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Raccontare e rccontarsi: quanto fa bene e quanto fa male

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1
victorinox
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Viandante Residente
Viandante Residente
In psicologia la narrazione fa il suo ingresso come catarsi della parola: raccontare e raccontarsi sblocca ciò che si era irrigidito attorno a un nucleo mnestico più o meno traumatico ed eventualmente patogeno.
Vanno proprio in tale direzione certe intuizioni della prima ora che sono
tuttora a fondamento del metodo psicoanalitico, dalle libere associazioni al racconto
dei sogni, al racconto anamnestico fino all'eloquio libero, in cui è si può dire quel che viene in mente, senza censure e senza ordine.
La psicoterapia non può certo cancellare il trauma che ha determinato la patologia ma mira a modificare il modo di raccontarlo (e di raccontarsi) da parte del paziente. Con questo cambierà il significato attribuito al fatto e con esso i suoi effetti.

La narrazione potrà essere ri propositiva o significativa.
Il primo tipo di narrazione coglie il senso già presente, quello che emerge con una certa evidenza dalla realtà dei fatti, quasi identificandosi con essi; un senso già presente, da «leggere» e basta (si legge quel che è già scritto o presente) o solo da scoprire-riconoscere. Ad esempio, la morte di una persona cara o una ingiustizia è di per sé un fatto negativo, né può essere cambiato; così come l’affetto ricevuto è un dato gratificante che rimanda immediatamente a un senso positivo della vita. In forza di questo senso già dato, la forma narrativa è spesso parziale, perché non si ricordano né volentieri si raccontano gli episodi negativi della vita. In questa forma narrativa non c’è nessuna novità. Tutt’al più, se il fatto è negativo, vi sarà un percorso che va dall’accettazione (a volte solo rassegnazione) verso la riconciliazione con il passato, ma prevalentemente di tipo solo buonista moralista, come uno sforzo della persona, ma che non giunge a modificare il sensodi ciò che è avvenuto, che resta una macchia nera.
Invece la narrazione significativa con il racconto attribuisce un nuovo significato all’evento stesso raccontato. Si tratta di un significato nuovo, scoperto dalla persona a partire dalle sue convinzioni che si sono confrontate col fatto stesso, che forse si sono lasciate purificare ed essenzializzare, dando luogo proprio per questo a una sintesi inedita che è appunto questo significato nuovo.
Per questo, tale forma narrativa tende a estendersi a tutta la vita, ivi compresi i fatti negativi, poiché crede che sia possibile dare senso a tutto, anche all’asimmetria della vita.

Già questa piccola distinzione palesa un aspetto: non tutte le narrazioni fanno bene. Se è vero infatti che l'incapacità di raccontare se stessi è sempre un brutto segno, è anche vero che ogni racconto che auto celebra la propria sofferenza o che è costruito sulla sua negazione, immobilizza la vita.


Detto questo, mi rivolgo a voi.
Credete che raccontarsi faccia bene?
A quali condizioni fa bene?
In quali forme?
Sapete raccontarvi?
Che cosa ne ricavate?
Che difficoltà incontrate?
Avete esperienza del racconto in un rapporto terapeutico?
Se si, qual'è stata la vostra esperienza?

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2
Candido
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Viandante Storico
Viandante Storico
Raccontarsi è una forma di catarsi, che fa pure rima. L'ho sempre fatto (da anni assai meno) soprattutto in poesia, cercando di riflettere quel "male di vivere" che mi opprimeva, naturalmente nel mio piccolo. Dopo, mi sentivo meglio per un po'. Specialmente se sentivo di aver trovato un modo soddisfacente di esprimere i miei problemi, il mio senso di diversità ed esclusione, le mie ansie e la mia depressione.

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3
hakimsanai43
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Viandante Storico
Viandante Storico
Candido ha scritto:Raccontarsi è una forma di catarsi, che fa pure rima. L'ho sempre fatto (da anni assai meno) soprattutto in poesia, cercando di riflettere quel "male di vivere" che mi opprimeva, naturalmente nel mio piccolo. Dopo, mi sentivo meglio per un po'. Specialmente se sentivo di aver trovato un modo soddisfacente di esprimere i miei problemi, il mio senso di diversità ed esclusione, le mie ansie e la mia depressione.
cool
Il medico che 40 anni fa mi ha guarito ,lo ha fatto chiedendomi:

1:"In quanti siete lì dentro?"

