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Approfondimento: considerazioni geografiche e archeologiche riguardanti Nazareth

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Sabine
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Elementi di Archeologia di Nazaret

Le testimonianze storico-letterarie e archeologiche sull'esistenza di Nazaret fin dal I secolo dopo Cristo sono alquanto scarse. Le opere degli scrittori sia ebrei che greco-romani del I secolo d.C. non riportano mai il nome di questa località. Nessuna menzione di essa compare nelle opere di Giuseppe Flavio, che era uno storico giudeo e conosceva molto bene la geografia della Palestina del I secolo d.C.; Giuseppe nelle sue opere descrive varie città e regioni della Palestina, soprattutto in Guerra Giudaica dove racconta gli eventi della guerra del 66-74 d.C. tra Giudei e Romani, alla quale aveva partecipato in prima persona come capo del distretto della Galilea, con poteri militari e civili che gli erano stati conferiti dal Sinedrio. Anche l'Antico Testamento non contiene alcun riferimento alla città di Nazaret e neppure il Talmud o altri scritti rabbinici. Ammesso che Nazaret esistesse già nel I secolo d.C., come presupposto dal Nuovo Testamento, certamente essa doveva essere una località molto piccola, quasi insignificante, in accordo al v. Giovanni 1:46 in cui Natanaele, in modo retorico, si domanda: "da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?" (1)



Oggi Nazaret sorge in una zona collinare della Galilea, a 21 km dalla sponda sud-occidentale del lago di Tiberiade. Poiché da molto tempo è una cittadina densamente abitata non è possibile eseguire scavi archeologici in ogni sua zona di particolare interesse. Nel 1955 vennero eseguiti alcuni scavi nei dintorni di Nazaret, diretti da padre Bellarmino Bagatti (1905-1990). I risultati, per il periodo storico di nostro interesse, ovvero il I secolo dopo Cristo, sono documentati nella pubblicazione: Gli scavi di Nazaret I, dalle origini al secolo XII, OFM Press, Gerusalemme, 1967. In quest’opera è riportato che “attestazioni archeologiche di vita nel posto sono le tombe del periodo medio del Bronzo e, come resti di abitazioni, dal periodo medio del Ferro fino a noi”. Nelle tombe sono stati ritrovati vari oggetti di vita quotidiana quali ceramiche, pietre lavorate, cocci di vasi, ecc... Complessivamente sono stati individuati poco più di venti sepolcri, da certi particolari si può datare uno di questi attorno al 200 a.C. Cronologicamente è attestata la presenza di tombe della media età del bronzo (2.000-1.500 a.C.), di silos con ceramiche della media età del ferro (900-539 a.C.), dopodiché, ininterrottamente, risultano ceramiche e costruzioni del periodo ellenistico (332-63 a.C.), fino ai tempi moderni. I resti delle occupazioni più antiche sono, tuttavia, piuttosto limitati, mentre i resti del periodo ellenistico sono di gran lunga più ampi. (2)



La distribuzione dei sepolcri può essere utilizzata per stabilire i confini della città antica, infatti la legge ebraica stabilisce che le sepolture non possono essere collocate all'interno di un centro abitato. La presenza di antiche tombe nell'attuale città potrebbe indurre a pensare che anticamente nessun villaggio o città ebraica sorgesse nelle vicinanze di queste, quindi nell'attuale zona in cui Nazaret è edificata, tuttavia il Talmud afferma che la distanza minima tra il confine di una città e le tombe più vicine deve essere pari a 50 ammot soltanto (3). Poiché 50 ammot corrispondono all'incirca a 50 cubiti romani, tale distanza era soltanto di 22 metri, dunque relativamente esigua. Del resto tra il muro di confine dell'insediamento di Khirbet Qumran e la tomba più vicina ad esso nel cimitero principale contenente 1100 tombe intercorrono soltanto 27 metri, sebbene Khirbet Qumran fosse abitata da ebrei osservanti.



Altri scavi furono condotti negli anni '50 quando la chiesa dell'Annunciazione di Nazaret, risalente al XVIII secolo, fu demolita per essere sostituita dalla chiesa attuale (1959-69), che ritornò all'orientamento est-ovest della chiesa delle crociate eretta dopo il terremoto del 1170. Per preparare l'edificio della chiesa moderna, l'area fu scavata da Bagatti (1955-62), i cui lavori completarono lo scavo di Viaud (1907-1909), rivelando lo sviluppo cronologico del sito. Fu innanzitutto demolita la chiesa francescana e portato così alla luce il tracciato della chiesa crociata, la quale era più grande dell’attuale. Di essa si possono ancora osservare alcuni resti davanti alla basilica e le tre absidi dietro l’abside attuale. Sotto le costruzioni crociate furono messi in luce i pavimenti e le strutture della precedente chiesa bizantina, della quale si conosceva già l’esistenza. Si scoprì così che i bizantini avevano utilizzato nella loro costruzione un muro il quale, dal tipo di pietra usata e dal modo con cui era lavorata, appariva chiaramente ben più antico e preesistente. Levati poi i mosaici che coprivano il pavimento furono rinvenuti capitelli e altri blocchi di pietra lavorata, appartenenti ad un edificio religioso precedente la chiesa bizantina che presentava analogie con le sinagoghe costruite in Galilea nei sec. II e III d.C. Secondo Bagatti l'edificio poteva essere una chiesa anteriore alla chiesa bizantina o addirittura una sinagoga. In mezzo al materiale di riempitura con il quale era stata coperta la sinagoga-chiesa per stendervi sopra i pavimenti della chiesa bizantina, furono trovati intonaci con graffiti riportanti i simboli caratteristici delle comunità giudeo-cristiane. La scoperta più indicativa, oltre una croce cosmica, fu l’iscrizione in caratteri maiuscoli greci: «xe Maria» (Ave Maria). Nel museo della Basilica dell'Annunciazione sono inoltre visibili le costruzioni di abitazioni scavate nella roccia, databili al I-II secolo d.C. Lc. 4:16, un passo molto contestato, afferma che a Nazaret vi dovesse essere una sinagoga nella quale Gesù si recò.



