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La teiera di Russell

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fantasma76
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Viandante Storico
Viandante Storico
"Se io sostenessi che tra la Terra e Marte c’è una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi purché mi assicuri di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata persino dal più potente dei nostri telescopi. Ma se io dicessi che, posto che la mia asserzione non può essere confutata, dubitarne sarebbe un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe giustamente che sto dicendo fesserie. Se, invece, l’esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità e instillata nelle menti dei bambini a scuola, l’esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all’attenzione dello psichiatra in un’età illuminata o dell’Inquisitore in un tempo antecedente."(La Teiera di Bertrand Russell)

« Il motivo per cui la religione organizzata merita ostilità aperta è che, a differenza della fede nella teiera di Russell, la religione è potente, influente, esente da imposte e inculcata sistematicamente in bambini troppo giovani per difendersi da sé. Niente obbliga i bambini a trascorrere i propri anni formativi memorizzando pazzi libri che parlano di teiere. Le scuole sovvenzionate dal governo non escludono bambini i cui genitori preferiscono teiere di forma sbagliata. I credenti nella teiera non lapidano i non credenti nella teiera, gli apostati della teiera, i blasfemi della teiera. Le madri non mettono in guardia i loro figli sullo sposare dei pagani, i cui genitori credono in tre teiere invece che in una. Le persone che mettono prima il latte non gambizzano quelle che mettono prima il tè. »Richard Dawkins

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2
xmanx
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
Che concentrato di cazzate. scratch
E la cosa patetica è che neppure te ne accorgi. Anzi, ci credi. Esattamente come fosse una religione.

Sei intrinsecamente contraddittorio. Perchè affermando che è assurdo credere in qualcosa che non è dimostrabile, stai implicitamente creando un'altra religione...meno dimostrabile di quella che tu dici che non si puo' dimostrare. E ci credi pure.

Lo so che non hai capito niente. E non me ne stupisco.

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3
fantasma76
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Viandante Storico
Viandante Storico
« Il problema dell'umanità è che gli sciocchi e i fanatici sono estremamente sicuri di loro stessi, mentre le persone più sagge sono piene di dubbi. »
Bertrand Russell

Lo so, tu sei sicuro di aver capito tutto.

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4
xmanx
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
Già.. bella frase. Peccato, per te, che ci sono cose sulle quali hai dimostrato di non avere alcun dubbio.

E dunque illuminaci...quando è lecito avere dubbi? e quando no? Visto che tu hai la scienza infusa (oppure parli anche tu con dio? questo forum ne è pieno)...illuminaci.

E questo dimostra ancora la tua intrinseca contraddittorietà.

Patetico....

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5
fantasma76
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Viandante Storico
Viandante Storico
@xmanx ha scritto:Peccato, per te, che ci sono cose sulle quali hai dimostrato di non avere alcun dubbio.
forse ti confondi con qualcun altro, io sono il dubbio in persona, e non ho verità da venderti, anche se indubbiamente esistono delle verità accertate che diamo per scontato, tipo, 2 rette parallele non si incontrano mai.
Ma dopotutto non ha manco capito che questo è il mio 1° intervento in questa discussione, i 2 precedenti non erano mie contraddizioni come lei erroneamente ha detto, ma le citazioni di 2 filosofi su cui avrei voluto filosofeggiare, d'altronde a Napoli lo sanno tutti che Bertrand Russell credeva a delle eresie, tra la Terra e Marte non c'è una teiera, ma una macchinetta del caffè, quella si che merita venerazione.

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6
BigBossStigazzi
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
oh fantasma è un buon incipit..
subito inquinato da meri agitatori, non ti curar di loro ma guarda e passa,
i due enunciati sono interessanti ed in parte condivisibili, il problema è che l'ostilità aperta alle religioni ufficiali significa guerra di religione o meglio di atei scientisti contro fedeli di ogni tipo, e con la guerra non si cambia mentalità, il problema non è, secondo me, che ci siano allocchi pronti a credere a qualsiasi cosa o stronzi atei che sono a capo di tutte le religioni (perchè di certo papi ed imam non credono a nulla) il problema è perchè ci sia tanta gente che ha bisogno di credere, e di credere in qualsiasi cosa, anche una sacra zolletta di zucchero. Se si verificasse che l'essere umano ha BISOGNO di credere in qualcosa o qualcuno diventerebbe sterile lottare contro quelli che cercano di trarre vantaggio da questo bisogno... forse bisognerebbe non avere più bisogno di credere....

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7
maxxaren
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Viandante Residente
Viandante Residente
Scusa ragazzi se mi intrometto..................
se c'è gente che crede al Chiavaliere...........
niente di più facile credere ad una tazza Sorriso Scemo
L'uomo se si priva anche la possibilità di sognare in qualcosa di migliore, in tutte
le sue forme,le cose che ti rimangono in questo mondo ,sono veramente poche scratch

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8
xmanx
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
Ha parlato Bigosticazzi.
Lui non crede in niente. Ma proprio in niente eh.

Bigos si alza la mattina...e vegeta come una pianta.
Infatti, uno che non crede "davvero" in niente è un vegetale.

Ma questo è un concetto troppo alto perchè tu possa comprenderlo.

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9
BigBossStigazzi
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
ha parlato orapronobis
ma pecchè te devi avvilìre così?
ma pecchè spari cazzate senza capire nè quello che leggi nè quello che scrivi?
Primo io vegeto perchè amo vegetare e credo nella vegetazione se lussureggiante...meglio
sono vivo e vegeto contrariamente ai morti che puzzano e credono al mondo che verrà dopo...
ahahah permanper (o... due x non fanno mica tanto virile, dovresti firmarti almeno ymany) io non ho detto che non credo in niente ho parlato del BISOGNO di credere che è ben diverso dal desiderare di credere nonostante tutto, dal voler o meno credere, dall' ammettere o meno fino a prova contraria, tutti esercizi di libertà personale che fanno bene a chi li fa e agli altri a prescindere da quello in cui si crede, peccato che chi crede nelle religioni monoteiste più diffuse solitamente creda anche di poter usare la sua personale fede per rompere i coglioni agli altri... come stai dimostrando tu che con le tue altezze in cui credi di capire più degli altri non vedi neppure il suolo che calpesti...ma è troppo basso per te del resto

ti faccio un esempio semplice semplice, è come quelli che si sposano per avere la serva o la compagnia davanti alla tv o nel letto, per cui cominciano una relazione per soddisfare un bisogno,
e quelli che si sposano perchè pensano di avere trovato l'amore della propria vita, poi ci saranno tanti bisogni che reciprocamente verranno soddisfatti o meno, ma la motivazione è una scelta libera.
Così ci sono quelli che cominciano a pregare quando scoprono di essere malati e poi se si salvano diventano dei ferventi credenti come l'ex leader dei cccp, questo è BISOGNO di dio
e ci sono quelli che potrebbero fare altro, non sono spinti dalla fame, dalla ricerca di un lavoro, dal potere, non sono malati, non hanno bisogno di imbrancarsi e di sentirsi parte a tutti i costi di una "chiesa di anime" eppure a volte credono in qualcosa, solitamente senza tornaconti, senza bisogno, per amore e senza rompere i coglioni agli altri...quelli che credono così io li apprezzo, il ragazzo nero cresciuto nella missione che si fa prete per sfuggire alla miseria lo capisco, ma non lo apprezzo....CAPISCI? o vuoi rispondermi come tuo solito dimostrando di non aver afferrato nulla di quello che ti ho detto?

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10
xmanx
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
Rompere icoglioni agli altri, come dici tu, è sempre inopportuno.

Questo 3d è nato con una asserzione assoluta: "...la religione organizzata merita ostilità aperta...". Non si è fatta distinzione - come giustamente hai fatto tu - sul "modo" in cui si crede. Ma si è fatta di tutta un'erba un fascio.
Tipico, appunto, di chi ai "fasci" si ispira.
Non sono un religioso, nè un antireligioso. Per questo la posizione di chi - in modo pregiudiziale - spandemerda su tutta una tradizione millenaria mi fa venire l'orticaria.
Perchè non ha capito uncazzo, non ha mai capito uncazzo e non capirà mai uncazzo.

Nessuno vive "senza credere in qualcosa". E, guardacaso, quelli che si son affrettati ad abbattere qualunque sentimento religioso, hanno poi innalzato un altro totem....se stessi e le proprie idee "innovative"

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11
BigBossStigazzi
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
sei troppo sicuro di quello che dici per non fare parte della categoria di cui tu hai enunciato le caratteristiche, come ho detto con tutti coloro che danno giudizi di "mai" e "sempre" come i tuoi... se vivi bene così continua pure ma per carità lascia vivere gli altri per cui la vita è grossomodo l'unico lusso (soprattutto se rispondi a me vedi di capire quello che ho scritto io, altrimenti fai di tutta l'erba un fascio!)

