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NinfaEco
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Una costante che fa da sfondo all’intera storia del carnevale, è ciò che mi ha sempre colpito di questa festa quando: la sospensione completa della logica del giorno.
L’essenza del carnevale sta nella legittimazione controllata del disordine. L’irruzione dell’irrazionale è controllata perché circoscritta ad un ambito temporale in cui consapevolmente viene sovvertito l’ordine costituito all’interno della logica del riso.
Il rimosso può tornare ed invadere il mondo che “l’Io collettivo” controlla, il principio di piacere sbrigliarsi dal gioco del principio di realtà Tutto è possibile per chè un “super io” sociale non troppo severo lascia giocare per un po’ l’Es, purchè non dimentichi di rimanere al suo posto a festa finita.
Come nell’economia della psiche individuale, così all’interno delle varie civiltà il problema del ritorno del rimosso deve essere gestito in modo da garantire nel contempo l’ordine, il controllo e il piacere. Ecco così che le civiltà più felici, e le persone più felici, saranno quelle che sapranno ritagliare fette di follia all’interno della loro struttura. L’ordine insidia il disordine, e viceversa… ma è anche verò che ambedue collassano senza la presenza dell’altro. Si tratta di esigenze umane, che hanno realtà psichica e che si esprimono a livello culturale. Entrambe vanno soddisfatte e l’equilibrio meglio noto come salute, si regge su questo filo.
Paradossalmente proprio oggi, abbiamo maggiori problemi con tutto questo. Il rischiaramento totale non rende molto felici.

Queste le mie considerazioni.
E attendo le vostre.

Ora la storia fino al medioevo.

Attendo le vostre idee e magari la continuazione della storia del carnevale, la storia delle maschere delle vostre parti...... o di altri popoli. Anche i vostri carnevali sarebbe bello sentirseli raccontare.
Insomma fate vobis.
In questo thread il mondo è alla rovescia.
Via libera irruzione controllata della Follia.






Ultima modifica di NinfaEco il Mer 2 Mar 2011 - 15:46, modificato 2 volte (Motivazione : Mi piaceva il neretto....)

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2
NinfaEco
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Il carnevale rappresenta da sempre una festa del popolo, che si contrappone alle festività religiose ufficiali. È un momento in cui vige la più assoluta libertà e tutto diviene lecito: ogni gerarchia decade per lasciare spazio alle maschere, al riso, allo scherzo e alla materialità. Lo stesso mascherarsi rappresenta un modo attraverso il quale uscire dal quotidiano, disfarsi del proprio ruolo sociale, negare sé stessi per divenire altro.

Le prime manifestazioni che ci ricordano il carnevale nel mondo risalgono a 4000 anni fa. Gli Egizi, furono i primi ad ufficializzare una tradizione carnevalesca, con feste, riti e pubbliche manifestazioni in onore della dea Iside, che presiedeva alla fertilità dei campi e simboleggiava il perpetuo rinnovarsi della vita. I festeggiamenti prevedevano un rito sacrificale al dio Nilo, compiuto da una folla in maschera che marciava intonando canti in mezzo ad una sfilata di buoi. Restando sempre nell’antico Egitto incontriamo un altro rito, non cruento, in onore della dea Isis (Iside) che si svolgeva il 5 marzo ove si celebrava cantando, ballando e bevendo, il ritorno della primavera e la ripresa della navigazione.

Questa tradizione viaggiò nel tempo e se ne trovò nuovamente traccia nei Greci che dedicavano un rito al dio del vino Dionisio.
Le "Grandi dionisiache" dal tono particolarmente orgiastico, si tenevano tra il 15 marzo ed il 15 aprile, mese di Elafebolione, in Atene, e segnava il punto culminante del lungo periodo carnevalesco.

Presso i Romani invece la festa cadeva in marzo e dicembre. Caratteristica preminente dei "Saturnali" era la sospensione delle leggi e delle norme che regolavano allora i rapporti umani e sociali. Erano la legittimazione a termine di un modo alla rovescia: gli schiavi diventavano padroni e viceversa e il “Re della Festa”, eletto dal popolo, organizzava i giochi nelle piazze, e dove negli spettacoli i gladiatori intrattenevano il pubblico. Negli anni i Saturnali divennero sempre più importanti, all’origine infatti duravano solo tre giorni, poi sette fi nché, in epoca imperiale, furono portati a quindici. Ai Saturnali si unirono le Opalia, in onore della dea Ope moglie di Saturno, e le Sigillaria, in onore di Giano e Strenia.