Nell'area scavata da Bagatti sono poi state ritrovate anche cisterne e silos appartenenti al villaggio del I secolo d.C. Questo è tutto ciò che è stato ritrovato concretamente, sul campo, a Nazaret relativamente alla fase più antica della sua abitazione: diverse tombe, silos, cisterne, tracce di abitazioni scavate nella roccia, risalenti al I-II secolo e i resti di un possibile edificio religioso del II-III secolo d.C., una sinagoga-chiesa precedente l'epoca bizantina. Naturalmente il ritrovamento di tracce di antichissime abitazioni scavate nella roccia, di tombe o di alcune cisterne non prova che nel I secolo d.C. esistesse già una città di grandi dimensioni che aveva esattamente il nome Nazaret, tale da essere ricordata e citata da storici e scrittori del periodo. Proprio dalla distribuzione dei sepolcri si può peraltro desumere che Nazaret, al tempo di Cristo, fosse un piccolo villaggio caratterizzato da una economia di tipo rurale e agricolo. Secondo R. Horsley, "Nazaret era un’infelice comunità agricola di meno di 500 abitanti, un po’ al di fuori delle vie principali. Il villaggio molto più grande di Jaffa, poco più di due chilometri a sud-ovest e sulla strada principale, era molto più importante." J.P. Meier, che si appoggia a Meier e Strange, riporta che Nazaret al tempo di Cristo occupava un'area di circa 40.000 metri quadrati, con una popolazione oscillante tra 1.600 e 2.000 unità, una stima superiore rispetto al dato fornito da Horsley, comunque riconducibile a un insediamento di piccole dimensioni. Tra le scoperte più recenti, si segnalano i rinvenimenti di alcuni importanti resti del tardo periodo romano. Nel 1993 Elias Shama ha scoperto presso la cosiddetta "zona della fonte di Maria" un esteso sistema di condutture sotterranee che potrebbero costituire un bagno termale. Nel 1996 Stephen Pfann ha riportato alla luce nella zona dell'ospedale di Nazaret una fattoria del periodo romano.



Nazaret nei vangeli è sempre chiamata "città", in greco pÒlij, cfr. Mt. 2:23 oppure Lc. 1:26. L'uso di pÒlij potrebbe sembrare esagerato, se Nazaret nel I-II secolo d.C. era soltanto un piccolo e oscuro borgo della Galilea. Il greco ha infatti altri termini più specifici per designare un piccolo borgo o un villaggio, come il sostantivo kèmh, utilizzato dalla LXX una settantina di volte, cfr. Is. 42:11 oppure 2Macc. 14:16. Invece Lev. 25:31 (LXX) usa œpaulij per "villaggio", una parola che si rintraccia complessivamente 39 volte nella LXX. Un altro termine greco per designare un piccolo borgo era polism£ton, esso non ha tuttavia attestazioni nel greco biblico. Il Nuovo Testamento utilizza kèmh 27 volte (tutte concentrate nei vangeli), a rendere perplessi sono anche passi come Mt. 9:35, Mt. 10:11, Lc. 8:1 e Lc. 13:22 in cui si fa espressamente distinzione tra "città" (che qui è sempre pÒlij) e "villaggio" (kèmh). Mc. 1:38 usa poi kwmÒpolij, un termine che non è mai usato altrove nel Nuovo Testamento e nella LXX, ricorre in Strabone 12.2.6, e altri autori. PÒlij veniva utilizzato per agglomerati urbani di dimensioni relativamente notevoli e per le grandi città o capitali del mondo antico, tuttavia non era tanto la dimensione del centro urbano ma lo status giuridico a determinare il fatto che un agglomerato urbano potesse essere chiamato pÒlij. Gnilka osserva che la LXX traduce con pÒlij la parola ebraica 'ir che designa una generica comunità autonoma, indipendentemente dalla sua estensione territoriale o dal numero di abitanti. Il Nuovo Testamento chiama pÒlij anche insediamenti che certamente non erano città in senso giuridico e presumibilmente erano di dimensioni ridotte, come Cafarnao (Mt. 9:1; Mc. 1:21 e 1:33; Lc. 4:31 e 4:43), Chorazin (Mt. 11:20-21; Lc. 10:13) e Nain (Lc. 7:11-12). Il caso di Cafarnao è emblematico, a quel tempo la località aveva una popolazione modesta di 600-1.500 abitanti e come entità politica era senza rilievo e periferica (4). Se poi si esamina concretamente il campo di applicazione di kèmh nel Nuovo Testamento greco si trova che esso è quasi sempre impiegato in modo generico (es.: Mt. 10:11 e paralleli). Gli unici due casi in cui kèmh viene utilizzato da più fonti con esplicito riferimento ad una località avvengono per Betfage (Mt. 21:1-2, Mc. 11:2, Lc. 19:30) e per Betania (Lc. 10:38, ma per dedurre che si tratta di Betania bisogna avvalersi del confronto esterno con Gv. 11:1). Nel caso di Emmaus, chiamata kèmh in Lc. 24:13 e v. 28, siamo difatti in presenza di materiale del sondergut lucano, d'altra parte Betlemme è chiamata kèmh in Gv. 7:42 ma è pÒlij in Lc. 2:3-4, infine sembra inverosimile che una città come Bethsaida potesse essere definita da tutti kèmh (come avviene in Mc. 8:23 e v. 26), difatti è chiamata pÒlij in Lc. 9:10 e in Gv. 1:44. Sulla base di queste affermazioni, pertanto, è evidente una certa propensione all'utilizzo del termine pÒlij quando si deve nominare concretamente il nome di una località, sebbene in almeno tre occasioni venga impiegato kèmh. In teoria, dunque, non vi è contraddizione formale nel definire pÒlij la Nazaret del I secolo, sebbene questa fosse, nella migliore delle ipotesi, soltanto un piccolo e sconosciuto villaggio agricolo della Galilea che contava all'incirca un migliaio di abitanti. L'uso di questo termine dipendeva più che altro dallo status giuridico della cittadina e, fattore non trascurabile, dalla percezione che gli agiografi del Nuovo Testamento avevano di questa località quando composero i loro testi.