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12
purplebunny
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Viandante Storico
Viandante Storico
La teiera di Russell ricorda anche il drago invisibile di Carl Sagan.

Carl Sagan in Il mondo infestato dai démoni. La scienza e il nuovo oscurantismo, Baldini e Castoldi 1997, cap 10, pp 216-239 ha scritto:«Nel mio garage c’è un drago che sputa fuoco». Supponiamo (sto seguendo un approccio di terapia di gruppo praticato dallo psicologo Richard Franklin) che io vi dica seriamente una cosa del genere. Senza dubbio voi vorreste verificarla, vedere il drago con i vostri occhi. Nel corso dei secoli ci sono state innumerevoli storie di draghi, ma nessuna vera prova. Che opportunità fantastica!

«Ce lo mostri», mi dite. Vi conduco nel mio garage. Voi guardate e vedete una scala, dei barattoli vuoti, un vecchio triciclo, ma nessun drago. «Dov’è il drago?» chiedete. «Ah, è proprio qui», vi rispondo, facendo dei cenni vaghi. «Dimenticavo di dirvi che è un drago invisibile». Voi proponete di spargere della farina sul pavimento del garage per renderne visibili le orme. «Buona idea», dico io, «ma questo è un drago che si libra in aria». Allora proponete di usare dei sensori infrarossi per scoprire il suo fuoco invisibile. «Idea eccellente, se non fosse che il fuoco invisibile è anche privo di calore». Voi proponete allora di dipingere il drago con della vernice spray per renderlo visibile.

«Purtroppo, però, è un drago incorporeo e la vernice non fa presa su di lui». E così via. A ogni prova fisica che voi proponete, io ribatto adducendo una speciale spiegazione del perché essa non funzionerà.

Ora, qual è la differenza fra un drago volante invisibile, incorporeo, che sputa un fuoco privo di calore e un drago inesistente? Che senso ha la mia asserzione dell’esistenza del drago se non esiste alcun modo per invalidarla, alcun esperimento concepibile per confutarla? Il fatto che non si possa dimostrare che la mia ipotesi è falsa non equivale certo a dimostrare che è vera. Le affermazioni che non possono essere sottoposte al test dell’esperienza, le asserzioni non «falsificabili», non hanno alcun valore di verità, per quanto possano ispirarci o stimolare il nostro senso del meraviglioso. Quello che io vi chiedo, dicendovi che nel mio garage c’è un drago, è in pratica di credermi sulla parola, in assenza di alcuna prova.

(...)

La "favola" continua. Potete leggere tutto l'estratto qui:
http://www.uaar.it/ateismo/contributi/01.html

BeautyfulSuina

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13
fantasma76
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Viandante Storico
Viandante Storico
Pascal, Pensieri S. 164; B. 233



164. Infinito, nulla. La nostra anima vien gettata nel corpo, dove trova numero, tempo, dimensioni. Essa vi ragiona sopra, e chiama tutto ciò natura, necessità, e non può credere altro.

L'unità aggiunta all'infinito non lo accresce menomamente, non piú che la misura di un piede a una misura infinita. Dinanzi all'infinito, il finito si annichila e diventa un puro nulla. Cosí il nostro spirito davanti a Dio e la nostra giustizia davanti alla giustizia divina.

Tra la nostra giustizia e quella di Dio non c'è una sproporzione cosí grande come tra l'unità e l'infinito.

La giustizia di Dio dev'essere immensa come la sua misericordia. Ora, la giustizia verso i reprobi è meno immensa e deve urtarci meno della misericordia verso gli eletti.

Noi sappiamo che esiste un infinito, e ne ignoriamo la natura. Dacché sappiamo che è falso che i numeri siano finiti, è vero che c'è un infinito numerico. Ma non sappiamo che cosa è: è falso che sia pari, è falso che sia dispari, perché, aggiungendovi l'unità, esso non cambia natura. Tuttavia, è un numero, e ogni numero è pari o dispari (vero è che ciò s'intende di ogni numero finito). Perciò si può benissimo conoscere che esiste un Dio senza sapere che cos'è.

Forse che non c'è una verità sostanziale, dacché vediamo tante cose che non sono la stessa verità?

Noi conosciamo, dunque, l'esistenza e la natura del finito, perché siamo finiti ed estesi come esso. Conosciamo l'esistenza dell'infinito e ne ignoriamo la natura, perché ha estensione come noi, ma non limiti come noi. Ma non conosciamo né l'esistenza né la natura di Dio, perché è privo sia di estensione sia di limiti.

Tuttavia, grazie alla fede ne conosciamo l'esistenza, nello stato di gloria ne conosceremo la natura. Ora, ho già dimostrato che si può benissimo conoscere l'esistenza di una cosa, senza conoscerne la natura.

Parliamo adesso secondo i lumi naturali.

Se c'è un Dio, è infinitamente incomprensibile, perché, non avendo né parti né limiti, non ha nessun rapporto con noi. Siamo, dunque, incapaci di conoscere che cos'è né se esista. Cosí stando le cose, chi oserà tentare di risolvere questo problema? Non certo noi, che siamo incommensurabili con lui.

Chi biasimerà allora i cristiani di non poter dar ragione della loro credenza, essi che professano una religione di cui non possono dar ragione? Esponendola al mondo, dichiarano che è una stoltezza, stultitiam; e voi vi lamentate che non ne diano le prove! Se la provassero, mancherebbero di parola: solo difettando di prove, non difettano di criterio.

“Sta bene, ma, sebbene ciò serva a scusare coloro che la presentano come tale, e li assolva dalla taccia di presentarla senza ragione, non scusa per coloro che la accolgono”.

Esaminiamo allora questo punto, e diciamo: “Dio esiste o no?” Ma da qual parte inclineremo? La ragione qui non può determinare nulla: c'è di mezzo un caos infinito. All'estremità di quella distanza infinita si gioca un giuoco in cui uscirà testa o croce. Su quale delle due punterete? Secondo ragione, non potete puntare né sull'una né sull'altra; e nemmeno escludere nessuna delle due. Non accusate, dunque, di errore chi abbia scelto, perché non ne sapete un bel nulla.

“No, ma io li biasimo non già di aver compiuto quella scelta, ma di avere scelto; perché, sebbene chi sceglie croce e chi sceglie testa incorrano nello stesso errore, sono tutte e due in errore: l'unico partito giusto è di non scommettere punto”.

Sí, ma scommettere bisogna: non è una cosa che dipenda dal vostro volere, ci siete impegnato. Che cosa sceglierete, dunque? Poiché scegliere bisogna, esaminiamo quel che v'interessa meno. Avete due cose da perdere, il vero e il bene, e due cose da impegnare nel giuoco: la vostra ragione e la vostra volontà, la vostra conoscenza e la vostra beatitudine; e la vostra natura ha da fuggire due cose: l'errore e l'infelicità. La vostra ragione non patisce maggior offesa da una scelta piuttosto che dall'altra, dacché bisogna necessariamente scegliere. Ecco un punto liquidato. Ma la vostra beatitudine? Pesiamo il guadagno e la perdita, nel caso che scommettiate in favore dell'esistenza di Dio. Valutiamo questi due casi: se vincete, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla. Scommettete, dunque, senza esitare, che egli esiste.

“Ammirevole! Sí, bisogna scommettere, ma forse rischio troppo”.

Vediamo. Siccome c'è eguale probabilità di vincita e di perdita, se aveste da guadagnare solamente due vite contro una, vi converrebbe già scommettere. Ma, se ce ne fossero da guadagnare tre, dovreste giocare (poiché vi trovate nella necessità di farlo); e, dacché siete obbligato a giocare, sareste imprudente a non rischiare la vostra vita per guadagnarne tre in un giuoco nel quale c'è eguale probabilità di vincere e di perdere. Ma qui c'è un'eternità di vita e di beatitudine. Stando cosí le cose, quand'anche ci fosse un'infinità di casi, di cui uno solo in vostro favore, avreste pure sempre ragione di scommettere uno per avere due; e agireste senza criterio, se, essendo obbligato a giocare, rifiutaste di arrischiare una vita contro tre in un giuoco in cui, su un'infinità di probabilità, ce ne fosse per voi una sola, quando ci fosse da guadagnare un'infinità di vita infinitamente beata. Ma qui c'è effettivamente un'infinità di vita infinitamente beata da guadagnare, una probabilità di vincita contro un numero finito di probabilità di perdita, e quel che rischiate è qualcosa di finito. Questo tronca ogni incertezza: dovunque ci sia l'infinito, e non ci sia un'infinità di probabilità di perdere contro quella di vincere, non c'è da esitare: bisogna dar tutto. E cosí, quando si è obbligati a giocare, bisogna rinunziare alla ragione per salvare la propria vita piuttosto che rischiarla per il guadagno infinito, che è altrettanto pronto a venire quanto la perdita del nulla.

