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Storia di madre

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Lucio Musto
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Storia di madre

L’attività, sempre intensa, ora si fa frenetica.

I giorni cominciano ad accorciarsi, le notti sono più fresche. Il tempo si è fatto breve.

Occorre trovare subito delle prede; possibilmente grosse. E grasse, succulente, ed aspirarne la vita. Il rischio di perdere non importa, ormai; è vitale nutrirsi, mangiare il più possibile, ed accumulare energie. Zuccheri, proteine, grassi. Ce ne sarà estremo bisogno, fra poco.

Bisogno vitale che vale la sopravvivenza della specie.

La grande araneide ha sorpreso un giovane dipo allo scoperto. Il piccolo mammifero è saltato via sulle lunghe zampette, non appena intuito il pericolo, ma non abbastanza in fretta, non per il massimo disegno del grosso ragno, ed un lungo chelicero velenoso gli si è conficcato nella carne, spezzandosi.
Non caccerà mai più l’araneide, con la sua arma ormai rotta. Ma non ha più importanza.
Qualche breve sussulto, un minuto di atroce dolore, ed il piccolo topo è già morto; le sue carni rapidamente disciolte dal potente veleno sono in breve mature per l’ultimo pasto del ragno.
Impiegherà giorni, l’assassino, per assorbire il pantagruelico pasto (la preda è più grossa di lui!), ma nulla ne andrà sprecato e tutto sarà trasformato in riserva di cibo, di vita.

Ora occorre trovare al più presto un nascondiglio sicuro. Una fenditura nella roccia andrà bene, un angolo protetto o, meglio di tutto, un buco di giusta misura scavato come tana da qualcuno, chissà quando.

Lentamente, ché ormai i movimenti sono torpidi dopo l’ultimo spropositato pasto, il ragno percorre ancora una volta il suo territorio. Chissà se già prima, aveva individuato un rifugio adatto all’estrema bisogna. Non ci è dato di saperlo. Cerca meticolosamente, ma sembra a casaccio. Infine si ferma. Ha trovato il luogo del suo destino.

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La grande araneide esplora con cura il posto che ha scelto come ultimo nido. Un piccolo centogambe fugge terrorizzato dalla sua presenza; non sa che il predone è ormai inoffensivo, e teme di essere mangiato.

Ora il ragno è pronto a tessere la sua tela, l’unica di tutta una vita. Le filiere sono gonfie del bianco liquido colloso che diverrà acciaio sericeo appena esposto all’aria. Filiere che serviranno per una volta, e non potranno essere ricaricate.
La tela, più che altro è un bozzolo, una parete tessuta a chiusura dello spazio scelto per il nido. Più piccola è la superficie da ricoprire, più spessa e robusta sarà la parete. Ecco perché una fessura della roccia va meglio di un angolo, ed un buco di giusta misura, una grande fortuna.

La costruzione del bozzolo procede dall’esterno dove c’è il filo più grosso e resistente, frutto di filiere in gran forma e capace di resistere all’attacco dei predatori più grandi. E man mano, in tanti strati concentrici il filo si fa più fine, più morbido, ed la tessitura più fitta e vischiosa.
L’aria circolerà liberamente, nel nido d’argento, e l’acqua ne sarà trattenuta, ma non il più piccolo insetto o acaro o tarlo riuscirà a penetrare la casa di seta.

Finito il suo compito, delle operose filiere non resta che un misero vuoto sacchetto, l’araneide riposa immobile, in attesa del prossimo evento e sembra che sogni.

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Ci piace sognare con lei, la belva pelosa nero-lucente chiusa nella casa che si è costruita; un grande bozzolo dell’identico colore della luna d’ottobre che stanotte la veglia. E ci piace pensare che ella abbia memoria del felice passato, e nulla coscienza del futuro che le è davanti: raccapricciante, al nostro pensiero.

Ci sembra vederla correre in caccia nei giorni d’aprile, fra sassi e rivoli d’acqua residui del recente disgelo e tendere agguati ingegnosi alle piccole prede più veloci e scattanti di lei, fra fili d’erba e rametti. Tifiamo per lei, impegnata nella lotta a difesa del suo territorio a scacciare ogni intruso sgradito, ed i balzi, gli attacchi, le finte ed i guizzi a schivare i colpi micidiali di nemici agguerriti; armati come lei di zanne possenti e veleni mortali.

Le siamo sdraiati d’accanto ad aspirare con lei i profumi d’estate e godere del sole che scalda la roccia fino a farla scottare e trasmette energia e calore, e vita e potenza al giovane corpo di lucido ebano.

E infine, l’incontro. Inatteso, stupefacente e strano.
Un ennesimo cacciatore concorrente per il territorio e da scacciare decisamente?… certamente sì, ne ha tutto l’aspetto!… ma le gambe si fanno molli e le zanne non fremono nell’urgenza di uccidere.
Inspiegabilmente anzi permettiamo che ci si avvicini, lasciamo (inaudito!) che ci sfiori con le zampette frementi… Dio, quant’è piccolo!… potremmo farne un boccone, e dev’essere pure gustoso!… ma no, non ancora ci cresce la fame.

