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Storia di un ritorno

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Lucio Musto
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Storia di un ritorno

Novella di fantasia
I parte di 2



Tutto cominciò alle 19.30. Così mi dissero, e non voglio replicare, mi sta bene così.
Loro non possono sapere, e nemmeno avrebbero interesse a mentirmi.
Il ritorno era già cominciato qualche istante prima, o anni, secoli, eoni; era cominciato per me quando il tempo ancora ignora di essere tempo.

Uno snello cristallo sfaccettato, aguzzo, vagamente argenteo, vagamente luminescente, vagamente traslucido che spunta dal nulla e si accresce lentissimamente nell’assoluto buio del non essere.
E due, a volte tre anelletti gialli lustri, vividi come occhi di pernice venati di rosso, che quietamente gli ruotano intorno, come danzando.
Non cerco spiegazioni, sento che questa è solo l’immagine che la mia mente si inventa per l’esistenza, ancor vuota com’è di stimoli e di esperienze da sollecitazioni esterne.
Cerco di memorizzarlo comunque, questo sfondo di un desktop ancora vuoto. La trovo una immagine bella, e voglio associarla all’archetipo di esistenza, anche se naturalmente ancora non ho il concetto “bello” né quello di “esistenza”.

L’immagine ricorrente mi culla a lungo, variando talvolta un poco, in questo mio limbo sereno senza piacere, ma soprattutto senza dolore… ed alla fine mi decido.
E’ ora di aprire gli occhi.
Cerco di farlo con prudenza, non so perché, e la prima immagine che registro è quella più bella del mondo.
Il volto sereno di una donna che si china su di me, sorridente, nella luce soffusa di un ambiente immenso.

«Salve!... - un po’ commosso riesco a mormorare – che ora è, scusi?...»

Mi sorride come compiaciuta la fanciulla e dolcissimamente mi sussurra: «va tutto benissimo… e sono le 19.30». Aggiunge qualcos’altro di piacevole, forse il suo nome e qualche complimento, ma ne ho smarrito il ricordo.
L’input recepito mi ha già ingolfato la mente, ed il cuore.

“tutto benissimo”… ma soprattutto “le 19,30”!
Questo vuol dire che sono passate almeno dodici ore dal mio ingresso nel blocco operatorio, e quindi l’operazione è stata fatta, e soprattutto è stato superato il più critico momento del risveglio dall’anestesia, quello ritenuto dai medici il più a rischio, nel mio caso clinico.

Perché adesso la mente si è aperta e so tutto; di essere sveglio, in terapia intensiva, non ancora salvo, ma con una via tutta in discesa davanti. Per questa volta ce l’ho fatta!... e pare pure alla grande! La mia fata ha detto “va tutto benissimo!”… mica “accettabilmente” o “benino”! “benissimo” è anche più di bene!...
Ho diritto ad una pausa di riflessione, e me la concedo volentieri.

Non sento alcun dolore, ma mi sembra normale, chissà quanti sedativi mi girano nel sangue!, ma pian piano scopro di avere sensibilità di me. I piedi e le dita della mano si muovono a comando e posso girare lentamente la testa alla ricerca consolante della figura del mio verde angelo custode indaffarata intorno.
So di perdere coscienza spesso e di risvegliarmi, ma il passaggio da veglia e sonno è netto, senza sbavature, e mi stupisce; senza esperienze precedenti, avevo sempre pensato che il golfo dell’anestesia fosse incerto e nebuloso ed invece lo scopro come un insieme di nette immagini staccate dallo sfondo. Mi viene in mente il mosaico di tessere bianche e nere dei cortili pompeiani; alla fine il disegno sarà chiarissimo.
Luci ed ombre di coscienza taglienti e definite, con la mia immagine archetipo dell’essere che mi si ripropone costantemente, come a rassicurarmi.

