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Donne Simbolo

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Lucio Musto
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Donne simbolo

Forse per caso, forse per uno di quei misteriosi motivi che non conosciamo, e che manco intendiamo indagare, ho ritrovato oggi una serie di brevi meditazioni che preparai anni fa, destinate ad un pubblico semplice, e culturalmente modesto.
Niente di impegnativo quindi, nessun approfondimento filosofico o teologico.

Il sottotitolo, era e rimane: “Circa alcune figure femminili meno note dell’Antico Testamento”.

Anche se non sembra, sono molte le donne citate nella Bibbia. E su ognuna di loro c’è da riflettere. Pensai, per queste piccole meditazioni, di tralasciare le figure più note, considerandone invece altre, meno raccontate ma altrettanto significative.

Intenzione dichiarata di tale scelta è quella di spingere ognuno di noi a riprendere in mano la Bibbia per approfondirla, per scoprirne i tesori più nascosti, i mille sconosciuti, preziosi insegnamenti.

Una particolarità unisce queste figure femminili diciamo così “minori”. Ognuna di loro riveste grande importanza sul piano simbolico o dottrinale; nessuna è lì per caso. Sono persone citate in pochi versetti, e di cui non si dice quasi nulla. Molto spesso non è scritto nemmeno il nome, e vengono individuate solo attraverso uno stato sociale o l’origine geografica. “La schiava di Naaman”, “la Sulammita”, “la moglie di Giobbe”… Come per sottolineare: non conta chi esse siano, è importante quello che rappresentano nella storia d’Israele, nell’insegnamento del Signore, nel piano della Salvezza. C’è sempre un punto, che spiega quale sia la sua funzione, quale il messaggio che ci porta. Quest’elemento caratterizzante è stato usato come sottotitoli delle riflessioni.

Ho privilegiato nelle prime meditazioni il tema della preghiera e della fede, poi sarà protagonista la sapienza, quindi la giustizia di Dio e la legge, per concludere con quelle figure in cui è predominante l’Amore, cardine come sempre del rapporto dell’uomo con il suo Creatore.

Infine, e non a caso, il sottotitolo della prima meditazione è “La voce sottile della coscienza”: quella voce che sempre dovremo cercare di ascoltare per lasciarci guidare sulle vie della nostra personale santificazione.

Ringrazio chi vorrà seguirmi nella rilettura di questi pensieri (credo che mi fermai ad una ventina in tutto), e gradirò ogni eventuale commento, ma anticipo da subito che non mi sentirò impegnato a rispondere o aprire alcun dibattito.

Grazie di avermi letto, e buona Pasqua di Resurrezione a tutti




Lucio Musto Domenica 8 aprile 2012 - Pasqua del Signore
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Lucio Musto
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Abigail


1Sam 25
La voce sottile della coscienza


Dopo la morte di Samuele, Davide si tiene alla larga da Saul. Non può toccarlo, perché Saul è comunque un unto da Dio, ma ormai si è allontanato dal Signore ed i suoi pentimenti, ancorché sinceri sono passeggeri, e grande la sua gelosia.

Davide ed i suoi uomini si trovano nella terra di Nabal e proteggono le sue greggi dai predoni e gli rendono omaggio. Ma Nabal, contro ogni regola di ospitalità, non li accoglie e non li nutre, rendendosi così colpevole di grave offesa. Davide allora si arma e va per vendicarsi; ed ucciderebbe Nabal se la moglie Abigail non intercedesse per il marito offrendo il cibo richiesto, adulando Davide e la sua nobiltà, scongiurandolo di non macchiarsi di un delitto contro un uomo infine solo stupido, invitandolo a fidare piuttosto nella giustizia del Signore.

Davide ascolta la donna e riconosce che la sua è più ira che giustizia:
«Benedetto sia il Signore Dio di Israele che oggi ti ha mandata incontro a me! Benedetta la tua saggezza! E benedetta anche tu perché oggi mi hai impedito di giungere al sangue e di vendicarmi di mia mano!» (1Sam 25:32)

Il racconto biblico continua poi dicendo che circa dieci giorni dopo l’ingiusto Nabal ebbe un colpo apoplettico (“il cuore gli morì nel petto” ) e Davide fu quindi vendicato dalla mano del Signore.

Cosa ci insegna questo brano del 1° libro di Samuele?

– Di stare attenti ai segni che il Signore ci manda.

Nella civiltà ebraica le donne erano subordinate agli uomini molto più di quanto lo siano le donne di oggi, e ben difficilmente un guerriero, e meno che mai un capo come Davide, si sarebbe abbassato ad ascoltare i consigli o il parere o le preghiere di una donna. Ma Davide lo fa appunto perché è attento anche ai sussurri del Signore che chiedeva allora, come ancora ora, una attenta e continua vigilanza contro le insidie del male, le ire, le tentazioni.

E le ire e le tentazioni spesso esagerano delle cose che nella giusta misura potrebbero essere lecite, ma ingigantite diventano peccaminose, come appunto in quest’esempio il legittimo risentimento di Davide per essere stato ignorato come ospite che si trasforma in furia omicida.


Lucio Musto 18 ott. 01 parole 381




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La schiava di Naaman il lebbroso

2 Re 5
La “certezza” nella fede

I siriani hanno fatto delle scorrerie e portato come prigioniera, proscritta dalla terra di Israele, una fanciulla. E’ assegnata al servizio della moglie di Naaman.

Naaman è un comandante siriano di successo. Ma lebbroso. Ed una persona con la lebbra è evitata da tutti. Costretto ad annunciare la proprio disgrazia a chiunque che gli si avvicina; oltre la sofferenza, l’umiliazione di un morbo schifoso e discriminante

Con fede semplice, la ragazzina suggerisce alla sua padrona di far si che Naaman si rivolga al profeta di Dio, in Samaria. Eliseo certamente può guarire il padrone. Ci deve essere stata una così grande determinazione nel suggerimento di questa ragazzina, ché Naaman si lascia convincere.
Va ed è guarito da Dio. Eliseo gli comanda di fare una cosa semplice: “lavati per sette volte nel fiume” ed il condottiero che è in lui si sdegna. Ma poi, non ha nulla da perdere, accetta anche questa umiliazione e torna sano.

Dalla piccola schiava ci saremmo aspettati commiserazione per sé ed astio e disgusto per il padrone, ed invece scopriamo in lei la pietà; invece del desiderio di vendetta su coloro che l'avevano resa prigioniera, ha pensato al loro benessere. Non è stata schiacciata dalle circostanze; ne è passata oltre. Perché?
La Bibbia non ci presenta questa ragazzina come una santa, una persona eccezionale o eccezionalmente dotata. E’ solo una piccola persona con le idee chiare che asserisce senza titubanza:
“Oh! Se il mio signore andasse dal profeta che è in Samaria, certamente egli [Eliseo] lo guarirebbe dalla lebbra”

La sua forza è tutta qui, in questa sola espressione. Nella certezza della sua fede; quella certezza che banalizza la soluzione del problema.

