò. Avvicinò il braccio al foro che aveva nel petto in modo che il Gufetto potesse trovare un posto comodo e riparato in quelle ore di forte luce. Le sue unghie gli fecero un po’ male, ma decise di non farci caso e si incamminò lungo il primo sentiero che incontrò.

Non riportato per in rispetto delle leggi sui copiright nevrotici, ma intimamente amato il tentativo di continuazione di questo racconto ricevuto in dono


Novembre 2009

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7
NinfaEco
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(A)morte

Mordimi le labbra,
fino a che non possa più parlare.
Mangiami la bocca,
fino a che non avrai bevuto il mio sangue.
Baciami gli occhi,
fino a che non avrò rigate le guance .
Annodami il respiro al collo,
fino a che io non perdo il mio.
Prendi il mio corpo,
non mi serve più......



2 Gennaio 2010

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8
NinfaEco
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(In)naturale

Sulla mia schiena pesasti con furia,
zanne nel collo.

Scuotendo la testa mi apristi le carni,
stretto alla gola.

Pesasti su di me con tutto il tuo corpo,
lingua nel ventre.

Avevi fame e mangiasti i miei visceri,
accadde al tramonto.
I corvi vennero dopo,
quando ti allontanasti con le labbra rosse.

Mio leone, ho visto tutto.
Ti sei dimenticato gli occhi.


2 Gennaio 2010

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9
NinfaEco
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(Per)dono

La mia lingua è un pugnale,
per questo non posso baciarti.
Le mie mani sono lame,
per questo non posso porgertele.
Le mie dita sono coltelli,
per questo non posso abbracciarti,
se non fino alla morte.



2 Gennaio 2010

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10
NinfaEco
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Gli Zingari non hanno Memoria


Adagiato sulle curve dei monti, stava un lago di inchiostro, come dopo l’amore la notte. Cigolavano le ruote dei carri, e le ferraglie e i campanelli. Era la sera in cui arrivano gli zingari, la gente che viaggia, che è sempre forestiera.

Dietro le ante come da grate di celle, i piccoli abitanti dei monti li spiavano.
“Loro vivono del lavoro che ci torce le gambe” disse Nonna Fatica ai Ragazzi dall’ombra della stanza
Ma i Ragazzi non ascoltavano.
“Loro non conoscono pesi e non hanno ricordi” rintuzzò lei guadagnandosi con un movimento della schiena la breve luce del focolare antistante.
“Loro non conoscono alcun sentimento onesto e coprono con il riso di un carnevale eterno la loro quaresima infinita”

I Ragazzi non la ascoltavano. I Ragazzi amano gli spettacoli, la musica, i circhi. Le gambe dei Ragazzi sono dritte e sottili. Sanno correre rapide dai cambi del lavoro fino alle onde del lago. La fatica non le ha ancora piegate, ne hanno tanti pesi e memorie da sedere accanto ad un camino nelle sere di primavera.
Corsero i Ragazzi giù per le scale ed il cuore rimbalzava ad ogni gradino.

Donne danzanti e gonne colorate, lanciate tra i fuochi e tra i carri come coriandoli. Se avevano un età non si erano prese la briga di indossarla quella sera e ridevano con tutto il loro candido seno.
Barba-Nera beveva insieme ai suoi burattini e le abbracciava tutte, mentre danzavano e ridevano volteggiandogli intorno.
“Mie dolci farfalle ubriache di miele danzate intorno al fuoco fino a che questo vi bruci. Danzate e non temete poiché di qualcosa dovremo tutti morire” Avendolo udito o forse nemmeno, una Farfalla Rossa si posò sulle sue ginocchia lasciandosi stringere i seni accesi dal fuoco. In cambio del suo silenzio gli offri la bocca. Leggera come si era posata volò via, rapendo per se il piacere di quella carezza.
“Del resto sono ricco” rise Barba-Nera esibendo i suoi traballanti denti d’oro “ricco abbastanza per tutte le mie farfalle” La Farfalla Rossa danzava ed intorno tutto non girava mai abbastanza. Sciolti i suoi seni lo era anche il suo intero corpo e ciò che il suo signore fece a lei, le fece alle sue sorelle fino a che tutte le farfalle non persero le ali.
“Belle… siete belle, danzate per me tutta la notte … danzate per il mio diletto e per quello dei miei burattini… mie piccole farfalle nude, fiori senza petali… bambine di miele”