Ma che fa?… provocatoriamente, ci mostra il ventre indifeso e ci depone davanti un pacchetto, legato da un filo di seta. Ed un altro…, ancora altri due!
Dalle spermatofore emana un profumo pungente, che ci inebria e stordisce; irresistibile è la spinta a toccarle, ad accoglierle in grembo.
Una ad una le assorbiamo ed ancora ne abbiamo libidine.

Ma il piccolo maschio ne dà sempre di meno, più piccole e sciape, inodori…, rapidamente si sta dissanguando, e non ci offre più gusto.
Alla fine, mangiamo anche lui… in breve soddisfazione, come misero pasto.

- 4 -

Sono passati dei giorni… forse dieci, o di più.

Nella casa d’argento del ragno, infine qualcosa si muove.
La grassa araneide pelosa silenziosamente ha completato la sua maturazione.
Ora freme nei dolori del parto, ed un uovo biancastro infine le fuoriesce dal ventre.
Con piccolo moto del corpo lo attacca alla parete interna del nido, cambia un po’ posizione e riprende.
Altro spasmo, e un altro uovo da appiccicare un poco più in là. ed ancora una volta, e ancora… ancora…
Cinquantasette promesse di vita sono ora fissate alla tela più interna, ognuno ugualmente distante da quelli vicini, e nulla si muove.
Ogni cosa in attesa del giusto momento.

La luna piena si leva sul mondo dei ragni.

Nel volgere di pochi minuti tutte le uova si sono schiuse e cinquantasette microscopici mostri biancastri perfettamente formati si sono scossi di dosso la memmrana sottile dell’uovo.
una breve esitazione, e si sono lanciati su corpo della grande amigdala appena vibrante a nascondersi nel pelo tiepido e folto.

Il bozzolo morbido è buio, e si avverte un lieve calore, mente fuori è il gelido inverno. Le pareti intessute di filo indurito, invalicabile barriera.
E la fame non intende ragione, quando si è sopra una palla di cibo gustoso, lievemente pulsante. Prima uno, poi un altro microscopico morso perforano il nero mantello, ed infinitesime gocce di acido veleno necronizzante sciolgono piccole masse di carne e di grasso…
Troppo piccole per uccidere il grosso animale, dolorose abbastanza per incontrollati sussulti. E il succo di cinquantasette infinitesime piaghe viene succhiato da piccole avide bocche.
Una volta, cento volte, nei mesi che ancora mancano al disgelo.

La madre impotente sacrifica il suo corpo alla fame dei figli in un certo involontario straziante calvario.
Pian piano si rinsecchisce, l’araneide superba, succhiata viva, una stilla per volta, perdendo coscienza e calore, ed i morsi feroci si fanno più radi.
Ché accade talvolta che un piccolo ragno intraveda un fratello. Ed allora è lotta, ed uno rimane mentre l’altro è mangiato.

Alla luna di marzo dei piccoli mostri non ne restano più che ventuno, ormai quasi neri, e la madre, ormai morta, è del tutto seccata.
Il ghiaccio ha infine incrinata la bianca barriera di seta che ora si sgretola e cade in frammenti .

Di nuovo la fame che spinge. E’ tempo di uscire a caccia di prede, ed insieme fuggire le zanne dei fratelli affamati.

Non è ancora finita. Di tanti fratelli un solo fortunato, al massimo due, ad ottobre potrà offrire il suo corpo per un altro agghiacciante banchetto.

Se questo accadrà, la “Natura”, madre provvida di ognuno di noi, avrà vinto ancora una volta la sua eterna battaglia col nulla.



Lucio Musto 5 ottobre 2006 parole 1312
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Lucio Musto
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grazie. Sono contento che ti sia piaciuto questo mio bozzetto.

e come chiunque altro sono sensibile agli applausi.

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l'ho letto tutto d'un fiato.Mi è piaciuto davvero tanto.

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Lucio Musto
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a me piace scrivere racconti di animali; ma di solito non piacciono, almeno che non si parli di gatti o cani e che siano a lieto fine...
A me invece gli animali piacciono tutti, e non mi faccio troppi scrupoli...

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daughterofthemoon
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cani,gatti,elefanti....
non mi piacciono le solite storie,ma quelle diverse da tutte proprio come questa.
che storia sarebbe se ha sempre un lieto fine? tutti gli animali hanno una vita e una morte
anche cani e gatti.

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Lucio Musto
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già, ed allora, prima di ritirarmi ti dedico "Che hai fatto avant'ieri?"
un racconto autobiografico di nessun successo, ma che ogni volta che lo rileggo mi fa magone nel petto.

Lo cerco nel mare magnum delle mie disordinate carte e lo vado a mettere in "Echi... le nostre opere"

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daughterofthemoon
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non vedo l'ora di leggerlo

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