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Donne Simbolo

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Lucio Musto
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Raab
Gs 2 – Gs 6
La scelta coraggiosa

Donna di Gerico che si fece complice delle spie inviate da Giosuè per preparare la conquista della città. Il suo nome significa “larga”. In ebraico la parola può derivare dalla radice zon, nutrire o da zana, sedurre, e quindi significare “albergatrice” o “prostituta”. Ma si trattava a quei tempi di due commerci che sconfinavano facilmente l'uno nell'altro e infatti nelle citazioni bibliche Raab è una pubblica peccatrice.

Mentre due spie militari inviate da Giosuè si trovavano presso di lei, il re di Gerico le intimò di consegnarli. Decisa invece a salvarli, la donna usò un sotterfugio: affermò che erano usciti sul far della notte e appena gli uomini del re corsero a inseguirli, nascose i figli d'Israele sulla terrazza, fra i covoni di lino da gramolare che vi aveva accatastato. Disse loro che anche lei credeva che il Signore avesse assegnato il paese a Israele e che era più forte degli dei pagani. Pregò poi le spie di Giosuè di lasciare in vita lei stessa e la sua famiglia quando il Signore avrebbe consegnato Gerico al suo popolo ed il loro esercito fosse entrato in città. Essi lo giurarono in nome della loro stessa vita.

Allora Raab li fece scendere con una corda dalla finestra, perché la sua casa era addossata al muro di cinta e raccomandò loro di restare nascosti sulla montagna per tre giorni finché gli abitanti di Gerico avessero desistito dall'inseguimento.
Si accordarono anche su un segno di riconoscimento: una cordicella di filo scarlatto legata alla finestra avrebbe indicato agli Ebrei, quando fossero entrati in città, che quella casa era da salvare.

Al momento della presa della città, Giosue mandò le spie alla ricerca di Raab e della sua famiglia che si era rifugiata nella sua casa, perché fossero salvati tutti secondo la promessa. Poi la città fu votata allo sterminio.

Da quel momento “Raab abitò in mezzo ad Israele”.

La figura di questa donna peccatrice è emblematica nella sua concretezza. Nel momento del massimo pericolo, quando il re di Gerico avrebbe potuto punirla di complicità col nemico fa la sua scelta coraggiosa, si affida al Dio straniero ammirata dalla fede che suscita nel suo popolo e rischia di persona. Ma non solo per sé stessa. Implora salvezza per sé ma non dimentica tutta la sua famiglia, trasmettendo anche a loro la sua fiducia. Infatti la Bibbia precisa che la famiglia “si era rifugiata nella sua casa”.

Una donna pagana. Una prostituta. Il suo esempio non viene ignorato.
Paolo, nella lettera agli Ebrei cita Raab come esempio di fede e S.Giacomo la loda per le sue opere.

La storia di Raab contribuisce a dimostrare che la salvezza non è garantita solo dalla discendenza di sangue dalla stirpe d'Israele o ai santi ed agli onesti ma viene dalla fede che è accessibile a tutti coloro che riconoscono nel Signore il “Dio lassù in cielo e quaggiù in terra”.



Lucio Musto 29 ott. 01 parole 495

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Lucio Musto
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Zippora o Sefora
Es 4 Es 18
Il “primo posto” per Dio


Zippora è la moglie di Mosè, l’unica che gli si conosca. E nella Bibbia viene nominata solo tre volte. Quando viene concessa in moglie da suo padre Jetro il madianita, quando circoncide il figlio Ghersom, quando insieme al padre ed ai due figli va incontro al marito (Es 18) al Sinai dopo la vittoria contro gli Amaleciti.

Le poche parole che si riferiscono a “l’uccellino” (questo è il significato del nome), sono però di difficile interpretazione.

Mosè, convinto da Dio a tornare in Egitto per liberare gli Israeliti, porta con sé la moglie ed i figli, ma è colpito da una “malattia mortale”, e guarisce solo quando la moglie circoncide il figlio primogenito e dichiara “tu sei per me uno sposo di sangue”.
Non è certo chiarissimo il significato simbolico della malattia né la proprietà taumaturgica di una circoncisione “per procura”, anche se in effetti Mosè non era stato circonciso in quanto allevato in una casa egizia….

Poi la donna ed figli sono rimandati da Jetro, ma non c’è ripudio. Infatti tutti insieme vanno a salutare il Profeta sul monte di Dio ed offrono olocausti e pranzano anche con Aronne e gli altri anziani. E’ possibile che questa separazione sia stata imposta da motivi di sicurezza per la donna ed i figli, ma sembra strano che dopo l’Esodo non si parli di ricongiungimento della famiglia, ma di una “visita”.

Vien quindi da avanzare l’ipotesi che dietro i fatti raccontati ci sia un qualche significato profetico o simbolico e che il racconto stesso non sia solo una cronaca ma contenga qualche indicazione anche per noi.

Il ritorno di Mosè in Egitto è certamente simbolo di ritorno alla volontà di Dio dopo l’esperienza del deserto; per noi può essere un simbolo della libertà che ci lascia il Signore, per cui è per scelta personale che possiamo affermare: “sono libero di fare la volontà di Dio!”.
Ma anche per tornare a darsi totalmente a Dio non possiamo calpestare gli altri. Giustamente Mosé porta con sé moglie e figli… Ma ad un certo punto si impone la scelta, e l’Evangelico “… chi non lascia moglie e figli e buoi…” qui è più comprensibile.
La malattia “mortale” non è organica, ma quella dell’abbandono di quanto costruito nel tempo del deserto, nel tempo della scelta autonoma. La moglie, i figli, hanno anch’essi i propri diritti e l’impegno preso verso di loro non è carta straccia; nemmeno di fronte alla chiamata vocazionale.

Occorre un nuovo accordo, un nuovo matrimonio.

Mosè è libero solo quando la moglie Zippora capisce di non essere abbandonata, non perde il suo matrimonio, ma vede il suo sposo chiamato ad un impegno più alto, e reputa il figlio per quello che effettivamente è: il dono di Dio. E nella circoncisione del bambino da lei liberamente eseguita e nelle sue parole “tu sei per me uno sposo di sangue” viene stabilito un nuovo rapporto consacrato appunto dal sangue innocente, un nuovo patto che non discrimina nessuno, non offende nessuno e nemmeno distrugge il precedente legame umano.



Lucio Musto 27 dic. 01 parole 521





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