I Ragazzi osservavano dall’uscio. Si abbracciarono. Tanto erano innamorati, al principio della primavera. In due non avevano abbastanza anni da fare un uomo in età di ragione ed erano immensamente felici. Non avevano un passato da dimenticare ma soltanto tanti giorni da far propri piegando le proprie gambe e piagando le proprie mani. Ma non sono questi i pensieri che fanno due innamorati al principio della primavera.

La Farfalla Rossa arrestò la sua danza. Lì osservò.
Aveva occhi grandi occhi d’acqua, colmi da annegare. Sulle rive di quegli occhi la sabbia portava i segni di passi antichi, i passi di due ragazzi sulle rive di un lago.
Ora che non danzava con le sue sorelle accanto al fuoco si vedevano bene. I passi si perdevano nel profondo degli occhi, e piccole onde di piena tracimarono per cancellarli. Fu un secondo.

La Farfalla Rossa offrì la sua schiena al suo Signore Zingaro, che la prese con forza sollevandole la gonna. “Cerca a fondo.. mio Signore” ansimò “ cerca a fondo… trova la chiave, apri lo scrigno e butta via i miei vecchi tesori”. “Non temere Farfallina prenderò tutto per me e non ti lascerò niente” Conficcò le unghie nei suoi seni e cercò in lei con la foga d’un ladro. Quando ne ebbe abbastanza, la scostò da se.

“Li nascondi troppo bene i tuoi ricordi mia Farfallina” la schernì e lasciò cadere nella sua bocca altro vino come fosse pioggia.





16 Maggio 2010

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NinfaEco
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Signor Cuore e Dottor Coscienza


C’era una volta Signor Cuore,

e potrebbe esserci ancora se fosse stato più accorto. D’altronde però non si può fargliene una colpa, non essendo egli munito ne di occhi ne di cervello. Signor Cuore era semplicemente una palla rossa e, non essendo mai troppo gonfio, non era nemmeno perfettamente rotondo. Il gonfiore che gli dava consistenza variava di continuo poiché in luogo del capo egli possedeva un piccolo foro, mal celato da una valvola difettosa.

Non avendo capo, mancava di memoria e si ritrovava sempre a fare le stesse cose e a gironzolare nei medesimi luoghi. Non avendo capo, mancava di occhi cosa che lo portava a non riconoscere mai chi incontrava. Questo lo avrebbe esposto al rischio di ripetere più volte le stesse cose alla medesima persona o alla persona sbagliata ma, fortunatamente non avendo bocca, non aveva alcun argomento. Signor Cuore non aveva nemmeno orecchie e quindi non poteva comprendere ne chi lo derideva, ne chi tentava di avvertirlo. Il fatto di non avere gambe non aveva mai costituito un problema per lui, poiché ogni qualvolta si trovava ad esser gonfio come una palla, poteva spostarsi rotolando. Nello stesso modo Signor Cuore non si curava di non avere braccia, poiché non esisteva alcunché di serio che una palla rossa e goffa potesse fare.

