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Sirena

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Lucio Musto
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Viandante Ad Honorem
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Sirena

Eccomi a singhiozzare inutilmente su queste pietre nere, in questo posto balordo e inutile che non è più spiaggia, ma non ancora scogliera; con l’unico merito di non essere frequentato mai dai villeggiati chiassosi e festanti, urlatori che coprono di strida sgradevoli lo stridio dei gabbiani ed il canto dell’onde.

Non conta che ora non ci sia nessuno sulla spiaggia, né sulla scogliera, ché la sera è umida e piovigginosa. Anche così, questo è il posto più vuoto della riva, il più malinconico, il più solo.
Il più giusto per i miei singhiozzi, quelli che vorrei urlare al vento e al mare, e che non vogliono uscirmi dalla gola dolorante.

Sono ore che sto qui, inutilmente, su quest’inutile masso di pietra nera ad ascoltare quella risacca che non ha nulla da dirmi. Da quando oggi pomeriggio, o un millennio fa?, mi hai scaricato come si fa coi sacchetti neri dell’indifferenziata, direttamente nel bidone più grosso, quello delle delusioni.

«E’ finita – mi hai detto – perché non ci amiamo più!...».

Come, “non ci amiamo più”?... ma chi?... noi?... noi chi?... io?... non lo so, non ho saputo chiedertelo… eri già andata via.

Un giorno… un mese… una vita… nemmeno mi ricordo quand’è cominciato il mio paradiso con te… ed oggi è finito?... perché?... che è successo?... cosa, è cambiato?... che ti ho fatto?...

«Perché non ci amiamo più!...»

hai detto, e sei andata via; io lo so, ti conosco; sei andata via, e non ti volgerai indietro.
Forse, non l’hai mai fatto, in vita tua.
Forse anche per questo ti amo.
No; devo dire “ti amavo”, perché tu hai spiegato chiaramente: «non ci amiamo più!...».
E se l’hai detto, è certamente è così; come sempre, quando dici una cosa.

Ed ora io sto qui, inutilmente, e lo so quanto sia inutile!, a singhiozzare in silenzio, senza che un singhiozzo mi esca dal gozzo, che tutti mi esplodono dentro a squarciarmi l’anima; senza costrutto.
Senza un perché.

Viene dalla spiaggia di sabbia, lungo la linea dell’onda che pigra va e viene ed a tratti le scopre o le copre i piccoli piedi, sicuri nel tranquillo, costante, uniforme avanzare.
Vedo due piccoli piedi di donna, legati da sottili caviglie ad esili, giovani gambe.
Il lembo di un pareo azzurro, di quelli che si vendono nelle bancarelle del paese, a tratti scopre e copre i polpacci appena torniti e nervosi.
Non vedo altro, ho il capo abbassato, e non v’è motivo di alzare lo sguardo.
Quei passi, quei piedi, mi sono estranei, non riguardano le mie lacrime asciutte.

Si avvicina lenta, avanzando nella ripa che si fa più erta, e già l’acqua nasconde i piedi e sfiora il polpaccio, e si ferma infine a due passi.
Capisco che è qui per me, ed alzo infine lo sguardo.

Il grande pareo la copre completamente, capo compreso, come certe acconciature esotiche di donne orientali, e la sottile, alta figura ne è del tutto nascosta. Tace, pazientemente in attesa ch’io completi la mia analisi estetica.
Poi. con garbo, quasi con condiscendenza: «Ed ora?...».

La sua voce è poco più di un sussurro, ma dentro ci sono tutte le trombe delle schiere angeliche, tutti i violini del mondo, ogni sussurro di brezza ogni pigolio ed ogni frinire impaziente di grillo innamorato.
Taccio ammaliato, e lei ancora soavemente ripete: «ed ora?...».

«Ora ho te…» sento la mia gola rantolare, ancora aspra degli innumerevoli singhiozzi che l’hanno straziata… «ora ho te…» anch’io ripeto… senza sapere cosa dico, senza sapere perché.

L’aria s’è fatta più scura, ché la sera avanza, e le forme sono più indistinte. Mi sembra quasi di notare un fremito sotto quel pareo, forse la sconosciuta visitatrice ha scosso leggermente la testa.

