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Stupidità ed emozioni fanno girare l'economia

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1
victorinox
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Viandante Residente
Viandante Residente
Cosa fa girare l'economia?
Pare siano stupidità ed emozioni.

Mats Alvesson, economista e ricercatore presso la Lund University svedese parla di stupidità funzionale, cioè dell’assenza di riflessione critica da parte dei dipendenti sulle decisioni prese dai manager: in alcune situazioni questa sorta di apatia controllata può aiutare le aziende ad aumentare la produttività. . Secondo Alvesson la stupidità funzionale è più efficace nei settori che vivono di beni immateriali, come le società di consulenza, i mass media o l’industria della moda. Insomma in aziende che non hanno come obiettivo quello di soddisfare bisogni fondamentali degli individui.

Se l'idea che la stupidità aiuti a produrre vi sembra folle, non di meno vi sembrerà folle l'idea che le emozioni spingano a consumare.
Si chiama effetto di capitalizzazione. Nel momento in cui veniamo in possesso di qualcosa le assegniamo un valore maggiore di quello effettivo. Su queste basi il mercato alza i prezzi.
Alcuni ricercatori della Carnegie Mellon University hanno verificato sperimentalmente come questo effetto sia fortemente determinato dal nostro stato emotivo. Insomma il mercato può essere modificato o influenzato dai nostri stati d'animo.
La tristezza innesca nell'individuo il desiderio di cambiare lo stato delle cose, inducendolo ad acquistare nuovi beni di consumo o vendendo quelli che possiede. Il disgusto tende invece a spingere le persone a liberarsi delle cose che possiede (a prezzo sottostimato) e a non acquistarne di nuove.

Interessante tenere conto di questo e metterlo in rapporto con l'induzione del bisogno realizzata dai media pubblicitari e la creazione di uno stato di malessere e paura a cui i media collaborano, non vi pare?


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2
Ika
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Viandante Residente
Viandante Residente
La cosa non mi stupisce


Ika confused

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3
Dudù
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Viandante Mitico
Viandante Mitico
la situazione odierna dopo il 25 febbraio

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4
victorinox
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Viandante Residente
Viandante Residente
Comprendo.
Ma cosa ha a che fare con il meccanismo illustrato sopra?

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5
Magonzo
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Viandante Storico
Viandante Storico
@victorinox ha scritto:Cosa fa girare l'economia?
Pare siano stupidità ed emozioni.

... Secondo Alvesson la stupidità funzionale è più efficace nei settori che vivono di beni immateriali, come le società di consulenza, i mass media o l’industria della moda. Insomma in aziende che non hanno come obiettivo quello di soddisfare bisogni fondamentali degli individui.

Se l'idea che la stupidità aiuti a produrre vi sembra folle, non di meno vi sembrerà folle l'idea che le emozioni spingano a consumare.
Si chiama effetto di capitalizzazione. Nel momento in cui veniamo in possesso di qualcosa le assegniamo un valore maggiore di quello effettivo. Su queste basi il mercato alza i prezzi.
quello che scrivi è giusto, ma non vale solo per l'economia e i consumi, bensì per tutti i fenomeni sociali e politici:
pensa a quanto è irrazionale la maggior parte delle guerre, oppure lo sviluppo demografico, a quanto è incontrollabile l'urbanizzazione... per non parlare dei movimnti religiosi;

nel caso dell'economia il contrasto appare più evidente solo perché in teoria le scelte dovrebbero essere guidate da una nozione esplicita e codificata di utilità, ma è ovvio che quando la teoria incontra i sentimenti e gli istinti delle persone le cose cambiano;

il distacco dai beni accumulati o accumulabili è un vero e proprio esercizio culturale e psicologico, cui si addestra solo chi si appassiona al "gioco" dell'utilità razionale.

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6
last_flight
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Viandante Affezionato
Viandante Affezionato
@victorinox ha scritto:Cosa fa girare l'economia?
Pare siano stupidità ed emozioni.

Mats Alvesson, economista e ricercatore presso la Lund University svedese parla di stupidità funzionale, cioè dell’assenza di riflessione critica da parte dei dipendenti sulle decisioni prese dai manager: in alcune situazioni questa sorta di apatia controllata può aiutare le aziende ad aumentare la produttività. . Secondo Alvesson la stupidità funzionale è più efficace nei settori che vivono di beni immateriali, come le società di consulenza, i mass media o l’industria della moda. Insomma in aziende che non hanno come obiettivo quello di soddisfare bisogni fondamentali degli individui.