Invero, a nulla serve dire che è incerto se si vincerà, mentre è certo che si arrischia; e che l'infinita distanza tra la certezza di quanto si rischia e l'incertezza di quanto di potrà guadagnare eguaglia il bene finito, che si rischia sicuramente, all'infinito, che è incerto. Non è cosí: ogni giocatore arrischia in modo certo per un guadagno incerto; e nondimeno rischia certamente il finito per un guadagno incerto del finito, senza con ciò peccare contro la ragione. Non c'è una distanza infinita tra la certezza di quanto si rischia e l'incertezza della vincita: ciò è falso. C'è, per vero, una distanza infinita tra la certezza di guadagnare e la certezza di perdere. Ma l'incertezza di vincere è sempre proporzionata alla certezza di quanto si rischia, conforme alla proporzione delle probabilità di vincita e di perdita. Di qui consegue che, quando ci siano eguali probabilità da una parte e dall'altra, la partita si gioca alla pari, e la certezza di quanto si rischia è eguale all'incertezza del guadagno: tutt'altro, quindi, che esserne infinitamente distante! E, quando c'è da arrischiare il finito in un giuoco in cui ci siano eguali probabilità di vincita e di perdita e ci sia da guadagnare l'infinito, la nostra proposizione ha una validità infinita. Ciò è dimostrativo; e, se gli uomini son capaci di qualche verità, questa ne è una.

“Lo riconosco, lo ammetto. Ma non c'è mezzo di vedere il di sotto del giuoco?”.

Sí, certamente, la Scrittura e il resto.

“Sta bene. Ma io ho le mani legate, e la mia bocca è muta; sono forzato a scommettere, e non sono libero; non mi si dà requie, e sono fatto in modo da non poter credere. Che volete, dunque, che faccia?”

È vero. Ma riconoscete almeno che la vostra impotenza di credere proviene dalle vostre passioni, dacché la ragione vi ci porta, e tuttavia non potete credere. Adoperatevi, dunque, a convincervi non già con l'aumento delle prove di Dio, bensí mediante la diminuzione delle vostre passioni. Voi volete andare alla fede, e non ne conoscete il cammino; volete guarire dall'incredulità, e ne chiedete il rimedio: imparate da coloro che sono stati legati come voi e che adesso scommettono tutto il loro bene: sono persone che conoscono il cammino che vorreste seguire e che son guarite da un male di cui vorreste guarire. Seguite il metodo con cui hanno cominciato: facendo cioè ogni cosa come se credessero, prendendo l'acqua benedetta, facendo dire messe, ecc. In maniera del tutto naturale, ciò vi farà credere e vi impecorirà.

“Ma è proprio quel che temo”.

E perché? che cosa avete da perdere? Ma, per dimostrarvi che ciò conduce alla fede, sappiate che ciò diminuirà le vostre passioni, che sono i vostri grandi ostacoli.

Fine di questo discorso. Ora, qual male vi capiterà prendendo questo partito? Sarete fedele, onesto, umile, riconoscente, benefico, amico sincero, veritiero. A dir vero, non vivrete piú nei piaceri pestiferi, nella vanagloria, nelle delizie; ma non avrete altri piaceri? Vi dico che in questa vita ci guadagnerete; e che, a ogni nuovo passo che farete in questa via, scorgerete tanta certezza di guadagno e tanto nulla in quanto rischiate, che alla fine vi renderete conto di avere scommesso per una cosa certa, infinita, per la quale non avete dato nulla.

“Oh! codesto discorso mi conquista, mi esalta, eccetera”.

Se questo discorso vi piace e vi sembra valido, sappiate che è fatto da un uomo che si è messo in ginocchio prima e dopo, per pregare quell'Essere infinito e senza parti, al quale sottomette tutto il suo essere, affinché si sottometta anche il vostro, per il vostro bene e per la sua gloria, e che, quindi, la sua forza si accorda con questa umiliazione.

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fantasma76
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Viandante Storico
Viandante Storico
Prova morale

dell'esistenza di dio

Blaise Pascal, in uno dei suoi "Pensieri" (Infinito, nulla), dichiarò che le questioni religiose non si affrontano bene con la razionalità: meglio usare approcci meno nobili, quali il guadagno. Così si inventò una teologia basata sul gioco d'azzardo, una scommessa sull'esistenza di dio. E la chiamò "prova morale dell'esistenza di dio". Io l'ho schematizzata così:
VINCO PERDO
DIO ESISTE VADO IN PARADISO

(Vincita infinita)
SPRECO LA VITA

(Perdita finita)
DIO NON ESISTE MI GODO LA VITA

(Vincita finita)
VADO ALL'INFERNO

(Perdita infinita)



La scommessa più redditizia sarebbe dunque credere in dio, giacché se vinco il guadagno è infinito (il paradiso) mentre la perdita consiste solo nell'aver sprecato la vita.

Viceversa, se scommetto che dio non esiste, in caso di vincita il mio guadagno è finito (una bella vita) ma se perdo andrò per sempre all'inferno.

Da un punto di vista matematico, però, le cose sono diverse.

Pascal confonde infatti "la probabilità" che accada un evento, con "l'utilità" ad esso associata. Agli inizi storici della Teoria della probabilità si pensava che l'aspettativa del guadagno fosse il prodotto fra il guadagno ottenibile e la probabilità di ottenerlo.

Facciamo un esempio:

Mi offrono la possibilità di giocare (teoricamente all'infinito) con una moneta a testa/croce raddoppiando la vincita fino a che non esce testa la prima volta.

Però, per giocare, io devo pagare un prezzo, un biglietto di partecipazione. Il problema è: quanto sono disposto a pagare per poter giocare?

Esaminiamo le probabilità:

Come si nota, le probabilità di ogni giocata sono costanti (sempre 1/2), quindi l'aspettativa al guadagno del giocatore a ogni tiro è sempre la stessa.

Però, man mano che si gioca, la probabilità di arrivare alla vincita finale di dimezza, teoricamente potrebbe arrivare all'infinito.

Ciò porta a un ragionamento paradossale: il giocatore potrebbe essere disponibile a pagare qualunque "biglietto" per poter giocare, ma ciò significa che quanto più paga meno diventa la probabilità di riuscire a guadagnare più di quanto ha pagato.



La soluzione è che il valore del denaro dipende da quanto se ne possiede: rispetto a una somma X uno che ne ha molto dice che X è poco, uno che ha poco denaro dirà che X è molto.

L'aspettativa del guadagno va quindi calcolata non moltiplicando la probabilità per il guadagno effettivo ma per quello che per lui vale, che è l'utilità.



Tornando a Pascal, il suo argomento si presta più alla "Teoria dei giochi" che non a quella della probabilità.

I giocatori sono 2: Dio e l'uomo.

Dio può scegliere fra rivelarsi o no; l'uomo può scegliere se credere in dio o no.

Il ragionamento di dio è: per me è meglio che l'uomo creda senza rivelazione. Se però l'uomo sceglie di non credere, è comunque buono che lo faccia in assenza di rivelazione giacché non credere di fronte alla rivelazione è peggio.

Il ragionamento dell'uomo è: la cosa migliore è che dio si riveli e l'uomo creda, la cosa peggiore è che dio si riveli e l'uomo non creda.

Il problema è: che fare nel caso in cui dio non si riveli?

Pascal suggerisce che per l'uomo sia meglio credere anche nel caso che dio non gli si riveli.

La Teoria dei giochi prevede una opzioni irrinunciabile, detta dominante: è la preferenza del giocatore a prescindere da ciò che fa l'avversario. A seguire Pascal, credere è irrinunciabile per l'uomo, giacché si pone che sia impossibile non credere se dio si rivela; tuttavia non può essere questa l'unica opzione: lo stesso apostolo Tommaso non credeva se non ci metteva il dito!

Nel caso di Tommaso, non è irrinunciabile credere, giacché se dio non si rivela è meglio non credere.

E non è irrinunciabile neppure non credere, giacché se dio si rivela è meglio credere.

Quindi, in questo caso, non esistono comportamenti irrinunciabili. Per cui la scommessa di Pascal è un bluff (lo dicono William James e Antonio Gramsci).
http://www.calogeromartorana.it/pascal.htm

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fantasma76
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Viandante Storico
Viandante Storico
Non so se al tempo di Pascal c'erano tutte queste religioni, ma che succede se uno si brucia un intera vita credendo alla religione sbagliata?
Perde la scommessa 2 volte, e perde la vita terrena e quella infinita?

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Lucio Musto
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
Troppo divertente questo thread... mi ci sono fatto un sacco di risate!

Naturalmente non mi permetto di intervenire. E' filosofia pura, troppo elevata, per me.

Ma ugualmente voglio dare un mio piccolo contributo riportando un vecchio bozzetto che scrissi anni fa col titolo de "IL TEOREMA Di AFFONZO".

Naturalmente autorizzo Moderatori ed Admin a cancellare questo mio intervento se di turbativa alla alata discussione.

