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Eritrea

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Mononeurone
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Viandante Affezionato
Viandante Affezionato
Visto che alle discussioni partecipo poco lascio uno degli scritti di viaggio & foto.

Non ho mai avuto un interesse particolare per la storia coloniale italiana e quindi una conoscenza di essa, esclusa una infarinatura generale ricordo di scuola o acquisita dalla televisione. Il termine stesso “colonialismo” mi è simpatico come una visita dal proctologo, quindi mi sono accostato a questo viaggio senza particolare interesse all’argomento, senza letture o preparazione, solo con una minima curiosità di fondo, pensando che fosse un aspetto marginale, secondario rispetto alle “mitiche “ Dahlak o ai mercati di Cheren o al fascino dell’Afrika in generale.
Mi sbagliavo.
L’italianità in Eritrea è una presenza netta, palpabile, decisa e sorprendente. Impossibile da ignorare, ti circonda, in modo tangibile e netto e piano piano ti appassiona, rendendo alla fine imprescindibile, nel viaggio in questa parte del corno d’Afrika, il rapporto con la nostra propria italica storia.
Sembra un po’ di viaggiare nel tempo, oltre che nello spazio, e rivedere un Italia passata, della quale io, classe 63, qualcosa ricordo (purtroppo), ad esempio le seggiole del barbiere, simili a quello dove sedevo ragazzino quando la mamma mi obbligava al taglio dei capelli che, porca paletta, avevo! Le automobili Fiat datate, le locandine, gli accessori anni 50/60/70 che si trovano un po’ dovunque. Per fortuna i treni a vapore sono un’anticaglia anche per me, così come scritte e gli edifici coloniali modello ventennio, ma l’edificio del cinema Impero è assolutamente somigliante come struttura ed architettura al cinema Italia del mio paese d’origine.
Esco dall’Hotel ad Asmara per una piccola passeggiata prima di partire per le Dalhak ed in un attimo sono in Via Bologna, davanti ad un piccolo emporio che in vetrina ha una bella pila di panettoni, marca “Asmara” in bella vista. Passo vicino alla ferramenta, alla farmacia, al barbiere. Insegne in italiano attigue ad incomprensibili diciture in tigrino, scritte nell’elegante alfabeto ge’ez.














Sono leggermente straniato.

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2
Mononeurone
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Viandante Affezionato
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L’Italia esce prepotente parlando con le persone, in italiano, spesso anche ottimo. Gente cordiale, espansiva, che ti ferma per strada, nelle pasticcerie, nei caffé, contenta di scambiare 4 chiacchiere con degli stranieri, meglio se italiani. Non solo anziani, memori di tempi lontani, mitico il ferroviere di Asmara, ma anche giovani, figli di chi c’era al tempo dei coloni. I giovanissimi invece sono più propensi all’inglese, almeno quelli che studiano.
E si parla di quando c’erano gli aranceti, si lavorava nella fabbrica di questo o di quest’altro, si producevano i tali prodotti. Citano esempi, nomi di persone la cui provenienza era Milano, Napoli, Roma, Trieste.




Scuola guida

















Raccontano con orgoglio, volevo scrivere quasi ma sarebbe errato, di tutto ciò che c’era e si faceva, quando c’erano gli “italiani”. Ma ora? Gli occhi s’abbassano leggermente i visi si adombrano. Ora gli aranceti non ci sono più, i negozi sono chiusi, le fabbriche pressoché tutte ferme. Gli italiani quasi tutti via. A bassa voce esce il vocabolo: “Nazionalizzazione”. Traspare una fortissima nostalgia. Tutto ciò stride con la consapevolezza e la conoscenza dei crimini compiuti dai nostri compatrioti di allora nella vicina Abissinia. Stride con le leggi razziali, non solo quelle verso gli ebrei in patria, ma proprio quelle segregazioniste promulgate negli anni del fascismo per gli abitanti di colore delle colonie. Ho scoperto al ritorno, ricercando sia fra libri che sul web, che sono piaciute così tanto ad un ufficiale sudafricano presente in Eritrea alla fine della seconda guerra, che sono state usate come spunto per il modello legislativo dell’aparthaid nella repubblica Sudafricana.
In seguito, approfondendo i discorsi, dopo questo sentimento “nostalgico”, emerge uno scoraggiamento diffuso per il presente, una mancanza quasi totale anche di speranza per il futuro, un adeguamento passivo ad uno stato in essere che lascia parecchio perplessi.