E’ il concreto delle parole che dirà Gesù:
“…In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile.” (Mt 17,20)

Quella stessa forza, quella stessa fede dovrebbe spingere noi tutti battezzati a non avere paura, a ricordare che in quanto tali, cioè battezzati, siamo missionari, siamo cioè deputati a testimoniare senza tema di smentita la parola di Dio, ed a diffonderla. E le occasioni non mancano di certo.
A volte, possiamo fare molto per dirigere la gente verso Dio. La fede di una bambina ha messo in moto una catena di eventi con cui Dio ha ricevuto gloria.

Dio può compiere i miracoli con le nostre piccole azioni.



Lucio Musto 27 ott. 01 parole 427

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Lucio Musto
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Anna
1Sam 1
La forza della preghiera

Anna, donna timorata di Dio e madre del profeta Samuele, dimostrò una straordinaria fede e coraggio durante un periodo dì rilassatezza spirituale in Israele. Era sposata ad Elcana che aveva anche un’altra moglie, Peninna.
Anna era infeconda. Per una donna ebrea questa era considerata una disgrazia, sia per la famiglia che per la nazione. Peninna, invece, aveva dato ad Elcana diversi figli, e spesso umiliava Anna per la sua incapacità di assolvere i doveri di moglie e di israelita. Anna, soffriva sempre di più per il suo dramma e per le impietose continue frecciate di Peninna.

Durante una delle visite annue della famiglia a Sciloh (secondo l’usanza), Anna si recò al tempio e supplicò Dio di darle un figlio. Pregando umilmente e con fervore, la donna promise che, se Egli le avesse concesso un figlio maschio, non appena divezzato glielo avrebbe offerto in servizio perpetuo. Nove mesi dopo Anna diede alla luce Samuele e quando questi compì i tre anni, la madre lo portò al tempio di Sciloh, dedicandolo, come aveva promesso, al servizio di Dio. Anna lo visitò poi regolarmente fornendogli i necessari indumenti.

La Bibbia riporta anche la bellissima preghiera di ringraziamento di Anna, che fa pensare al “Magnificat” della Vergine:

“Il mio cuore esulta in te Signore.
Tu hai fatto rialzare la mia fronte; m’hai dilatato la bocca contro i miei nemici.
Perciò ora posso gioire del tuo soccorso.
Non v’è chi sia santo come il Signore, né sia potente come il nostro Dio.
………
L’arco degli eroi si è spezzato, mentre i deboli si rivestono di forza.
I sazi d’un tempo vanno a giornata per un tozzo di pane,
ma per gli affamati d’allora son finiti gli stenti.
Sette volte ha generato la sterile, mentre s’è avvizzita la feconda di prole. (1Sam 2)

Qual è l’importanza di questa storia?
Anche a noi talvolta è difficile vedere al di là dei nostri problemi particolari; gli ostacoli ci sembrano insormontabili e ci sentiamo vittime dell’ingiustizia.
Quando gli altri sembrano ricevere più benedizioni di noi, talvolta è difficile rendersi conto dei benefici del seguire la via di Dio.
Non era questa, in sostanza, la situazione di Anna? Lei però continuò a confidare in Dio. La sua fede la indusse ad offrire all’Eterno il suo unico figlio, e Dio poi la ricompensò dandogliene altri cinque.
E grazie alla sua fiducia e al completo abbandono nelle braccia dell’Eterno, a questa donna fu dato un figlio che da adulto divenne forse il più grande dei giudici d’Israele.
Quando le avversità bussano alla porta e la vostra fede sembra vacillare, dunque, pensate all’esempio di Anna.


Dal Web 29 ott. 01 parole 446



NB - Alcuni periodi di questa meditazione sono stati tratti dal Web ed integrati nel contesto

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Lucio Musto
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La moglie di Lot


Gn 19
L’uomo vecchio


Ecco ancora una figura femminile senza nome. Qui ancor più giustificatamente che altrove, mi pare. Non serve un nome, per dire quello che ha da dire, per impersonare l’ “uomo vecchio”.

La Genesi non la presenta, non c’è una frase per indicarne una volontà, un carattere, un consiglio. E’ la moglie di Lot, e come tale si comporta: non commenta l’arrivo degli ospiti, non protesta quando il marito per difendere i principi dell’ospitalità è pronto a sacrificare l’onore delle sue due figlie , non ha nulla da obiettare quando il marito decide, anche contro il parere dei parenti, di abbandonare senza indugio la città, la casa, l’agiatezza per fuggire nottetempo. Solamente sulla scorta di una predizione fatta dai suoi due sconosciuti ospiti.

La moglie di Lot è quindi mostrata comruna brava moglie. Si fida del marito e ne riconosce l’autorità. E’ pronta a seguirlo… ma non è completamente compresa, non riesce ad essere costante e perfetta nel suo ruolo. Come è noto ad un certo punto non sa resistere alla tentazione di voltarsi indietro a guardare e, ci dice la Bibbia, per questa sua incostanza viene trasformata in una statua di sale.

Ancor oggi, nella valle di Siddim un blocco di minerale eroso dal vento del deserto, ricorda al viandante quel tragico momento di debolezza.

Nel commento biblico la moglie di Lot viene offerta alla nostra meditazione come simbolo di attaccamento ai beni terreni, agli agi, alla sicurezza materiale del nostro stato.

Ma più in generale e più compiutamente la moglie di Lot è immagine del nostro “uomo vecchio”, della nostra inerzia di fronte alla scoperta del Messaggio rivelato, della nostra reticenza ad aderire senza compromessi al comandamento dell’Amore. Così come questa donna crede e si fida, ma fino ad un certo punto, di suo marito e delle sue parole, anche noi crediamo e ci fidiamo della proposta evangelica, ma così come la sua, anche la nostra anima è titubante, recalcitrante e povera di fede.

E facciamo fatica ad abbandonarci alla Provvidenza, a credere veramente che la volontà di Dio su di noi altro non è che la premura di un padre verso i suoi figli. Ed al primo scoglio, alla prima prova o difficoltà, ci permettiamo dei dubbi, quando addirittura non ci lasciamo trascinare dalla tentazione.


Lucio Musto 4 gen. 02 parole 414

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La ricca sunamita
2Re 4
Si ha bisogno di Dio


Il quarto capitolo del secondo “Libro dei Re” è dedicato ai miracoli fatti da Eliseo: fra tutti, il più articolato e ricco di notazioni per noi interessanti è quello relativo alla ricca sunamita, cioè abitante della città di Sunem, ove spesso il profeta si fermava per rifocillarsi e trascorrere la notte.