Così un po’ rotolando e un po’ no, Signor Cuore camminava sempre lungo i medesimi sentieri, facendo una cosa sola: battere. Il Signor Cuore si dedicava con grande piacere a questa attività, poiché soltanto così poteva incontrare le Persone Intere. Egli sapeva che quelle strane creature dotate di capo, braccia e gambe potevano percorrere molti e diversi sentieri a differenza sua. Per questo li invidiava un po’, ma senza rancore, poiché del guadagno comprendeva anche il prezzo. Le Persone Intere erano sempre indecise su dove andare o volevano andare in qualche posto senza sapere dove si trovasse. Per riuscirci, spesso chiedevano a questo e a quel passante, ignorando che un passante non sa fare altro che passare, e così si ritrovavano più confusi di prima. A volte, anche avendo scelto un sentiero, non sapevano nemmeno come percorrerlo: prima correvano, poi si fermavano ansimanti e camminavano, o ancora tornavano indietro. Il Signor Cuore comprendeva la pesantezza di quei cammini, nonostante il menisco delle gambe delle Persone Intere si impegnasse per ammortizzarlo.
Il peso dipendeva dal fatto che avendo un Capo, le persone intere avevano anche memorie, pensieri e aspettative. Come se non bastasse gli occhi suggerivano loro sempre nuove cose che però non erano sempre le stesse viste dai loro consimili. Lo stesso accadeva con gli argomenti delle loro labbra e con quello che le loro orecchie ascoltavano. In seguito a questa iper stimolazione interna ed esterna, il loro Capo si era colmato di una strana poltiglia presuntuosa. Questa poltiglia però non sapeva nutrirsi da sola, e le Persone Intere tentavano invano di sfamarla con il loro sangue. Avendo però assunto con il tempo una posizione eretta per dare alla poltiglia presuntuosa il rango che credeva di meritare, il compito era divenuto piuttosto faticoso. Per riuscirci dovevano mettersi a testa in giù o rotolarsi per terra, anche se si trovavano in mezzo al fango. Il loro sangue quindi si sporcava spesso, senza che il sacrificio fosse valso la sazietà dell’arrogante poltiglia.

Fu il fascino dell’ intero e la sua nascosta debolezza a spingere Signor Cuore verso queste creature.

Fu l’unica cosa che sapeva fare a consentirgli di incontrarle.

Signor Cuore sapeva battere e aveva in luogo del capo una valvola mal avvitata . Avvicinando al petto delle Persone Intere la propria sommità cava egli ne ospitava il sangue sporcato dalle loro fatiche. Essendo cavo e senza pensieri, lo restituiva loro giovane e pulito. Con il suo battere spingeva il sangue nuovo verso il loro Capo, nutrendo la poltiglia presuntuosa senza costringere le Persone Intere a ricorrere a comportamenti ridicoli.

Ad ogni incontro Signor Cuore si ritrovava colmo e gonfio, potendo così rotolare nuovamente in direzione di una altra Persona Intera, e ogni Persona Intera si sentiva dopo averlo abbracciato, più leggera e meno affaticata.
Così andò per molto tempo. Finche un giorno Signor Cuore non rotolò ai piedi dell’ Allegro Chirurgo. Allegro Chirurgo era una Persona intera, ma a causa della sua professione era diventato molto ricco e credeva di essere speciale. Per questo si era auto conferito il titolo di Dottor Coscienza, si era costruito uno studio e riceveva pazienti. Allegro Chirurgo aggiustava i loro organi, impedendo loro di morire e per giustificare il suo operato aveva formulato la teoria degli umori e quella della krasis. “ Se i vostri umori oscillano in voi non c’è equilibrio per quanto voi vi affanniate. Il capo è malnutrito e i passi incerti. Avete sentito che c’è addirittura gente che sceglie di fermarsi in un posto? Dico io questo non è sano, con tutti i sentieri che ci sono da percorrere. Io nutrirò la vostra mente perché ciò non avvenga e sistemerò i vostri menischi affinché il vostro peso non vi imbarazzi!”

Il Signor Cuore si avvicinò come soleva fare anche al Dottor Coscienza ma egli si ritrasse e pontificò “ tu Batti, strana creatura… da mattina a sera. È cosa risaputa. Tu riesci a percorrere i sentieri del mondo solo prestandoti ad ospitare il sangue altrui. Ti credi utile perché purifichi la loro linfa, ma fai ciò unicamente spinto da un bisogno di tipo narcisistico. Tu vivi in funzione degli altri. Il tuo Io è malato”
Il Signor Cuore si sgonfiò tutto. Non poteva mica sapere lui cos’era un Io. Battere gli veniva naturale e gli piaceva far passare in se il sangue stanco delle Persone intere. Ti colpo sentì il peso della sua incompletezza. Riconobbe nel proprio corpo la menomazione della parzialità di cui il dare lo aveva a lungo consolato. Fantasticò in un colpo le sue mancanze e necessità presunte che non sapeva mettere a fuoco.
La fascinazione per le Persone intere divenne dolore, ed il dolore paura.
Sparse allora per terra il poco sangue che ancora conteneva, poiche non avendo occhi mancava con essi anche di lacrime.
“ Seguimi strana creatura…seguimi nel mio studio. Con una operazione chirurgica di doterò di un Capo, affinche tu possa dubitare, e di una Bocca affinche tu abbia argomenti. Agli estremi del tuo corpo sferico
Sistemerò due lunghe Gambe, affinchè tu possa percorre tutti i sentiri del mondo e Braccia forti, con cui lavorare per te solo. E non ti mancheranno Orecchie, così sensibili che per trovare pace dovrai tappartele… e soprattutto, mezza creatura, fidati, non ti mancheranno Occhi per piangere!”