Il primo dolore viene più tardi, forse verso le ventuno. Improvviso, violentissimo e squassante. Tutto il corpo s’irrigidisce in uno spasmo involontario ed indomabile. Senti lo squarcio che hai in pancia aprirsi e tutte le giunture scricchiolare sotto i tendini tesi allo strazio.
Ma dura pochissimo, e non mi turba granché; in fondo col rimestamento di tutte le frattaglie che mi hanno fatto, dei dolori anche grossi erano previsti.
Ne verranno altri, e bisognerà farci l’abitudine, o magari studiarci su qualcosa.
Qualche afflizione insieme a questa pace ed alla visione panoramica del golfo fra l’essere ed il nulla da poter meditare senza preoccupazione alcuna?... In fondo è un bel vivere!...

Molto presto la mia dolce custode (mi sono vergognato a richiederglielo; un uomo che scorda il nome di una donna che gli si è presentata è perlomeno un buzzurro!) viene accompagnata da un giovanottone con la faccia buona e la capigliatura strana:
«Questo è Leonardo, e le farà compagnia al mio posto per il turno di notte; è un bravissimo infermiere ed un ottimo ragazzo… ma anche Lui è un paziente buonissimo e tranquillissimo!... vezzeggia col Ragazzone nell’eterna schermaglia dell’eterno femminino… vi troverete benissimo insieme stanotte!, gorgheggia sorridendo…»
Poi si fa seria e molto professionale; mi si rivolge:
«Ora se permette passo le consegne al mio collega per la sua terapia»
E qui una sfilza di informazioni tecniche che manco proverò ad interpretare, intervallate a qualche rallegramento o consolazione sul fausto decorso della mia ripresa.
Queste le riconosco bene dal volume di voce decisamente più alto.

Inizia così la mia notte in Terapia Intensiva.
Leonardo è un professionista addirittura migliore delle lodi per lui intessute dalla collega. Lo vedo sempre intorno a me, silenzioso ed indaffarato ma discosto, e mai invadente, forse rispettoso del per me magico momento del risveglio. Non guarda mai dalla mia parte, ma sembra percepire ogni mio fremito, ogni mio più piccolo sussulto.
E ad ogni occorrenza, immancabilmente è al mio fianco, come sbocciato dal nulla.
Lo spasmo ricorrente è ormai sotto controllo. Ho dedicato un pezzetto di costante attenzione a spiarne sintomi ed avvisaglie, per un immediato comando generalizzato di rilassamento a tutti i muscoli. Una frazione di secondo dopo la crisi arriva, ma mi trova di gelatina; mi sballonzola un bel po’, ma senza fare danni. A suo comodo se ne va, ma non mi ha turbato più di tanto.
Ma Leonardo è li, immobile al mio fianco, molto più teso di me; ed alla fine ogni volta mi sussurra:
«Tanto, tanto dolore?...» E quando gli rispondo «Solo tracce, di dolore» non mi crede e sorride; pensa ch’io voglia fare l’eroe.

Ma naturalmente eroe non lo sono per niente e la secchezza delle fauci e la sete mi tormenta, e non ho rimedi; la lingua è ancora più arida. Chiedo una garza umida, e penso al Cristo sitibondo appeso alla Croce, altro che steso in un comodo lettino da terapia intensiva.
Me la concede Leonardo, ma con molta reticenza: «Si bagni le labbra, ma non mandi acqua nello stomaco; potrebbe provocare uno stimolo al vomito, e lì sarebbe dura!...»
Non ha bisogno di spiegarsi, ma avrà messo si e no un milligrammo d’acqua in questa garza!... questa non inumidisce nemmeno sé stessa!

Non ho riferimenti temporali e chiedo quanto manca all’alba. Almeno tre ore ancora, ma posso aspettare, non mi annoio nelle mie quete scorribande mentali, e nell’aria c’è una musica piacevole, serena, molto intonata alla mia realtà del momento. Con una certa pretenziosità chiedo a Leonardo se è una compilation preparata da loro infermieri o il V canale della Filodiffusione.
Arrossisce decisamente, quasi a rimproverarmi. Naturalmente è il V canale della filodiffusione! non mi accorgo che è un palinsesto fatto da gente del mestiere?...
Mi piace che un professionista perfetto nel suo campo si scappelli alle professionalità altrui!.... bravo Leonardo!