Vista la frequenza delle visite dell’ “uomo di Dio” la ricca matrona, sentendosi privilegiata, chiede ed ottiene dal marito che sia approntato un degno alloggio e sia riservato ad Eliseo. Questi, grato per l’attenzione ricevuta offre di spendere la sua influenza presso il re o il capo dell’esercito in favore di una famiglia tanto ospitale. Ma la ricca signora non è d’accordo; forse non vuole che nel contraccambio si veda sminuita la sua prodigalità:
“Io abito in mezzo al mio popolo”, dice. Cioè sono in una posizione agiata e non ho bisogno di nulla.

E qui ci viene di pensare come anche per noi sia assai più facile devolvere che ricevere. Infatti il nostro dare agli altri quasi mai è vera condivisione ma spesso, troppo spesso, è un vero atto di elargizione, finalizzato assai più a soddisfare la nostra spocchia di agiatezza che ad alleviare lo stato di bisogno del fratello.

Ma, continua il racconto, Eliseo insiste nel cercare un qualche bene che possa essere gradito alla donna. Ella è anziana e non ha figli ed allora le annunzia:
“«A questo tempo, l’anno prossimo, tu porterai tra le braccia un figlio.» Ma quella rispose: «Non voler, o signor mio ed uomo di Dio, non voler ingannare la tua serva».”

Non sembra logico, alla signora benestante, che qualcuno possa fare per lei qualcosa che lei stessa non può fare, impossibile anche da sperare; anche se quel qualcuno è degno di credito e di rispetto: e’ “uomo di Dio”. Ed anche questa fragilità di fiducia, a pensarci bene, può risultarci familiare:
“E Gesù, fissando su di loro lo sguardo, disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile.»” (Mt 19,26) .
Quante volte, incontrando questa frase, ci abbiamo creduto fino in fondo, senza riserve?

Ma il racconto continua ed il fanciullo, divenuto grandicello, un bel giorno prende un’insolazione e muore. Ora la sunamita non ha più dubbi sul potere del Dio di Eliseo. Non indugia un attimo, va dal profeta, vuol parlare con lui e solo con lui, vuole e pretende che lui intervenga, e personalmente. – tu mi hai fatto avere un figlio che io non avevo osato chiedere al Signore; ora tocca a te proteggerlo e farlo vivere – questo il suo discorso. E non desiste finché l’uomo di Dio non si alza e va a casa sua e le restituisce, vivo, il figlio.

E questo è l’ultimo insegnamento per noi da questo pezzetto di Bibbia. Una volta chiarite le idee la donna impara a chiedere a Dio. Come sa farlo, attraverso il suo emissario; ma senza indugiare e senza stancarsi: insistendo con fede certa. Anche Gesù ci sollecita in questo senso: ricordiamo la parabola dell’amico importuno che ti bussa a mezzanotte perché ha bisogno di pane: “… si alzerà e glie ne darà almeno per la sua insistenza” (Lc 11,8) .

E mi piace pensare che non sia un caso che S. Luca ponga questa parabola immediatamente dopo il dono del Padre Nostro. Se questa è la preghiera, quello è il modo principe per pregare: con insistenza e fede assoluta.


Lucio Musto 4 gen. 02 parole 581

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Pv 9

I due banchetti
Sapienza e follia

Nel libro dei Proverbi non compaiono donne reali, ma la Sapienza e la Follia vengono ad un certo punto rappresentate in contrapposizione come due matrone che nelle loro case aspettano ospiti.

La Sapienza prima degli inviti si è preoccupata di ogni cosa con somma perfezione; che ci sia da mangiare e da bere in abbondanza e magnificenza. Poi invia le sue ancelle per le strade ad invitare i semplici e gli inesperti, ed a loro dispensa il suo cibo ed i suoi insegnamenti ed i consigli per giungere alla conoscenza di Dio. Ci saranno buoni frutti se gli ospiti accetteranno ed ascolteranno.

Cosa impossibile al derisore ed all’empio, perché sono pieni di sé e refrattari, per superbia, alla guida ed all’insegnamento:

“Fondamento della Sapienza è il timor di Dio
e conoscere il Signore è l’intelligenza.

Se tu sei savio, è tutto a tuo vantaggio,
se sei derisore, tua sola è la pena”
(Pv 9,11-12)

La Follia scimmiotta la Sapienza ma le sue parole sono vuote di contenuto e di più non sa fare che invitare gli sprovveduti a godere di acque rubate e cibi mangiati di nascosto; cioè a dire piaceri illeciti rozzamente consumati.

L’insegnamento morale di questa pagina della Bibbia è evidente.

Ma c’è un’osservazione da fare che poi è anche un’angosciosa domanda: quando incontriamo qualcuno “semplice” o “inesperto” o più semplicemente qualcuno che ci accredita di autorità e perciò si fida di noi, ci comportiamo come la Sapienza, che prima di uscire sulle strade si accerta di esser ben preparata e di essersi fornita delle cose acconce da offrire, oppure facciamo come la Follia che “è frivola, è sciocca e non sa niente” eppure invita, e predica, ed ammannisce stupidaggini agli ingenui?



Lucio Musto 30 dic. 01 parole 344

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Top-man
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Questa ultima riflessione tra Sapienza e Follia mi dice che forse ci siamo dimenticati di qualcosa. Eppure c'è scritto anche nel N.T. "Chi vuole essere il primo o il più grande di tutti è colui che si mette a servire gli altri" e in questo caso il servizio dovrà essere in tutti i fronti, materiale, filosofico e spiriutale. Ma su questo argomento andremmo veramente OT e ci sarebbe tutta una vita da studiare e approfondire. Intendo dire, come fare per servire l'altro materialmente, filosoficamente e spiritalmente? Basterebbe una preparazione da sapiente o da Sapienza?

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Lucio Musto
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@Top-man ha scritto:
Questa ultima riflessione tra Sapienza e Follia mi dice che forse ci siamo dimenticati di qualcosa. Eppure c'è scritto anche nel N.T. "Chi vuole essere il primo o il più grande di tutti è colui che si mette a servire gli altri" e in questo caso il servizio dovrà essere in tutti i fronti, materiale, filosofico e spiriutale. Ma su questo argomento andremmo veramente OT e ci sarebbe tutta una vita da studiare e approfondire. Intendo dire, come fare per servire l'altro materialmente, filosoficamente e spiritalmente? Basterebbe una preparazione da sapiente o da Sapienza?

No, basta l'amore e la preparazione che ognuno ha già. Niente di cervellotico.
Nel N.T., come mi insegni, Gesù ha detto:

""Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri."" [Gv. 13,34] che è il più difficile. ma anche:

"" «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» Gesù gli disse: «"Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso". 40 Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti». [Mt 22,36 ss]"" che è meno impegnativo.

Se poi vogliamo dar mostra di non capire, allora è un altro discorso!

