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Akasha
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Viandante Residente
Viandante Residente
Anche quel giorno, così come accadeva da vent'anni, Franco e Livio si erano dati appuntamento al bar di zia Giorgia (così veniva chiamata da tutti) per il caffè pomeridiano; solo che all'epoca bevevano un succo di frutta alla pesca offerto dalla padrona, consumato in un angolo del locale, mentre cercavano di studiare per la promozione.
All'epoca frequentavano la prima classe per geometri, e il fatto che l'istituto fosse raggiungibile con appena dieci minuti d'autobus da molti dei paesi vicini, aveva invogliato tanti ragazzi a seguire quell'indirizzo di studio, pur non essendo quello volto a farli crescere nelle loro effettive ambizioni future.
Ma questo non valeva per i due giovani amici.
Nati e cresciuti nello stesso quartiere povero, nel quale emergevano case fatiscenti che non si riusciva a spiegare come continuassero a stare in piedi, avevano per vicini intere famiglie che dovevano ogni giorno lottare per riuscire a mettere in tavola un pezzo di pane.
I loro padri, ex colleghi, dopo essere stati messi in cassa integrazione in seguito ad un cambio di gestione della fabbrica nella quale si costruivano pezzi di ricambio per auto, si erano arrangiati come avevano potuto, andando, ad esempio, a farsi qualche giornata in campagna.
Arrivato il periodo dei carciofi, spesso e volentieri si ritrovavano sotto la pioggia battente, con la cesta carica sulle spalle ed il fango che gli arrivava alle ginocchia; d'estate, invece, si occupavano della raccolta dei pomodori destinati alla fabbrica di conserva, sudati fin sotto le mutande, in afose giornate estive senza fine.
Molte altre volte, pur contro la loro volontà, erano costretti a stare a festa; ma mai una volta avevano fatto pesare la precarietà della loro situazione lavorativa, alle rispettive famiglie.
In un modo o nell'altro erano sempre riusciti a mettere il cibo nei piatti e , nonostante l'evidente umiltà delle loro abitazioni ristrette, avevano sempre saputo andare avanti dignitosamente.
Certo, non vestivano se stessi ed i figli con abiti alla moda, cosa che aveva fatto di questi il bersaglio preferito dei compagni di scuola, che non perdevano occasione per farli sentire inferiori; non gli riempivano le tasche di soldi, e per questo un po' si sentivano in colpa perché avrebbero voluto che potessero comprarsi la merenda al bar come tutti gli altri, anziché portarsi un pacchetto di crachers da casa; ma nonostante questo, erano comunque riusciti ad esaudire il desiderio dei loro ragazzi di potersi iscrivere ad una scuola che, speravano, gli avrebbe consentito un futuro migliore.
Il sogno di questi due giovani amici, costretti troppo presto a fare i conti con il sacrificio legato alla sopravvivenza quotidiana, era quello di poter, un giorno, regalare una vita migliore ad altri ragazzi che come loro avevano dovuto lottare duro; in quei lunghi pomeriggi, passati tra libri scolastici e chiacchiericcio da bar, sognavano di trovare il modo nel quale avrebbero potuto trasformare in qualcosa di buono, quella che era la loro umile vita.
E ci erano riusciti.
Si erano impegnati tanto, avevano studiato sodo, e alla fine avevano realizzato il sogno: a dispetto di tutti coloro che pensavano di loro che fossero solo dei perdenti.
Niente di meno, erano diventati ingegneri edili, stimati e ricercati da molte ditte importanti. Il lavoro non gli mancava, e neppure i soldi: il tempo in cui dovevano rinunciare a tutto ciò che i loro coetanei possedevano, era passato.
Ora potevano permettersi abiti nuovi ad ogni cambio di stagione; andare al mare d'estate, senza aspettare con ansia la lettera da parte del comune, che confermava la loro presenza nelle colonie estive; potevano permettersi il lusso di scegliere il menù quotidiano senza doversi preoccupare di come avrebbero fatto a riempirsi lo stomaco il giorno dopo; se avevano il desiderio di guardarsi un bel film, non avevano più bisogno di scendere in piazza a vedere quelli trasmessi all'aperto nei giorni di festa.
E cosa più importante, erano riusciti a realizzare il loro piccolo, grande sogno.
Supportati dall'assistente sociale di zona, erano riusciti ad individuare le venti famiglie più bisognose del paese e, avendo sostenuto per intero le spese di costruzione e gestione di un condominio formato da due palazzi gemelli, avevano dato loro un appartamento nel quale vivere serenamente. In più, erano riusciti ad istituire un fondo destinato a tutti quei ragazzi che avevano voglia di frequentare una scuola che gli potesse permettere di crearsi un futuro migliore. Così com'era successo ai due amici.
Franco e Livio avevano dovuto impegnarsi duramente, fare molti sacrifici, ma ne era valsa la pena.
Erano diventati un po' come delle celebrità, lì in quel piccolo paese di cinquemila anime.