«No, piccolo uomo, no… tu non mi hai!... anche se avverto che molto da me sei affascinato, nonostante il tuo cuore spezzato, il tuo dolore atroce. Non mi hai, anche se mi vuoi, e non potrai mai avermi, se la tua passione non sarà forte abbastanza!...»

S’interrompe, e nel silenzio sento aleggiare ancora le sue parole, ma fra le trombe celesti ed i violini avverto ora una nota dolente, una malinconia diffusa, come di speranza poco sperata e spesso disattesa.
Cerco di penetrare le parole, di comprenderne i significati nascosti, ma non serve. Lei, riprende, aprendo la mia mente in attesa:

«Vedi, piccolo uomo biondo e desiderabile…tu non puoi avermi, adesso… perché io non sono una donna, non almeno quello che tu immagini sia una donna!... Molte cose devi imparare ancora, molte cose devi sapere, molte prove superare per poter penetrare davvero una donna nella sua parte migliore, nella sua mente, nel suo sentimento.

Io sono una sirena, e per il tuo grande dolore che provi del piccolo amore che hai perso, ti è concesso vedermi, stasera, in questo instabile momento magico fra la luce ed il buio.

Ed anche a me, che per amore mi offro a te, in questo stesso momento è concesso parlarti, ma il momento sarà breve. Il tempo di un raggio che fugge dall’orizzonte e dal mare.

Ma potrà esserci un domani, per te, e per me, che sarà domani o quando vorrai, non importa, ch’io sono immortale, in cui ancora potremo essere insieme e capirci, ed amarci, e fonderci in uno.
In uno ch’è molto di più che la somma dei due!

Però, te l’ho detto, avrai delle prove.
Dovrai affrontarle, e vincere.
Vincere te stesso, la tua paura, il tuo essere uomo di terra.
Ed in questo, io non posso aiutarti


Io sono travolto, balbetto, mi offro, e poi giuro… sono pronto, ed ho fretta. la fretta dell’attimo umano che scappa veloce dalla vita mortale…


«Domani – riprende serena – domani o quando vorrai, vieni alla piccola grotta verde dell’isolotto di Cirella, quella che vedi laggiù, presso il sole che muore.
E’ li la mia casa.

Vienici col sole quando le euforbie splendono di innumerevoli stelle purpuree e mille profumi diffondono al vento l’erbe fiorite a sedurre pronubi ed api, mentre sul fondo del mare la grande pinna nobile schiude leggermente alla luce le valve giganti come lubrico invito e le poseidonie ondeggiano nella marea in lascivie movenze.

So che sei un nuotatore provetto, e non temi il sale dell’acqua ed il fondo.

Entra nella grotta verde, lascia il tuo barchino e tuffati; scendi giù, lungo la bianca parete di calare, ti sarà da guida.

Laggiù in fondo, dove il bianco finisce, io ti aspetterò paziente. Paziente, ed ansiosa di te.
E tu potrai avermi, come io ti avrò. Al di la del tempo. oltre la corruzione…»

«Aspetta!... – mi sembra che sfugga – ancora ho bisogno di te!... tante cose ancora, mi devi spiegare!... e poi… poi non voglio che tu vada via… io non posso aspettare domani!...»

«Mi spiace, piccolo uomo desiderabile, il nostro tempo è scaduto. Non vedi che il Sole ha lasciato la terra ed il mare?... bisogna ch’io vada, mi affretti!... a domani!...
»

La splendida visione s’inoltra decisa nell’onda, e nell’ultimo sprazzo di luce dal pareo che si bagna traspare la forma del pesce, e le squame lucenti, la pinna dorsale e le altre, a tener fermo ben stretto il tessuto di seta…


- 2 –

Arrivo presto, al mattino, ché sono impaziente, ed il sole giovane colma l’universo di luce fresca, di oro e d’azzurro. Ogni mio pensiero è stato occupato dalla visione serale della donna sirena, ed anche il poco sonno agitato, è stato agitato di lei.

“Vieni col sole”, mi ha detto, ed infine il sole è spuntato. Ancora un minuto soltanto e tutta l’aria sarà profumo voluttuoso di piante in amore e pronubi danzanti.