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Top-man
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@Lucio Musto ha scritto:

No, basta l'amore e la preparazione che ognuno ha già. Niente di cervellotico.
Nel N.T., come mi insegni, Gesù ha detto:


Ah, si senz'altro ma si potrebbe dire soltanto "basta"?
A chi basta? Dove si nota questo amore e questa preparazione? Ma di cosa stiamo parlando?
L'uomo medio è in grado di amare il prossimo fino a dare la propria vita? E di amare i propri nemici? Intanto riflettiamo sul concetto di "amore", esso normalmente è relegato alla sfera del possesso e del sesso. E con questi valori, denudati di ogni carica spirituale ci basta l'amore e la preparazione? Ma stiamo andando già fuori tema, si parlava di sapienza, la sapienza non è una cosa che si compra al supermercato.

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Lucio Musto
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@Top-man ha scritto:
@Lucio Musto ha scritto:

No, basta l'amore e la preparazione che ognuno ha già. Niente di cervellotico.
Nel N.T., come mi insegni, Gesù ha detto:


Ah, si senz'altro ma si potrebbe dire soltanto "basta"?
A chi basta? Dove si nota questo amore e questa preparazione? Ma di cosa stiamo parlando?
L'uomo medio è in grado di amare il prossimo fino a dare la propria vita? E di amare i propri nemici? Intanto riflettiamo sul concetto di "amore", esso normalmente è relegato alla sfera del possesso e del sesso. E con questi valori, denudati di ogni carica spirituale ci basta l'amore e la preparazione? Ma stiamo andando già fuori tema, si parlava di sapienza, la sapienza non è una cosa che si compra al supermercato.

La via della Sapienza, la via dell'Amore, la tensione alla Santità, non sono che delle strade, che noi tutti percorriamo, talvolta correndo in linea retta, talvolta attardandoci in meandri laterali tortuosi e faticosi.
Il "traguardo" è l'equivalente di quello che i matematici chiamano limite nelle progressioni infinite: ci si può avvicinare sempre ma raggiungerlo mai.

In quest'ottica, ti sei già risposto. Esistono, anche sono casi rari, quasi "al limite": donne che sacrificano la loro vita in favore i quella del figlio che non potranno mai godersi. All'altra estremità della successione, ci sono persone che uccidono sena motivo i propri simili.
In mezzo, ci siamo noi tutti che siamo in cammino; chi più avanti, chi più indietro, chi sforzandosi di più e chi meno.

Ognuno dà il proprio contributo alla realizzazione dell'uomo, e della sua dignità.

Questo, il mio pensiero.

Ti ringrazio dell'intervento.

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Prego, cioè mi stai dicendo che va bene così, di non attardarmi? Va bene, però vorrei solo dire che l'amore di una madre per suo figlio non è catalogabile con l'amore per il prossimo, a meno che non si voglia fare dei figli i nostri prossimi. Il caso invece estremo (poi non si capirebbe a cosa) è quello non di chi uccide (anche ma non è detto che non si possa pentire) ma di chi pur comprendendo la Verità, la rifiuta in cambio della "conquista del mondo intero"

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Lucio Musto
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@Top-man ha scritto:Prego, cioè mi stai dicendo che va bene così, di non attardarmi? Va bene, però vorrei solo dire che l'amore di una madre per suo figlio non è catalogabile con l'amore per il prossimo, a meno che non si voglia fare dei figli i nostri prossimi. Il caso invece estremo (poi non si capirebbe a cosa) è quello non di chi uccide (anche ma non è detto che non si possa pentire) ma di chi pur comprendendo la Verità, la rifiuta in cambio della "conquista del mondo intero"

no amico, non sto cercando affatto di frenarti!... Se mi conoscessi un poco di più, anche solo per avermi seguito nel forum, non è nel mio stile tarpare gli altri ma piuttosto, quando vedo che il dialogo parmi diventare sterile, di ritirarmi dal campo, "luciomustizzare" è il termine che l'amico BIGbossSTIGZZI ha coniato apposta per definire l'atteggiamento.
Quando vedo che per me l'argomento ha perso d'interesse e di utilità, semplicemente mi defilo. Io non ho alcun interesse a "vincere" niente, in un dibattito, e non intendo mai dimostrare niente.
Dico quelo che sento, e cerco di farlo con sincerità e se possibile chiarezza. Se mi sembra di di una qualche utilità per gli altri, se mi sembra di star apprendendo qualcosa io, continuo; altrimenti desisto. Mi sembra semplicissimo, questo mio discorso.

Nel caso specifico tuo e mio di adesso, mi pare che stiamo cercando di capirci, e di spiegarci... e la cosa mi intriga!

Perché, ad esempio dici che l'amore di una madre per il figlio abbisogna di una catalogazione a parte?... certo ha sfumature diverse da quelle del padre, (( ai miei tempi si affermava per esempio che la moglie impara ad amare il marito attraverso i figli, mentre il marito impara ad amare i figli attraverso la moglie... ed era vero!)), o da quello dei fratelli, per ragioni analoghe... e sfumature diverse si hanno fra altri tipi di parentele, e di amicizie, e di campanilismi e di nazionalità, razze... e via dicendo...
Ma sempre partecipazioni dell'amore universale, sono ed ognuno di noi è "prossimo" (nel senso di quello che ti sta accanto, non di quello che viene dopo! Sorriso Scemo ) di tutti gli altri.
Più o meno "prossimo" a seconda di quanto amore siamo capaci (e disponibili) ad effondere verso i nostri "fratelli" (non necessariamente di sangue recente)

Grazie, spero di risentirti presto.

CrigriOffTopic LO SAI, VERO, CHE IL MERCOLEDI' LA TAVERNA è APERTA?

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Top-man
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Viandante Affezionato
Dicevo semplicemente che una madre o un padre che ama incondizionatamente suo figlio, poi, non necessariamente ama il suo prossimo come i propri figli. Quindi se è vero che esiste l'amore incondizionato, sembra che non sia (eccezion fatta) poi, un riscontro diretto tra persone diverse dai familiari.

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Lucio Musto
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Viandante Ad Honorem
@Top-man ha scritto:Dicevo semplicemente che una madre o un padre che ama incondizionatamente suo figlio, poi, non necessariamente ama il suo prossimo come i propri figli. Quindi se è vero che esiste l'amore incondizionato, sembra che non sia (eccezion fatta) poi, un riscontro diretto tra persone diverse dai familiari.

Io sarei ancora più duro di te, e direi che nemmeno fra familiari esiste un amore incondizionato, anche senza arrivare al celebre parenti-serpenti!
Certo che no!... ma c'è una gradualità.
Abbastanza evidente che statisticamente parlando l'amore è tanto più grande quando il prossimo ti è più prossimo ma anche vero che non c'è una misura standard ed obbligata per nessun amore.

Io volevo cercare di dire che l'amore verso gli altri può aumentare (ed infatti nei tempi della storia aumenta) e che nell'aumento dell'attenzione verso l'altro
è tutto il vero "progredire" dell'uomo verso il suo destino che io, credente vedo soprannaturale, ma che nulla cambia se viene pensato come successo evolutivo della specie.

