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Gilberto Baldi - un caso clinico

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Lucio Musto
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Viandante Ad Honorem
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Gilberto Baldi, un caso clinico

…nell’ora in cui il bigio slavato della vuota giornata uggiosa s’incupisce nell’ombra di una lunga notte minacciosamente insonne e la nebbia appare più fredda, umida, inquietante…

Non è una sensazione fisica, poiché naturalmente nell’asettica corsia d’ospedale l’aria sin troppo secca è generosamente riscaldata e la bianca luce accecante non s’è attenuata mai, da stamattina alle cinque e trenta; ma l’anima avverte lo stesso la malevolenza dell’uggiosa sera invernale e tutti i suoi presagi di sofferenza, di scoramento, e di noia.

Questa è l’ora che con gran trambusto portano in camera Gilberto Baldi, direttamente nella scomoda cuccetta d’autoambulanza, spartana e stretta, ma per lui sin troppo grande.

Gilberto Baldi, l’immagine stessa dell’abbandono.

I barellieri, autista ed infermiere del 118, sono due baldanzosi giovanotti, addirittura sgargianti nelle loro divise fosforescenti, visibilmente sollevati di essere arrivati a destinazione, ed impazienti di disfarsi dello scomodo fardello.
Parlano in fretta, rispondendo alle domande del medico di turno, la caposala e l’infermiere prontamente accorsi al loro arrivo. Vogliono consegnare “le carte”, avere una firma e scappare via, spinti da un’urgenza fin troppo, umanamente comprensibile.

No, non sanno niente; non sono l’ambulanza di Servizio al Civico della Regione Vicina, ma hanno mandato loro perché infermieri esperti e perché il loro mezzo è il più veloce in quella città.
No, nessun parente al seguito, loro stessi si sono rifiutati loro di portarne, nell’autoambulanza. Le condizioni del paziente sono talmente gravi che ci sarebbe mancato… in caso di crisi per via dover soccorrere anche la moglie o un parente sconvolto…
Si, forse i parenti arriveranno, anzi, sembrava che una macchina li seguisse, sull’autostrada, forse erano loro.

No, non sanno nulla della storia di questo paziente, mai visto prima… ma pare fosse arrivato al Civico solo qualche ora prima, sempre in ambulanza, proveniente dalla Grande Città… perché?... e che ne sanno loro, il perché di tutti questi trasferimenti per un paziente praticamente morto?...
ma starà scritto tutto sulle carte… ed a proposito, non si potrebbe avere la firmetta, così ce ne torniamo alla nostra sede ?...

E’ evidente che i ragazzi non sanno altro, e tanto vale metterli in libertà.
Scappano via subito visibilmente sollevati di aver mollato “la rogna”.

Non occorre essere esperti per capire che davvero Gilberto Baldi è un grosso problema.
Avrà forse novant’anni (86 sapremo in seguito), minuto e rinsecchito tanto da far apparire gli occhi cilestrino chiaro come la cosa più imponente del volto, la barba non fatta da tempo ed i pochi capelli impiastricciati denunciano una lunga degenza già patita, ma ha lo sguardo ancora vivo, disperato ma non rassegnato.
Un braccio scheletrico, viola di innumerevoli ematomi gli esce, semiabbandonato di sotto il lenzuolo stazzonato che ne copre il corpo raggomitolato in modo scomposto.
Penoso, l’ansito del respiro fa da contraltare al sibilo leggero dell’ossigeno che gli soffia direttamente nelle narici.

Diresti quasi che spontaneamente si è radunata l’equipe sanitaria del reparto per un consulto, ma

evidentemente qualcuno dei medici ha avuto tempo almeno di sfogliare “le carte” di accompagnamento.
Le tiene strette in mano e le nervosamente le consulta in continuazione.

Gilberto Baldi, nell’insignificante suo lettuccio di dolore è davvero un problema grosso.
Il primo passo è l’esame clinico oggettivo. Posizione e discrezione mi impediscono di guardare direttamente, ma i dottori non mostrano alcun ottimismo.