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MEDIAMENTE

(moderna enunciazione del
"TEOREMA D'AFFONZO")

a cura di Lucio Musto
anno 2000

1) Enunciazione
tra un buon credente ed un buon ateo, escatologicamente parlando, l'ateo è, “mediamente”, perdente.

2) precisazioni:
a) nel contesto, chiamiamo "buon credente” chi coerentemente vive la sua vita presupponendo un'esistenza trascendente la morte fisica.

b) nel contesto, chiamiamo "buon ateo" chi coerentemente vive la sua vita presupponendo essa vita conclusa in sé.

c) per semplicità esposizione (e solo per questo!) trascuriamo i casi intermedi di credenti ed atei "mediocri", cioè di quelli che vivono una vita poco o nulla coerente. Questi sono sì la maggioranza dei soggetti reali, ma talmente sfumati da presentare un arcobaleno di situazioni diverse da considerare: molto oltre i limiti del nostro discorso. Solo di sfuggita osserveremo che se all'insoddisfatto credente può dar sollievo la speranza di redenzione in un'esistenza successiva, all'ateo manca anche questa consolazione.

3) dimostrazione:
per come li abbiamo definiti, si può senz'altro affermare che l'uno e l'altro dei nostri soggetti, appunto perché "buoni", cioè a dire "validi campioni nelle rispettive categorie di appartenenza", salvo accidentali casualità del tutto irrilevanti ai fini di questa dimostrazione, giungeranno al termine della loro esistenza organica centralmente organizzata, comunemente chiamata vita, compiutamente soddisfatti del suo scorrere e paghi del proprio rapportarsi ad essa. Cioè, per dirla in termini correnti, ognuno di loro potrà affermare: "ho campato come ho scelto, e mi va bene così".


Conseguente ovvio corollario di tali soddisfacenti e gratificanti esistenze è una sostanziale situazione di parità. A questo punto dell'analisi, cioè al momento della morte, nessuno dei due soggetti è preferibile all'altro; resta da definire solo la questione delle aspettative future. Cioè che mentre l'ateo non prevede null'altro che l'annichilimento, il credente si aspetta “cieli nuovi e terre nuove" come la sua fede gli ha promesso.Senza invischiarci affatto in questioni di teologia, né naturale né rivelata, senza nemmeno preoccuparci di percentuali probabilistiche, ci basterà semplicemente affermare:

Può aver ragione il credente (e la sua ragione sarà valida per entrambi).
Può aver ragione l'ateo (e la sua ragione sarà valida per entrambi).

La conclusione sembrerebbe presentarsi quindi bifida; ma andiamo a verificare:

a) Se ha ragione il credente, cioè a dire se al termine della vita terrena c'è effettivamente un'altra vita, spirituale o meno che sia: Lui (il credente) vince la gara, va nel posto che il Supremo gli ha preparato, “Paradiso" o “Nirvana” o comunque si chiami, mentre il povero ateo perde e si fotte.

b) Se ha ragione l'ateo, se cioè dopo che la persona ha esalato l'ultimo respiro non c'è per nessuno null'altro da fare che dissolversi in atomi di nulla, il nostro povero ateo non può neppure sbeffeggiare il suo avversario perché... puff! tutto è finito e non ha più senso parlare di trionfo e sconfitta. E si fotte Io stesso.

Ecco il perché del “mediamente”

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17
fantasma76
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Viandante Storico
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@Lucio Musto ha scritto:Enunciazione
tra un buon credente ed un buon ateo, escatologicamente parlando, l'ateo è, “mediamente”, perdente.
in pratica l'enunciato di Pascal, ma torno a ripetere, se dopo la morte incontrino un dio geloso, e quello si incavola perchè abbiamo sbagliato religione chi ha perso?

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Lucio Musto
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@fantasma76 ha scritto:
@Lucio Musto ha scritto:Enunciazione
tra un buon credente ed un buon ateo, escatologicamente parlando, l'ateo è, “mediamente”, perdente.
in pratica l'enunciato di Pascal, ma torno a ripetere, se dopo la morte incontrino un dio geloso, e quello si incavola perchè abbiamo sbagliato religione chi ha perso?

sempre l'ateo, naturalmente... perché la competizione era esistenza/non esistenza,
non su dio-bonario/dio-incazzoso!

Naturalmente è poi facile dimostrare che se c'è un dio geloso, ed uno tranquillo, uno dei cristiani ed uno degli scintoisti, e tanti degli animisti... tutti costoro dovranno far riferimento ad un unico vertice della piramide, e noi staremmo solo spostando il problema, non risolvendolo!...

Mai notato che tanta gente è fedele e prega tante madonne diverse?... naturalmente anche loro sanno che di Madonna ce ne è una sola, ma ognuno continua a pregare la sua.
Pensi che quando moriranno la madonna s'incazzerà?... secondo me no. Purché abbiano vissuto piamente, facendo onore all'immagine che volevano imitare, e non facendole fare figure di MousseFondente( Modalità di Censura Parole Innovativa).
Perché anche i tradimenti (le figure di MousseFondente( Modalità di Censura Parole Innovativa)) fatte fare a cento madonne diverse... tutte su quell'unica vanno a pesare!

Più o meno, così è con Dio. Puoi anche negarlo, è una tua libertà!... ma se lo neghi, poi so' cazzi tua!

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fantasma76
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Non credi che se ognuno può pregare il suo dio, e alla fine un dio buono non si incazzerà, allora anche quello che non lo ha pregato avrà lo stesso premio?

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Rupa Lauste
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come era quella roba?
In vita mia ho operato tanti cervelli ma non ho mai visto un pensiero.

sí vabbé tanto lo so che tra poco arriva qualcuno a parlarmi di elettroencefalogramma, sinapsi, impulsi elettrochimici ...

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Lucio Musto
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@fantasma76 ha scritto:Non credi che se ognuno può pregare il suo dio, e alla fine un dio buono non si incazzerà, allora anche quello che non lo ha pregato avrà lo stesso premio?

E' un discorso che si può fare agevolmente, se ci si scherza su come abbiamo fatto fin ora, ma se si smette di scherzare allora il discorso si fa difficile, e bisogna mettersi a pensare.
Naturalmente, possiamo dire come già detto e peraltro abbastanza intuitivo, di quelle entità che noi chiamiamo "Dio" non ce ne può essere che uno, e probabilmente non sarà né incazzoso come Zeus, né "indifferente" come molti filosofi hanno in tutti i tempi ipotizzato.
Senza dilungarci potremmo dire che un dio incazzoso sarebbe ridicolo. Siamo talmente minuscoli al suo confronto da apparire molto meno che neonati di fronte ai genitori. A che serve incazzarsi con un neonato?... e se fosse indifferente, non ci servirebbe a niente, non ne percepiremmo nemmeno l'esistenza e staremmo a perdere tempo a parlarne.

Per parlare di Dio quindi occorre postulare un Dio interessato, ed in relazione con noi. Di un tipo di relazione più complessa di quella meccanicistica: "io dico, tu fai".
Perché se così fosse, non resterebbe che da chiedersi: "Cosa ha sbagliato il Creatore a non farci perfetti?... proprio come ci voleva lui?... e se si è sbagliato nel fabbricarci, ora che{{ Sacro Totem ( Modalità di Censura Parole Innovativa) }} (= cavoletto fritto) (*) vuole da noi?...".

Allora il discorso si fa più complesso. Se questo dio di cui vogliamo parlare, ipotizzando che ci sia... oltre ad esistere ci è anche intellegibile (e se non lo fosse torneremmo all'inutilità di parlarne), che cosa vuole da noi?... e perché?

Questo potrebbe essere un buon punto di partenza per un ragionamento serio.

Ed il primissimo dubbio che possiamo cavarci subito è proprio la risposta alla tua domanda.
E' troppo banale pensare che Dio, delle nostre preghiere non abbia cosa farsene, e che a lui personalmente, non gliene venga in tasca proprio nulla.
Allora a che serve pregare?... a "chi", serve la meditazione, la preghiera, il silenzio esteriore, il guardarsi dentro?... probabilmente a noi stessi, per conoscerci meglio, per imparare a "funzionare" meglio.
Qualunque cosa questo possa significare...


(*) CARUCCICCIMISSIMO IL SACRO TOTEM ANTIPAROLACCE!!! Finalmente moralizzeremo questo paese, che ne ha tanto bisogno!!!

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fantasma76
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@Lucio Musto ha scritto:E' un discorso che si può fare agevolmente, se ci si scherza su come abbiamo fatto fin ora, ma se si smette di scherzare allora il discorso si fa difficile, e bisogna mettersi a pensare.
guarda che la teoria della tagliere è di un premio nobel, e Pascal non era un fesso qualunque.