L'iscrizione di Cesarea



Nel 1962 durante alcuni scavi a Cesarea di Palestina (non a Nazaret, dunque) fu ritrovata una epigrafe in ebraico contenente l'iscrizione Nazaret. Il ritrovamento è documentato in: M. Avi-Yonah, A List of Priestly Courses from Cesarea, Israel Exploration Journal, 12, pp. 137-139, 1962.


Nelle figure riportate sulll'epigrafe ritrovata da M. Avi-Yonah e il dettaglio della linea 2, quella contenente la (presunta) parola Nazaret di nostro interesse. Da destra verso sinistra si sono conservate quattro lettere, una nun (suono “N”), parzialmente danneggiata ma comunque ben leggibile, una tsadi (suono “TS”), una resh (suono “R”) e una taw (suono “T”). Queste quattro lettere darebbero luogo alla parola ebraica non vocalizzata נצרת, Nazaret (in greco Nazart) aggiungendo opportunamente le vocali (5). Secondi Avi-Yonah l’iscrizione fa riferimento ad una delle ventiquattro famiglie sacerdotali, quella degli Happizzes (cfr. 1 Cr 24:15), che a un certo punto si sarebbe trasferita presso Nazaret. La traduzione dell'iscrizione dall'ebraico sarebbe: "(...) la diciottesima classe (mishmar, משמר) Happizzes Nazaret (...)". Il toponimo di Nazaret è riportato da Girolamo (347-420 d.C.) nella sua traduzione latina dell'Onomasticon di Eusebio di Cesarea (265-340 d.C. circa), una delle rare attestazioni extra evangeliche di Nazaret nei tempi antichi, senza tuttavia riferirlo a fatti o personaggi dell'epoca del secondo tempio (Migne, Patrologia Latina, vol. 23, col. 914B) (6). Di particolare interesse è invece una lamentazione per il 9 di Ab (l'anniversario della distruzione del secondo tempio di Gerusalemme, avvenuta nel 70 d.C.) composta dal poeta sinagogale Eleazar ha-Qualir, noto anche soltanto come Kalir, vissuto non oltre il IX secolo (7). Questo testo poetico in ebraico non vocalizzato è composto da ventiquattro strofe, ognuna delle quali termina con una sequenza di lettere interpretabile come il nome di una città ebraica (8). La diciottesima strofa si conclude (da dx. verso sx.) con משמרת נצרת (mishmeret Natzrat) e può essere messa in relazione alla diciottesima famiglia sacerdotale dell'elenco di 1Cr. 24:7-18. Potrebbe trattarsi di una conferma sia dell'esistenza di Nazaret nell'epoca del secondo tempio, sia della correttezza della decifrazione dell'iscrizione di Avi-Yonah. Sebbene Kalir sia vissuto in un'epoca posteriore di diversi secoli alla distruzione del tempio egli può aver mutuato informazioni da fonti molto più antiche. Daniel Goldsmidth afferma che questa lamentazione si ispira ad una antica beraita di cui rimangono tracce nel Talmud Yerushalmi, Ta'nit, 4. Quale datazione archeologica si può avanzare per l'epigrafe di Cesarea, ritrovata da Avi-Yonah? Essa è stata ritrovata in una sinagoga del III-IV secolo dopo Cristo, non direttamente a Nazaret, quindi il periodo di costruzione della lapide potrebbe essere proprio questo, sebbene l’iscrizione riferisca eventi successi probabilmente molti anni prima. Sicuramente il reperto è posteriore alla seconda rivolta giudaica (135 d.C. circa) e precedente al IV secolo dopo Cristo. Se la lapide contiene la denominazione Nazaret ed è al massimo del III-IV secolo d.C. certamente qualche secolo prima doveva già esistere la città di Nazaret, dato che essa non può certo essere sorta dal nulla nel III-IV secolo dopo Cristo quando venne costruita l'epigrafe. In un periodo di tempo così arcaico, prima del IV secolo dopo Cristo e della elevazione della religione cristiana al rango di religione ufficiale dell'impero, sembra difficile che i cristiani avessero già acquisito un tale potere da conferire un nome ad una cittadina situata in pieno territorio ebraico. Vittorio Messori riporta in un suo libro che questa epigrafe è "sicuramente non posteriore al terzo secolo prima di Cristo", ma una datazione così antica molto probabilmente è frutto di una svista di Messori poiché altre fonti datano l'epigrafe al III-IV secolo dopo Cristo (9).