2:"E come si chiama il vostro capo?"

Guarito all'istante da tutte le psicosi.

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4
LieveMente
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Viandante Storico
Viandante Storico
Raccontarsi fa bene quando regali qualcosa di te senza aspettarti niente, quando attraverso le tue parole riesci a stabilire un ponte con chi ti ascolta, trasmetti emozioni e preziose scintille di vita.
Fa bene quando le tue parole escono fluide, senza la rigorosa supervisione della mente, quando non scegli ormai automaticamente cosa dire e cosa no.
Succede raramente.
Più spesso si tende a rappresentarsi così come siamo abituati a percepirci.
Niente di costruttivo, ne liberatorio, quindi, solo le solite parole a coprire il silenzio.

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5
Dudù
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Viandante Mitico
Viandante Mitico
LieveMente ha scritto:Raccontarsi fa bene quando regali qualcosa di te senza aspettarti niente, quando attraverso le tue parole riesci a stabilire un ponte con chi ti ascolta, trasmetti emozioni e preziose scintille di vita.
Fa bene quando le tue parole escono fluide, senza la rigorosa supervisione della mente, quando non scegli ormai automaticamente cosa dire e cosa no.
Succede raramente.
Più spesso si tende a rappresentarsi così come siamo abituati a percepirci.
Niente di costruttivo, ne liberatorio, quindi, solo le solite parole a coprire il silenzio.
Interloquire ovunque sei sempre

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6
diananadia
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Viandante Affezionato
Viandante Affezionato
hakimsanai43 ha scritto:
Candido ha scritto:Raccontarsi è una forma di catarsi, che fa pure rima. L'ho sempre fatto (da anni assai meno) soprattutto in poesia, cercando di riflettere quel "male di vivere" che mi opprimeva, naturalmente nel mio piccolo. Dopo, mi sentivo meglio per un po'. Specialmente se sentivo di aver trovato un modo soddisfacente di esprimere i miei problemi, il mio senso di diversità ed esclusione, le mie ansie e la mia depressione.
cool
Il medico che 40 anni fa mi ha guarito ,lo ha fatto chiedendomi:

1:"In quanti siete lì dentro?"

2:"E come si chiama il vostro capo?"

Guarito all'istante da tutte le psicosi.


scusa...ma "lì dentro" dove? quarant'anni fa non eri neppure nato, stando al tuo profilo scratch

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7
diananadia
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Viandante Affezionato
Viandante Affezionato
victorinox ha scritto:

...... non tutte le narrazioni fanno bene. Se è vero infatti che l'incapacità di raccontare se stessi è sempre un brutto segno, è anche vero che ogni racconto che auto celebra la propria sofferenza o che è costruito sulla sua negazione, immobilizza la vita.


Detto questo, mi rivolgo a voi.
Credete che raccontarsi faccia bene?
A quali condizioni fa bene?
In quali forme?
Sapete raccontarvi?
Che cosa ne ricavate?
Che difficoltà incontrate?
Avete esperienza del racconto in un rapporto terapeutico?
Se si, qual'è stata la vostra esperienza?

Mi sembra essenziale questa ultima distinzione, riassume chiaramente il mio pensiero in materia.
Raccontarsi fa bene quando si riesce a farlo serenamente, senza scaricare sugli altri eventuali problematiche irrisolte con la speranza di ricevere la parola giusta, oppure rappresentandoci non come siamo ma come vorremmo essere.
Personalmente riesco a raccontare molto di me ma solo con poche persone con le quali ho un'empatia che avverto da subito, con le altre evito accuratamente. Ne ricavo un sollievo quando trovo comprensione sincera dall'altra parte, fastidio e autocritica se mi accorgo di aver parlato in moodo avventato.
Del rapporto terapeutico ho un paio di esperiense a dir poco irritanti e di nessun aiuto: essere costretta a rivangare momenti che invece avevo già superato da sola, parlarne all'infinito non mi dava nessun giovamento, inutile perdita di tempo. Anzi, inutile no, perchè mi ha fatto capire che sono capace di uscirne da sola, senza sentirmi dire da altri ciò che già sapevo.