La gente li riconosceva per strada e li ringraziava per il loro impegno e, più di una volta, era capitato che avessero trovato sulla porta di casa cesti colmi di dolci artigianali, o disegni creati dalla mano di un bambino, nei quali i due benefattori erano ritratti vicino a loro, nella nuova abitazione: dei modi semplici per ringraziare, ma che riempivano il cuore.
Semplici così com'erano rimasti loro che, nonostante qualche filo argentato in testa e qualche segno in viso, avevano conservato l'umiltà e la voglia di fare di quando erano solo dei ragazzini con la testa piena di sogni. Così com'era rimasta inalterata la capatina quotidiana al baretto di Zia Giorgia, che tutt'ora insisteva per non far pagare loro la consumazione.
"Dai Zia, non abbiamo più tredici anni" ribatteva sempre Livio, fingendosi offeso e lasciando una banconota grigia sul vassoio "sarà pur ora che ci permetti di saldare il debito..."
Lasciando le due tazzine fumanti sul tavolino, la donna, con il volto ormai segnato dal tempo ma sempre sorridente, rincalzò ironica.
"Non andrò certo in bancarotta per due caffè"
"Se è per questo neanche noi" ribatté Franco gustando di già il suo.
"Fate come volete, tanto non vi si può combattere!" li sgridò allegramente ritornando dietro il bancone.
Il posto non era cambiato affatto negli ultimi vent'anni.
C'erano sempre i soliti cinque tavolini di plastica al centro della sala, coperti dalle solite tovagliette a quadretti bianchi e rossi; in un angolo in fondo, il solito biliardino mezzo scassato a forza di giocarci per ore infinite; ed alle pareti gli stessi quadri con fondo a specchio, con in rilievo l'immagine dei monumenti più famosi del mondo; in più, c'era solo una cornice che non esisteva ancora, all'epoca in cui lori erano ragazzi.
Racchiudeva una targa che recitava così:
"A ZIA GIORGIA, LA NOSTRA FORNITRICE UFFICIALE DI SUCCO DI FRUTTA ALLA PESCA DURANTE GLI SFORZI SCOLASTICI. CON AMORE, I TUOI CLIENTI FEDELI."
Pure la gente che frequentava il locale era sempre la stessa: persone talmente umili che, nella loro semplicità, non vedevano che il bianco ed il nero, dando conto all'opinione di questo o quello che cercavano di convincere il prossimo usando tante belle parole, tralasciando così tutte le altre sfumature di colore.
Seduti al tavolo accanto al loro, due signori dall'aria un po' trasandata discutevano di una notizia sentita poco prima al telegiornale.
Uno, tondo e paonazzo, con i capelli brizzolati incollati alla fronte, sembrava avesse indossato la prima cosa levata dallo stendino; l'altro, secco e dallo sguardo anemico, dava l'idea di essersi scordato dove avesse riposto il rasoio.
"Ma tu pensa!-esordì animatamente l'uomo con la giacchetta sgualcita corredata da due aloni sospetti sotto le ascelle-questo qui si è messo la fune al collo e ha lasciato moglie quattro figli...ma te ne rendi conto?!"
"Mi pare di aver capito che avesse seri problemi di lavoro...-continuò il compare dalla barba incolta, dopo un lungo sorso di birra-ma certo che ce ne vuole di coraggio per arrivare al punto di farla finita..."
E con un cenno del capo, ed un'altra accollata di malto, diedero il loro assenso a quella, per loro giusta, verità.
I due amici, che non avevano perso nemmeno una parola di quell'assurdo discorso, si guardarono in faccia quasi disgustati, e senza esitare chiesero il permesso di poter dire la loro.
"Certo che si" rispose quello tutto sudato che, riconoscendoli, cercò di sistemarsi la frangia oleosa.
Parlò Franco per entrambi, senza aver bisogno del consenso dell'amico, sedendosi accanto ai due.
"Scusate se dissento dalla vostra opinione, ma non credo che il signore in questione abbia dimostrato molto coraggio nella decisione di spezzarsi l'osso del collo; non si è minimamente preoccupato di cosa avrebbe causato alla moglie ed ai figli, nell'istante in cui avrebbe deciso di risolvere i suoi problemi per sempre."
I due compari, quasi vergognandosi dei loro commenti precedenti, farfugliarono un timido: "...si, in effetti..." versandosi un altro bicchiere, e offrendone con un gesto anche ai due interlocutori, che gentilmente rifiutarono.
"Penso piuttosto-continuò Franco con quel tono pacato e carico di saggezza, tipico chi l'ha acquisita solo vivendo-che il vero coraggio lo dimostri chi, giorno dopo giorno, decide di andare avanti nel proprio cammino, nonostante tutto. La strada può essere molto lunga; si possono trovare mille difficoltà nel proseguirla, e ci si può anche perdere d'animo nel pensare che il proprio traguardo sia ancora troppo lontano. Ma non bisogna arrendersi mai e continuare a camminare perché, prima o poi, ci si arriva."

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daughterofthemoon
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Viandante Storico
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brava molto bella.............ha il sapore di una storia che capita tutti i giorni.

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