Poiché la parte destra della lapide è rotta, in linea di principio l’iscrizione potrebbe anche fare riferimento ad un nome diverso da Nazaret, come il toponimo Genèsaret (gr.: Gennhsart) citato nel Nuovo Testamento greco. In questo caso avremmo una ulteriore gimel (o addirittura gimmel + nun) che non si sarebbe conservata a destra della nun leggibile nella linea 2. L’antico metodo di scrittura della lingua ebraica, privo di vocalizzazione, rende non facilmente risolvibili problemi di interpretazione come questo in quanto le vocali non ci aiutano a identificare univocamente una città piuttosto che l'altra. L'ipotesi che l'iscrizione faccia eventualmente riferimento a una ipotetica città di Gennhsart, tuttavia, è molto problematica da sostenere da un punto di vista storico ed archeologico in quanto questa città, pur essendo esistita in tempi molto antichi, ad un certo punto della storia venne completamente distrutta durante l'invasione babilonese del 586 avanti Cristo ma molto probabilmente anche prima, tanto che in seguito alla sua distruzione rimase in circolazione la sola denominazione della “terra di Genèsaret” o del "lago di Gennesaret", di cui abbiamo diverse attestazioni nel Talmud, in Giuseppe Flavio e nella LXX. Il Nuovo Testamento greco, inoltre, cita Gennhsaršt soltanto in tre casi, in Mt. 11:34 // Mc. 6:53 pare che il toponimo venga citato come una cittadina ma molto probabilmente si intende la "regione di Gennesaret", mentre Lc. 5:1 parla soltanto del "lago di Gennesaret". Secondo le conclusioni del Kinneret Regional Project, che ha condotto approfonditi scavi archeologici presso il sito archeologico israeliano di Tel-Kinrot, situato a nord-ovest del Mare della Galilea (chiamato anche lago di Gennesaret o di Tiberiade), l’antica Kinneret biblica, dalla quale sarebbe derivato nel periodo ellenistico il nome greco Gennhsar (1 Macc. 11:67 e Giuseppe Flavio, Bell. Iud.) oppure Gennhsart (Nuovo Testamento), andò distrutta addirittura ai tempi della conquista assira del 733-34 a.C. (10) e da allora non esistono tracce di edifici permanenti nel sito se non qualche fattoria di contadini nei secoli successivi, motivata dalla grande fertilità della regione: sarebbe quindi impossibile identificare il nome נצרת della lapide con l’antica Kinneret biblica distrutta in un'epoca così antica, a meno di non ipotizzare che la famiglia sacerdotale degli Happizzes si sia trasferita in una piccola ed insignificante borgata di agricoltori, ricostruita nel periodo ellenistico sopra le ceneri di Kinneret, ipotesi non certo migliore di identificare la città della scritta con Nazaret. Secondo il Prof. Thiede, invece, la Gennhsart citata dal Nuovo Testamento venne distrutta ai tempi della prima rivolta giudaica ed egli presuppone l'esistenza di una località abbastanza significativa anche nel periodo ellenistico e romano (11).



Oltre alle motivazioni archeologiche, occorre inoltre considerare che Gennhsar oppure Gennhsart non costituiscono parole semitiche ma forme grecizzate, traslitterazioni dall'ebraico/aramaico al greco di qualche toponimo. Poiché la lapide è in caratteri ebraici, bisogna risalire al termine semitico corrispondente, giacché l'epigrafe non reca alcuna parola greca ma solo caratteri semitici. L'antico toponimo ebraico di Kinneret (כנרת) citato nella Bibbia (Num. 34:11, Deut. 3:17, Giosuè 13:27, Giosuè 19:35, 1 Re 15:20, secondo il testo ebraico), a volte come città vera e propria, altre volte come nome del lago omonimo, non può certamente essere quello della lapide poiché esso è privo della lettera tsadi leggibile nell'epigrafe. Si noti che ancora oggi il mare di Galilea (o lago di Tiberiade) viene chiamato in Israele col nome ebraico di yam Kinneret. Ma il Talmud conosce anche il toponimo bik'at Ginosar, che potrebbe essere messo in relazione con il greco Gennhsar citato da 1 Macc. 11:67 e da Giuseppe Flavio varie volte nel Bellum Iud. Abbiamo già osservato che nel periodo ellenistico questo toponimo non si riferisce che al lago, oppure alla fertile terra a nord-ovest del lago, descritta da Giuseppe Flavio e dal Talmud. Tuttavia, anche volendo ipotizzare che un simile toponimo fosse presente nell'iscrizione ritrovata a Cesarea, la parola (non vocalizzata) sarebbe costituita da גינסר, ovvero, da destra verso sinistra: gimel, yod, nun, samech, resh (12). Anche se si può supporre che le prime due lettere siano andate perse nella porzione mancante dell'epigrafe, abbiamo qui la presenza di una samech al posto della tsadi attestata nell'iscrizione. Va poi osservato che גינסר non termina con la taw finale, che invece è presente in נצרת e perfettamente leggibile sulla lapide (cfr. anche il toponimo della lamentazione di Eleazar ha-Qalir). Anche da un punto di vista linguistico risulta pertanto problematico collegare le quattro lettere presenti nell'epigrafe al toponimo Genèsaret: le poche lettere superstiti, appartenenti oltretutto ad una lingua ancora priva di vocalizzazione, tendono decisamente a escludere questa ipotesi congetturale. Nel Nuovo Testamento il nome di Nazaret (Nazaršt, Nazaršq, Nazar£) è sempre scritto con la lettera greca zeta. L'ebraico possiede ben cinque sibilanti, a fronte delle due sibilanti greche sigma e zeta. La traslitterazione di tsadi con la zeta greca invece che con la sigma è certamente accettabile ed ha diverse attestazioni nel greco biblico e in Flavio Giuseppe (13).