E mi piace pensare (non accusarmi di eccessivo ottimismo!) che ogni sorriso in più che impariamo a donare dal cuore, ogni minima solidarietà nuova, ogni gesto amicale, ogni mano stesa ad aiutare un altro sia una spinta verso il miglioramento dell'uomo.
Un miglioramento microscopico, lo ammetto, ma anche l'oceano è fatto di minuscole gocce d'acqua, e se nel mare dell'amore universale ci sono tante stille col mio nome... ebbene sono contento, e voglio operarmi perché ce ne siano ancor di più!

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Top-man
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@Lucio Musto ha scritto:
Io sarei ancora più duro di te, e direi che nemmeno fra familiari esiste un amore incondizionato, anche senza arrivare al celebre parenti-serpenti!
Certo che no!... ma c'è una gradualità.
Abbastanza evidente che statisticamente parlando l'amore è tanto più grande quando il prossimo ti è più prossimo ma anche vero che non c'è una misura standard ed obbligata per nessun amore.

Io volevo cercare di dire che l'amore verso gli altri può aumentare (ed infatti nei tempi della storia aumenta) e che nell'aumento dell'attenzione verso l'altro
è tutto il vero "progredire" dell'uomo verso il suo destino che io, credente vedo soprannaturale, ma che nulla cambia se viene pensato come successo evolutivo della specie.

E mi piace pensare (non accusarmi di eccessivo ottimismo!) che ogni sorriso in più che impariamo a donare dal cuore, ogni minima solidarietà nuova, ogni gesto amicale, ogni mano stesa ad aiutare un altro sia una spinta verso il miglioramento dell'uomo.
Un miglioramento microscopico, lo ammetto, ma anche l'oceano è fatto di minuscole gocce d'acqua, e se nel mare dell'amore universale ci sono tante stille col mio nome... ebbene sono contento, e voglio operarmi perché ce ne siano ancor di più!

Avrei voluto mettere "alcuni stretti familiari", quindi ho generalizzato, va da se che se non c'è amore tra i coniugi e tra i coniugi e propri figli, allora sarebbe del tutto inutile proseguire a parlare di amore.
Il concetto di credente per me viene superato da quello di Fede, così come il concetto di amore generalizzato (parallelo con credente) viene superato dall'amore incondizionato della madre/padre per i suoi figli. E in questa linea siamo perfettamente d'accordo che non si tratta dello stesso amore che può essere "guadagnato" semplicemente con l'evoluzione della razza.
Altra cosa, non valuterei l'accrescimento dell'amore in base alle "coccole" o ai gesti nei confronti della persona amata, se prendiamo in esame lo spirito è chiaro che tutto avviene nel sommerso e poi i modi di fare umani non sono sempre un sinonimo di vero amore, non unilateralmente, la donna ha un suo modo ma in generale ognuno esprime l'amore in maniera differente e non stereotipata o in base ad una gestualità prefissata.

Per me invece, il vero amore, anche se è un fattore tutto personale è destinato a manifestarsi nella storia dell'umanità in un periodo più o meno lontano e risultante dalla somma dei singoli uomini e donne che attraverso la loro crescita, aiuteranno anche tutto il resto a fare un salto quanlitativo. Va da se che l'amore, nella pratica quotidiana di un singolo e ancor più di una nazione o di un pianeta ha delle regole che aiutano chi è rimasto indietro a recuperare terreno, fino a che anche queste regole lasceranno il passa alla libertà più totale e autocosciente. Insomma l'amore non è che uno degli ingredienti per realizzare l'armonia planetaria.

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Lucio Musto
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senz'altro si.

E allora, fratello, diamoci dentro!... poiché in gran parte dipende da te e da me che abbiamo cominciato a capire qualcosa!

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Top-man
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@Lucio Musto ha scritto:senz'altro si.

E allora, fratello, diamoci dentro!... poiché in gran parte dipende da te e da me che abbiamo cominciato a capire qualcosa!

E' ovvio che la maggiore responsabilità è dei figli maggiori ma da qui a dire che noi, in senso lato, potremmo davvero fare qualcosa per gli altri ce ne passa. Però, il seme va seminato a prescindere, male sarebbe se fosse (esso seme) trattenuto. Il talento o taleto, va fatto fruttificare. In ultimo non dimentichiamoci che la volontà di ciascuno è sovrana ed è addirittura superiore a quella di Dio stesso. E' chiaro che mi sto riferendo alle scelte che un uomo e una donna fanno o faranno in questa loro vita.

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Lucio Musto
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La padrona libertina
Gn 39

La palma della castità

Questa è una delle molte donne che nella Bibbia sono citate, hanno una storia ed un ruolo, ma non hanno un nome. Da qualche parte ho letto, e ci credo, che certi nomi sono taciuti perché l’ispiratore divino vuole che il lettore fissi tutta la sua attenzione al significato simbolico di quella figura piuttosto che sulla persona fisica. In effetti tutta la Bibbia è insegnamento e modello di vita: talvolta parla con esempi concreti, talvolta con allegorie o parabole. A noi lo sforzarci per ben intendere e ben comprendere.

Il fatto è questo: mentre suo padre lo piangeva inconsolabilmente in Canaan Giuseppe era in Egitto dove era stato venduto come schiavo a Potifar, comandante delle guardie del faraone.

Giuseppe, che grazie alla fede in Dio riusciva ad essere operoso ed onesto, entrò presto nel favore del suo padrone che lo promosse maggiordomo.

Ma Potifar aveva una moglie libertina e Giuseppe era “bello di forma e avvenente di aspetto” (Gn 39,6) Più volte (dice il libro della Genesi) lei cercò di sedurlo ma Giuseppe, per la sua fedeltà al padrone, resistette alla tentazione.

Infine, calunniato dalla donna, furiosa perchè le sue profferte licenziose erano state lealmente respinte, lo sventurato “maggiordomo” fu incarcerato, per ordine del padrone, nella prigione reale. Ma il Signore non lo dimenticò ed egli non vacillò nella fede ed il comandante della prigione non tardò a rendersi conto delle qualità di quell’ ebreo; gli diede quindi fiducia e autorità sugli altri prigionieri.

Sappiamo poi come Giuseppe fece via via carriera fino a diventare intendente del faraone.

Tornando alla nostra donna, alla moglie di Potifar, immediatamente ci viene di paragonarla a Dalila, la bellissima filistea che mise lo sgambetto a Sansone. Entrambe rappresentano la seduzione, il peccato, il male. Si manifestano sotto la stessa forma: la concupiscenza illecita. Una perché donna già sposata, l’altra perché filistea: e non era lecito agli Israeliti avere rapporti d’amore con persone appartenenti ad un popolo nemico.

