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Chicco

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Lucio Musto
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Chicco



D’improvviso, una mattina, prese coscienza di sé.

E seppe di essere un chicco in accrescimento, in una spiga di grano del campo di Peppe, il contadino.

Naturalmente non sapeva cosa fosse il grano, né la spiga, né il campo, né il contadino Giuseppe; aveva solo preso coscienza di essere vivo, e la cosa gli parve piacevole. Per il resto ci sarebbe stato tempo.

Ed infatti ce ne fu, di tempo: giorni e giorni, settimane, mesi. Attraverso il microscopico tubicino che lo legava allo stelo della pianta madre, con gli zuccheri e l’acqua e le altre sostanze necessarie per il suo diventar grande, lentamente fluivano anche gli istinti, le nozioni vitali. Soprattutto di notte, nel buio, con meno cose a distrarti intorno.

E seppe così di essere un chicco di grano, destinato a crescere vigoroso nel sole e l’aria libera del campo, imparò a godere delle brezze al mattino e alla sera, a bere la fresca rugiada di notte al canto dei grilli, a gonfiarsi nel caldo meriggo al frinire gioioso di mille cicale.

E seppe anche che un giorno sarebbe stato mietuto al canto di grazie del contadino Giuseppe che soddisfatto del ricco raccolto l’avrebbe stivato in granaio, il posto misterioso e stupendo in cui vanno i chicchi mietuti in attesa di esser semente di nuovi ed innumeri grani di grano in un ciclo infinito di vita infinita.

Seppe tutto questo il piccolo chicco in accrescimento, ne fu orgoglioso e ne godette. Ed una parte almeno di quanto aveva appreso attraverso il microscopico picciolo, si avverò per davvero.
Le brezze, il caldo, le cicale, la rugiada, i grilli e quei piccolissimi esseri che riempiono la notte di lucine lampeggianti che sembrano stelle scese dal cielo per salutarti.
Poi la trebbia sonora, di un canto diverso, sconosciuto. E il grande granaio, dove ti trovi ammucchiato con un numero incredibile di altri grani come te… ma così tanti che non credevi ne potessero esistere in tutto l’universo.

Poi partenza, con gli altri per un posto dal nome mai udito prima. Il mulino. Un posto di cui nessuno ha mai inteso raccontare.

Non c’è più il tubicino a portare informazioni e conforto; e pur nella moltitudine infinitamente più ampia della spiga in cui nacque, il grano di grano si sentì solo.

Per la prima volta ebbe paura, anche se nessuno gli aveva detto mai cosa fosse, e si strinse forte forte addosso la sua cuticola dorata.

Due immense ruote di pietra grigia rugosa girano e stridono strusciando l’una sull’altra. E l’urlo atroce della pietra si confonde e supera, o viene superata dallo strazio di mille chicchi martoriati e spezzati, schiacciati e smembrati in candida polvere fine e pula leggera.

Lui no.

Per miracolo forse, o per tenace legame alla vita, riesce a scansare il martirio: non viene schiacciato dalle mole possenti e intero si ritrova nella bianca farina. Ancora stretto e attaccato alla veste che è riuscito a trattenere.

Ora il mondo è cambiato, all’intorno. Rumori diversi, altri odori, parole e leggende mai udite, bisbigliate nel buio e bizzarre:
“…saremo cibo dell’uomo… il suo pane… chissà!…
“…anche altro destino più alto, più sacro, può darsi che avremo!… Potremo forse… chissà…
“…diventare anche Corpo di Cristo!…
“…nell’Ostia dell’altare di Dio!…

Il piccolo grano di grano non sa, non capisce. Ma pensa che è un dolce destino finire nel pane dell’uomo!… suo cibo. Diventare forse, chissà, un pezzetto del corpo dello stesso Giuseppe, il contadino del campo a cui devi la vita…. O forse, addirittura di più. Il Corpo, hanno detto le voci del mulino, di un Cristo Gesù, che certo è più grande e importante dell’uomo e forse… anche più di Giuseppe…

Si ritrova impacchettato, il chicco di grano, in un cartoccio di carta blu verde con una scritta arancione: “Farina per dolci - speciale «00»”, a far bella mostra di sé nel banco del supermercato. E inevitabilmente poi, nella dispensa di una cucina borghese.

Ci rimase un po’ di giorni. Poi fu venerdì, giorno di pizza. Qualcuno, di nome mamma, prese il cartoccio di carta verde e blu e ne versò il contenuto nel setaccio.

Il chicco di grano pensò che finalmente stava per compiersi il suo atteso, meraviglioso destino. Sotto forma di pizza, non proprio Ostia Consacrata, ma qualcosa di simile, sarebbe diventato cibo dell’uomo e membra delle sue membra. Non proprio “Corpo di Cristo” insomma ma qualcosa di non molto differente.

E invece no. Perché il piccolo seme di grano, ancora stretto nella sua cuticola di paglia ormai un po’ vizza e logora, rimase nel setaccio. E fu subito buttato nell’acquaio, come “impurità”. E finì subito nella fogna.

“Impurità”. La parola la sentì una sola volta, ma non gli piacque per niente. Non si sentiva impuro, neanche un pò. Ed era certo di non aver fatto nulla per meritare quell’insulto.
Forse perché era rimasto il solo integro mentre innumerevoli compagni si lasciavano schiacciare e distruggere e diventare pizza che aveva meritato quell’epiteto ed era finito in una fogna?
Per aver difeso sé stesso e la propria individualità ora veniva scartato?
Per essere rimasto chicco, com’era nato, che ora meritava questo castigo?…

Mentre i liquami puzzolenti lo spugnavano, il chicco ebbe modo di meditare come il mancato dono di sé stesso possa essere egoismo. E solitudine. E sterilità.

Non conosciamo i pensieri e le conclusioni cui giunse il chicco di grano durante il suo viaggio nella fogna di casa, e poi nel collettore di quartiere ed in quello, più grosso, dell’intera città. Non li conosciamo e questo è un bene, perché non avremmo saputo giustamente pesare, valutare e giudicare. Ma il piccolo seme infine arrivò al mare. Gonfio d’acqua e di puzza, parecchio ammaccato e un po’ stanco. Certamente più ricco di esperienza e di sapienza.

Ci arrivò vivo, ancora in attesa che si compisse il suo meraviglioso, promesso destino.

Vagò ancora a lungo, gli parve, nei limpidi azzurri campi del mare. Più freschi, più grandi e più belli del campo che lo vide bambino. Poi d’un tratto, in un fresco mattino, un grazioso pesce rosato lo vide. E in un guizzo ne fece un boccone.

In quel lampo repentino il piccolo seme infine capì. Gli fu chiaro il suo destino, il perché della sua nascita, delle cure del contadino Peppe, della fresca rugiada e le lucciole del cielo.

Capì che il mondo è uno solo ed è tutto un giro. Che nessuna creatura di Dio è mai abbandonata, che nessuno e nulla è inutile, e che nulla va sprecato. Capì che per ognuno c’è un preciso disegno. Originale, diverso ed unico per ciascuno. E che nessun destino è migliore o peggiore; ogni destino è bellissimo sempre e sempre assolutamente essenziale, perché diretto ad un solo obiettivo.

Un seme da seme, grano di grano, o un seme da pane, o da Ostia.

O solo vita e cibo di un giorno per un pesce del mare, ogni seme, ogni cosa contribuisce ugualmente alla costruzione del regno di Dio.




Lucio Musto 2 luglio 2004 parole 1157
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