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Disma, o "Il viaggio"

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Lucio Musto
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Viandante Ad Honorem
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Disma o ‘Il Viaggio’


Mi ci hanno portato stamattina, verso le dieci e mezzo, dopo la visita.

Ho sempre pensato che quest’uso del San Giusto fosse una cosa intelligente e ben fatta.
Ed anche decorosa e pietosa.
E naturalmente lo penso ancora, o almeno mi sforzo di essere sereno, ma la cosa mi sembra per lo meno bizzarra.

Forse non ho mai creduto che potesse davvero, un giorno, capitare anche a me.

Ed invece, all’improvviso, prevedibile ma imprevisto, ho fatto il viaggio.
Da “sala controllo medico” del San Giusto, il cronicario dove sto da tre anni, ad “azzurra”, sala dell’ultimo giorno.

Dicevo che anche se prevedibile, il viaggio non aspettavo davvero di farlo; non stamattina perlomeno. Perché, tutto sommato, mi sento benino.

L’idea della “sala azzurra” è una cosa santa inventata al San Giusto, o forse è presente il tutti i cronicari… non so, io conosco solo questo.
Perché la gente, quando sta per morire, non è di solito un bello spettacolo.
I vecchi come me, soprattutto, fanno abbastanza ribrezzo.
Ne ho visto qualcuno, che non hanno portato via in tempo. E la vista di quanto sia brutto morire avvilisce gli altri ospiti, e gli butta giù il morale.

Gli “altri ospiti” naturalmente siamo noi.
Fortunati, devo dire così, che trascorriamo gli ultimi giorni della nostra avventura terrena qui, in questa ridente palazzina nel parco, accuditi da signore splendide, non tutte giovanissime in verità ma splendide comunque, coccolati da medici gentili e premurosi che non si schifano delle nostre infermità e non ridono quando ci dimentichiamo le cose.

Naturalmente poi viene il giorno del “viaggio” e della sala azzurra, ma tutto viene fatto in un clima di semplicità, di naturalezza, di quotidianeità. In modo che la cosa non turbi nessuno e non crei situazioni imbarazzanti.

In un cronicario grande come il San Giusto in fondo, quotidianeità lo è davvero, per tutti.
Meno per quelli che nella stanza azzurra ci vengono portati; come io oggi.

E’ sicuramente un giorno particolare, per me, anche se mi sento esattamente come ieri, l’altro ieri e tutti i giorni precedenti.

Ho il dolore, che ho avuto da sempre ma che i dottori riescono a tenere sotto controllo e non riesco a respirare bene… chissà, credo di aver cominciato a respirare a fatica quand’ero in fasce, non lo ricordo più.
Ripeto, mi sento normale e mi sembra strano aver fatto il viaggio.

Forse il medico si è sbagliato, visitandomi? mah!... certo non ho mai visto nessuno tornare dalla sala azzurra, ma questo non vuol dire che non possa capitare.

Mi rammarico invece della mia poca preveggenza: non mi sono informato per tempo cosa si faccia e cosa no nella stanza azzurra, cosa cambi, come ci si debba comportare, quale l’etichetta.
Rischio di fare la figura del bifolco, per il mio solito scetticismo,… davvero non ci credevo, che ci sarei arrivato anch’io!

Farfugliando, lo faccio apposta per poter poi negarmelo e dire che intendevo altro, chiedo un foglio di carta ed una penna: «per degli appunti», aggiungo misterioso, per darmi un tono.

Con un sorriso radioso, (Dio, quant’è bella questa donna!), la signora annuisce subito.

Ha perfettamente capito.
Un attimo e spunta un quaderno tutto nuovo ed una nuova biro… come se avessi tempo infinito, per scrivere, e tutte le idee del mondo.
Soavemente aggiunge: «se Lei ritiene, sarei contenta anche di scriverli io, i Suoi appunti, sotto Sua dettatura!...».

No, meglio di no, sto pensando che me la scoperei volentieri… ma temo mi mancherebbe il fiato: «Grazie, no, Signora, posso fare da solo!... forse altri hanno più bisogno di me, delle Sue cure!...».