@Lucio Musto ha scritto:Naturalmente, possiamo dire come già detto e peraltro abbastanza intuitivo, di quelle entità che noi chiamiamo "Dio" non ce ne può essere che uno, e probabilmente non sarà né incazzoso come Zeus, né "indifferente" come molti filosofi hanno in tutti i tempi ipotizzato.
Gli indù e i buddisti credono a più dii, e anche i cattolici sono estremamente pagani.
Poi perché pensi a Zeus quello cattolico è il dio più incazzato che esista, ha distrutto il mondo con alluvioni, e raso a suolo città intere.
Esodo 20:
[2] Io sono il Signore, tuo Dio,che ti fece uscire dalla terra d'Egitto, dalla casa degli schiavi.
[3] non avrai altro Dio all'infuori di me.
[4] Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra.
[5] Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano,
[6] ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.
[7] Non pronunzierai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano.



Perché la preoccupazione di queste misere creature non è soltanto di trovare un essere a cui questo o quell’uomo si inchini, ma di trovarne uno tale che tutti credano in lui e lo adorino, e precisamente tutti insieme. E questo bisogno di comunione nell’adorazione è anche il piú grande tormento di ogni singolo, come dell’intera umanità, fin dal principio dei secoli. È per ottenere quest’adorazione universale che si sono con la spada sterminati a vicenda. Essi hanno creato degli dèi e si sono sfidati l’un l’altro: “Abbandonate i vostri dèi e venite ad adorare i nostri, se no guai a voi e ai vostri dèi!”. E cosí sarà fino alla fine del mondo, anche quando gli dèi saranno scomparsi dalla terra: non importa, cadrànno allora in ginocchio davanti agli idoli. Tu conoscevi, Tu non potevi non conoscere questo fondamentale segreto della natura umana, ma Tu rifiutasti l’unica irrefragabile bandiera che Ti si offrisse per indurre tutti a inchinarsi senza discussione dinanzi a Te; la bandiera del pane terreno, e la rifiutasti in nome della libertà e del pane celeste.
Spoiler:
Dostoevskij, La Leggenda del Grande Inquisitore

Essendo La leggenda il vertice del pensiero di Dostoevskij, ne presentiamo il testo completo. Nel romanzo il racconto è messo in bocca ad Ivàn Karamazov.



F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov



La mia azione si svolge in Spagna, a Siviglia, al tempo piú pauroso dell’inquisizione quando ogni giorno nel paese ardevano i roghi per la gloria di Dio e

con grandiosi autodafé

si bruciavano gli eretici.

Oh, certo, non è cosí che Egli scenderà, secondo la Sua promessa, alla fine dei tempi, in tutta la gloria celeste, improvviso “come folgore che splende dall’Oriente all’Occidente”. No, Egli volle almeno per un istante visitare i Suoi figli proprio là dove avevano cominciato a crepitar i roghi degli eretici. Nell’immensa Sua misericordia, Egli passa ancora una volta fra gli uomini in quel medesimo aspetto umano col quale era passato per tre anni in mezzo agli uomini quindici secoli addietro. Egli scende verso le “vie roventi” della città meridionale, in cui appunto la vigilia soltanto, in un “grandioso autodafé”, alla presenza del re, della corte, dei cavalieri, dei cardinali e delle piú leggiadre dame di corte, davanti a tutto il popolo di Siviglia, il cardinale grande inquisitore aveva fatto bruciare in una volta, ad majorem Dei gloriam, quasi un centinaio di eretici. Egli è comparso in silenzio, inavvertitamente, ma ecco – cosa strana – tutti Lo riconoscono. Spiegare perché Lo riconoscano, potrebbe esser questo uno dei piú bei passi del poema. Il popolo è attratto verso di Lui da una forza irresistibile, Lo circonda, Gli cresce intorno, Lo segue. Egli passa in mezzo a loro silenzioso, con un dolce sorriso d’infinita compassione. Il sole dell’amore arde nel Suo cuore, i raggi della Luce, del Sapere e della Forza si sprigionano dai Suoi occhi e, inondando gli uomini, ne fanno tremare i cuori in una rispondenza d’amore. Egli tende loro le braccia, li benedice e dal contatto di Lui, e perfino dalle Sue vesti, emana una forza salutare. Ecco che un vecchio, cieco dall’infanzia, grida dalla folla: “Signore, risanami, e io Ti vedrò”, ed ecco che cade dai suoi occhi come una scaglia, e il cieco Lo vede. Il popolo piange e bacia la terra dove Egli passa. I bambini gettano fiori dinanzi a Lui, cantano e Lo acclamano: “Osanna!”. “E’ Lui, è Lui”, ripetono tutti, “dev’essere Lui, non può esser che Lui”. Egli si ferma sul sacrato della cattedrale di Siviglia nel preciso momento in cui portano nel tempio, fra i pianti, una candida bara infantile aperta: c’è dentro una bambina di sette anni, unica figlia di un insigne cittadino. La bimba morta è tutta coperta di fiori. “Egli risusciterà la tua bambina”, gridano dalla folla alla madre piangente. Il prete della cattedrale uscito incontro alla bara guarda perplesso e aggrotta le sopracciglia. Ma ecco risonare a un tratto il grido della madre della bambina morta. Essa si getta ai Suoi piedi: “Se sei Tu, risuscita la mia creatura!”, esclama, tendendo le braccia verso di Lui. Il corteo si ferma, la bara è deposta sul sacrato ai Suoi piedi. Egli la guarda con pietà e le Sue labbra pronunziano piano ancora una volta: “Talitha kum”, “e la fanciulla si levò”. La bambina si solleva nella bara, si siede e guarda intorno sorridendo con gli occhietti sgranati, pieni di stupore. Ha nelle mani il mazzo di rose bianche col quale era distesa nella bara. Il popolo si agita, grida, singhiozza; ed ecco in questo stesso momento passare accanto alla cattedrale, sulla piazza, il cardinale grande inquisitore in persona. È un vecchio quasi novantenne, alto e diritto, dal viso scarno, dagli occhi infossati, ma nei quali, come una scintilla di fuoco, splende ancora una luce. Oh, egli non ha piú la sontuosa veste cardinalizia di cui faceva pompa ieri davanti al popolo, mentre si bruciavano i nemici della fede di Roma: no, egli non indossa in questo momento che il suo vecchio e rozzo saio monastico. Lo seguono a una certa distanza i suoi tetri aiutanti, i servi e la “sacra” guardia. Si ferma dinanzi alla folla e osserva da lontano. Ha visto tutto, ha visto deporre la bara ai piedi di Lui, ha visto la bambina risuscitare, e il suo viso si è abbuiato. Aggrotta le sue folte sopracciglia bianche e il suo sguardo brilla di una luce sinistra. Egli allunga un dito e ordina alle sue guardie di afferrarlo. E tanta è la sua forza e a tal punto il popolo è docile, sottomesso e pavidamente ubbidiente, che la folla subito si apre davanti alle guardie e queste, in mezzo al silenzio di tomba che si è fatto di colpo, mettono le mani su Lui e Lo conducono via. Per un istante tutta la folla, come un solo uomo, si curva fino a terra davanti al vecchio inquisitore; questi benedice il popolo in silenzio e passa oltre. Le guardie conducono il Prigioniero sotto le volte di un angusto e cupo carcere nel vecchio edificio del Santo Uffizio e ve Lo rinchiudono. Passa il giorno, sopravviene la scura, calda, “afosa” notte di Siviglia. L’aria “odora di lauri e di limoni”. In mezzo alla tenebra profonda si apre a un tratto la ferrea porta del carcere, e il grande inquisitore in persona con una fiaccola in mano lentamente si avvicina alla prigione. È solo, la porta si richiude subito alle sue spalle. Egli si ferma sulla soglia e considera a lungo, per uno o due minuti, il volto di Lui. Infine si accosta in silenzio, posa la fiaccola sulla tavola e Gli dice:

– “Sei Tu, sei Tu?” – Ma, non ricevendo risposta, aggiunge rapidamente: – “Non rispondere, taci. E che potresti dire? So troppo bene quel che puoi dire. Del resto, non hai il diritto di aggiunger nulla a quello che Tu già dicesti una volta. Perché sei venuto a disturbarci? Sei infatti venuto a disturbarci, lo sai anche Tu. Ma sai che cosa succederà domani? Io non so chi Tu sia, e non voglio sapere se Tu sia Lui o soltanto una Sua apparenza, ma domani stesso io Ti condannerò e Ti farò ardere sul rogo, come il peggiore degli eretici, e quello stesso popolo che oggi baciava i Tuoi piedi si slancerà domani, a un mio cenno, ad attizzare il Tuo rogo, lo sai? Sí, forse Tu lo sai”, – aggiunse, profondamente pensoso, senza staccare per un attimo lo sguardo dal suo Prigioniero.

– Io non comprendo bene Ivàn, che voglia dir questo – sorrise Aljòsa, che aveva sempre ascoltato in silenzio; – è semplicemente una fantasia delirante, o un errore del vecchio, un assurdo qui pro quo?