NOTE AL TESTO



(1) Alla celebre risposta di Natanele in Gv. 1:46 si può dare anche una interpretazione più complessa e meno scontata, basata sul fatto che l'ebraico tov (greco ¢gaqÒj = buono) è una delle designazioni di JHWH. La frase potrebbe addirittura nascondere un semitismo. Vedere il punto 5 del seguente documento, a cura di S. Barbaglia: http://digilander.libero.it/Hard_Rain/Nazaret-Archeo.htm - Nel Nuovo Testamento vi sono comunque esempi di città mai altrove citate, nel caso di Dalmanauta (Dalmanouq£), citata dal solo Mc. 8:10, non esiste neppure una possibile localizzazione archeologica.



(2) Cfr. J. Gnilka, Gesù di Nazaret. Annuncio e storia, trad. it. di F. Tomasoni, Paideia, Brescia, 1993, pag. 97 (titolo originale dell'opera: Jesus von Nazaret. Botschaft und Geshichte, Verlkag Herder, Freiburg, 1991). Cfr. J.D. Crossan, The Historical Jesus, Harper Collins, San Francisco, 1991, pp. 15-16. Cfr. R. Horsley, Galilea. Storia, politica, popolazione, Paideia, Brescia, 2006, pp. 252-253. Cfr. J.P. Meier, Un ebreo marginale - Vol. I, Queriniana, Brescia, terza edizione, 2006, pag. 267, nota 77 (titolo originale dell'opera: A Marginal Jew. Rethinking the Historical Jesus - Vol. I, Doubleday, New York, 1991). Meier cita a sua volta R.E. Brown, R. North, E.M. Meyers, J.F. Strange.



(3) Cfr. Baba Batra, 2:9 (folio 25a). Giuseppe Flavio riporta i problemi religiosi che dovette affrontare Erode Antipa nei confronti della popolazione ebraica osservante quando decise di fondare la città di Tiberiade sopra un antico sito cimiteriale (Ant. 18, 38).



(4) Si veda la trattazione sulle città e le relative note bibliografiche in A. Destro/M. Pesce, L'uomo Gesù - Giorni, luoghi, incontri di una vita, Mondadori, Milano, 2008, pp. 22-24.



(5) Nel Nuovo Testamento il nome della città è tipicamente Nazart. In alcuni casi al posto della tau la parola si trova scritta con un tetha finale (es.: Lc. 1:26, ecc...). Secondo E. Lupieri la forma Nazar£ di cui abbiamo attestazione ad esempio in Lc. 4:16 è una diversa vocalizzazione del nome della città (E. Lupieri, in Storia del cristianesimo a cura di G. Filoramo e D. Menozzi, Laterza, Bari, 1997, nota 38 a pag. 54).