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3
Mononeurone
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Viandante Affezionato
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Per comprendere questa “atmosfera” serve anche un breve cenno di storia, perdonatemi o passate direttamente oltre, senza problemi.
Dopo la seconda guerra mondiale l’Eritrea ha vissuto in successione: il mandato inglese, in realtà un vero e proprio saccheggio, la federazione con l’Etiopia e la relativa annessione che ha portato a ben 30 anni di guerra; l’indipendenza, seguita da altri 5 anni di terribile conflitto armato sempre con gli etiopi, per ritrovarsi ai giorni nostri con un dittatore sottoposto a mandato di cattura internazionale dell’Onu per crimini contro l’umanità, abituale frequentatore di villa Certosa almeno fino a quando s’arrischiava ad uscire dal paese. L’Eritrea oggi contende con la Corea del nord il triste primato dell’ultimo posto nelle graduatorie di libertà mondiale. Ovviamente, oltre ai danni sociali, umani ed economici portati dai conflitti, c’è stata la fuga dei capitali, degli investimenti e delle risorse straniere, con il risultato complessivo di un paese al collasso. A questo si aggiunge la chiusura totale del regime finalizzata al controllo ed al mantenimento del potere a qualsiasi costo ed a qualsiasi mezzo: detenzione in veri e propri lager, tortura, sparizioni ed assassinio. Potere che viene mantenuto anche grazie all’appoggio ed ai soldi occidentali, fra i quali finanziamenti direttamente italiani. La storia è tonda. In definitiva l’Eritrea si trova in una specie di limbo dove l’unica certezza è l’incertezza e scusate il gioco di parole. Paradossalmente il nostro appoggio torna indietro a boomerang. Il fenomeno migratorio da questo paese è uno di quelli cresciuti maggiormente ed il dramma dei profughi, pur non arrivando alle cifre del Darfur, in rapporto anche all’esiguità della popolazione, uno dei più drammatici.
Per saperne di più: http://www.asper-eritrea.com/
Ce n’è abbastanza per comprendere lo sconforto degli eritrei, africani atipici per intraprendenza, abilità ed organizzazione, chiusi, in senso reale, non metaforico, in un paese disastrato, con enormi possibilità, ma nessuna prospettiva.




Un pezzo del muro dell’immenso deposito rottame di guerra di Asmara






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Mononeurone
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Viandante Affezionato
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Volo via Cairo senza intoppi ed arrivo notturno all’Asmara dove scopriamo l’affettuosa accoglienza della burocrazia Eritrea a cui dedicherò un cenno a parte in seguito. Passate quelle tre orette in aeroporto ci trasferiamo all’Hotel Embasoira ormai all’alba, il quale sarà la nostra base fissa in città. Poche ore di sonno due passi tanto per farci il naso alla città e siamo già sul pulmino con il resto del gruppo e la guida in direzione mare.
La strada Asmara-Massawa detta anche strada degli italiani (ma va?) è famosa per precipitare dai 2500 metri dell’altopiano al livello del mare in circa 105 km. Dei quali i primi 48 fino a Ghinda si snodano fra tornanti, dirupi e discese scoscese, ma quanto sono aulico, in un paesaggio giallo ocra punteggiato da piante d’euforbia e piccole acacie. Si incontrano villaggi dove spiccano chiese ortodosse e campanili rendendo più acuto quel senso di Afrika particolare già percepito a l’Asmara.





Nel primo tratto si costeggia l’altrettanto famosa ferrovia, capolavoro d’ingegneria, definita ottava meraviglia del mondo dai giornali dell’epoca, costruita fra il 1887 e il 1932, con i suoi 64 ponti e 30 gallerie, la quale sarà meta di una gita in treno a vapore nei prossimi giorni. Ora passiamo di corsa.







La prima sosta è a GHINDA, per una fugace visita al mercato, primo contatto con il variopinto mondo degli eritrei. A differenza della capitale qui è più forte l’influenza e la presenza islamica e si manifesta tutta la multiculturalità di questa terra. Già godo come un opossum e mi caricano a forza sul pulmino, già maledico il viaggio a tappe!




Ti troviamo pure gli abeti, finti, di Natale! Se trovo una renna giuro che la compro!



