Fu così che il Signor Cuore lo seguì e si stese sul lettino.
Il Dottor Coscienza lo addormento ed incise le sue carni fin nel profondo.
Fece tutto come promesso e quando divaricò il foro sommitale Cuore aveva il logo del Capo,
per porre al suo interno un Capo vero il Signor Cuore smise di battere.
“Tutto come previsto” pensò il Dottor Coscienza assicurando gli ultimi punti di sutura.
“ Finalmente questa mezza creatura è una Persona Intera, che può capire, pensare e vivere per se.
Non è più condannato a battere e a legarsi ad altri per percorre la sua strada. “
Iniziò quindi le procedure di rianimazione ma la nuova Persona Intera da lui creata non si ridestava.
Non si ridestava ne si destò mai più.

“Un cuore può soltanto battere, non c’è niente da fare.” Constatò il Dottor Coscienza “ nulla ha potuto la mia arte per questa mezza creatura con cui la natura fu tanto matrigna”.

Scosse il capo e si accostò al lavello.

Benchè l’acqua scorresse ed il sapone venisse speso, le sue mani restavano rosso sangue.



Novembre 2009

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NinfaEco
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Il Patetico Dramma della Coscienza Nevrotica

Personaggi:
Santagattina, il suo Angelo Custode e il suo Diavolo Custode

Atto I


Santagattina: oggi sono annoiata....
non vedo stimoli( ho guadato anche sotto il tappeto)......
Diavolo Custode : Stimoli ehhhhh?...Prendi questo!
Santagattina:: Aiahhhhhhhhhhhhhhh!
Angelo Custode : ma ti sembra il caso di fare così poverina?
Diavolo Custode : Certo che sì … questa si è sempre mossa solo a calci in culo!
Angelo Custode : Io credo invece che a volte le persone abbiano bisogno di tempo per capire
Diavolo Custode : Se dai tempo a questa si arriva al Giudizio Universale
Santagattina: : Non è il momento in cui risuscitano i morti?
Angelo Custode : Si Gattina ………
Diavolo Custode : …. Resuscitano per scuoiare le gatte coglione!
Che lavoro di merda faccio … io chiedo trasferimento!!!!!!!!!!!!
Angelo Custode : ah si? E dove? Hai presente quante zucche vuote ci sono in giro?
Diavolo Custode : e allora? Avrei più spazio per coltivare i miei Hobbies …..
Angelo Custode : dai almeno qui è arredato… ….
Diavolo Custode : Tutta merda dell’ikea….
Angelo Custode : su pensa ai bei filmini che vedi qua! ….
Diavolo Custode : Sai che roba i pornazzi che proietta la Gattina, contorti a manetta….
Angelo Custode : un po’ di ambientazione aiuta l’eccitazione….
Diavolo Custode : un po’ d’ambientazione???????????????
Questa ci trascina nel Medioevo, sulle scogliere o negli inferi
per sognarsi una ciulata….
Angelo Custode : Gattina è sempre sta complessa….
Diavolo Custode : si…. come un macina coglioni….
E poi tutto sto dialogo io le metterei un tappo
Santagattina:: Occhio potrebbe piacermi
Angelo Custode : Gattina non puoi fare proposte anche al tuo Diavolo Custode!….
Diavolo Custode : una volta che fa proposte interessanti me la cazzi….
Santagattina:: Per fare un boccacicci al mio Diavolo custode dovrei essere morta?
Diavolo Custode: sarebbe la condizione ottimale, ma mi accontento anche se sei ancora tiepida..
Santagattina:: Si può fare… se prima mi raccontate del giudizio universale
Diavolo Custode : ok ma te intanto impegnati a lavorar di bocca..
Angelo Custode : non so se questo rapporto orale consumato a livelo interiore tra umano e diabolico sia sano