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8
hakimsanai43
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Viandante Storico
Viandante Storico
diananadia ha scritto:
hakimsanai43 ha scritto:
Candido ha scritto:Raccontarsi è una forma di catarsi, che fa pure rima. L'ho sempre fatto (da anni assai meno) soprattutto in poesia, cercando di riflettere quel "male di vivere" che mi opprimeva, naturalmente nel mio piccolo. Dopo, mi sentivo meglio per un po'. Specialmente se sentivo di aver trovato un modo soddisfacente di esprimere i miei problemi, il mio senso di diversità ed esclusione, le mie ansie e la mia depressione.
cool
Il medico che 40 anni fa mi ha guarito ,lo ha fatto chiedendomi:

1:"In quanti siete lì dentro?"

2:"E come si chiama il vostro capo?"

Guarito all'istante da tutte le psicosi.


scusa...ma "lì dentro" dove? quarant'anni fa non eri neppure nato, stando al tuo profilo scratch
sadness
"Qual'è il tuo nome?-chiese Gesù all'Indemoniato.

E l'Indemoniato rispose:" Il mio nome è Legione."

E cioè?
Una Legione conta circa 6000 soldati romani e pertanto l'idemoniato intendeva dire che dentro di lui,abitavano almeno 6000 "Io",6000 personalità.

Gran psicologo quell'Indemoniato!

scratch

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9
Windi
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Viandante Affezionato
Viandante Affezionato
diananadia ha scritto:

Mi sembra essenziale questa ultima distinzione, riassume chiaramente il mio pensiero in materia.
Raccontarsi fa bene quando si riesce a farlo serenamente, senza scaricare sugli altri eventuali problematiche irrisolte con la speranza di ricevere la parola giusta, oppure rappresentandoci non come siamo ma come vorremmo essere.
Personalmente riesco a raccontare molto di me ma solo con poche persone con le quali ho un'empatia che avverto da subito, con le altre evito accuratamente. Ne ricavo un sollievo quando trovo comprensione sincera dall'altra parte, fastidio e autocritica se mi accorgo di aver parlato in moodo avventato.

Del rapporto terapeutico ho un paio di esperiense a dir poco irritanti e di nessun aiuto: essere costretta a rivangare momenti che invece avevo già superato da sola, parlarne all'infinito non mi dava nessun giovamento, inutile perdita di tempo. Anzi, inutile no, perchè mi ha fatto capire che sono capace di uscirne da sola, senza sentirmi dire da altri ciò che già sapevo.

Hai espresso molto bene lo stesso mio modo di essere sorriso Non ho avuto invece esperienza diretta con uno psicoterapeuta ma condivido anche in questo il tuo pensiero.
Ho seguito invece da vicino degli incontri rivolti a bambini e ragazzi proprio focalizzati sul "Fare storie" dove inizialmente vengono proposti alcuni personaggi coi quali il piccolo "si racconta" inventando situazioni e comportamenti. Molto interessante e se seguito da un terapeuta in gamba può portare a ottimi risultati.

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10
diananadia
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Viandante Affezionato
Viandante Affezionato
hakimsanai43 ha scritto:
diananadia ha scritto:
hakimsanai43 ha scritto:
Candido ha scritto:Raccontarsi è una forma di catarsi, che fa pure rima. L'ho sempre fatto (da anni assai meno) soprattutto in poesia, cercando di riflettere quel "male di vivere" che mi opprimeva, naturalmente nel mio piccolo. Dopo, mi sentivo meglio per un po'. Specialmente se sentivo di aver trovato un modo soddisfacente di esprimere i miei problemi, il mio senso di diversità ed esclusione, le mie ansie e la mia depressione.
cool
Il medico che 40 anni fa mi ha guarito ,lo ha fatto chiedendomi:

1:"In quanti siete lì dentro?"

2:"E come si chiama il vostro capo?"

Guarito all'istante da tutte le psicosi.


scusa...ma "lì dentro" dove? quarant'anni fa non eri neppure nato, stando al tuo profilo scratch
sadness
"Qual'è il tuo nome?-chiese Gesù all'Indemoniato.

E l'Indemoniato rispose:" Il mio nome è Legione."

E cioè?
Una Legione conta circa 6000 soldati romani e pertanto l'idemoniato intendeva dire che dentro di lui,abitavano almeno 6000 "Io",6000 personalità.