E stridente è il contrasto nel comportamento di Sansone e di Giuseppe. Tutti e due consacrati a Dio, tutti e due saldi nella fede, tutti e due dotati di doni celesti e capacità straordinarie: militaresche l’uno, amministrative l’altro. Eppure uno perde il timone della sua coerenza nella fedeltà al voto fatto e cade, l’altro resiste prudentemente e tenacemente attaccato alla sua coscienza ed alla legge.
E il Signore “non lo dimenticò”.

Questo pensiero l’ho voluto intitolare “la palma della castità” perché mi sembra bellissimo questo resistere di Giuseppe ad un’insidia che avrebbe travolto molti di noi. Noi avremmo forse pensato: “ma in fondo che vuole?… è la moglie del padrone, e se l’è voluta lei!…”.

Anche “la forza della virtù” sarebbe andato molto bene. Mi fa pensare a come sia più facile, per ognuno di noi, tenere la testa alta ed andare contro vento quando si ha la consapevolezza di aver fatto la cosa giusta, e quando tendiamo a incurvarci e nasconderci impauriti quando ci scopriamo la coscienza non proprio cristallina…


Lucio Musto 27 ott. 01 parole 510

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La regina di Saba
1Re 10
Il fascino della Sapienza

Ecco un’altra donna senza nome della Bibbia. Una persona importante, la regina di un paese importante, ricco, influente. Nella Bibbia non ha un nome perché è importante la sua figura, quello che lei fa, quello che significa, molto più di chi sia e se sia una persona fisica o il simbolo di un sentimento delle genti.

Il racconto è semplice. Questa mitica, ricchissima, coltissima regina del sud, ha sentito parlare della straordinaria sapienza del re d’Israele, che si dice sia stato prescelto da un Dio potentissimo ad essere il capo di un popolo che sarà grande (ed in realtà è già in rapido progresso). Un po’ incredula, un po’ ammirata, certamente molto incuriosita decide che deve conoscere questo Salomone di persona; evidentemente si fida poco delle capacità e dell’intelligenza dei suoi sudditi ed è mal disposta verso i “pare” ed i “si dice”.
Si parte quindi da casa, il regno di Saba, che si estendeva nell'Arabia meridionale, forse all'imboccatura meridionale del mar Rosso in coincidenza con l'attuale Yemen, che a quei tempi era una nazione prospera che traeva i suoi proventi dal commercio dell'oro, delle pietre preziose e delle spezie per andare a conoscere il “fenomeno” nella sua reggia in Israele.

Salomone la riceve con una solennità che la impressionò e abilmente ribattè a tutte le domande che lei gli pose. La donna non può che riconoscere: “Quanto alla saggezza e alla prosperità superi la fama che io ne ho udita”, e benedice il Dio d'Israele consegnando al re oro, pietre preziose e balsami in quantità tale che mai se n'era visto tanto in Israele e ricevendo in contraccambio ricchi doni. Poi torna al suo paese.

Il commento che ci viene subito da fare deriva direttamente dai fatti narrati. Una persona intelligente non resta indifferente verso lo straordinario. Agisce, si interessa, si attiva.

La regina che ha sentito di una sapienza tanto grande non si fa spaventare da un viaggio lungo e disagevole. Non accetta le dicerie come oro colato né crede subito a tanta fama; ma nemmeno corre il rischio di perdere un’occasione che può essere importante. Sollecitamente si muove e decisamente va.

Altrettanto noi dovremmo essere attratti dalla stessa Sapienza, dalla voce di Dio registrata nella Bibbia e dovremmo esser felici di buttarci all’approfondimento del Testo sacro, ed ai tesori di conoscenza e di spiritualità che ci offre. E dovremmo dimostrare anche tutta la nostra gratitudine ed il nostro apprezzamento, così come la regina di Saba, pagana e lontana dalla religione dei Patriarchi apprezza Salomone e lo ricopre d’oro e di spezie e d’ogni cosa preziosa. Ed invece quanto spesso accogliamo la Parola con freddezza, con indifferenza, senza nemmeno degnarci di capire cosa voglia intendere, quasi che non fosse diretta a noi, non fosse stata pronunziata per noi.

Chissà che talvolta non sia diretto anche a noi l’ammonimento l’ammonimento di S. Matteo: “Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi” (Mt 7,6). E’ il caso di pensarci.


Lucio Musto 4 nov. ’01 parole 528

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Miriam
Es 15 Nm 12
La “sorella”

Una affettuosa tradizione vuole che fosse quella ragazzetta che sorvegliò la cesta con suo fratello Mosè abbandonata sulla riva del Nilo. La stessa che osò dire alla figlia del Faraone “conosco una schiava ebrea che ha appena partorito…” per far sì che Mosè fosse allattato dalla sua stessa madre. E’ bello pensare che sia così, anche se le Scritture non ce lo confermano.

Miriam , sorella di Aronne e di Mosè, ci viene presentata come la “profetessa”, colei che traduce per il popolo la Volontà di Dio. Diversa da Mosè, che con Dio aveva un rapporto particolare, “personale”. Diversa da Aronne, l’oratore che rappresentava, come diremmo oggi, il “portavoce ufficiale” delle parole di Mosè.

Miriam dirige, e molto probabilmente compone pure, i canti di vittoria per il trionfale passaggio del mar Rosso. Val ben la pena glorificare il Signore che li ha salvati, e ricordare il fratello che nel Signore ha avuto fiducia a none di tutti.

Miriam è anche colei che si permette di rimproverare il fratello per la sua decisione certamente impopolare ed eterodossa di sposare una straniera, un’Etiope.

Miriam è quella che umanamente si sdegna perché anche lei è profetessa ed eletta dal Signore e perciò privilegiata, e si inorgoglisce, ma punita con la lebbra bianca sa pentirsi e rientrare nel suo ruolo. Infine la Bibbia (Nm 20,1) ci precisa che Miriam morì a Kades e lì fu sepolta.

Due emozioni si ricavano guardando alla figura di Miriam. La prima è quella immediatamente derivabile dai flash che ci presenta il Testo Sacro. Miriam è la “sorella” per eccellenza; quella che ognuno di noi vorrebbe avere. Colei che ti sta vicino sempre, apparendo quasi mai, attenta ad ogni cosa; e fedele. Non perfetta magari, ché anche questo ci infastidirebbe, ma certamente sempre amorevole. Anche quando ci rimprovera di una cosa per lei ingiusta perché non arriva a comprenderne il più alto significato. Ma che comunque per amore accetta. La sorella che si fa intermediaria fra te ed il resto del mondo, dove tu e gli altri non riuscite a comunicare, perché ama te e vuole che anche gli altri ti amino.
E da quest’atteggiamento di attenzione all’altro, e dalla sequenza degli avvenimenti narrati nella Bibbia, nasce la seconda riflessione. Subito dopo la morte di Miriam il libro dei Numeri ci presenta l’episodio di Meriba, quando il Signore per dissetare il suo popolo fece sgorgare l’acqua dalla roccia percossa da Mosè. Solo di un fenomeno fisico vuol parlarci la Bibbia? O forse, come tante volte accade, il Divino Autore vuol nascondere nelle parole della cronaca qualche altra cosa, un insegnamento per chi vuol intendere, un qualche ammonimento utile anche a noi?