(6) Il riferimento si trova nel cosiddetto Liber De Situ Et Nominibus Locorum Hebraicorum di Girolamo (347-420 d.C.), prezioso in quanto riporta indicazioni geografiche sulla posizione della località: "Nazareth, unde et Dominus noster atque Salvatur Nazarenus vocatus est: sed et nos apud Veteres quasi opprobrio Nazarei dicebamur, quos nunc Christianos vocant. Est autem usque hodie in Galilaea viculus contra Legionem, in quintodecimo ejus milliario ad orientalem plagam juxta montem Thabor (nomine Nazara)." Nel Praefatio di questa opera Girolamo afferma di aver tradotto in latino un trattato in greco di Eusebio di Cesarea (265-340 d.C.) che solitamente viene chiamato Onomasticon. Prima di Girolamo esistono altre due testimonianze che non riportano direttamente la posizione di Nazaret ma potrebbero essere ugualmente importanti. La prima si trova in Epifanio di Salamina (315-403 d.C. circa), Panarion, 29, 6, 1-3.5, "Tutte le persone chiamavano i cristiani Nazorei per via della città di Nazaret", essa potrebbe semplicemente dipendere dal Nuovo Testamento. L'altra testimonianza letteraria, ancora più antica, è invece riportata in Eusebio di Cesarea (265-340 d.C. circa), Hist. Eccl. 1, 7, 14, il quale nel contesto cita Giulio Africano (II secolo d.C.) per la spiegazione delle divergenze nelle genealogie di Cristo secondo i vangeli di Matteo e Luca. La frase riguardante Nazaret afferma: "Fra loro [gli Ebrei] si trovavano di quelli di cui abbiamo parlato prima, chiamati despÒsunoi per la loro parentela col Salvatore: originari dei villaggi (kèmwn) giudaici di Nazaret (Naz£rwn) e di Kokhaba (Kwcaba) (...)". La frase attribuita da Eusebio a Giulio Africano è interessante poiché Nazareth, come Kohaba, è qui chiamata "villaggo" (greco: kèmh) mentre il Nuovo Testamento si riferisce sempre a Nazaret chiamandola "città" (greco: pÒlij). La differenza è più lessicale che sostanziale, potendo benissimo pÒlij riferire un semplice e piccolo villaggio e in questo senso il termine è impiegato nei vangeli per località che certamente a quel tempo erano soltanto dei villaggi nel senso moderno del termine. Anche la menzione di Kokhaba, sconosciuta, rappresenta un elemento di originalità. Il genitivo è poi reso con Naz£rwn mentre nel Nuovo Testamento è Nazarq/Nazart con tau o theta finale (cfr. Mt. 21:11, Mc. 1:9, At. 10:38, ecc...), anche in quegli autori che usano a volte la forma Nazar£ (Mt. 4:13 e Lc. 4:16). Eusebio potrebbe dunque realmente essersi basato su una fonte indipendente dai vangeli canonici.



(7) La Jewish Encyclopedia riporta che la prima menzione di Kalir da fonti letterarie compare in un responso di Natronai Gaon, databile all'853 d.C. circa. Circa il periodo in cui visse la stessa Jewish Encyclopedia annota: "Kalir's time may be fixed with some probability as the second half of the seventh century".



(8) Maria-Luisa Rigato, Il titolo della croce di Gesù: confronto tra i Vangeli e la Tavoletta-reliquia della Basilica Eleniana a Roma, Pontificia Università Gregoriana, Roma, 2003, ISBN 8876529691, 9788876529696 (in parte disponibile su Google Books). Di speciale interesse il cap. III, a pag. 52.



(9) V. Messori, Ipotesi su Gesù, SEI, Torino, 1976, edizione del 2001, pag. 191. Per la datazione al III/IV secolo dopo Cristo si veda il Nuovo Dizionario Enciclopedico illustrato della Bibbia, ediz. PIEMME, in cui è citato come fonte l'articolo di Avi-Yonah. Anche nel libro di M.L. Rigato citato in precedenza (pag. 54) si fa riferimento alla data del III/IV sec. d.C., originariamente proposta dallo stesso Avi-Yonah.



(10) Vedi J. Pakkala, S. Münger, J. Zangenberg, Tel Kinrot Excavations, Kinneret Regional Project, Report 2, 2004. Le conclusioni di questi studiosi che hanno operato nella zona di Tel-Kinrot, vicino alla sponda nord occidentale del Mare della Galilea, affermano chiaramente che non vi è traccia presso quel sito archeologico di resti di edifici pubblici - o altre caratteristiche che si rintracciano nelle città antiche riportate alla luce dagli scavi archeologici - dal tempo della conquista assira della Palestina, nel VII sec. a.C.



(11) C.P. Thiede, I rotoli del Mar Morto e le radici ebraiche del Cristianesimo, Mondadori, 2003, pp. 191-192. Thiede in questo libro però non riporta alcuna indicazione sulle fonti utilizzate per giungere alla sua conclusione su Genèsaret, così non sappiamo su quali basi si fondano le asserzioni del papirologo tedesco. Il toponimo greco Gennhsar è utilizzato da Giuseppe Flavio (Bell. Iud.) e 1 Macc. 11:67 per il lago di Gennesaret, chiamato anche mare della Galilea dal Nuovo Testamento, oppure lago di Tiberiade sia da Giuseppe Flavio che dal Nuovo Testamento. Giuseppe utilizza tale nome non solo per il lago, ma anche per riferirsi alla regione, molto fertile, che si trovava sulla sponda nord-occidentale del mare della Galilea ma non sembra conoscere alcuna cittadina con tale nome. Il Nuovo Testamento conosce il lago di Gennesaret (Lc. 5:1) ma è oggetto di discussione se intenda citare anche una vera o propria città piuttosto che una terra o regione di Gennesaret (Mt. 14:34 // Mc. 6:53). La questione è anche correlata al frammento 7Q5.

(12) Nella maggior parte dei casi ricorre nel Talmud la forma גינסר (Talmud Babli: Meghillà 6a, Baba Batra 122a, Eruvin 30a, Pesachim 8b; Talmud Yerushalmi: Meghillà 2a, Chaghigàh 9b, ecc...; Targum pseudo Yonathan: Deut. 33:23; Targum Yonathan: Giosuè 11:2, 12:3, 13:27, 1Re 15:20, Ezech. 39:11; Targum Yerushalmi: Num. 34:11, Deut. 33:23). Abbiamo casi in cui il toponimo è trascritto senza yod, גנסר, Talmud Babli Niddà 20a, Bereshit Rabbàh 95:17 e Mishnà Messachot 3:7. Qualche manoscritto riporta la doppia yod ma si tratta di eccezioni o errori scribali (גיניסר). In letteratura il toponimo è sempre riportato con resh finale e samech.