Alle sei, si ripete il rituale del cambio turno. Il mio nuovo angelo custode è un possente giovanotto palestrato dallo sguardo fiero e movenze alla Rambo nelle giungle Birmane; mi squadra in un lampo come a trasmettermi: “Tranquillo, vecchietto!... ora ci sono qua io, e ti sistemo tutto!”…
Oziosamente mi viene da pensare che tranquillo lo sono già perfettamente, e già sarei felicissimo che tutto continuasse come già sta andando, senza bisogno di sconvolgimenti ed assalti alla baionetta.
Quindi disinvolto soggiunge: «Dammi il tempo di andare a prendere un caffè e poi ci mettiamo al lavoro!... ma se nel frattempo hai bisogno di qualcosa non preoccuparti, chiama pure; qui c’è sempre qualcuno!»

No, non ho bisogno di nulla e sono contento di rientrare nella mia soave meditazione, anche se la musica di sottofondo è ora cambiata. Non sinfonie di Brahms appena sussurrate ma lo strepitio di musica metal trasmessa da una radio privata, intervallata da tanta pubblicità di esercizi pubblici locali, altrettanto stridente ed invadente.
Pazienza!, fo mente locale. Musica da notte, musica da giorno… e mi adeguo.

Torna il mio custode ed effettivamente si mette alacremente all’opera: «Innanzi tutto, ci diamo una bella lavata generale!!...»
Ma come?.... steso come un baccalà ammollato sul mio lettuccio e probabilmente squartato da cima a fondo, mi do una bella lavata?... io che sto attento a muovere anche un muscolo?... devo essere trasalito visibilmente perché subito Rambo mi rassicura: «Tranquillo!... tu devi avere solo pazienza… faccio tutto io!.... cominciamo dalla barba!...»

Effettivamente di tecnica ed esperienza Rambo ne ha da vendere, ed è ammirevole l’efficienza con cui si muove. Farò grazia ai miei lettori della descrizione di questa perfetta “grande lavata generale”, definendola semplicemente perfetta, limitandomi a raccontarne comunque un dettaglio, per omaggio al mio Rambo, ed alla spinta tecnologia che certamente accompagna il personaggio.

Quesito: “Come si fa a lavare perfettamente un uomo immobilizzato su un lettuccio nella sua parte di sotto, quella appoggiata sul materassino?....” per Rambo non ci sono difficoltà, basta la tecnologia!
1) Innanzi tutto si gonfia il lettuccio. Infatti quella che sembrava una semplice barella nasconde al suo interno un generoso materasso pneumatico con tanto di silenzioso compressore.
2) Si avvicina poi un muletto simile a quello per sollevare i pallet e lo si mette in posizione
3) Una doga rigida e flessibile, ma sottilissima viene delicatamente interposta fra il materassino ed il corpo del paziente. Ma non viene lasciata lì! infatti quella sottile lama altro non serve che da sostegno per il passaggio di un leggero morbido nastro, che poi sosterrà il corpo dolente.
4) L’operazione, ripetuta ogni pochi decimetri crea così una specie d’amaca setosa e resistente come una ragnatela.

“Adesso mi solleva col muletto e mi porta in bagno”, pensi; ma è del tutto sbagliato.
Le fasce dell’amaca vengono si fissate al muletto, ma il corpo non ti si muove di un millimetro!... è il letto che si sgonfia sotto lasciando tutto lo spazio che serve all’operatore per lavarti, sciacquarti, frizionarti, profumarti… Meraviglie della tecnologia!... meno di un’ora di tempo e ti ritrovi come un patrizio romano dopo un pomeriggio alle terme.
Forse l’aroma del dopobarba non è il mio preferito, ma questa è l’unica pecca del servizio, a volerne trovare una. Ma ampiamente compensata dallo squisito gusto del colluttorio (che solennemente mi sono impegnato a non inghiottire!) che mi ha lasciato la bocca fresca come un prato in fiore.