Sono pronto. L’angusto ingresso alla piccola grotta verde a volte permette il passaggio d’un barchino, se è bassa marea, ma non me ne curo. Giusto all’esterno qualcuno ha fissato un grosso anello alla roccia, e ci si può assicurare la cima.
Ancora uno sguardo all’immenso spettacolo della natura in risveglio, le piccole onde mattutine increspate appena dalla brezza e sorridenti d’infiniti riflessi il guizzo repentino d’un pesce a fior d’acqua, fortunato che il grande gabbiano è lontano, le lunghe ali mollemente cullate da un’invisibile nulla.
Una preghiera biascicata a fior di labbra, più rito scaramantico che devozione mistica, un primo, profondo sospiro e mi lascio scivolare nell’acqua frizzante in leggero brivido di fresca voluttà, bizzarramente attento a non alzare spruzzi o fare rumore.. chi temo di disturbare, in quest’ora presta del mattino?... all’isolotto di Cirella, alla piccola suggestiva grotta verde sono solo. Lo so.
Solo… con la piccola sirena misteriosa che mi aspetta laggiù, nel suo palazzo bianco di calcare.


Poche lente bracciate e sono dentro, sotto la bassa volta baluginante d’innumerevoli riflessi dorati.
L’acqua è limpidissima, eppure cangiante di riflessi madreperlacei, come appare l’interno della pinna nobilis, quando schiude le sue valve alla vita; le mie forti, giovani braccia mi sostengono senza sforzo, e solo per scelta avanzo lentamente verso la parete di fondo della piccola cavità.

«Dio, penso, è bellissimo!... hai trovato questo piccolo scrigno nascosto per conservare l’immagine di ogni serenità, della bellezza, della tua Pace sconfinata… e sotto, hai conservato, per me, l’amore perfetto, la ninfa misteriosa obiettivo e fine d’ogni mio desiderio…».

Due, tre, quattro respiri lenti profondi, come lunga pratica insegna per predisporsi all’apnea e distendere lo spirito, e l’agile capriola per iniziare la discesa.


La candida parete di calcare va giù a perpendicolo nell’acqua smeraldina con solo qualche riccio spinoso che pigramente se ne va per i fatti suoi e tutt’intorno è serenità; una traslucida liquida, fresca serenità. E lo scendere è facile e piacevole, per un esperto di nuoto come me.

Cinque metri, forse dieci, o quindici… no so. Vado giù piano guardandomi intorno, godendo dello scenario, come d’un capolavoro d’arte surreale… e manco m’accorgo che la bianca parete di roccia improvvisamente finisce… sul nulla.

Un millimetro oltre la rassicurante superficie di roccia c’è il vuoto, il buio, il nero assoluto del più antico dei terrori, quello del non essere, l’abisso più fondo e totale degli atri del mistero. Il mistero che non può essere spiegato, per non avrebbe senso sapere.

In quell’attimo, in quel microsecondo supremo del culmine della gioia, della tensione alla vita, conosco lo sgomento senza fine dell’annichilimento finale, vedo terribile il bordo dell’universo, la fine di tutto, ché oltre quello nessuna cosa ha più senso.

Immediata ed irrefrenabile la spinta più istintiva e primordiale, l’animalesca tensione alla sopravvivenza s’impadronisce del corpo, del cuore, di tutto il mio essere.
Non c’è altro che la fuga, più presta, più urgente di quanto sia capace.
Le braccia esperte e le cosce muscolose freneticamente si agitano all’unisono nella confusa furia di riguadagnare la superficie, né la mente articola pensiero o lo spirito palpito. Non c’è tempo, non c’è motivo. Ogni meccanismo automatico di difesa è scattato nell’uomo-animale ed ogni priorità ne è assorbita. La fuga, ora conta soltanto la fuga.

Un millennio dopo, mi pare, riguadagno la superficie del mare schizzandone fuori come un tappo di sughero, ed il primo pensiero, nettissimo, è la consapevolezza che non mi immergerò mai più nel profondo, e mi terrò lontano dal mare.

Poche possenti, furibonde bracciate e riconquisto l’ingresso della grotta ed il mio barchino fedele che è lì a dondolarsi placido, ignaro di me.

Sciolgo la cima dal rugginoso anello di ferro, e la vedo.