Diavolo Custode : suca..
Angelo Custode : non te ne basta una?
E poi da quando sei bisex?..
Diavolo Custode : non mi faccio mancare niente io, Ciellino Bacchettone..
Angelo Custode : con te non si può ragionare..
Gattina mi ascolti?
Santagattina: Mmmmhhhhhh
Diavolo Custode : Pirla non vedi che ha la bocca piena?..
Angelo custode: è vero hai ragione.
Non si parla con la bocca piena… è maleducazione.
Gattina è sempre stata educata…
Diavolo Custode: uaaaaaaaaaaaaaaaa
..uh…uhmmmm….. ziiiiiiiiiiii
Angelo Custode : ho capito… parlo io..
Il giudizio universale è il momento in cui tutti saranno giudicati per i loro meriti e peccati. A tal scopo i morti riemergeranno dalle fosse insieme a quelli morti in quel momento
Diavolo Custode: in poche parole tutti fottuti….
ahhhhhhh
Santagattina : e qual è il peccato più grave?
Diavolo Custode: …...…….. sta zitta e succhia!!!!!!!!!!!
Angelo custode: ce ne sono molti…………… gola, accidia, lussuria………….
Diavolo Custode: uaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhhhhhhhhhhhh
Palle! Credi a tutto ciò che dicono in TV???????????????
Angelo custode: certo io mi interesso di ciò che mi accade intorno ………….
quindi ascolto volentieri il telegiornale e i talk di approfondimento
Diavolo Custode: puà!
Mezzi di disinformazione di massa!
Angelo custode: e allora dai dimmi da dove le trai tu le tue informazioni
Diavolo Custode: uaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
Le sta tirando fuori Gattina adesso………….
Aspetta un attimo…………………….
Angelo custode: che schifo! io adesso me ne vado…
Qui oggi non è rimasto un minimo di decenza
Diavolo Custode: non eri tu a dire che qui si stava bene e che trasferirsi era una cazzata?
Angelo custode: la tua intelligenza è andata a farsi fottere!!!!!!!!!!!!
Diavolo Custode: il problema dell’intelligenza è proprio che non può farsi fottere!
Angelo custode: basta … vado in pausa
Diavolo Custode: anche perché hai già usato parole non consone al tuo ruolo!
Poi il Vecchio ti licenzia
Il bello del mio ruolo è che invece mi posso incazzare
Angelo custode: l’Altissimo non è vecchio, è solo maturo e poi è buono
Diavolo Custode: uaaaaaaaahhhh
Ho capito che ci fai col capo in ufficio fino a tardi
Angelo custode: non risponderò ad altre basse insinuazioni

Diavolo Custode: il pirla se n’è andato finalmente………………
Uh uhm ziiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii
Uuuuuuuuuuuuuuuuuhhh
Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhh


Santagattina: Diavolaccio…. Me lo dici ora il segreto?

Diavolo Custode: Gattina ce l’hai spalmato sul viso……………………..
IL PECCATO Più GRAVE è NON GODERSI LA VITA.
PER QUESTO NON C’è GRAZIA, Ne SALVEZZA.

Santagattina:Capito…..



Dicembre 2010 (credo)

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NinfaEco
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Tutti i Pensieri della Mia Casa

Sono una porta molto piccola che il tempo e l’incuria hanno privato di un'anta.
Soffro del vento ma non posso urlare sbattendo contro i muri i miei pugni di legno.
Ho dimenticato le mie chiavi e non ho battenti che annuncino le visite.
Sono un apertura ingorda di stanchezze e di viaggi inconcludenti.
Passano i pensieri della mia casa insieme ad ogni voce di piazza.
Ed in questo andirivieni, resto l’immobile vuoto di un muro.