L’illusione è perfetta, ma la gaffe, sono certo, l’ho fatta.
Forse la Signora è arrossita impercettibilmente?
Oggi “non c’è nessuno!” più malato di me! oggi io sono nella sala azzurra.
Stolidamente sorrido e lei ricambia, complice. Il gioco delle parti è rispettato, e l’etichetta salva.

Ho un quaderno intero, ed una penna nuova.
Ho del tempo a disposizione; quanto?.. forse molte ore. Ma non ho nulla da scrivere. Non mi viene nulla in mente, degno di essere annotato. Nemmeno il nome del mio ultimo angelo terreno. La Signora, l’ho sempre chiamata così, solo Signora, e non credo che ci siamo mai presentati. Mancanza imperdonabile.

Ecco, la prima cosa che scriverò sull’ultimo quaderno è una prima verità: «sono un cafone».

Poi?... La carta imprudentemente l’ho chiesta ed avuta, ed ora gli “appunti” devo scriverli, anche se di certo nessuno li leggerà mai.
Mica posso fare la figura del rompiscatole che chiede le cose solo per dare fastidio….
Non mi viene nulla di nulla! Forse dovrei descrivere come ci si sente quando si sa di star per morire, quando i medici hanno decretato che hai poche ore: potrebbe essere utile agli psicologi per ulteriori studi…

Ma non sento nulla. Non una particolare emozione, non sete, non fame.
Non sono disperato.
Anche il dolore, sembra che sia meno petulante del solito. Forse mi hanno riempito di morfina, tanto non fa nulla ormai, se mi viene l’assuefazione!
Poi… normale. Più che altro, dovrei dire, la morte è noia.

Mi guardo intorno, ci sono altri tre vecchietti, nei loro lettucci. Forse potrei scrivere di loro, il mio sentirli, da pari a pari, nei loro ultimi respiri.
Ma non mi pare abbiano molto da comunicare. Nemmeno loro.

Uno ansima un poco e pianamente, si lamenta. Ma forse non è nemmeno un lamento, solo l’aria che si fa strada nei bronchi stanchi e devastati dal male.
Gli altri due, dicono ancora meno. Distesi immobili sui candidi cuscini, gli occhi sgranati e fissi, potrebbero essere già partiti.
Guardo meglio. No, respirano ancora, un poco. Mi guardano fisso.

Mi è venuta un’idea, una proposta da fare, ma forse è meglio che me la tenga e la scriva solo qui. Pensavo che si potrebbe organizzare fra noi un toto-morte.
Cioè scommettere su chi se ne va per primo.
Poi chi vince si prende tutto… e si potrebbe anche scommettere sul “piazzato”, come all’ippodromo e fare una specie di “sala corse”.

No. E’ un’idea anche tragica, oltre che comica e ridicola… e poi chissà se legalmente si può fare?.
Magari poi è immorale e ci ritroviamo con un peccato di più da giustificare.

E non sarebbe nemmeno interessante: che ne potrebbe fare, della vincita, l’ultimo rimasto?... in fondo sta anche lui, l’ultimo, nella sala azzurra del San Giusto!

Mi ricordo che da ragazzo, (o da giovane?, o da adulto?... o fino ad ieri?) avevo paura della morte. Non della morte in se, ma del dolore e per la preoccupazione di non aver il tempo di affidare la mia anima a Dio, prima della fine.

Ora invece mi accorgo che il dolore è poca cosa, e l’anima…

Oddio, dov’è la mia anima?...

Mi ha tormentato per una vita, mi ha torturato coi sensi di colpa, con la vergogna del peccato, con la sozzura del male… ed ora che dovrebbe darsi da fare ed aiutarmi a chiedere perdono dei tanti guasti fatti è scomparsa e non si fa vedere?...

Il pensiero mi agita, mi innervosisce, sento il battito del cuore alterarsi ed il respiro farsi affannoso.
E di quella stupida della mia anima niente, nemmeno una fotografia: mi ha abbandonato.

Mi sale l’angoscia, e non so cosa fare: mi passa per la mente San Disma, il “Buon Ladrone” del Golgota.

Anche lui dovette sentirsi così solo sulla croce vicino a Gesù, in pericolo, abbandonato dalla sua anima perversa.

Annaspo e non respiro:

«Signore, abbi pietà di quest’anima assente», rantolo, e quasi non sento l’ago pietoso che mi entra nella vena.






Lucio Musto 27 giugno 2005 parole 1252

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