Un immenso aneurisma all’arteria iliaca minaccia di esplodere da un istante all’altro, ed è imprudente anche sfiorarlo con un dito, esposto così com’è, ma dalle carte risulta che il paziente ha molti altri problemi, da una cardiopatia pregressa, al diabete, ad una presenza di piastrine nel sangue estremamente bassa ed una condizione di debilitazione generale. Tutto il suo sistema arterioso è a pezzi, e già ha subito l’amputazioni di alcune dita dei piedi, difficoltà respiratorie.

Dalle “carte”, pare emergere l’Odissea di questo povero infermo.

Residente nella Regione Vicina, oltre un mese fa era stato ricoverato nel Prestigioso Nosocomio della Grande Città per cercare di porre rimedio a questo suo ennesimo, gravissimo male. Ma le cure, pure attente e mirate, non sono riuscite a restituire a questo fisico devastato forze sufficienti per affrontare l’impegnativo intervento chirurgico.
Ed allora stamattina, con una laconica dichiarazione di non-operabilità, il Prestigioso Nosocomio della Grande Città, ha ritenuto di rimandare il malato al Civico della Regione Vicina, competente per residenza.

Accogliere un malato con diagnosi infausta ovviamente non è gradito a nessuno, e con questo non voglio avanzare critiche, poiché evidentemente altre considerazioni ed altri esami hanno convinto i dottori del Civico della Regione Vicina che chissà, forse una qualche possibilità di intervento ancora restava, ma da farsi in una struttura più specialistica ed attrezzata della loro!...

Ed ecco che per la seconda volta in un giorno, il vecchio ed esausto Gilberto Baldi viene caricato in ambulanza e sballottolato per altre centinaia di chilometri…

Ed approda nella stanza dove sono anch’io, a testimoniare il martirio ed il Calvario.

Il consulto fra medici, chirurgi ed anestesisti rianimatori è finito, e credo non a caso si sia svolto “pubblicamente”, in presenza del paziente, invece che nel solito studiolo privato.
Ora, è il momento delle decisioni, mentre Gilberto tace e gira intorno quegli occhi cilestrini, afflitti si, ma tutt’altro che spenti.
E si comincia con la domanda scontata:
«Ma i parenti, dove sono?... mica sembra un uomo solo al mondo, questo malato!...»

Risponde lentamente, Gilberto Baldi, con voce flebile e vecchia, biascicante, ed in uno stretto dialetto di qualche frazione lontana… ma a metterci buona volontà, lo si riesce a capire…
No. Forse i suoi parenti non verranno per niente, loro non vogliono che sia operato; preferiscono che muoia adesso… dice senza astio.

Ed aggiunge che loro hanno ragione, lui ha dato ormai troppo fastidio, non cammina più, casca dal letto, ha sempre paura, è tanto malato ed ha bisogno sempre di aiuto, la notte… e loro sono stanchi.
Li giustifica, i suoi parenti, anche se con dolore.

I Dottori l’hanno mandato via dalla Grande Città, e loro si sono rassegnati… non sono cattivi, non avevano scelta. E’ per lui tempo di essere abbandonato all’ospedale; è tempo di morire.

Dice queste cose lentamente, a fatica, ma più con lo scopo di cercare di farsi capire oltre la lettera. Gli occhi cilestrini sono asciutti, e l’emozione della fine è cosa ormai troppo privata per potersi sciogliere nelle lacrime da mostrare a tutti.
In fondo, ha anche ragione. Le sue condizioni sono estreme, ed anche un intervento sull’aneurisma, anche se si riuscisse a fare, e superare, non servirebbe che a prolungare la sua esistenza stenta, nel dolore di qualche altro mese, di qualche giorno.
I professori del Prestigioso Nosocomio della Grande Città hanno valutato correttamente; una operazione a questo signore è da sconsigliare; forse è solo una superflua battaglia già sicuramente persa.
Ma chi potrebbe dar torto ai sanitari del “Civico” della Regione Vicina?
Tecnicamente, con strutture adeguate, un intervento chirurgico potrebbe ancora riuscire. E l’hanno mandato da noi.
Forse solo per sbolognare un paziente senza lustro, forse per rigorosa deontologia.