1 Giugno 2010

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Il Freddo Scrigno dei Morti

Ho passato sulle tue rive un tempo infinito. La tua acqua scorre identica nell’eterno medesimo modo, fumante e gonfia d’inverno e mesta d’estate. Disteso tra due rive ti allunghi come nel sonno una chioma tra due cuscini. Anche oggi ho portato con me i miei pensieri inutili e siedo tra i ciottoli della riva, pietra tra pietre.
Vivo un eterno oggi immobile nel trascorrere dei giorni, al pari delle tue acque sempre identiche nel mutare della corrente. Nell’eterno presente del tempo sull’acqua siedo accanto a me stessa nei diversi momenti della mia vita. Ricordo braccia bianche e capelli di paglia, attorno ad una lunga gonna colorata e tu accanto me, intento a dimostrare il teorema della felicità possibile attraverso tutti i suoi passaggi. Credo che in qualche porzione del tempo, quei due ragazzi esistano ancora. Provo per loro infinita pena. Vorrei avere parole per regalare loro un posto nel tempo, che tu non possa cancellare come il disegno dei tuoi argini. Hai già tentato di ucciderli e ci sei riuscito, ma forse non sai che anche ai morti è concesso asilo sul greto dei fiumi.
Un anno fa ero qui come loro, anch’io morta, esiliata nel non tempo di chi non esiste più. Oggi sono qui e sono di pietra, ma amor mio e mio assassino, la pietra vive in eterno. Forse non lo sapevi, perché tu sei di carne e sangue e per vivere devi avanzare ed uccidere ma così è, benché ciò esuli dalla tua Scienza. La pietra non uccide e non può essere uccisa. La pietra non deve essere ingiusta con il proprio passato per guadagnare un futuro, perchè l'incertezza degli organismi mobili non le concerne. La pietra conserva in se memorie di sabbia o di granito, immobili nel tempo in attesa che qualcuno ne raccolga la memoria.
Nello stesso modo io donna di pietra, e nonostante questo viva, non posso che attendere chi sia capace di intendere il mio molle segreto, nel desiderio di esistere ancora. Così mi hai creata per meglio scorrere, mio fiume indifferente ,ed ora io sono per te che fosti amore il freddo scrigno dei morti.


18 Agosto 2010

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Infinitamente Profondo


Il mare era d’inchiostro. Accarezzata dall’acqua scura, la luna si frantumava in sottili onde di brividi d'argento.

Siamo qui come legni abbandonati dal mare sulla riva, senza ragioni.
Conobbi anni fa un pescatore. Mi portò sul mare garantendomi che la luna non era poi così lontana se si fa rotta verso l’orizzonte. L’orizzonte è un confine che si dilata o restringe in ragione del nostro coraggio, mi disse. Io non vedevo alcuna linea ed alcun confine invece, soltanto un abbraccio d’azzurri in cui perdeva valore ogni differenza. Oggi so che non si tratta di cose diverse. Bisogna spingersi al largo a volte per notare ciò che è evidente si dalla prima sponda. Il pescatore un giorno mi disse di essere in alto mare ed io che sono donna e aspetto nel porto gli risposi di non temere, perché il mare porta tutto a riva per chi sa aspettare. Invece quella volta il suo ventre ingordo non rese nulla. Un corpo morto è pesante, si gonfia, affonda e si scioglie nel sale come accade alle meduse sotto il sole. Non ne resta nulla. Per una donna del porto allora non resta altro da fare che stringersi nello scialle e tornare a casa. La gente di terra ha sempre molto da fare e poche possibilità.

Eppure io da qui il mare lo vedo ed entra per intero nel mio cuore aperto, come il vento in una finestra.
Non ci sono ragioni.
Soltanto terra, sale, onde e vento.



14 Settembre 2010

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NinfaEco
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Come sempre non finito






Ultima modifica di NinfaEco il Mar 12 Ott 2010 - 21:58, modificato 1 volta (Motivazione : bo)

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Il_Soldatino_di_Stagno
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Sono disegni tuoi?

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NinfaEco
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Si... infatti sono incompleti.
Sono dei personaggi di Leiji Matsumoto.