– Ammetti pure quest’ultima ipotesi, – scoppiò a ridere Ivàn, – se il realismo contemporaneo ti ha già tanto guastato che tu non possa tollerare nulla di fantastico; vuoi che sia un qui pro quo? E sia pure! È vero, – e tornò a ridere, – il vecchio ha novant’anni e da un pezzo la sua idea poteva averlo fatto impazzire. Egli poteva essere stato colpito dall’aspetto esteriore del Prigioniero. Poteva infine essere un semplice delirio, la visione di un vecchio novantenne sulla soglia della morte, sovreccitato per giunta dall’autodafé dei cento eretici bruciati la vigilia. Ma qui pro quo o fantasia troppo sfrenata, non è lo stesso per noi? L’importante qui è solo che il vecchio deve infine manifestare il proprio pensiero e lo manifesta e dice ad alta voce ciò che per novant’anni ha taciuto.

– E il Prigioniero rimane zitto? Lo guarda e non dice nemmeno una parola?

– Ma è cosí che deve essere, in ogni caso, – rise nuovamente Ivàn. – Il vecchio stesso Gli osserva che Egli non ha il diritto di aggiunger nulla a quanto già fu detto. C’è appunto qui, se vuoi, il tratto piú fondamentale del cattolicesimo romano, come a dire. “Tutto è stato da Te trasmesso al papa, tutto quindi è ora nelle mani del papa, e Tu non venirci a disturbare, quanto meno prima del tempo”. In questo senso non solo parlano, ma anche scrivono i cattolici, i gesuiti almeno. L’ho letto io stesso nelle opere dei loro teologi. “Hai Tu il diritto di rivelarci anche un solo segreto del mondo da cui sei venuto?”. – Gli domanda il mio vecchio e risponde egli stesso per Lui: – “No, Tu non l’hai, se non vuoi aggiungere qualcosa a quello che già fu detto e togliere agli uomini quella libertà che tanto difendesti quando eri sulla terra. Tutto ciò che di nuovo Tu ci rivelassi attenterebbe alla libertà della fede umana, giacché apparirebbe come un miracolo, mentre la libertà della fede già allora, millecinquecent’anni or sono, Ti era piú cara di tutto. Non dicevi Tu allora spesso: “Voglio rendervi liberi?”. Ebbene, adesso Tu li ha veduti, questi uomini “liberi”, – aggiunge il vecchio con un pensoso sorriso. – Sí, questa faccenda ci è costata cara, – continua, guardandolo severo, – ma noi l’abbiamo finalmente condotta a termine, in nome Tuo. Per quindici secoli ci siamo tormentati con questa libertà, ma adesso l’opera è compiuta e saldamente compiuta. Non credi che sia saldamente compiuta? Tu mi guardi con dolcezza e non mi degni neppure della Tua indignazione? Ma sappi che adesso, proprio oggi, questi uomini sono piú che mai convinti di essere perfettamente liberi, e tuttavia ci hanno essi stessi recato la propria libertà, e l’hanno deposta umilmente ai nostri piedi. Questo siamo stati noi ad ottenerlo, ma è questo che Tu desideravi, è una simile libertà?”.

– Io torno a non comprendere, – interruppe Aljòsa, – egli fa dell’ironia, scherza?

– Niente affatto. Egli fa un merito a sé ed ai suoi precisamente di avere infine soppresso la libertà e di averlo fatto per rendere felici gli uomini. “Ora infatti per la prima volta (egli parla, naturalmente, dell’inquisizione) è diventato possibile pensare alla felicità umana. L’uomo fu creato ribelle; possono forse dei ribelli essere felici? Tu eri stato avvertito, – Gli dice, – avvertimenti e consigli non Ti erano mancati, ma Tu non ascoltasti gli avvertimenti. Tu ricusasti l’unica via per la quale si potevano render felici gli uomini, ma per fortuna, andandotene, rimettesti la cosa nelle nostre mani. Tu ci hai promesso, Tu ci hai con la Tua parola confermato, Tu ci hai dato il diritto di legare e di slegare, e certo non puoi ora nemmeno pensare a ritoglierci questo diritto. Perché dunque sei venuto a disturbarci?”.

– Ma che cosa significa: “Non Ti sono mancati avvertimenti e consigli?” – domandò Aljòsa.

– Ma qui appunto sta l’essenza di ciò che il vecchio deve esprimere. “Lo spirito intelligente e terribile, lo spirito dell’autodistruzione e del non essere, – continua il vecchio, – il grande spirito. Ti parlò nel deserto, e nei libri ci è riferito come egli Ti avesse “tentato”. Non è cosí? Ma si poteva mai dire qualcosa di piú vero di quanto egli Ti rivelò nelle tre domande che Tu respingesti e che nei libri sono dette “tentazioni”? Tuttavia, se mai ci fu sulla terra un vero e clamoroso miracolo, fu in quel giorno, nel giorno di quelle tre tentazioni. Precisamente nella formulazione di quelle tre domande era racchiuso il miracolo. Se si potesse, soltanto a mo’ di esempio e di ipotesi, immaginare che quelle tre domande dello spirito terribile fossero scomparse dai libri senza lasciare traccia e che occorresse ricostruirle, pensarle e formularle di nuovo, per rimetterle nei libri, e se per questo si riunissero tutti i sapienti della terra – governanti, prelati, dotti, filosofi, poeti, – e si assegnasse loro questo compito: immaginate, formulate tre domande tali da corrispondere all’importanza dell’evento non solo, ma da esprimere per giunta in tre parole, in tre proposizioni umane, tutta la futura storia del mondo e dell’umanità, – ebbene, credi Tu che tutta la sapienza della terra, insieme raccolta, potrebbe concepire qualcosa di simile per forza e profondità a quelle tre domande che Ti furono allora rivolte nel deserto dallo spirito intelligente e possente? Già solo da quelle domande e dal prodigio della loro formulazione si può capire che si ha da fare non con lo spirito umano transitorio, ma con quello eterno ed assoluto. In quelle tre domande infatti è come compendiata e predetta tutta la storia ulteriore dell’umanità, sono dati i tre archetipi in cui si concreteranno tutte le insolubili, contraddizioni storiche dell’umana natura su tutta la terra. Questo non poteva ancora, a quel tempo, essere cosí chiaro, poiché l’avvenire era ignoto, ma adesso, passati quindici secoli, noi vediamo che in quelle tre domande tutto era stato a tal segno divinato e predetto e che tutto si è a tal segno avverato, che non è piú possibile aggiungervi o toglierne alcunché.