Si ripresenta il solito stridente dualismo fra l’accanimento terapeutico ed il diritto alla vita, il balletto delle responsabilità, del comune senso morale e di chi debba farsene carico... il tema ultimamente tanto corteggiato dalla propaganda mediatica, e politicamente sfruttato fino all'indecenza.
Ma il nostro giovane chirurgo, direttore dell’equipe al turno della sera sa prendere il toro per le corna, e lo fa deciso.
A conclusione dello straziante colloquio col povero infermo, alza un poco il volume di voce, ed alla presenza di tutti dice:
«Signor Baldi, lei potrebbe essere operato, ma è una operazione molto rischiosa, e lei rischia di morire, oppure potrebbe essere curato e campare ancora un poco, ma non molto.
Sta a lei decidere; di quello che pensano i suoi parenti non ci interessa, la decisione è sua, perché io rilevo che lei ragiona perfettamente, ed io le chiedo se vuole correre il rischio. Vuole essere operato?...ed ancora le ripeto: ha compreso quello che le ho detto, i rischi che corre, e vuole lo stesso essere operato?...»

La risposta del vecchio novantenne è netta, e chiarissima: «Si, dottore, mi operi».

Il nostro dottorino ora mi sembra un gigante. Ordina alla caposala di verbalizzare il colloquio, di evidenziare che il paziente è vigile, cosciente e responsabile ed ha espressa in modo inequivocabile la sua volontà. E poi aggiunge secco:

«E ci voglio sotto la firma di convalida di tutti i presenti; medici ed infermieri.
Qui noi agiamo per salvare le vite, non ci chiediamo se ne valga la pena o no.»

Il seguito è routine. L’elenco degli esami da fare subito, il preallarme alla rianimazione per domani o dopo, l’informativa per il Primario, i primi farmaci, il monitoraggio…

Personalmente, sono contento di essere capitato in un reparto ospedaliero in cui le idee sono chiare.

Sul tardi, arrivano finalmente i parenti. La moglie, una vecchina stremata dalla fatica e dalle emozioni, una figlia silenziosa e spaurita, il genero freddo ed efficiente.
Sembra che siano stupiti di trovare Gilberto in corsia.
Chissà (penso maliziosamente) se arrivando non sono prima andati a cercarlo alla Morgue...

No, non si sono attrezzati per fargli una assistenza notturna, ed ormai, dopo le emozioni di questa giornata interminabile sono troppo stanchi per sobbarcarsi un’altra notte in bianco… certamente da domani si provvederà ad assoldare una donna, ma per stanotte Gilberto dovrà rimanere solo.
Cosa hanno detto i medici, che va operato?... nessuna obiezione!... in fondo sono i medici che devono decidere!
Si affaccendano intorno nelle molte cose inutili che si fanno intorno ai malati, vanno a ragionare un poco con la Caposala e poi si defilano.
All’ultimo momento chiedono a mia moglie di poter lascare il loro numero di telefono:

«Se dovesse succedere qualcosa… lei che sta qui certamente ci farà la cortesia di una telefonata… e noi corriamo subito… in fondo abitiamo solo nella Regione Vicina!...».
Non sono persone cattive, e non c’è nulla da condannare, Sono solo persone normali, stanche, stremate dal dolore e dalla malattia infinitamente lunga del loro caro; persone abbattute, vinte dalla umana pietà.

Un affettato affettuoso saluto, e sono andati. Ora, Gilberto Baldi ce lo sentiamo tutti più vicino; ora è un parente nostro.