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Massimo Vaj
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Dovresti metterli ingrandendoli nei particolari. Così sono troppo distanti e non si vede la mano né la traccia della matita. Sembrano fatti con cura ma aspetto a dirlo. Ti posto qualcosa del mio lavoro. Questa che metterò è una pistola fatta su lastra di plastica per l'insegna di un'armeria, la GUN di Milano. Io disegno ad aerografo su qualsiasi materiale, e la mia specializzazione è l'iperrealismo.

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Massimo Vaj
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NinfaEco
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@Massimo Vaj ha scritto:Dovresti metterli ingrandendoli nei particolari. Così sono troppo distanti e non si vede la mano né la traccia della matita.
Avevo fotografato i dettagli, ma si vedeva male nello stesso modo.
D'altronde fotografandoli con il cellulare è dura.

Sembrano fatti con cura ma aspetto a dirlo.
Fatti ossessivamente è la parola giusta.
Per il resto vorrei imparare qualche tecnica, dato che non ne ho potute studiare fin'ora.
Magari da un volontario dell'esercito della salvezza che da lezioni gratis.

@Massimo Vaj ha scritto:

Questa è una cosa seria direi... imbarazzo
è fatta a partire da una fotografia?

P.s.
Intanto ho fotografato qualcos'altro...
così vedi i limiti

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NinfaEco
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Massimo Vaj
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Non hai bisogno di nessun aiuto, dovrai solo mettere a frutto la tua tecnica aprendo le porte della tua personale verve creativa. Chiudi gli occhi e immagina, poi schizza rapida. Da quello schizzo usciranno forse immagini spezzate che stimoleranno la tua immaginazione a completarle per vie che meraviglieranno anche te. Disegnare cose proprie non è diverso dallo scrivere storie. L'unica differenza sta nel dover respirare diversamente perché il disegnare non tollera mani che tremano.
Se e quando vorrai io posso darti tutti i link per scaricare Painter XI e posso darti i suoi manuali in italiano. Ti ci vorrà una tavoletta grafica Wacom che si trova sul mercato sia dell'usato che del nuovo a prezzi buoni. Non è necessario sia grande (come la mia che puoi vedere nella foto postata nel 3d che riguarda gli sfondi del desktop). La base del disegno è comunque meglio eseguirla a matita su foglio bianchissimo shoeller, poi la si scansiona e si continua a computer.

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NinfaEco
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@Massimo Vaj ha scritto:Non hai bisogno di nessun aiuto, dovrai solo mettere a frutto la tua tecnica aprendo le porte della tua personale verve creativa. Chiudi gli occhi e immagina, poi schizza rapida. Da quello schizzo usciranno forse immagini spezzate che stimoleranno la tua immaginazione a completarle per vie che meraviglieranno anche te. Disegnare cose proprie non è diverso dallo scrivere storie. L'unica differenza sta nel dover respirare diversamente perché il disegnare non tollera mani che tremano.

Il mio problema non è la fantasia, ma la tecnica.
Se mi stacco dalle mie 4b e 8b son danni.

Le mani invece mi tremano, ma non quando faccio cose che non mi fanno pensare come queste.

Se e quando vorrai io posso darti tutti i link per scaricare Painter XI e posso darti i suoi manuali in italiano. Ti ci vorrà una tavoletta grafica Wacom che si trova sul mercato sia dell'usato che del nuovo a prezzi buoni. Non è necessario sia grande (come la mia che puoi vedere nella foto postata nel 3d che riguarda gli sfondi del desktop). La base del disegno è comunque meglio eseguirla a matita su foglio bianchissimo shoeller, poi la si scansiona e si continua a computer.
Suppongo mi ci voglia anche una spiegazione dettagliata in allegato.
Cosa sono? nascondersi

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Massimo Vaj
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Ah, la pistola (cosa non si fa per mangiare) è stata copiata da una foto di un catalogo datomi dall'armiere che mi ha commissionato il lavoro, io non ho il porto d'armi. Ti posto il primo lavoro fatto ad aerografo da me, quello che che è stato prova di esame alla scuola del fumetto di via Savona a Milano. È un camion copiato da un calendario ma, poiché era un calendario di sole motrici, il rimorchio me lo sono dovuto inventare. Per me inventare, sia nel disegno che in ciò che scrivo non è difficile, l'avrai già capito... BeautyfulSuina

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