La personificazione del carnevale in un essere umano o in un fantoccio, risale, invece, al Medioevo. Ne furono responsabili i popoli barbari che, calando nei paesi mediterranei, determinarono una sovrapposizione, o meglio una simbiosi, di usi e di costumi, assorbiti quindi dalla tradizione locale, che ne ha tramandati alcuni fino ai giorni nostri, mentre altri si sono fatalmente perduti durante il lungo e agitato andare del tempo.
La chiesa cattolica e le autorità ecclesiastiche, pur tollerando le manifestazioni carnevalesche come motivo di svago e di spensieratezza pensarono di spostarlo da dicembre a febbraio, in modo che si potesse collegarlo con la Quaresima (i quaranta giorni che precedono la Pasqua), che a sua volta è legata al primo plenilunio dopo l'equinozio di primavera.




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3
Blasel
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A proposito degli antichi romani che, a proposito dei saturnali, dicevano la locuzione 'Semel in anno licet insanire' che troviamo in vari autori, il cui significato e' 'una volta all'anno e' lecito impazzire', in Orazio la locuzione muta in 'Desipere in loco' che si traduce in 'dimenticare la saggezza nel tempo opportuno'.

I Saturnali dell'antica Roma, si svolgevano in concomitanza con il solstizio d'inverno, per festeggiare la vittoria della luce solare sulle tenebre, cominciando all'incirca una settimana prima di tale evento e terminando il 23 dicembre.

I ministri cattolici, nel tempo, sovvertirono queste feste per dedicarle alla nascita di Cristo che ha portato la luce nel mondo, senza, per altro, permettere che i ruoli padrone-schiavo, venissero invertiti, come accadeva ai tempi dei Saturnali.

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4
NinfaEco
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
@blasel ha scritto:
I ministri cattolici, nel tempo, sovvertirono queste feste per dedicarle alla nascita di Cristo che ha portato la luce nel mondo, senza, per altro, permettere che i ruoli padrone-schiavo, venissero invertiti, come accadeva ai tempi dei Saturnali.


La cristianizzazione delle antiche feste pagane e popolari è stato un processo imponente.
D'altronde per appropriarti di un popolo devi innanzitutto colonizzarne l'immaginario... e quindi scandirne il tempo.

Come cambia a questo punto il rapporto con la follia e il disordine?

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5
NinfaEco
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
......intanto posto questa cosa.


Le maschere maggiori le conosciamo più o meno tutti.
Ci sono però anche maschere meno importanti, magari nate più di recente che caratterizzano alcuni luoghi.
Come quelle più importanti ne esprimono le tradizioni e incarnano figure popolari ben comprensibili a chi ci vive e meno dal di fuori. Si tratta insomma di "tipi", personaggi che attraverso elementi caricaturali del parlare, del comportarsi e del vestire rappresentano per eccesso una parte del popolo.



Ad esempio, conosco bene questa maschera del Cremasco:
"dal Gagèt còl sò Uchèt".

Trattasi di un contadino ciocchettone e parzialmente rincoglionito che si reca al mercato la mattina già bello pieno, con delle oche nel cesto per venderle. Parla con le sue oche, e parla pure da solo. Fa discorsi strampalati con tutti. I Gagi erano proprio i contadini che portavano al mercato l'oca e l'oca, come il porco, era un alimento "dal de da festa". Non dimentichiamoci il proverbio diffuso in questi luoghi: "tirar so 'n oca, l'è cuma tirar so 'n fiol". Ciò spiega in parte il rapporto del Gagèt con le sue oche, che tratta come innamorate e che vuole vendere, ma che insieme non vuol vendere. E' lo stesso rapporto che mia nonn aveva con le sue galline. Il pennuto è vezzeggiato con affetto degno dell'amante degli animali più convinto, ma soltanto perchè nel viziarlo ci si prefigura un arrosto fumante e un buon investimento al mercato.
Il modo di comportarsi del Gagèt è quello delle persone di una volta di quei posti: 4 idee in testa e occhio a pestarle, ma fondamentalmente l'osteria unisce tutti. E' un po' grosso e un po' tonto. Fontamentalmente, lavora come un caprone da una vita pur avendo vissuto solo miseria e va per la sua strada senza farsi domande come i cani quando passeggiano da soli. Crede certamente più a Marx che a Gesù Cristo, ma fondamentalmente accetta la presenza di entrambi, essendo essi troppo in alto per cambiare effettivamente qualcosa nella sua vita, "vu 'l sta an paradis, e l'otre 'l sta di là dal Don"( la parola dom, significa duomo e molti vecchi di queste parti non hanno mai capito che il Don, oltre il quale hanno perso in occasione della campagna di russia i loro figli si chiamasse appunto Don, e non Dom... e che fosse un fiume e non una strana chiesa).
La comicità del Gagèt fa leva sul modo circospetto, l'incedere poco disinvolto e il disagio procurato dal sentirsi in città un pesce fuori dall'acqua, perché è abituato al quotidiano della cascina, mondo dove abitualmente vive.

Comunque per capire bene il tipo,
avete presente i Legnanesi?
Ecco. Il marito della vecchia che ha la figlia bionda....
cioè il personaggio principale (... la moglie, non lui che conta di legno e "l'è semper cioc")



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