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Due rinnovamenti

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Lucio Musto
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Due rinnovamenti
Da una lettera ad un amico
con una “fede diversa”

Non cercherò di convertirti alla mia fede, non contesterò i tuoi sentimenti. Non è nelle mie capacità né il mio carisma.

Voglio raccontarti solo due istanti della mia vita, due momenti in cui ho sentito di “essere saggiato nel crogliuolo” com’è scritto nel Libro (Pro 17,3), e voglio raccontarteli perché tu non disperi mai di Dio. Lui permette che ci infiammiamo di entusiasmo, Lui lascia che ci sommerga l’onda della delusione, perché lo sconforto ci attacchi, per saggiare la nostra fedeltà, per renderci più intensi nell’amore, più prudenti nella battaglia, più costanti nella fiduciosa attesa del Suo trionfo.

Soprattutto, amico mio, per renderci più umili, meno presuntuosi delle nostre capacità, più rispettosi delle altre creature che pure loro come noi, spesso lo dimentichiamo, sono opera Sua, ed hanno la nostra stessa identica dignità.

Il primo momento che voglio raccontarti, è quello di una solenne “tirata di orecchie”; io spesso lo indico come “il momento della conversione”.

In un certo periodo “sgradevole” della mia attività lavorativa, con più attenzione e costanza andavo a messa (sono cattolico osservante) prima dell’ufficio.
Non per bigottismo, ma per una considerazione pratica: avevo infatti notato che quel quarto d’ora di silenzio e meditazione prima di iniziare, mi aiutava per tutto il giorno ad essere più distaccato dalle villanie di quell’ambiente sfavorevole, più attento alle necessità dei colleghi, meglio concentrato nel lavoro.
Fosse davvero aiuto divino, o fosse autosuggestione non so, ma funzionava.

Una mattina, durante la Funzione, notai una vecchierella che passava di pilastro in pilastro in quella grande chiesa barocca a salutare e sbaciucchiare i mille santi e santini, reliquie e ricordi accumulatisi lì intorno nel corso dei secoli, ormai quasi solo decorazioni per quei massicci sostegni della grande volta affrescata.
La notai, ed un po’ contrariato dissi fra me:
«Guarda la nostra povera religione come è caduta in basso!... mentre si celebra il Sacrificio, cuore di tutta la liturgia quella vecchia, che dovrebbe essere la più vicina alla Chiesa, se ne frega del tutto e va a lanciare bacini dalle dita e recitare giaculatorie che forse nemmeno capisce a tutte quelle statuette… nemmeno fosse un cane a passeggio che visita i suoi alberi preferiti!... siamo davvero tornati al feticismo!...».

Ma solo per un attimo. Era il momento dell’elevazione, momento importante della Messa, quando l’Ostia viene mostrata ai fedeli, e mi nacque dentro la riflessione, quasi una sferzata all’anima: «Ecco la vera differenza; la vecchierella vive la sua fede ingenua e puerile ora, in questo momento, con tutto il trasporto e la devozione che gli consente la sua scarsa cultura e la mente ottunduta dagli anni, mentre tu… colto, giovane, ed intelligente, cosa fai?... adori il tuo Dio?, quello in cui credi? quello che ti darà la forza per la tua giornata di lotta?... nossignori!... tu ti perdi a criticare l’operato di chi prega, di chi prega davvero, e non sta ipocritamente fermo e ritto come un baccalà di fronte al Mistero!...»

Ecco, quella volta ho imparato a rispettare l’altro. Anche quando non capisco cosa stia facendo.

E naturalmente, la Misericordia, che mi ha fatto vedere il mio errore, senza umiliarmi, ma sfiorando appena il mio intimo, con la delicatezza di un padre premuroso per il figlio diletto.

L’altro momento fu a Napoli, nel maggio del 1977. Un amico che stimavo, ma che non avevo in confidenza più di tanto, mi invitò al Teatro Mediterraneo:
«Vienici, domenica mattina, è un incontro particolare, di cui non voglio dirti nulla per non sciuparti la sorpresa. E’ gratuito, e se ti scocci te ne puoi andare senza problemi.».

Il “Mediterraneo” è nel parco della Mostra d’Oltremare, ed era una buona idea anche per una passeggiata. Ci andai e portai moglie e bambini.
Non ti dirò dell’incontro, che ci rubò in un soffio tutta la mattina, ma delle sensazioni che hanno superato gli anni e che sento dentro ancora oggi. Il teatro (2000 posti) era pieno come possono esserlo solo le sale napoletane. Gente dappertutto, dai gradini ai corridoi, in piedi davanti alle uscite di emergenza… dovunque!.

Era tutta gente che sorrideva, che “mi” sorrideva, che si faceva piccola per lasciarmi più spazio per passare… e subito notai che nessun anziano era in piedi, nessun bambino era ostacolato nella vista del palco, nessuno si lamentava o strillava. Sul grande specchio di proscenio la spiegazione ovvia di tutto ciò: una grandissima scritta diceva: «dove due o tre . . .». Quello, lo scoprii prima che cominciasse l’incontro, era il tema da approfondire. O meglio da imparare a vivere.

Mi dissi che quel gruppo di gente era quella che faceva per me, che quella era la spiritualità concreta che sempre avevo ricercato, e che avrei corso dietro a quell’Ideale, quello che affratellava quelle persone nel mondo e con tutto il mondo. “Ut omnes unum sint!” (Gal 3,28) era la via da mostrare a tutti, la frase magica ha vivere e far vivere agli altri… bastava dirglielo… dirlo a tutti!... farlo capire bene!. Io, avrei portato il messaggio!. In un lampo avremmo conquistato la Terra!.

No, non è così che funziona. Quelle persone ci sono ancora, quell’ideale viene vissuto e si diffonde in ogni parte del mondo, ancora sorridono, ancora amano il fratello, ancora ed ogni giorno di più portano a tanti il fuoco di Cristo. Ed ogni giorno ne sono di più.

Io invece ne sono fuori, da parecchio ormai.. Tante volte mi sono chiesto del perché mi sia volontariamente voluto allontanare da quella compagnia splendida e proseguire per una via diversa. Ancora mi chiedo che cosa non abbia funzionato in me, cosa mi abbia deluso.

Dentro di me lo so, la risposta è semplice, anche se dura da ammetterla.
Perché magari senza volerlo cercavo di portare me stesso come fiaccola dell’amore di Dio, piuttosto che la luce di quell’Amore e basta. Forse perché parlavo quando avrei dovuto far agire il fuoco della testimonianza, ed il mio fiato turbava la fiammella nascente.

Semplicemente magari perché poco confidente dell’opera di Dio, ritenevo opportuno aggiungerci a sostegno qualcosa di mio… una pennellata di orgoglio. E di presunzione.

Forse… non so. Ci sto pensando ancora. E’ possibile che abbia bisogno di un’altra spintarella, un’altra tirata di orecchie e… più umiltà.

Forse devo soltanto imparare a catechizzare me stesso ad avere più fiducia in Dio. Può darsi che anche quest’abbandono sia una prova: da accettare per superarla.


Lucio Musto 5 novembre 2005 parole 1065

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