La sgradevole voce dell’annunciatrice della radio locale ci informa che sono le otto (e che mi frega?... io ci rimarrei a vita, su questo lettuccio) e poi ci delizia sulle ultime novità su Berlusconi, Bersani, Napolitano e Fini…. e potrebbe risparmiarcele proprio, almeno a noi moribondi in rianimazione!...

Due allegre facce note. Il chirurgo che ha dato consulenza nella mia operazione, visibilmente sollevato rispetto a ieri, e quell’altro dottore simpatico, soprannominato “capellone”… forse per qualche suo trascorso giovanile.

Sono in visita ufficiale e si informano delle mie condizioni, ma si vede che è un pro-forma. Io mi sento una Pasqua ed evidentemente si vede, perché si trattengono solo qualche minuto e vanno via scherzando:
«Allora torni in reparto stamattina… o preferisci accompagnarci a prendere un cappuccino ed una brioche e ce ne saliamo insieme?...»
Declino l’invito con un sorriso… mica posso offenderli dicendo che il bar di quest’ospedale sarebbe meglio chiuderlo e buttare via quelle sebose, colesteroliche, sciape, squallide brutte brioche!



continua con la II ed ultima parte

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Lucio Musto
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- Storia di un ritorno - Conclusione

... segue...




Mi va bene tutto in questa mattinata di sole, e già segretamente comincio a pensare che forse quest’ospedale lo lascerò davvero con le mie gambe, come l’affettato ostentato ottimismo dei chirurgi aveva promesso.
Accompagnato dalle mie benedizioni, ora il mio Rambo è in riunione con altre persone, forse suoi colleghi o medici, ed in fondo all’immensa sala discutono animatamente di problemi inerenti il loro lavoro.
Problemi sindacali, corsi di aggiornamento, punteggi da lucrare, turni od altro non capisco bene, strillano troppo e tutt’assieme, agitati ed esagitati, ma non m’importa, di riunioni simili ne ho viste anche troppe ai miei tempi.
Non fosse per il chiasso della riunione e per la petulante radio privata starei alla grande davvero!...
Il mio angelo custode non manca peraltro di venire ogni tanto a sorvegliare me e tutte le macchine che ho attaccate addosso.

Ma ora a tratti mi appare diverso. Più che in Rambo, talvolta vedo un Silvester Stallone nel ruolo di Rocky, un po’ aggressivo, un po’ suonato, sempre scattante nel suo muoversi, ma nervoso, distante ed assai meno preciso di prima… mi sembra.

Credo che fossero le nove e mezzo o le dieci, quando cominciai a sentirmi male. Niente di preciso per la verità, e nessun dolore. Ma il cuore sembrava aver cambiato ritmo, il respiro mi si affaticava e mi sorgeva dentro l’ansia…. l’ansia di non so cosa.
Non mi spaventai certo! una crisi è del tutto prevedibile in uno ricoverato in terapia intensiva, sennò che ci starebbe a fare, li?... e poi, innumerevoli telefilm di medici di prima linea non ci hanno abituati che l’emergenza è proprio il clou della storia?... “Lo perdiamo!... lo perdiamo!... lo stiamo perdendo!...” e tutti ad affannarsi intorno. Ma poi finisce sempre bene.
Quanto all’idea della morte poi, l’ho accarezzata da tanto tempo che non mi spaventa più da tanto!...
Ma continuo a sentirmi male, ed in rapido peggioramento… e chiamo il mio infermiere.
Lo devo fare due volte, perché lui è occupato ad urlare, e per farmi sentire, strillare più di lui:
«Aspetta, che ora vengo!...» mi risponde alla fine; e mi spiace. Non per me, che ancora posso sopportare il malessere, ma per lui, la sua professionalità, e l’immagine di quel reparto rianimazione fino a quel punto praticamente inappuntabile.

Mi lascia soffrire ancora un po’ poi arriva e, sgarbato, mi fa: «che vuoi?... sempre labbra secche?... tiè bevi!...» e mi inonda due garze.
Riesco a dirgli che mi sento male, e mi tocca ripetere anche questo perché non ha smesso di litigare da lontano inviperito coi suoi colleghi di laggiù in fondo alla sala.
Uno sguardo ai monitor e: «I tuoi parametri sono buoni, quindi stai bene!... » e s’avvia.
«No, sto male!... e parecchio!» gli urlo dietro, ma allontanandosi mi invita a mettere la maschera dell’ossigeno e stare calmo senza preoccuparmi.