“Decidi Tu stesso chi avesse ragione, se Tu o colui che allora T’interrogava. Ricordati la prima domanda: se non la lettera il senso era questo: “Tu vuoi andare e vai al mondo con le mani vuote, con non so quale promessa di una libertà che gli uomini, nella semplicità e nella innata intemperanza loro, non possono neppur concepire, che essi temono e fuggono, giacché nulla mai è stato per l’uomo e per la società umana piú intollerabile della libertà! Vedi Tu invece queste pietre in questo nudo e infocato deserto? Mutale in pani e l’umanità sorgerà dietro a Te come un riconoscente e docile gregge, con l’eterna paura di vederti ritirare la Tua mano, e di rimanere senza i Tuoi pani”. Ma Tu non volesti privar l’uomo della libertà e respingesti l’invito, perché, cosí ragionasti, che libertà può mai esserci, se la ubbidienza è comprata coi pani? Tu obiettasti che l’uomo non vive di solo pane, ma sai Tu che nel nome di questo stesso pane terreno, insorgerà contro di Te lo spirito della terra e lotterà con Te e Ti vincerà, e tutti lo seguiranno, esclamando: “Chi è comparabile, a questa bestia? Essa ci ha dato il fuoco del cielo!”. Sai Tu che passeranno i secoli e l’umanità proclamerà per bocca della sua sapienza e della sua scienza che non esiste il delitto, e quindi nemmeno il peccato, ma che ci sono soltanto degli affamati? “Nutrili e poi chiedi loro la virtú!”, ecco quello che scriveranno sulla bandiera che si leverà contro di Te e che abbatterà il Tuo tempio. Al posto del Tuo tempio sorgerà un nuovo edificio, sorgerà una nuova spaventosa torre di Babele, e, quand’anche essa restasse, come la prima, incompiuta, Tu avresti però potuto evitare questa nuova torre e abbreviare di mille anni le sofferenze degli uomini, giacché essi verranno a noi, dopo essersi arrovellati per mille anni intorno alla loro torre! Essi torneranno allora a cercarci sotto terra, nelle catacombe, dove ci nasconderemo (perché saremo di nuovi perseguitati e torturati), ci troveranno e ci grideranno: “Nutriteci, perché quelli che ci avevano promesso il fuoco del cielo non ce l’han dato”. E allora saremo noi a ultimare la loro torre, giacché la ultimerà chi li sfamerà e noi soli li sfameremo, in nome Tuo, facendo credere di farlo in nome Tuo. Oh, mai, mai essi potrebbero sfamarsi senza di noi! Nessuna scienza darà loro il pane, finché rimarranno liberi, ma essi finiranno per deporre la loro libertà ai nostri piedi e per dirci: “Riduceteci piuttosto in schiavitú ma sfamateci!”. Comprenderanno infine essi stessi che libertà e pane terreno a discrezione per tutti sono fra loro inconciliabili, giacché mai, mai essi sapranno ripartirlo fra loro! Si convinceranno pure che non potranno mai nemmeno esser liberi, perché sono deboli, viziosi, inetti e ribelli. Tu promettevi loro il pane celeste, ma, lo ripeto ancora, può esso, agli occhi della debole razza umana, eternamente viziosa ed eternamente abietta, paragonarsi a quello terreno? E se migliaia e diecine di migliaia di esseri Ti seguiranno in nome del pane celeste, che sarà dei milioni e dei miliardi di esseri che non avranno la forza di posporre il pane terreno a quello celeste? O forse Ti sono care soltanto le diecine di migliaia di uomini grandi e forti, mentre i restanti milioni, numerosi come la sabbia del mare, di esseri deboli, che però Ti amano, non devono servire che da materiale per i grandi e per i forti? No, a noi sono cari anche i deboli. Essi sono viziosi e ribelli, ma finiranno per diventar docili. Essi ci ammireranno e ci terranno in conto di dèi per avere acconsentito, mettendoci alla loro testa, ad assumerci il carico di quella libertà che li aveva sbigottiti e a dominare su loro, tanta paura avranno infine di esser liberi! Ma noi diremo che obbediamo a Te e che dominiamo in nome Tuo. Li inganneremo di nuovo, perché allora non Ti lasceremo piú avvicinare a noi. E in quest’inganno starà la nostra sofferenza, poiché saremo costretti a mentire. Ecco ciò che significa quella domanda che Ti fu fatta nel deserto, ed ecco ciò che Tu ricusasti in nome della libertà, da Te collocata piú in alto di tutto. In quella domanda tuttavia si racchiudeva un grande segreto di questo mondo. Acconsentendo al miracolo dei pani, Tu avresti dato una risposta all’universale ed eterna ansia umana, dell’uomo singolo come dell’intera umanità: “Davanti a chi inchinarsi?”. Non c’è per l’uomo rimasto libero piú assidua e piú tormentosa cura di quella di cercare un essere dinanzi a cui inchinarsi. Ma l’uomo cerca di inchinarsi a ciò che già è incontestabile, tanto incontestabile, che tutti gli uomini ad un tempo siano disposti a venerarlo universalmente. Perché la preoccupazione di queste misere creature non è soltanto di trovare un essere a cui questo o quell’uomo si inchini, ma di trovarne uno tale che tutti credano in lui e lo adorino, e precisamente tutti insieme. E questo bisogno di comunione nell’adorazione è anche il piú grande tormento di ogni singolo, come dell’intera umanità, fin dal principio dei secoli. È per ottenere quest’adorazione universale che si sono con la spada sterminati a vicenda. Essi hanno creato degli dèi e si sono sfidati l’un l’altro: “Abbandonate i vostri dèi e venite ad adorare i nostri, se no guai a voi e ai vostri dèi!”. E cosí sarà fino alla fine del mondo, anche quando gli dèi saranno scomparsi dalla terra: non importa, cadrànno allora in ginocchio davanti agli idoli. Tu conoscevi, Tu non potevi non conoscere questo fondamentale segreto della natura umana, ma Tu rifiutasti l’unica irrefragabile bandiera che Ti si offrisse per indurre tutti a inchinarsi senza discussione dinanzi a Te; la bandiera del pane terreno, e la rifiutasti in nome della libertà e del pane celeste. Guarda poi quel che hai fatto in seguito. E sempre in nome della libertà! Io Ti dico che non c’è per l’uomo pensiero piú angoscioso che quello di trovare al piú presto a chi rimettere il dono della libertà con cui nasce questa infelice creatura. Ma dispone della libertà degli uomini solo chi ne acqueta la coscienza. Col pane Ti si dava una bandiera indiscutibile: l’uomo si inchina a chi gli dà il pane, giacché nulla è piú indiscutibile del pane; ma, se qualcun altro accanto a Te si impadronirà nello stesso tempo della sua coscienza, oh, allora egli butterà via anche il Tuo pane e seguirà colui che avrà lusingato la sua coscienza. In questo Tu avevi ragione. Il segreto dell’esistenza umana infatti non sta soltanto nel vivere, ma in ciò per cui si vive. Senza un concetto sicuro del fine per cui deve vivere, l’uomo non acconsentirà a vivere e si sopprimerà piuttosto che restare sulla terra, anche se intorno a lui non ci fossero che pani. Questo è giusto, ma che cosa è avvenuto? Invece di impadronirti della libertà degli uomini. Tu l’hai ancora accresciuta! Avevi forse dimenticato che la tranquillità e perfino la morte è all’uomo piú cara della libera scelta fra il bene ed il male? Nulla è per l’uomo piú seducente che la libertà della sua coscienza, ma nulla anche è piú tormentoso. Ed ecco che, in luogo di saldi principi, per acquetare la coscienza umana una volta per sempre, Tu hai scelto tutto quello che c’è di piú inconsueto, enigmatico e impreciso, hai scelto tutto quello che superava le forze degli uomini, e hai perciò agito come se Tu non li amassi per nulla, e chi mai ha fatto questo? Colui che era venuto a dare per essi la Sua vita! Invece d’impadronirti della libertà umana, Tu l’hai moltiplicata e hai per sempre gravato col peso dei suoi tormenti la vita morale dell’uomo. Tu volesti il libero amore dell’uomo, perché Ti seguisse liberamente, attratto e conquistato da Te. In luogo di seguire la salda legge antica, l’uomo doveva per l’avvenire decidere da sé liberamente, che cosa fosse bene che cosa fosse male, avendo dinanzi come guida la sola Tua immagine; ma non avevi Tu pensato che, se lo si fosse oppresso con un cosí terribile fardello come la libertà di scelta, egli avrebbe finito per respingere e contestare perfino la Tua immagine e la Tua verità? Essi esclameranno, alla fine, che la verità non è in Te, perché era impossibile abbandonarli fra ansie ed angosce maggiori di come Tu facesti, lasciando loro tante inquietudini e tanti insolubili problemi. In tal modo preparasti Tu stesso la rovina del Tuo regno, e non darne piú la colpa a nessuno. Ma è questo intanto che Ti offriva? Ci sono sulla terra tre forze, tre sole forze capaci di vincere e conquistare per sempre la coscienza di questi deboli ribelli, per la felicità loro; queste forze sono: il miracolo, il mistero e l’autorità. Tu respingesti la prima, la seconda e la terza e desti cosí l’esempio. Lo spirito sapiente e terribile. Ti aveva posto sul culmine del tempio e Ti aveva detto: “Se vuoi sapere se Tu sei Figlio di Dio, gettati in basso, poiché di Lui è detto che gli angeli Lo sosterranno e Lo porteranno, ed Egli non cadrà e non si farà alcun male, e saprai allora se Tu sei il Figlio di Dio e proverai allora quale sia la Tua fede nel Padre Tuo”; ma Tu, udito ciò, respingesti l’offerta, non Ti lasciasti convincere e non Ti gettasti giú. Oh, certo, Tu agisti allora con una magnifica fierezza, come Iddio, ma gli uomini, questa debole razza di ribelli, sono essi forse dèi? Oh, Tu comprendesti allora che, facendo un solo passo, un solo movimento per gettarti giú, avresti senz’altro tentato il Signore e perduto ogni fede in Lui, e Ti saresti sfracellato sulla terra che eri venuto a salvare, e si sarebbe rallegrato lo spirito sagace che Ti