Miriam è la voce di Dio spiegata alla gente, ed è la voce della moltitudine che inneggia al suo Dio . Miriam è colei che distribuisce la Sapienza, dà da bere l’acqua viva, l’acqua della santità. E quando Miriam muore la gente ha sete: non perché non ci sia più acqua, sgorgherà presto dalle rocce. Il mondo ha sete perché non c’è più chi quell’acqua si impegnava a porgerla con amore e per amore.


Lucio Musto 4 mar. 02 parole 582

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Sifra e Pua
Es 1
Il diritto alla vita
I figli di Israele cominciarono ad essere una minaccia reale in Egitto assai prima dell’arrivo delle dieci piaghe; anche prima della nascita di Mosè.

Il libro dell’Esodo ci informa che gli Israeliti si moltiplicavano rapidamente e presto superarono in numero gli stessi Egiziani. E possiamo senz’altro credere che i padroni fossero di stirpe più debole e meno feconda: non foss’altro che per il costume, abituale nei faraoni ma certo diffuso anche fra la gente, di unioni consanguinee.

Angherie ed oppressioni non riuscivano a smorzare quest’esplosione demografica ed allora il faraone pensò ad una delle solite “soluzioni finali” che i Giudei hanno sperimentato in tutte le epoche: la soppressione di tutti i maschi neonati.

Ma le “soluzioni finali”, insegna la storia, difficilmente sono finali per davvero: hanno l’inconveniente di andare contro troppe giustizie. Quelle di Dio, e quelle che Dio ha scolpito nel cuore degli uomini.

E così Sifra e Pua, due levatrici che erano state incaricate del turpe ufficio e che la Bibbia ricorda ad esempio, ché certo non furono le sole, si disgustarono di ordini così atroci e non vollero eseguirli. Per proteggere anche sé stesse trovarono una scusa assolutamente plausibile: “le donne ebree sono così vigorose che partoriscono da sole, assai prima che la levatrice arrivi da loro”. Ed il Signore apprezzò quel gesto e le ricompensò.

Probabilmente Sifra (la graziosa) e Pua non conoscevano affatto, se non forse per sentito dite il Dio di Israele e certo non il pensiero di di Pio XII che precisava :
“Ogni essere umano, anche il bambino nel seno materno, ha il diritto alla vita immediatamente da Dio, non dai genitori, né da qualsiasi società o autorità umana”.

ma forse non ne avevano bisogno. Figlie di Dio in quanto donne, anche la polvere del loro corpo è stata impastata di amore e misericordia, e l’andare contro la legge infame è stato semplice, naturale.

Il dubbio che viene oggi alle nostre menti è invece raggelante. Dal tempo di Sifra e Pua sono passati secoli di evoluzione, insegnamenti di profeti e rivelazioni divine; è passato Pio XII con i suoi ammonimenti e mille altri moralisti, santi, professori… Abbiamo imparato tante cose! Oggi non più e non tanto un faraone terrorizzato parla di strage di neonati, ed ordina a mercenarie levatrici omicidi di innocenti tutto sommato a loro lontani, sconosciuti e di diversa razza. Oggi sono benemeriti sociologhi e psicologi che consigliano, e fanciulle e madri di famiglia che vanno disinvoltamente a far uccidere il proprio figlio… così!, fra una messa in piega ed una seratina di Ramino…

Se ci vogliamo far caso: nemmeno negli animali, che forse superficialmente consideriamo un po’ inferiori a noi, si verifica mai il caso di madri che si rivoltino verso i propri figli fino ad ucciderli. Mi domando: a noi uomini, che cosa ci si è rotto dentro?…


Lucio Musto 14 gen. 02 parole 513

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Dina.
Gn 34
La pietà calpestata


La Genesi attribuisce questo nome, che può significare “processo” o “giudice”, a una figlia di Giacobbe, nata da Lia. Un intero capitolo di questo libro è dedicato a una drammatica vicenda di cui Dina fu la sventurata protagonista.

Questa figlia di Giacobbe fu violata da Sichem, figlio del re cananeo Camor della città omonima. Ma, innamoratosi della sua vittima, il principe la chiese in sposa.
C’erano parecchie difficoltà da superare. Ad esempio la questione d’onore, perché al di là della richiesta di riparazione matrimoniale c’era stata comunque oltraggio e violazione; oppure la questione religiosa, poiché alle Israelite non era concesso di sposare uomini stranieri o non circoncisi; ed anche questioni di interessi poiché gli Israeliti erano solo di passaggio nella regione e possedevano solo, per averlo acquistato per cento monete d’argento, il pezzo di terra dov’era l’Altare.

Giacobbe e Camor, venuto a chiedere la fanciulla e stilare il contratto di nozze, si sarebbero anche messi d’accordo facilmente, considerate le buone intenzioni del giovane, ma i fratelli di lei soffrivano per l’onta subita e calcarono molto la mano con le pretese.
Infine le trattative fra le due famiglie produssero un accordo che apriva la possibilità di matrimonio fra Israeliti e Sichemiti a condizione che questi ultimi adottassero la circoncisione dei propri maschi. I Sichemiti si piegarono anche a questa richiesta ma due dei figli di Giacobbe, Simeone e Levi, profittando del momentaneo stato di sofferenza dovuto proprio alla circoncisione tradirono gli accordi e vendicarono egualmente l'onore della sorella uccidendone il seduttore, suo padre Camor e tutti i maschi di Sichem, e mettendo a sacco la città fra orrori e nefandezze.

Così la contrizione di Sichem, la remissività di Camor e l’ossequio della sua gente fu vanificata dalla ferocia dell’orgoglio ferito e dall’odio dei fratelli di Dina. Continuando la lettura del passo biblico, a prima vista stupisce la tiepida reazione di Giacobbe a tanta infamia, ma il patriarca è innanzitutto preoccupato della possibile reazione ostile delle tribù vicine scandalizzate per tanta ferocia. Cerca anzi tutto di tener unita la sua gente e chiedendo l’aiuto al Signore, rapidamente si allontana dalla zona.

Primo pensiero di Giacobbe non è il punire, ma dopo il turbamento della colpa recuperare il rapporto del popolo con Dio, costruire altrove un altro altare, ricominciare una vita normale, lasciare che il tempo sedimenti le passioni.

