L'orgoglio è un moto dell'anima, intesa come sfera psichica dell'essere, che difende le proprie ragioni di essere quando queste ragioni sono sbagliate.
Se le ragioni da difendere fossero giuste significherebbe, di conseguenza, che corrisponderebbero alla verità. Verità che non è mai orgogliosa essendo uno stato di realtà privo di meriti personali, dal momento che la Verità è necessariamente universale e tutto comprende, anche la falsità, intesa come una "vera falsità".
Quando un essere è centrato nella Verità per le stesse ragioni non avrebbe ragione di sentirsi orgoglioso, perché quella Verità non può essere sua. È lui che le appartiene.
L'orgoglio intellettuale è un'altra aberrazione, perché l'intelligenza individuale che conosce la Verità, ed è identificata a questa anche nelle sue azioni, deve riconoscere di guardarla questa verità, di averla anche compresa, ma di non poter affermare che è una sua idea, ipotesi o invenzione. Ne deriva che questo "essere", che è vero, deve sapere di non avere motivi per sentirsi orgoglioso di essere stato accettato dalla Verità. È sempre la Verità che si mostra a chi è qualificato spiritualmente per poterla guardare. Per guardare la Verità senza esserne accecati è necessario scansare il proprio ego e, per riuscirci, questo ego deve essere così forte da riuscire a vincersi attraverso la necessità di conoscere il Vero di sé e del mondo.
In definitiva l'orgoglio, giusto o sbagliato dipenderà dalle conseguenze che produrrà, è da considerarsi metafisicamente un ostacolo alla liberazione di sé, a meno che non sia utilizzato per abbandonare l'orgoglio.
La verità è, nella sua totalità, necessariamente universale, non lo è l'orgoglio che, per sua natura, è individuale o collettivo, e collettivo indica una semplice somma di individualità che nulla aggiunge, qualitativamente, all'individuo.
Che orgoglio potrebbe essere quello che si compiace di essersi abbandonato per strada per lasciar posto all'universalità?