Come uno scatto sbagliato può avere un suo perché


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Zadig
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Viandante Ad Honorem
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Brutto stronzone, che belle queste fotine!

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Mononeurone
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Viandante Affezionato
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E' solo il riscaldamento.

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Zadig
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Viandante Ad Honorem
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pure il dirti "brutto stronzone" lo è.

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Zingara
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Viandante Residente
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Stupenda l'Eritrea. Ottima scelta di viaggio.

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Coraline
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Viandante Storico
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Bellissimo questo topic, mi era sfuggito. Alcune foto, tipo quella della ragazza, la quint'ultima, sono meravigliose.
Per via di mio nonno vissuto diverso tempo in Eritrea, mia mamma ha tanti cimeli del posto, dalla macchina da cucire ai bauli da viaggio trasformati, nel tempo, in vetrinette. E pure un fratello, mio zio naturalmente rotolarsi dal ridere , che si chiama Asmara, per tutti zio 'Smarino facepalm

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PaperMoon
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Viandante Mitico
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ti ho rubato lo scatto sbagliato

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Mononeurone
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Segue una sosta alla stazione abbandonata di MAJ ATAL edificio che avrà certamente memorie storiche italiane ma è ridotto assai male, così come i convogli abbandonati sulle rotaie i quali portano anche evidenti segni dei combattimenti tenutisi in zona.





Ed una al Sacrario e cimitero della località di DOGALI dove il 26 gennaio 1887 si svolse l’omonima battaglia fra abissini ed italiani, conclusasi con l’eccidio della colonna del tenente De Cristoforis, circa 500 caduti.





Passaggio per l’altrettanto famoso ponte a tre arcate sul torrente Desset con inciso il motto della Brigata Aosta.








Blindati abbandonati fuori Massawa




e monumenti alla vittoria all’entrata della città

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Mononeurone
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MASSAWA: la città fantasma. Arriviamo ormai a sera e purtroppo non ci sarà tempo per una seconda visita più approfondita. La città è fatiscente, le saline ferme, il famoso porto non esiste più, l’altrettanto famoso lungomare distrutto. Ovunque costruzioni abbandonate o cadenti. Eppure guardando le facciate, i portoni, le colonne c’è da restare ancora affascinati dal connubio di architetture dei suoi edifici. Arabi, italiani, ottomani, portoghesi, hanno lasciato la loro impronta in questa città da sempre crocevia culturale e commerciale.




















L’unico edificio ristrutturato a nuovo è la moschea, grazie ai fondi degli arabi del golfo.






La via principale con i suoi caffé, i portici, l’Hotel Torino, le facciate storiche è una chicca. Si incontra pochissima gente e nelle strade c’è una incredibile atmosfera rarefatta da “dopobomba”, quasi da film di fantascienza di Lucas.
Ceniamo nella città vecchia con i tavoli per strada alla luce delle torce presso un ristorantino locale a birra e pesce fritto e pernottiamo nella megastruttura nuova dell’Hotel Dahlak, proprietà ed investimento italiani. Edificio che fa a pugni con la realtà circostante, due estremi in 50 metri. L’hotel è ottimo non c’è che dire.
Adeguatamente ristrutturata questa città sarebbe una meraviglia, nonché una miniera d’oro, turisticamente parlando. Ora è l’esempio più eclatante fra il ciò che fu e la realtà odierna.







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Mononeurone
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Quando ho visto il sambuco confesso d’aver avuto qualche perplessità, praticamente è un guscio di noce, si spera, galleggiante, ma simpatico. L’equipaggio è un gruppo di affabili selvatici Dancali.








Preso possesso del ponte con una quantità smodata di masserizie si parte, prima sosta al faro piazzato all’entrata della baia dove un solerte funzionario, alloggiato in una scassata casupola vidima i permessi per le isole. La scena mi ricorda il soldato a guardia del bidone di benzina delle Sturmtruppen.
Tempo di prendere il mare aperto e siamo già fermi, surriscaldamento motore e problemi alla pompa dell’acqua, scattano frenetici lavori in modalità africana, quindi dopo un’oretta di sosta non si sa come e perchè ma si riparte a velocità ridotta, se capisco bene da 8 a 5 nodi, roba che farebbe invidia ad Alonso. Comunque le varie soste raffreddamento ci faranno fare dei splendidi bagni al largo. Lungo la navigazione spesso ci accompagnano dei piccoli velocissimi delfini e vediamo anche una tartaruga.
Le DAHLAK in realtà sono lembi di deserto affioranti dal mare per lo più tavolati d’origine corallina, quindi se qualcuno pensa di trovare palme o qualcosa similare ai caraibi ha sbagliato di grosso.