Gran psicologo quell'Indemoniato!

scratch

vabbè, anche Pirandello diceva che ognuno do noi è "Uno, nessuno, centomila" e concordo pienamente.
Però che c'azzecca la tua risposta con la mia domanda???
meno male che alla fine nemmeno tu l'hai capito (scratch cit.)

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11
diananadia
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Viandante Affezionato
Viandante Affezionato
Windi ha scritto:
diananadia ha scritto:

Mi sembra essenziale questa ultima distinzione, riassume chiaramente il mio pensiero in materia.
Raccontarsi fa bene quando si riesce a farlo serenamente, senza scaricare sugli altri eventuali problematiche irrisolte con la speranza di ricevere la parola giusta, oppure rappresentandoci non come siamo ma come vorremmo essere.
Personalmente riesco a raccontare molto di me ma solo con poche persone con le quali ho un'empatia che avverto da subito, con le altre evito accuratamente. Ne ricavo un sollievo quando trovo comprensione sincera dall'altra parte, fastidio e autocritica se mi accorgo di aver parlato in moodo avventato.

Del rapporto terapeutico ho un paio di esperiense a dir poco irritanti e di nessun aiuto: essere costretta a rivangare momenti che invece avevo già superato da sola, parlarne all'infinito non mi dava nessun giovamento, inutile perdita di tempo. Anzi, inutile no, perchè mi ha fatto capire che sono capace di uscirne da sola, senza sentirmi dire da altri ciò che già sapevo.

Hai espresso molto bene lo stesso mio modo di essere sorriso Non ho avuto invece esperienza diretta con uno psicoterapeuta ma condivido anche in questo il tuo pensiero.
Ho seguito invece da vicino degli incontri rivolti a bambini e ragazzi proprio focalizzati sul "Fare storie" dove inizialmente vengono proposti alcuni personaggi coi quali il piccolo "si racconta" inventando situazioni e comportamenti. Molto interessante e se seguito da un terapeuta in gamba può portare a ottimi risultati.

Ecco, il punto è che il terapeuta dev'essere in gamba, altrimenti ci possono essere interpretazioni folli anche di discorsi o innocenti disegni. La cronaca insegna purtroppo.
Però se c'è la competenza necessaria, credo proprio che sia un'ottima opportunità d'aiuto. sorriso

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12
hakimsanai43
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Viandante Storico
Viandante Storico
diananadia ha scritto:
hakimsanai43 ha scritto:
diananadia ha scritto:
hakimsanai43 ha scritto:
Candido ha scritto:Raccontarsi è una forma di catarsi, che fa pure rima. L'ho sempre fatto (da anni assai meno) soprattutto in poesia, cercando di riflettere quel "male di vivere" che mi opprimeva, naturalmente nel mio piccolo. Dopo, mi sentivo meglio per un po'. Specialmente se sentivo di aver trovato un modo soddisfacente di esprimere i miei problemi, il mio senso di diversità ed esclusione, le mie ansie e la mia depressione.
cool
Il medico che 40 anni fa mi ha guarito ,lo ha fatto chiedendomi:

1:"In quanti siete lì dentro?"

2:"E come si chiama il vostro capo?"

Guarito all'istante da tutte le psicosi.


scusa...ma "lì dentro" dove? quarant'anni fa non eri neppure nato, stando al tuo profilo scratch
sadness
"Qual'è il tuo nome?-chiese Gesù all'Indemoniato.

E l'Indemoniato rispose:" Il mio nome è Legione."

E cioè?
Una Legione conta circa 6000 soldati romani e pertanto l'idemoniato intendeva dire che dentro di lui,abitavano almeno 6000 "Io",6000 personalità.

Gran psicologo quell'Indemoniato!

scratch

vabbè, anche Pirandello diceva che ognuno do noi è "Uno, nessuno, centomila" e concordo pienamente.
Però che c'azzecca la tua risposta con la mia domanda???
meno male che alla fine nemmeno tu l'hai capito (scratch cit.)
KleanaStupore
Dentro la tua testa ci sono pensieri?
Quanti?
Almeno 6000 dico bene?
Allora il tuo nome è Legione.
E quando il vostro Capo vi dice:"Andate e ammazzateli tutti!" voi cosa fate?
Chiedete a qualcuno dove dovreste andare? Certamente no.
Chiedereste a qualcuno chi sono quelli che dovreste ammazzare?
Certamente no.

NB: io ho parlato a voi pensieri,non al vostro Capo.

scratch

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