Ma viene un tempo per ogni cosa. Altri dolori, altre delusioni, altre prove dovrà affrontare il grande patriarca. E solo alla fine, profetando, dichiarerà il giudizio di Dio per la sua discendenza, Israele. Ed ai fratelli assassini dice (Gn 49):
“Simeone e Levi sono fratelli, strumenti di violenza sono le loro armi. Nel loro tramare non entri l'anima mia, al loro convegno non si unisca il mio cuore. Perché con ira hanno ucciso gli uomini e con passione hanno storpiato i tori. Maledetta la loro ira, perché violenta,e la loro collera, perché crudele! Io li dividerò in Giacobbe e li disperderò in Israele.”

Lucio Musto 29 ott. 01 parole 532

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Betsabea

2Sam 11
La seduzione tragica


La figura di Betsabea è fra le più note dell’antico Testamento anche grazie al cinema ed alla televisione. E’ opportuno però rileggerne la storia che presenta parecchi spunti di riflessione e precisi simbolismi che a noi possono dire molto.

Tutto comincia quando Davide, involontariamente dice la Bibbia, la vede mentre fa il bagno nuda in casa sua. Se ne invaghisce e la manda a prendere, la ama e la mette incinta. Il marito di lei, Uria, è alla guerra contro gli Ammoniti; Davide lo fa momentaneamente rientrare per stornare da Betsabea l’onta dell’infedeltà, ma Uria si rifiuta di entrare nella sua casa: “finché l’Arca del Signore è in battaglia – dice – io non mi concederò i piaceri della carne”. Davide non sa come risolvere la situazione e fa mettere Uria nel punto più pericoloso del fronte perché venga ucciso dai nemici. Cosa che puntualmente accade; ma, dice la Bibbia, “la cosa dispiacque al Signore”.

Come si può notare, Betsabea, nel racconto, è un elemento neutro. Rappresenta la seduzione, l’oggetto del desiderio, che di per sé non è né male né bene: è semplicemente una cosa che c’è. E nel libro di Samuele non è nemmeno accennato, è irrilevante, se ella fosse complice o succube delle attenzioni di Davide. E’ lui, pur di solito così pio ed attento alla voce del Signore, che in quest’occasione si fa prendere alla sprovvista e si lascia travolgere da sé stesso e dalla passione (o tentazione); ed una volta fatto il pasticcio, ancora ha la presunzione di risolvere il problema con le sole sue forze. Ed ovviamente lo fa nel peggiore dei modi…. Ci tornano in mente le raccomandazioni evangeliche “vigilate…” e “nulla potete senza di me…”

Ed infatti arriva Natan il profeta che gli rimprovera il suo peccato con la famosa parabola del ricco e del povero. Davide si pente del suo peccato e Natan lo rassicura: il pentimento è sincero e Dio lo ha perdonato; ma il danno fatto deve essere comunque pagato. Il figlio del peccato morirà.

Davide accetta il castigo fa penitenza e prega per il figlio finché questi muore. Poi si riconcilia col Signore e con la vita e “consolò poi Betsabea sua moglie, tornò a dormire con lei ed essa ebbe un figlio: Salomone”.

Ci sono altre considerazioni da fare. Betsabea perde l’immagine cinematografica della seduttrice e si mostra qual è (e ci viene il dubbio che sia esistita realmente): strumento del Signore che vuole insegnarci delle cose. La possibilità della caduta per la debolezza umana e la clemenza del Padre nel comprendere tale debolezza ed accettare il pentimento, anzi gratificare l’abbandono e la fiducia nel perdono. E c’è poi il dilemma di sempre fra la misericordia e la giustizia. E’ stato fatto del male ed ha portato danno (il sangue versato di Uria) e deve essere espiato anche al di là della misericordia. Il tormento di Davide ed il suo incessante pregare fino alla morte del bambino simboleggia in modo assai forte tale espiazione; quello che noi chiamiamo Purgatorio.



Lucio Musto 19 ott. 01 parole 589

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Ester, la regina
Est - vari capitoli

Iddio ricorda il suo popolo per il coraggio della fede

Ester è una giovane ebrea deportata in Persia sotto il regno di Serse (detto anche Assuero). E’ la figura femminile più nominata nella Bibbia dopo Sara la moglie di Abramo. Per comprendere il suo intervento come regina nella storia di Israele, dobbiamo ricordare che Vasti, la donna che la precedette nelle grazie del potente e inflessibile re Assuero, fu per sempre bandita dalla corte per essersi rifiutata una volta di comparire ad un banchetto nonostante l’invito ricevuto.

Erano tempi pericolosi, quelli: era per esempio passibile di condanna a morte chiunque si presentasse al re senza essere stato convocato.

Entrata nelle grazie di Assuero, e diventata sua regina, Ester si trovò nella difficile situazione di dover proteggere il suo popolo (ed il re ignorava la sua nascita giudea) da un editto irrevocabile che ne decretava lo sterminio. Un “editto irrevocabile” era una legge che non poteva essere annullata in nessun caso: nemmeno dallo stesso re che l’aveva emessa. Per i curiosi aggiungerò che questa condanna era stata sollecitata da Haman, il principe prediletto, perché alcuni giudei si rifiutavano di riverirlo come divinità. L’ho detto che erano tempi duri!

Ester era amata e rispettata dalla gente che ne vedeva la saggezza, l’autocontrollo e la sollecitudine verso gli altri. Si rese conto che era questa la prova mandatale da Dio e, sostenuta anche da Mardocheo, suo tutore e custode in esilio della fedeltà al Signore, si prepara:
“và, raduna i Giudei che vivono in Susa e digiunate secondo la mia intenzione. Per tre giorni non mangiate né bevete: anch’io farò lo stesso insieme alle mie ancelle, poi mi presenterò al re, anche se è contro la legge, e se dovrò morire, morrò”. (Est 4,16)
Il re da oltre un mese non l’aveva più convocata.

Tanta fede non è ignorata dal Signore, “che volge a dolcezza il cuore di Assuero” , turbato certo anche dalle grazie e dal coraggio della sua sposa.

Ma il Signore, ed è questo un contenuto spirituale importante di questa storia, ricompensa assai più di quanto non ha avuto in offerta. Nel prosieguo del libro di Ester si legge come gli occhi acuti di questo re inesorabile ma giusto ravvisino i meriti misconosciuti di Mardocheo, schiavo fiero ma onesto e fedele e le sofferenze inique inferte ai giudei, e vedano anche la corruzione e la malizia del suo principe prediletto Aman.

Il “centuplo” per l’abnegazione di Ester viene ai giudei dall’editto di Serse che in pratica pone fine alla deportazione. Non è solo un atto di magnanimità del re. In quel documento ufficiale si riconosce a coloro che fin’ora erano schiavi il diritto a ribellarsi alle angherie, a difendersi anche con le armi e vendicare i torti ricevuti, restituendo loro quindi la dignità di popolo ed il diritto alla libertà.

La regina imperiale il cui nome Ester significa stella, deve essere una costante guida per noi cristiani, un esempio concreto di vivere eroico. Quel vivere che quotidianamente dovrebbe farci riconoscere fra le folle.


Lucio Musto 28 ott. 01 parole 517

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