Ricoperte di acacie ed arbusti, brulle e bruciate dal sole, prive d’acqua dolce, offrono un paesaggio in tutto simile a quello tipico dell’Eritrea inframmezzato però da spiagge e calette di sabbia corallina. Arcipelago formato da 126 (wikipedia) a 360 isole a seconda di chi abbia fornito il dato, delle quali solo quattro abitate, di cui una sola, Dahlak Kebir o Gran Dahlak con una popolazione vagamente cospicua, in totale 2500 anime. Inutile dire che l’attrattiva principale, oltre alla quasi nulla antropizzazione, l’esperienza alla Robinson Crusue che è possibile vivere, la sensazione d’isolamento, è il mare. Un mare incontaminato ricco di flora e fauna, barriere coralline e fondali da sogno di un verde e blu intensi, seppure non particolarmente limpido, anzi a volte torbido, essendo ricchissimo di plancton e con una salinità del 38 x 1000, motivo per cui è carico di vita sia vegetale che animale. Questa abbondanza di nutrimento è dovuta ad un’altra eccezionale caratteristica a me molto cara: la temperatura dell’acqua, dai 26 ai 32 gradi secondo stagione, una pacchia per chi come me apprezza l’acqua fredda come una statua di Scilipoti nudo.
In realtà, con il sambuco e 3 o 4 giorni a disposizione di isole se ne vedono 2/3 al massimo e le più vicine, questo va detto, ma l’esperienza merita comunque calcolando che si passa la quasi totalità del tempo a bagno o sulla barca.
Infatti, dopo la lunga navigazione, passiamo la prima giornata a mollo a fare snorkellig in prossimità di dell’isola di Dissei.














Veramente uno schifo di mare

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Mononeurone
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Viandante Affezionato
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La prima cosa che balza agli occhi è la qualità della barriera. L’isolamento di cui ha goduto quest’area negli anni, il rispetto della popolazione locale, e cosa incredibile, la tutela ambientale con l’istituzione del parco, oltre al fatto che non è stato trovato il petrolio, hanno lasciato un reef pressoché intatto, enormi alberi di corallo, ramificazioni, sculture immacolate, perfettamente integre, come non se ne possono vedere molte in barriere più grandi e rinomate.
Qui apro una parentesi, scusate la grafomania, sul perché io sia con il passare degli anni sempre più misantropo e non ami molto questo tipo di viaggi preferendo quelli in solitaria.
I fondali delle Dahlak sono bassi o meglio, a volte le costruzioni coralline sono talmente alte che arrivano a pelo dell’acqua, si nuota in anfratti, canyon, fra rocce, propaggini, rami, fioriture, ecc, non conosco la terminologia tecnica per descrivere quelle meraviglie ma so per certo che sono molto fragili, indifese e necessitano di tempi biblici per crescere.
Una: “Guarda guarda (saltellando... fuori dall’acqua dalla vita in su) sono in piedi sui coralli....
Applauso
Due: maschio stessa famiglia.
Ti vedo una cosa strana sott’acqua. Chiamo Anna per mostragliela ma ti arriva esso, il quale eccitatissimo mi spiega dottamente cos’è ed a sua volta si mette a chiamare gli altri mulinando scompostamente con le pinne, le quali sbattono contro i coralli rompendo rami a ufo. Glielo faccio notare: “Guarda che stai distruggendo i coralli con le pinne, fai piano”. Questo mi guarda con l’interesse che può suscitare un programma dipartimento scuola educazione su rai 3 alle 03 e 15 e risponde: “ E vabbé!” accompagnando con un gesto che, semiotica o cinesica che sia, è facilmente interpretabile con un chissenefrega! Giusto, chissenefrega, tanto le Dahlak sono “fatte”. Conoscendomi mi liofilizzo ed allontano veloce. Riporto e non commento, non essendo probabilmente senza peccato nemmeno io, però nuoto senza pinne che è un ottimo modo per non toccare i coralli, come facilmente intuibile a piedi nudi si impara subito.
Chiusa parentesi. Raggiungiamo poi l’isola di Disset,




Anna a nuoto,





la quale è una delle poche o l’unica che presenti delle elevazioni causate, forse, da antiche eruzioni vulcaniche. Sull’isola è presente un piccolo villaggio turistico, unico, speriamo per sempre, delle isole. Noi ci accampiamo in una baia di granella corallina, fra mare blu e collinette ricoperte d’acacie.
