(13) Cfr. M.L. Rigato, op. cit., pag. 59, nota 19.

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Fonte:http://digilander.libero.it/Hard_Rain/Nazaret.htm

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xmanx
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miiiiiiiiiiiiiiiiiii.......ancora ste fobie?
ma che ti hanno fatto i nazarettiani?
vabbè, come vuoi. Ho capito che ti stanno sulle balle.
Faccio una telefonata e la faccio spazzare via dalla faccia della terra da una squadriglia di B-52. Sei contenta?

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Sabine
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Ahahahahhaha...no era solo perchè mi avevi chiesto documenti specifici...e io mantengo sempre le promesse.... BeautyfulSuina

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xmanx
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mi ci vorranno minimo minimo 2 anni per leggere tutto quello che hai scritto
Ho solo 2 neuroni e uno è già superimpegnato. Per cui mi tocca usare anche l'altro.
Ma quando lavorano insieme fanno un sacco di casino.

Due anni! Tu intanto stai lì eh. Non ti muovere! Mad2

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hakimsanai43
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Nel sito degli Ebrei:
www.chabad.it
c'è la rubrica:"La posta del Rabbino."
Cliccate e viene fuori la carta geografica d'Italia con segnate le città Italiane dove c'è un Rabbino che risponderà alla vostra e-mail.
Chiedete al Rabbi più vicino alla vostra città ciò che significa Na-zar ed egli vi risponderà che significa:"Non di questo mondo".
Poi chiedetegli ciò che significa bar-Abba e vi risponderà che significa:"Figlio di Dio".

scratch scratch scratch

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Shai
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bar-Abba dovrebbe essere figlio del Padre ;)

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Sabine
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@xmanx ha scritto:
mi ci vorranno minimo minimo 2 anni per leggere tutto quello che hai scritto
Ho solo 2 neuroni e uno è già superimpegnato. Per cui mi tocca usare anche l'altro.
Ma quando lavorano insieme fanno un sacco di casino.

Due anni! Tu intanto stai lì eh. Non ti muovere! Mad2

Ahahahahhahah...
Io aspetto...chi si muove...;)....


@hakimsanai43 ha scritto:Nel sito degli Ebrei:
www.chabad.it
c'è la rubrica:"La posta del Rabbino."
Cliccate e viene fuori la carta geografica d'Italia con segnate le città Italiane dove c'è un Rabbino che risponderà alla vostra e-mail.
Chiedete al Rabbi più vicino alla vostra città ciò che significa Na-zar ed egli vi risponderà che significa:"Non di questo mondo".
Poi chiedetegli ciò che significa bar-Abba e vi risponderà che significa:"Figlio di Dio".

scratch scratch scratch

Scusa Hakim...ma Bar-Abba è Figlio del Padre...

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xmanx
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
Minchia!
Non riuscite nemmeno a mettervi d'accordo su una parola.
Figuriamoci su un intero discorso....o su un libro. O su una biblioteca.

Che pirla che sono!
Come fanno a mettersi d'accordo due persone che parlano casualmente. L'accordo sarebbe del tutto casuale. E quindi, matematicamente impossibile.

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Sabine
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Viandante Residente
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@xmanx ha scritto:Minchia!
Non riuscite nemmeno a mettervi d'accordo su una parola.
Figuriamoci su un intero discorso....o su un libro. O su una biblioteca.

Che pirla che sono!
Come fanno a mettersi d'accordo due persone che parlano casualmente. L'accordo sarebbe del tutto casuale. E quindi, matematicamente impossibile.

Non ti distrarre X che sennò ce ne vogliono tre di anni...e io ho già fame...

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10
Sabine
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Viandante Residente
Viandante Residente
@hakimsanai43 ha scritto:Nel sito degli Ebrei:
www.chabad.it
c'è la rubrica:"La posta del Rabbino."
Cliccate e viene fuori la carta geografica d'Italia con segnate le città Italiane dove c'è un Rabbino che risponderà alla vostra e-mail.
Chiedete al Rabbi più vicino alla vostra città ciò che significa Na-zar ed egli vi risponderà che significa:"Non di questo mondo".
Poi chiedetegli ciò che significa bar-Abba e vi risponderà che significa:"Figlio di Dio".

scratch scratch scratch

In effetti mi hai fatto venire un dubbio...

Dunque le cose stanno così, Abbà è sia un nome proprio aramaico ma anche un modo per dire "Padre". Però in realtà se si intendesse come nome di persona non avrebbe bisogno del prefisso aramaico, invece se fosse Padre, che viceversa non è un nome proprio, avrebbe bisogno del "De" aramaico e quindi avremmo "bar de abba".
Però se fosse Bar de Abba, supponendo che si avesse davanti un testo in aramaico o si fosse in grado di conoscere l'espressione aramaica, non si potrebbe ricavare Barabbas (nominativo) o Barabban (accusativo). Invece, però si potrebbe ricavare da Bar Abba, che in aramaico è figlio di Abba, per traslitterazione.
Tu che dici?