Rambo o Roky che sia, capisco che il mio infermiere me lo sono perso. Ora è a pensare ai fatti suoi e per me non ha più interesse.
Ma mi sento sempre peggio e temo che fra un po’ inizierò a rantolare, ed allora tiro su il fiato ed urlo come posso: «Dottore! Dottore!... » sperando che almeno gli altri sei malati che sono in rianimazione possano percepire l’emergenza e fare qualcosa.

La cosa ha effetto immediato, poiché arriva subito un dottorino dalla vocina flautata ed i modi leggiadri seguito dal mio custode inferocito:
«Eccomi, ha chiamato… che c’è che non va?...»
«Dottore, mi sento male, parecchio male!...»
«Ma no, che dice! – sorride grazioso – lei sta benissimo!... guardi i suoi parametri, sono perfetti!... cosa si sente di preciso?... cosa le pare che non vada?... noi siamo tutti qui intorno a lei per aiutarla!...»
Perdo la pazienza, e non mi va più di essere gentile:
«Io non lo so che cosa non vada, questo deve scoprirlo lei!... io so che sto morendo e glielo dico, visto che non se ne accorge da solo, e faccio il mio dovere. Lei faccia il suo e scopra le cause e se può, ci ponga rimedio, invece di fare le domande del baccalà!».

Devo averlo punto perché comincia a consultarsi con Rambo, che sembra essere rientrato in tutta la sua aggressività, e verificare i protocolli seguiti, i farmaci che sto assumendo, i parametri vitali mostrati dagli schermi…. E subito nasce discussione a proposito di un qualche farmaco sospeso o somministrato a sproposito, senza il preventivo parere medico, soprattutto non annotato nel diario clinico.

Pochi attimi e la consulenza trascende in litigio.
Materia del contendere non è più evidentemente nemmeno lo scontro fra la regola scritta e la prassi consolidata del reparto, né tantomeno la giustezza o meno dell’intervento fatto arbitrariamente, ma piuttosto l’ingerenza fra due imperi contigui ma inesorabilmente divisi ed ostili.
Qui si è sforato nelle competenze invadendo il campo altrui, e questo è grave, è atto di guerra.

A vederli beccarsi così e strillare inconsultamente, il palestrato infermiere vecchio d’esperienza ed il paffutello pallido dottorino col “pezzo di carta” in tasca, vedo chiaramente soprattutto lo scontro esistenziale per il predominio sul territorio fra la tracotanza dello stallone in fregola e la pervicace invadenza dell’orgoglio gay.

Qui, malinconicamente me ne rendo conto, il primo perdente sono io, che ormai per loro non conto più un cazzo.
Fra poco sarò null’altro che un altro sfortunato paziente, dichiaratamente a rischio, che non ce l’ha fatta a superare il trauma post-operatorio. Un requiem.

Se qualcosa si può ancora fare, devo farmela io, me ne rendo conto; ed io posso solo strillare.

Mi stringo la maschera dell’ossigeno e respiro con ogni forza che ancora mi riesce, poi spendo tutto in un unico urlo: «Infermiera!... venga qui!..».

Devo aver urlato abbastanza perché compare una signora di mezz’età, piccola e tracagnotta, vagamente simile alla “donna del bucato” della casa di mia madre e con l’aria quasi altrettanto sveglia che soavemente:
«Che c’è?... cosa accade?.... come si sente?...».

La mia calma l’ho ritrovata tutta, ormai rassegnato alla mia fine ingloriosa in questo pattume dorato, e mi riesce di risponderle anche scimmiottando la voce suadente:
«Accade, dolcissima amica, che questi due calzolai mi stanno deliberatamente ammazzando per lustrare le loro ciabatte. Se sa fare qualcosa, si attivi, altrimenti… al piacere di averla conosciuta!»