Di chi sarà la tenda solitaria?

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Yale
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Viandante Mitico
Viandante Mitico
Immagini meravigliose! Ho una lista lunghissima di paesi che vorrei visitare e adesso se n'è aggiunto un altro.
Quanto agli umani che pinneggiano sui coralli non so tu, ma quelli che ho incontrato io erano quasi sempre, inevitabilmente, italiani.

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Mononeurone
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Viandante Affezionato
Viandante Affezionato
Grazie, per info sono sempre disponibile. E' una bella meta, molto particolare.

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Mononeurone
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Viandante Affezionato
Viandante Affezionato









Cena sulla barca iniziando a dare fondo alla scorta d’alcolici non sapendo che sarà una notte agitata.


Dissei notte

Caldo, molto caldo. Maledico il sacco a pelo, seppur leggero e penso al mio sacco letto in cotone cucito dalla nonna, nell’armadio di casa. Di stare nella tenda non se ne parla, c’è una bella luna piena alta nel cielo stellato; ci vuole poco, l’intesa è immediata: in acqua!
Ci immergiamo fra frangenti corallini nelle calde acque del Mar Rosso, non mi dilungo riguardo al godurioso momento facilmente intuibile. Decido poi, per svaccarmi meglio, di togliere il frontalino ed appoggiarlo ad uno scoglio, e ti noto una cosa: quel fenomeno che intendo con la definizione di “mare in amore”, ignoro se abbia una denominazione più precisa o scientifica. Lo conosco per averlo visto una prima volta sulla riviera romagnola una trentina abbondante di anni fa, causato allora dal grande apporto di nutrimento riversato in mare dagli zuccherifici più a nord ed in seguito sviluppatosi nella famosa mucillaggine, qui immagino e spero naturale grazie alla particolare ricchezza di microrganismi dell’acqua.
Con il chiarore della luna e la luce radente dei frontalini l’acqua smossa prende vita e si illumina diventando fosforescente, come abitata da miriadi di minuscole lucciole, nuotando è come lo si facesse in una bolla di bagliore puntiforme, minuscole lampadine scorrono sul corpo in un vestito di luce, con una mano si apre il nero specchio d’acqua scoprendo riverberi, chiarori e scie fosforescenti. Che sia un fenomeno di rifrazione da parte del plancton, bioelettricità o alghe mutanti, lo ignoro, chiedete al Dottor Who, di sicuro l’effetto è magico. Fondamentale è non puntare la luce della torcia direttamente ma tenerla radente al pelo dell’acqua, ai lati del fascio l’effetto è massimo.
Ovviamente ci perdiamo a lungo sperimentando tutti i modi in cui è possibile agitare del liquido, sui cui particolari preferisco soprassedere.
Per la legge dell’equa compensazione universale programmatica di Ramstain, momenti così intensamente piacevoli, atmosfere così vivamente romantiche vanno espiate, bisogna pagare pegno. Infatti torno alla realtà in modo traumatico grazie ad una forte fitta di dolore al marmellone (alluce) del piede sinistro. Mi appoggio ad uno scoglio ed auto palpandomi il ditone scopro di avere una quantità smodata di aculei conficcata nello stesso e, con disappunto, di una lunghezza mostruosa! Situazione simpatica, mi trovo nudo come un gasteropode in mezzo ai coralli, di notte, con un piede per aria come il più idiota dei turisti, il quale, dovrebbe ben sapere, che non si va a piedi nudi al buio fra gli scogli, nessuno è perfetto ma ne è valsa la pena. Fortuna vuole che sono talmente grossi da potersi sfilare uno ad uno a tatto, strozzando in gola irripetibili epiteti. Non sia mai che qualcuno mi senta ed esca dalla tenda trovandomi in posa da trampoliere deficiente in costume adamitico intento a despinarmi un dito, cosa che mi avrebbe costretto al Seppuku immediato usando il primo pesce sega di passaggio od in alternativa l’auto sprofondamento terreno.
Raggiunta in qualche modo la riva, sperando di evitare la bestia immonda, riccio, pesce non so, completo la pulizia alla luce della torcia, un po’ di pomata ed una notte insonne completano l’avventura. Alla mattina l’alluce è di un bel violaceo bluastro con riflessi irati ed ho un leggero malessere, doveva pure essere un po’ velenoso.
Non quanto me!