A tal proposito riporto le parole di uno studioso su questo argomento specifico:

bar Abba è così comune nella letteratura ebraica che chiunque lo sente pensa subito ad un patronimico. Bar Abba inteso come figlio di D-o, (chiamato padre come titolo o nome proprio), è un'espressione sconosciuta nell'ebraismo. Uno può rivolgersi a D-o chiamandolo Abba, ma mai chiamerebbe un terzo figlio del Padre. Abba come Padre riferito a D-o ha sapore di cristianesimo per distinguere la persona del padre nel dogma della trinità. Non riesco a spiegartelo meglio di così, qualche altro ebreo potrà fare meglio di me,

ci provo con la sintassi.

Il sostantivo Abba in aramaico fa parte di quei sotantivi che esistono solo determinati, l'articolo deteminativo consiste di un alef finale. Apparentemente potrebbe sembrare che significa "il Padre", ma in pratica non è così, come non è così per ar'à che significa la terra, terra. Padre, madre e terra in aramaico designano conceti determinati già di per se , come ognuno di noi ha un solo padre, una sola madre e una è la terra. Se abbiamo un nome di persona così comune perché tanti rabbini si chiamavano Abba, per distinguere l'Abba di cui parliamo, cioè D-o, da quelli di tutti questi rabbini dobbiamo ricorrere ad una determinazione,ma non tanto al determinativo del Padre, perchè tutti siamo figli di un padre, ognuno di noi ha suo padre, qui il particolare è il figlio che lo si vuole figlio di D-o. Come ricordato in aramaico non abbiamo questo concetto, non è mai usata un'espressione simile, si direbbe figlio di D-o, non figlio del Padre. Abba generalmente significa padre mio, per usare questo termine in terza persona bisogna ricorrere ad una speciale costruzione della frase. Se dico barà deAbba intendo dire: quel particolare figlio che è Suo figlio del Padre. Il determinativo si applica al figlio che da bar diviene barà o (anche berè o berà). Facendo precedere la dalet ad Abba si intende l'appartenenza: il figlio del Padre, così facendo ho determinato anche il Padre.

Anche se Abba come nome aramaico è una cosa che è venuta fuori negli ultimi anni attraverso gli studi di Elisha Kimron, in effetti mi sento decisamente più portata a pensare che sia "Figlio del Padre"...

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hakimsanai43
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@Shai ha scritto:bar-Abba dovrebbe essere figlio del Padre ;)
:.-8:
Sì ma anche nel senso di Dio Padre.
Dunque:
Domenica delle palme:tutti attorno a Gesù e cantano"Osanna nell'alto dei cieli,osanna al figlio di David."
4 giorni dopo:"Crocifiggilo! Crocifiggilo!"
Può esistere una cosa simile? Cambiata completamente idea in 4 giorni.
I voltagabbana più bravi del mondo sono gli Italiani ma hanno rinnegato Mussolini in 6 mesi non in 4 giorni!

Concludo in modo criptico,tanto tu intuirai la verità:

Ponzio Pilato:"Chi volete che vi liberi? Johsua il Messìa Guerriero o Johsua il Figlio di Dio(bar-Abba)"
Il Popolo:"Libera il figlio di Dio (bar-Abba)! Salva il figlio di Dio!!"
E il Figlio di Dio fu salvato ed emigrò in India,mentre Johsua il Messìa Guerriero
fu crocifisso.

Da:"Gesù,Profeta dell'Islam" di Muhammad Ata ur-Rahim,docente di Storia
all'Università di Karachi (Pakistan)

confused scratch confused

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Shai
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Viandante Affezionato
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Sì eravamo già arrivati a questa conclusione, in cui sulla croce (pena inflitta solo ai ribelli) era finito il capo dei partigiani galilei, discendente della casa di Davide e quindi vero erede al trono.
Infatti sulla croce venne affisso INRI Gesù (o più probabilmente Giovanni l'Asmoneo IOANNES come IESUS) il Nazireo Re dei Giudei, crocifisso non con due ladroni, ma con due dei suoi "generali".

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hakimsanai43
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Ma il Cristo della mitologia romana è veramente sulla croce.
Ma....come si chiamano le 4 braccia della croce?

Si chiamano Toro (Luca)

Leone (Marco)

Aquila o Scorpione (Giovanni)

Acquario (Matteo)

E in questi anni stiamo entrando nell'era dell'Acquario.

scratch

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Shai
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Sono i 4 Elementi della Magia Europea: Acqua (Angelo), Fuoco (Leone), Aria (Aquila) e Terra (Toro)

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hakimsanai43
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Viandante Storico
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In un antico testo cristiano sopravvissuto al rogo della Biblioteca di Alessandria,si legge che ogni volta che i discepoli chiedono qualcosa sul futuro a gesù,lui risponde sempre allo stesso modo:

"Succederà fra due volte mille anni."

E i Veggenti sono tutti contenti perchè Gesù dà ragione a loro riguardo l'Era dell'Acquario.

inchino

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Shai
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Viandante Affezionato
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Non so perchè sono contenti... i veggenti non esistono, non esiste nemmeno Gesù... e pure il tempo non esiste... manco la biblioteca di Alessandria non è mai esistita... e se è esistita era costituita da un mucchio di papiri e pergamene scritte da persone mai esistite.

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