E’ lì, semisdraiata sul lucido scoglio, con la lunga coda di pesce che dondola con l’onda.
E’ una gradevole ragazza bionda, giovanissima, nuda, con il seno verginale che appena si solleva, nel respiro leggero.
Placida, e lucida d’acqua, ché certo è emersa da solo un istante, mi guarda sorridente.
Un sorriso profondamente malinconico, deluso un poco, forse, e rassegnato.

Pianamente mi parla, appena muovendo le sottili labbra lucide di corallo, e la voce… si, la riconosco subito… e come non potrei?... è la voce tenue come un sussurro, ma con dentro tutte le trombe delle schiere angeliche, tutti i violini del mondo, ogni sussurro di brezza, ogni pigolio ed ogni frinire impaziente di grillo innamorato:

«Non ce l’hai fatta, vero, piccolo uomo desiderabile, a fidarti dell’amore?... non sei riuscito ad abbandonarti, a superare te stesso e le tue paure, per cercare di raggiungermi!... i tuoi egoismi, i tuoi istinti animali sono ancora troppo forti, perché tu possa cominciare ad amare!...
Ti sei invaghito di due piedi sulla sabbia e di una voce, ma non abbastanza per andare a conoscere un corpo, una mente, un’anima… ora come vedi, i miei piedi non mi servono più, e sono tornati coda-di-pesce, perché io possa ancora percorrere solitaria, nella mia verginità, i golfi desolati degli abissi.
Avrei voluto darti la felicità, quella stessa che io bramo per me, ma come vedi, ancora ho fallito.
Non si può avere piacere ed amore senza sacrificio, senza immane sofferenza!...
Ma non fartene un cruccio, piccolo amico umano ancora desiderabile nel mio desiderio, non fartene una colpa!
Sono ormai tremila anni che cerco un uomo, l’uomo degno di me. Quello capace di superarsi, cavalcando il proprio destino.
Forse ancora a lungo dovrò attendere. Tanto, finché anch’io non sia degna di lui



Lucio Musto 11 giugno 2009
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diananadia
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Viandante Affezionato
Viandante Affezionato
Non si può avere piacere ed amore senza sacrificio, senza immane sofferenza!...



crudele questa giovane sirena...e tu più romatico di Ulisse, più temerario e imprudente....un amore non consumato che ti ha lasciato vivere altri amori.

Ogni volta che ti leggo non mi capacito che il tuo lavoro, da quel che ho capito, sia stato così diverso dalla poesia

KleanaBacioNonCompro

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Lucio Musto
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
grazie del bacetto. Non hai idea di quanto mi piacciano i bacetti, soprattutto ora, che sono così lontani dai tormenti sessuali; dolcissimi si, ma pur sempre tormenti.

Si, davvero crudele, la giovine sirena, se vista coi nostri occhi, ma quanto infinitamente amabile nella sua sconfinata malinconia, se riusciamo a penetrare nella natura sua, quella della sirena, che splendida, dolcissima, seducente, eppure non abbastanza adorabile da trovare un amore per se!

ora che imparo a guardare le persone, quante ne vedo per il mondo di queste sirene (non tutte sono donne, ci sono anche i ragazzi, ma per me uomo è più facile dipingerle fanciulle) che dolorosamente urtano contro il limite stesso del loro fascino che sanno grandissimo, ma che non è onnipotente.

"Le belle colpiscono le altre sposano" diceva un adagio delle nostre nonne, e molto spesso è così!... m non è colpa delle persone, ma forse solo della bellezza, che quando molta, troppa, diventa esigente e chiede quello che l'altro, pur mettendocela tutta, non riesce a dare. E la paura prende il sopravvento e vince.

Quante ne vedo di queste creature, desiderose di dare amore, desiderose di ricevere amore, alla perenne quanto sterile ricerca della perfezione, che miseramente appassiscono, in mille anni o in giorno non conta, inseguendo quel sogno che non potranno afferrare. E come sempre, piango.

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diananadia
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Viandante Affezionato
Viandante Affezionato
E come sempre colpisci nel segno....

C'è anche l'altro detto, più cinico: "le belle scelgono, le brutte arraffano"...., e non parlo di sola bellezza esteriore...
tutto sta ad accontentarsi

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