Il secondo giorno ci portiamo sull’altro lato dell’isola e ci fermiamo al villaggio Dancalo. Non c’è molto da vedere, solo poche capanne sparse in una piana secca, poche masserizie, poca gente. Gli uomini sono presumibilmente a pesca per mare, unico mezzo di sostentamento locale. Qui non cresce praticamente nulla, pochissime anche le capre. Esclusi i pochi turisti, quasi inesistenti i contatti con il mondo. I rifornimenti d’acqua dolce arrivano dal continente ed a volte si dice che “vengano dimenticati”. Come possano vivere qui è un mistero e sopratutto come possano continuare a voler vivere qui anche a dispetto di un governo che li vorrebbe fuori dalle scatole ancor di più. Sarà il carattere duro e poco incline alla socializzazione degli Afar, orgogliosi ed indomabili se ne vanno dritti per la loro, arida, strada a dispetto di tutto e di tutti.
Sulla spiaggia ci aspettano le donne del villaggio fasciate nelle tipiche vesti colorate con una quantità di monili e coralli a vendere. Nessun bambino, solo qualche anziano. O non ce ne sono o gli importa poco dell’uomo bianco già da piccoli.
















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Megara
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Ma che meraviglia! complimentoni! ok

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Mononeurone
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Acquistare qualcosa mi sembra doveroso qui e devo dire, in questo, il gruppo fa la sua parte. Compriamo anche una borsa di vongole che il nostro cuoco cucinerà con un piatto di spaghetti suscitando la nostra riconoscenza eterna.


Lasciato il villaggio ci dedichiamo ulteriormente al mare, motivo principale per un viaggio qui, restando sempre più affascinati dal giardino di corallo sommerso. Leggo che il sistema madreporico delle Dalhak è, oltre che uno dei più incontaminati del mondo, uno dei più variegati e belli, confermo tutto.














Pernottiamo nello stesso posto della sera prima. Niente bagno notturno, il dito urla ancora.




Fatto buona pesca



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Mononeurone
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The captain

La tappa successiva è MADOTE che raggiungiamo in qualche ora di lenta navigazione, ammazzando il tempo con dotte ed interessanti attività culturali.





L’isola è un affioramento di sabbia corallina, di circonferenza pari a mezz’ora di camminata a piedi, battuto dal vento, circondato da limpide acque verdi ed azzurre, coralli e pesci colorati. Un vecchio faro svetta al centro, presentandosi come un traliccio di ferro arrugginito. Un luogo che dire ameno è poco.








]






Passiamo un po’ di tempo sotto un sole a piombo correndo dietro agli uccelli , i quali, vanno a posarsi sopra una lingua di sabbia che si perde in mare,















per poi allontanarci verso altri coralli e ritornare a pomeriggio inoltrato con un vento che rinforza di parecchio.







L’eroica Anna, temprata nella pratica delle più elevate attività natatorie, virtuoso esempio di sana gioventù italica che, con senso del dovere e sprezzo del pericolo, si gettava fra gli infidi flutti dello straniero pelago, per ricoverar i morbidi giacigli strappati dall’infuriar della buriana al ponte del dondolante vascello, dove, l'ignavo gitante attendeva quietar le stanche menbra.

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Mononeurone
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Infatti ceniamo sulla barca attendendo l’evoluzione eolica con l’ipotetica possibilità di rientrare verso un luogo, quale e quando, è tematica del tutto africana, più riparato. Naturalmente si sbarca al tramonto, il carburante costa.