I due calzolai interrompono per un attimo il beccarsi per affiancarsi alla nuova arrivata davanti agli schermi. Evidentemente la “donna del bucato” è una dottoressa, e non un’infermiera.

Ora parlottano fitto fra di loro ma troppo tecnico, e riesco solo a recepire qualche frase spezzata:
«Ma io i dati li ho anche validati, stamattina ed andava tutto benissimo!...»
«… questo monitor non sta trasmettendo niente!...»
«… e che ne so che sta elaborando?... saranno dati vecchi!... di ieri!...»

Ora l’attività intorno a me si fa frenetica quanto scoordinata, e comincio davvero ad avere paura. Questi non si limiteranno a lasciarmi morire!

Ognuno agisce a testa sua, ed innumerevoli farmaci mi entrano nella “centrale” che ho aperta nella giugulare, mentre Rambo cerca di misurarmi la pressione con un attrezzo a metà strada fra un bazooka ed un tubo da palombaro ma non ci riesce e ne prende uno nuovo, ed un altro strillando.
«La pressione non si prende, non la sente!...»
poi fortunatamente arriva un’infermierina esile e silenziosa con uno sfigmomanometro simile a quello di casa mia; misura ed annuncia almeno un primo dato certo:
«Duecentodieci su centoventi! …»
Il dottorino paffuto sembra gongolare: «Che avevo detto io?... pressione alta!...» e s’allontana facendo la ruota e sculettando.

Sento una voce che chiede urlando: «Ma come si chiama il Tiklid?... proviamo con quello!»
«Ticlopidina, - rispondo urlando a mia volta – e ce l’hanno anche su, in reparto!...»
«Lo so!.... dicevo un altro nome commerciale!.... comunque va bene, andatelo a prendere su!...»

(io la Ticlopidina la prendo da anni ma non sapevo le sue doti come farmaco di emergenza).

Finalmente arriva e mi viene presentata: una pillola!... e come la manderò giù, con la gola di carta vetrata che mi ritrovo?.... Mi viene concesso un cucchiaio d’acqua, ma il fallimento è scontato.
La pillolina rimarrà a marcire attaccata alla parete dell’esofago per i prossimi due giorni.

Non mi sento peggio di prima, forse il turbinio degli eventi inconsulti mi ha caricato di nuova adrenalina e poi m’è tornato alla mente il vecchio Orlando, filosofo e mio saggio maestro:
“Ho pagato per intero il biglietto della vita, ed ho diritto a vedere la sceneggiata fino in fondo!...”

Anch’io. So che morirò presto, ma non glielo dirò più; ora, da spettatore mi sento sereno,
Ho fatto la mia parte, stavolta almeno; ci ho provato a rimanere vivo come avevo promesso ai miei.
Non ho altro da fare.
Stupidamente morirò non per causa di una difficile operazione chirurgica, ma per il bisticcio di due anime inquiete, una presa nel suo orgoglio maschio sottoposto gerarchicamente ad una mollezza efebica, l’altra frustrata dalla sua piccolezza e chissà, magari da un inconfessabile, inconfessato desiderio… non conta. La Morte non può essere stupida, come non è una cosa seria. E solo l’attraversamento di una porta.
Io sono sulla mia soglia e non ho più tempo per loro e i loro bisticci; non ho tempo per nessuno.

Ora penso solo a me, ed al mio incontro col mio Dio.

Il messaggero si materializza in un ausiliario, uno di quelli che portano via i bidoni dei rifiuti, che quasi parlando fra se:
«Avevano detto che lo rivolevano in reparto. Perché non ce lo rimandate?... »

La reazione è subitanea ed efficientissima.
Due nerboruti barellieri compaiono d’incanto, ed afferrano a volo il mio lettuccio e le mie carte.

Mai visto per quei corridoi barella più veloce, anche se per me dolorosa:
«Attento allo scalino dell’ascensore… badaban!... alla salitina… badabanbandan!...»