Se l'idea che la stupidità aiuti a produrre vi sembra folle, non di meno vi sembrerà folle l'idea che le emozioni spingano a consumare.
Si chiama effetto di capitalizzazione. Nel momento in cui veniamo in possesso di qualcosa le assegniamo un valore maggiore di quello effettivo. Su queste basi il mercato alza i prezzi.
Alcuni ricercatori della Carnegie Mellon University hanno verificato sperimentalmente come questo effetto sia fortemente determinato dal nostro stato emotivo. Insomma il mercato può essere modificato o influenzato dai nostri stati d'animo.
La tristezza innesca nell'individuo il desiderio di cambiare lo stato delle cose, inducendolo ad acquistare nuovi beni di consumo o vendendo quelli che possiede. Il disgusto tende invece a spingere le persone a liberarsi delle cose che possiede (a prezzo sottostimato) e a non acquistarne di nuove.

Interessante tenere conto di questo e metterlo in rapporto con l'induzione del bisogno realizzata dai media pubblicitari e la creazione di uno stato di malessere e paura a cui i media collaborano, non vi pare?



Mi hai fatto venire in mente un mio vecchio docente di marketing, ex direttore commerciale di una azienda di trasporti, che riferiva di, ogni mattina, consultare l'indice di fiducia dei consumatori, prima di mettersi a lavorare. E diceva di farsi influenzare dalla cosa, come altri professionisti del suo inquadramento, senza vergogna. Eppure, per quanto quell'indice misuri qualcosa di incidente col suo lavoro, sempre di fiducia si trattava, ossia di qualcosa che contiene già nella definizione il vago e l'incerto che è tipico dei sentimenti e delle emozioni.
Che la psicologia impatti sulle scelte di consumo, che sia influenzata e che influenzi i prezzi, non credo sia grande scoperta.
Le emozioni aiutano a consumare? Si, ma anche no. In tempo di crisi, sono pieni i workshop dove il guru di turno del marketing proietta e commenta slides di power point sul tema del rimorso da acquisto, per arrivare a dedurre come combatterlo e vincerlo. Perché pare che quello che blocca molte esperienze di consumo sia proprio il presentimento di colpa che s'avverte dopo aver acquistato qualcosa. Soprattutto presso i consumatori maturi, che hanno sperimentato l'abbandono del consumo come strategia di riconoscimento e apprezzamento sociale, il sentimento del superfluo o dell'inefficiente allocazione del proprio portafoglio è molto diffuso. E' un peccato che ad avvertirlo sia, paradossalmente, una quota del mercato che è nella disponibilità economiche per spese di tipo voluttuario e per il consumo di beni ad alto valore aggiunto.

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7
Magonzo
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Viandante Storico
Viandante Storico
@last_flight ha scritto:... pare che quello che blocca molte esperienze di consumo sia proprio il presentimento di colpa che s'avverte dopo aver acquistato qualcosa. Soprattutto presso i consumatori maturi, che hanno sperimentato l'abbandono del consumo come strategia di riconoscimento e apprezzamento sociale, il sentimento del superfluo o dell'inefficiente allocazione del proprio portafoglio è molto diffuso. E' un peccato che ad avvertirlo sia, paradossalmente, una quota del mercato che è nella disponibilità economiche per spese di tipo voluttuario e per il consumo di beni ad alto valore aggiunto.

in realtà si tratta dii un pattern psicologico e culturale piuttosto ovvio, se riferito al ceto medio di cultura borghese;
psicologico nel senso che l'insicurezza induce all'accumulo - un meccanismo che si osserva sin dai consumi alimentari - mentre il benessere sposta le proiezioni su beni che sfuggono alla definizione di "consumo" come le case, o per chi può, più tempo libero;
la (relativa) libertà dal bisogno rende più razionali;

la ricchezza però si trasforma anche in potere e ruolo sociale, e questo in parte compensa le pulsioni a consumare;
la cultura delle classi agiate - quando l'agiatezza è frutto di lavoro - tende ad incorporare valori di sobrietà e morigeratezza, e questo aspetto gioca anche in seconda batuta come elemento distintivo, quasi snobistico, rispetto ai ceti subalterni che si mostrano più dipendenti dal consumo;

naturalmente non è che gli agiati non consumino, però si verifica una sovapposizione di trend di breve (timori, prudenza) e lungo periodo (introiezione della libertà dal bisogno) che posson anche modificare a diverso titolo in modo relativamente stabile il profilo di determinati settori che hanno molto speso il loro potere evocativo in un determinato ambito sociale.

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