La sensazione di isolamento sull’isola, fantastico gioco di parole, è notevole, come detto fa molto Robinson, solo che Anna di fare la parte di Venerdì non ne vuol sapere. Il vento pur forte non è eccessivamente fastidioso essendo piuttosto caldo. Mi allontano dalla tenda per sfuggire al rumore del telo che sbatte e resto solo con l’ululare, ascolto, non è solo vento. Strano, quest’aria più che fischiare, stride, garrisce. Mi avvicino a quello che ritengo essere il suono, quando vengo circondato da un nugolo d’uccelli, non saprei di che razza, mi ricordavano vagamente delle sterne. Guardo a sinistra verso un area dove sono presenti dei rovi e ciuffi d’erba quando vedo alzarsi uno stormo di pennuti mostruoso. Non scherzo erano centinaia. E’ stato come trovarsi al centro de “Gli uccelli” di Hitchcock, con una girandola di volatili, incavolati come delle bisce, a sfiorarmi la testa, il corpo, a velocità di picchiata, tanto che per evitare un frontale, disdicevole per entrambe le specie mi accuccio a terra riparandomi il viso con le mani. Dopo avermi investito e ritengo ingiuriato a dovere, si ritirano verso il mare per tornare solo quando mi allontano. Fortunatamente dovevano essere stitici. Chiamo gli altri per fargli assistere allo show e con più luci l’alzarsi in volo di quelle masse è uno spettacolo davvero notevole. Alla mattina sono spariti , volati chissà dove. Mi consolo scroccando il thé ad un gruppo di pescatori approdati perché a secco di carburante. Tranquilli si sono accampati ed aspettano con africana calma, che qualcuno scambia con rassegnazione, quel qualcosa che in questi luoghi non è dato ipotizzare.
Ovviamente altro mare, rincorsa a rapaci e pellicani, fancazzismo estremo.





























Lento rientro a Massawa con salutari soste raffreddamento motore corollate da ulteriori bagni al largo.






Lo staff










Non ci fermiamo in città, con mio grande dispiacere, ma prendiamo subito la strada per Asmara.

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Mononeurone
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CHEREN

Terza città del paese ed importante centro agricolo, situata sopra un altopiano semidesertico e piuttosto desolato, con i monti Sahel a fare da quinta, Cheren è una località decisamente vivace, crocevia di traffici e commerci, ha nei suoi mercati, frequentati dagli autoctoni Bilen e da un po’ tutte le etnie presenti in zona, l’attrattiva più affascinante. Un tempo abitata da una nutrito gruppo di italiani e meta di vacanze degli abitanti d’Asmara per il suo clima secco e salubre.
Ci arriviamo dopo un paio d’ore di pulmino e ci infiliamo subito nel polveroso mercato dei cammelli dove, in un atmosfera decisamente Sahariana, uomini barbuti dall’aria selvatica e fiera, decantano lodi e grazie dei loro gobbuti animali in fervide contrattazioni.

























Usato garantito, tagliandato, Km zero, unico proprietario, pagamento dilazionato senza interessi...un affaroone!!!!



E’ tutto molto caratteristico e pittoresco; il cammello per quanto buffo, brutto, rumoroso e vagamente puzzolente ha sempre il suo fascino per il turista occidentale.







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Attiguo è l’incasinatissimo mercato dei bovini ed ovini, dove vengo bonariamente incornato alle terga da un torello enorme. I capi sono tutti ammassati ed è piuttosto difficile muoversi, bisogna farsi strada fra le mandrie con buona pace dei vestiti ma vale la pena per assistere alle negoziazioni in uno spaccato di vita decisamente lontano dai nostri canoni.



















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Nell’immediata periferia si visita il santuario della Mariam Dearit o Madonna del Baobab. Al centro di un bel prato verde all’inglese a cui si accede attraverso un fresco viale alberato piuttosto inconsueto vista l’aridità circostante, un maestoso baobab custodisce nel proprio concavo interno, come in una grotta, una statua lignea della Madonna Nera.
Sulle pareti dello stesso ancora si possono vedere le scritte, lasciate per gratitudine dai tre soldati, rifugiatisi nell’anfratto durante un bombardamento, scampati ad un ordigno infilatosi direttamente nell’albero e rimasto miracolosamente inesploso. Luogo sacro sia, come ovvio, per i cristiani, ma rispettato e venerato da tutta la comunità, mussulmani ed animisti compresi.











Procediamo poi per il mercato classico all’aperto lasciandoci inglobare dalla massa umana e non che si accalca fra mercanzie e masserizie, quello coperto con la frutta, la verdura ed infine per le botteghe ed i portici, fra sarti e mastri argentieri.













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