La mia veglia notturna è scontata. Naturalmente sono portato a scambiar di ruolo notte e giorno, figuriamoci in questi giorni di apprensione per la recente operazione ed ora anche nella tensione di questo fragile fratello tutto solo in quel lettone di ferro troppo grande per lui.

Notte bianca, ma completamente vuota di preoccupazione. Nemmeno Gilberto dorme, se non a brevi tratti, ma non si lamenta, non si agita. Si gira lentamente, qualche volta, e mi rivolge qualche rara parola.
I periodici passaggi delle infermiere gli sono sufficienti per un goccio d’acqua, per farsi rimboccare le coperte, per qualche altra piccola cosa insignificante… forse per lui sono solo occasione per sussurrare un “grazie” biascicato.

Due giorni dopo Gilberto Baldi ha concluso le tappe forzate della sua preparazione all’intervento; ha assunto ogni farmaco che possa aiutarlo nel momento difficile della prova, è stato sottoposto ad ogni analisi utile ai chirurgi per intervenire nel modo migliore.
Una solerte infermiera gli ha fatto anche la barba e sistemato i radi capelli. Io ho offerto la mia schiuma alla lanolina e la mia preziosa lozione. Ora sembra un altro; un vecchio condottiero alla sua ultima pugna.
Non più un miserello abbandonato su un giaciglio.

Stamattina io esco, torno a casa per la mia convalescenza, lui va sotto i ferri, per un intervento forse decisivo. E’ pronto, e vengono a prenderlo.
Mi avvicino e gli stringo la mano, le nostre vie si dividono, e certo non lo vedrò più.

Mi fissa coi suoi occhioni cilestrini, che nel volto ordinato e pulito sembrano avere più luce, una dignità in più.
Mi fissa, come se mi vedesse per la prima volta, e mi rivolge la parola. Sembra che non biascichi più, ed intendo perfettamente quel che dice:
«Non preoccuparti, io ce la faccio comunque!».

Lo portano via, ed io rimango a meditare sul suo saluto, sul pensiero, sulle ultime ore di un vecchio comunque spacciato. E mi traduco in mente le sue parole, il suo agire.
Lentamente assimilo la sua testimonianza, il suo insegnamento.

Non conta quanto sia lunga la tua vita, quanta ne abbia già percorsa, o quanta te ne rimanga ancora.
Conta soltanto quello che riesci a metterci dentro!

Grazie, Gilberto!




Lucio Musto 25 gennaio 2010
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Akasha
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Viandante Residente
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Molto toccante, sopratutto il momento in cui, dopo aver giustificato i famigliari stanchi, dice che vuole provare a lottare ancora. A volte sarebbe più facile farci scorrere tutto addosso e accettare ciò che comanda il destino, ma per lottare contro di esso ci vuole coraggio. Bravo Gilberto. E bravo Lucio.

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Lucio Musto
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Viandante Ad Honorem
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Per quanto mi riguarda, Gilberto Baldi (il nome è di fantasia, ovviamente!) è ancora vivo,
e nella sua estrema, inerme fragilità fisica rimarrà vivo per sempre.
Superò quell'operazione, e mia moglie rimase in contatto coi suoi parenti fin quando fu dimesso.
Poi chiesi io di sospendere le telefonate.

Volli cristallizzare nella mia memoria l'mmagine archetipo di un vero, fiero combattente.

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Akasha
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Viandante Residente
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Direi legittimo. In effetti, se non ti fossi trovato in quella situazione, di lui non te ne sarebbe importato granché, o perlomeno non avresti avuto motivo d'interesse. Così conservi un immagine che ti ha colpito nella sua immediatezza, e che probabilmente ti ispirerà altri personaggi.

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Lucio Musto
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
senz'altro!... l'esperienza ospedaliera, visto che sei costretto a stare li, senza far nulla per giorni, steso come un baccalà, ispira parecchie figure, ma le altre (la caposala, l'infermiera di notte, quella al suo primo incarico...) le ho poi molto romanzate, tanto da non potersi più parlare di testimonianze ma di semplice narrativa

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