Ogni giunto antisismico al pavimento, un sobbalzo per il mio corpo dolente, ogni asperità del pavimento una sofferenza, ma non importa; mi sento fuori dell’Ade senza nome, ho ripassato lo
Stige.
Eccola la mia corsia, con i volti noti delle infermiere e dei dottori pronti ad accogliere il mio ritorno.
Non m’importa se la barella sbatte violenta sullo stipite della porta.

Al di là c’è il dottore “capellone” e quell’infermiera esperta dal polso di ferro e la mano di velluto.

Mi sorridono, e quasi mi viene da piangere:

«Dottore… laggiù hanno deliberatamente cercato di ammazzarmi!...»

«E noi rimedieremo, con quello che sappiamo fare ed una giusta terapia. Bentornato a casa, signor Musto.»




Lucio Musto 17 gennaio 2009

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Akasha
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Viandante Residente
Assolutamente fantastico questo racconto; con quest'autoironia, hai trasformato una situazione drammatica in una scena tragicomica degna di essere messa in scena. Contenta che non ti abbiano fatto fuori, spero di poter apprendere molto da te.

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4
Lucio Musto
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
@Akasha ha scritto:Assolutamente fantastico questo racconto; con quest'autoironia, hai trasformato una situazione drammatica in una scena tragicomica degna di essere messa in scena. Contenta che non ti abbiano fatto fuori, spero di poter apprendere molto da te.

Grazie, Akasha, sei generosa con me, ed io non penso di poterti insegnare molto, ma quello che posso te lo offro volentieri.
Da quella esperienza ospedaliera ho imparato moltissimo... ma non ti auguro di provarla, anche se poi finì nel migliore dei modi, per me.

Da quella degenza nacquero alcune altre ispirazioni, testimoniate da momenti precisi, ed almeno una di quelle (ora controllo se non l'ho già pubblicata) sono contento di fartela leggere.

Si chiama "Gilberto Baldi, un caso clinico"



Ultima modifica di Lucio Musto il Lun 27 Giu 2011 - 16:27, modificato 1 volta

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BigBossStigazzi
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
fatico a leggerrti lucio perchè ogni volta sad sarà che mi riporti in mente quello che è successo a me, comunque è vero ..anche secondo me hai un modo di scrivere che riesce a trasmettere emozioni party

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6
Lucio Musto
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
pare che non ci sia, qui in Valle... e poi abbiamo i Mod così gentili!... se è un doppione, aggiustano loro.

Volevo dirti che questo fatto lo scrissi subito appena tornato a casa, a matita perché ancora non avevo il permesso di stare seduto, ma non volevo mi si raffreddasse dentro.
Io ho sempre sostenuto che conta più l'ispirazione che il saper scrivere.

Lo metto qui, in questa stessa sezione, come omaggio a te.

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Lucio Musto
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
@BIGbossSTIGAZZI ha scritto:fatico a leggerrti lucio perchè ogni volta sad sarà che mi riporti in mente quello che è successo a me, comunque è vero ..anche secondo me hai un modo di scrivere che riesce a trasmettere emozioni party

Grazie BIG, ma come dicevo un attimo fa ad Akasha il merito non è tanto mia professionalità, quanto delle emozioni che travolgenti.

Stasera per esempio sono stato a Corinaldo (tu sai dov'è) in una chiesa antichissima dove un ensemble di quattro pifferai di Basilea suonavano musiche del 1300 - 1500 su strumenti antichi con strane sonorità.

Musica profana, quale poteva essere portata nelle piazze e nei palazzi ai tempi dei Dogi a Venezia.

L'ambiente suggestivo, melodie strane e inusuali consonanze... gli stessi atteggiamenti tipici di tempi sconosciuti...
a tratti mi hanno profondamente commosso.
Ho registrato quasi tutto, con la mia macchinetta fotografica, ma non so gestire bene questi immensi files, e non so tagliarli né metterli su Youtube. Altrimenti darei un esempio concreto di quello che si può provare, di quello che provo io a volte.

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Akasha
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Viandante Residente
Viandante Residente
Non bisogna essere dei professionisti per saper comunicare emozioni, quello è merito dell'anima...

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