aveva tentato. Ma, ripeto, ce ne sono forse molti come Te? E in verità potevi Tu ammettere, non fosse che per un momento, che anche gli uomini avessero la forza di resistere a una simile tentazione? È forse fatta la natura umana per respingere il miracolo e, in cosí terribili momenti della vita, di fronte ai piú terribili, fondamentali e angosciosi problemi dell’anima, rimettersi unicamente alla libera decisione del cuore? Oh, Tu sapevi che la Tua azione si sarebbe tramandata nei libri, avrebbe raggiunto la profondità dei tempi e gli ultimi confini della terra, e sperasti che, seguendo Te, anche l’uomo si sarebbe accontentato di Dio, senza bisogno di miracoli. Ma Tu non sapevi che, non appena l’uomo avesse ripudiato il miracolo, avrebbe subito ripudiato anche Dio, perché l’uomo cerca non tanto Dio quanto i miracoli. E siccome l’uomo non ha la forza di rinunziare al miracolo, cosí si creerà dei nuovi miracoli, suoi propri, e si inchinerà al prodigio di un mago, ai sortilegi di una fattucchiera, foss’egli anche cento volte ribelle, eretico ed ateo. Tu non scendesti dalla croce quando Ti si gridava, deridendoti e schernendoti: “Discendi dalla croce e crederemo che sei Tu”. Tu non scendesti, perché una volta di piú non volesti asservire l’uomo col miracolo, e avevi sete di fede libera, non fondata sul prodigio. Avevi sete di un amore libero, e non dei servili entusiasmi dello schiavo davanti alla potenza che l’ha per sempre riempito di terrore. Ma anche qui Tu giudicavi troppo altamente degli uomini, giacché, per quanto creati ribelli, essi sono certo degli schiavi. Vedi e giudica, son passati quindici secoli, guardali: chi hai Tu innalzato fino a Te? Ti giuro, l’uomo è stato creato piú debole e piú vile che Tu non credessi! Può egli forse compiere quel che puoi compiere Tu? Stimandolo tanto, Tu agisti come se avessi cessato di averne pietà, perché troppo pretendesti da lui, e chi ha fatto questo? Colui che lo amava piú di se stesso! Stimandolo meno, avresti anche meno preteso da lui, e questo sarebbe stato piú vicino all’amore, perché piú leggera sarebbe stata la sua soma. Egli è debole e vile. Che importa che egli adesso si sollevi dappertutto contro la nostra autorità e si inorgoglisca della sua rivolta? È l’orgoglio del bambino e dello scolaretto. Sono i piccoli bimbi che si sono ribellati in classe e hanno cacciato il maestro. Ma anche l’esaltazione dei ragazzetti avrà fine e costerà loro cara. Essi abbatteranno i templi e inonderanno di sangue la terra. Ma si avvedranno infine, gli sciocchi fanciulli, di essere bensí dei ribelli, ma dei ribelli deboli e incapaci di sopportare la propria rivolta. Versando le loro stupide lacrime, riconosceranno infine che chi li creò ribelli se ne voleva senza dubbio burlare. Essi lo diranno nella disperazione, e le loro parole saranno una bestemmia che li renderà anche piú infelici, perché la natura umana non sopporta la bestemmia e alla fin fine se ne vendica sempre da sé. Inquietudine dunque, tumulto e infelicità: ecco l’odierna sorte degli uomini, dopo che Tu tanto patisti per la loro libertà! Il Tuo grande profeta dice nella sua visione e nella sua parabola di aver visto tutti i partecipi della prima resurrezione e che ce n’erano dodicimila per ciascuna tribú. Ma se erano tanti, vuol dire che quelli erano piú dèi che uomini. Essi sopportarono la Tua croce, essi sopportarono diecine d’anni di vita famelica nel nudo deserto, cibandosi di cavallette e di radici; e certo Tu puoi appellarti con orgoglio a questi eroi della libertà, dell’amore libero, del libero e magnifico sacrificio da essi compiuto in nome Tuo. Ma ricordati che erano in tutto appena alcune migliaia, ed erano per giunta degli dèi, ma i rimanenti? E che colpa hanno gli altri, gli uomini deboli, di non aver potuto sopportare ciò che i forti poterono? Che colpa ha l’anima debole, se non ha la forza di accogliere cosí terribili doni? Possibile che Tu sia venuto davvero solo agli eletti e per gli eletti? Ma se è cosí, c’è qui un mistero e noi non possiamo comprenderlo. E se c’è un mistero, anche noi avevamo il diritto di predicarlo e di insegnare agli uomini che non è la libera decisione dei loro cuori quello che importa, né l’amore, ma un mistero, a cui essi debbono ciecamente inchinarsi, anche contro la loro coscienza. E cosí abbiamo fatto. Abbiamo corretto l’opera Tua e l’abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero e sull’autorità. E gli uomini si sono rallegrati di essere nuovamente condotti come un gregge e di vedersi infine tolto dal cuore un dono cosí terribile, che aveva loro procurato tanti tormenti. Avevamo noi ragione d’insegnare e di agire cosí? Parla! Forse che non amavamo l’umanità, riconoscendone cosí umilmente l’impotenza, alleggerendo con amore il suo fardello e concedendo alla sua debole natura magari anche di peccare, ma però col nostro consenso? Perché mi guardi in silenzio coi tuoi miti occhi penetranti? Va’ in collera, io non voglio il Tuo amore, perché io stesso non Ti amo. E che cosa dovrei nasconderti? Non so forse con chi parlo? Tutto ciò che ho da dirti, già Ti è noto, lo leggo nei Tuoi occhi. E dovrei io nasconderti il nostro segreto? Forse Tu vuoi proprio udirlo dalle mie labbra, ascolta dunque: noi non siamo con Te, ma con lui, ecco il nostro segreto! Da lungo tempo non siamo piú con Te, ma con lui, sono ormai otto secoli. Sono esattamente otto secoli che accettammo da lui ciò che Tu avevi rifiutato con sdegno, quell’ultimo dono ch’egli Ti offriva, mostrandoti tutti i regni della terra: noi accettammo da lui Roma e la spada di Cesare e ci proclamammo re della terra, gli unici re, sebbene non abbiamo ancora avuto il tempo di compiere interamente l’opera nostra. Ma di chi la colpa? Oh, quest’opera è finora soltanto agli inizi, ma è cominciata! Ancora a lungo si dovrà attenderne il compimento e molto ancora soffrirà la terra, ma noi raggiungeremo la mèta, saremo Cesari, e allora penseremo all’universale felicità degli uomini. Tu però già allora avresti potuto accettare la spada di Cesare. Perché ricusasti quest’ultimo dono? Accogliendo questo terzo consiglio dello spirito possente, Tu avresti compiuto tutto ciò che l’uomo cerca sulla terra, e cioè: a chi inchinarsi, a chi affidare la propria coscienza e in qual modo, infine, unirsi tutti in un formicaio indiscutibilmente comune e concorde, giacché il bisogno di unione universale è il terzo e l’ultimo tormento degli uomini. Sempre l’umanità mirò nel suo insieme ad organizzarsi universalmente. Molti furono i grandi popoli con una grande storia, ma quanto piú elevati erano quei popoli, tanto piú erano infelici, perché piú fortemente degli altri sentivano il bisogno dell’unione universale degli uomini. I grandi conquistatori, i Timùr e i Gengis-Chan, passarono come un turbine sulla terra, cercando di conquistare l’universo, ma anche essi, per quanto inconsapevolmente, espressero quello stesso potente bisogno umano di unione mondiale ed universale. Accettando il mondo e la porpora di Cesare, Tu avresti fondato il regno universale e dato la pace universale. Chi mai infatti deve dominare gli uomini, se non quelli che dominano la loro coscienza e nelle cui mani è il loro pane? E noi abbiamo preso la spada di Cesare, ma naturalmente, prendendola, ripudiammo Te e andammo dietro a lui. Oh, passeranno ancora secoli di orgia del libero pensiero, di umana scienza e di antropofagia, perché, avendo cominciato a costruire la loro torre di Babele senza di noi, è con l’antropofagia che termineranno. Ma proprio allora la bestia striscerà verso di noi e leccherà i nostri piedi e li spruzzerà con le lacrime di sangue dei suoi occhi. E noi ci assideremo sulla bestia e leveremo in alto una coppa su cui sarà scritto “Mistero!”. Ma allora soltanto, e allora spunterà per gli uomini il regno della pace e della felicità. Tu sei fiero dei Tuoi eletti, ma Tu non hai che eletti, mentre noi daremo la pace a tutti. D’altra parte, c’è anche questo: quanti di quegli eletti, e di quei forti che avrebbero potuto diventarlo, si sono infine stancati di attenderli, e hanno portato e ancora porteranno su altri campi le forze del loro spirito e la fiamma del loro cuore, e finiranno anche per sollevare contro di te la loro libera bandiera! Ma questa bandiera l’innalzasti Tu stesso. Con noi invece tutti saranno felici e piú non si rivolteranno, né si stermineranno fra loro, come facevano dappertutto nella Tua libertà. Oh, noi li persuaderemo che allora soltanto essi saranno liberi, quando rinunzieranno alla libertà loro in favore nostro e si sottometteranno a noi. Ebbene, avremo ragione, perché ricorderanno a quali orrori di servitú e di turbolenza li conducesse la Tua libertà. La libertà, il libero pensiero e la scienza li condurranno in tali labirinti e li porranno davanti a tali portenti e misteri insolubili, che di essi gli uni, ribelli e furiosi, si distruggeranno da sé, gli altri, ribelli ma deboli si distruggeranno fra loro, mentre i rimanenti, imbelli e infelici, si trascineranno ai nostri piedi e ci grideranno: “Sí, voi avevate ragione, voi soli possedevate il Suo segreto e noi torniamo a voi, salvateci da noi medesimi”. Ricevendo i pani da noi, certo vedranno chiaramente che prendiamo i loro stessi pani, guadagnati dalle loro stesse braccia, per distribuirli fra essi, senza miracolo alcuno, vedranno che noi non abbiamo mutato in pani le pietre, ma in verità, piú che del pane stesso, saranno lieti di riceverlo dalle nostre mani! Giacché troppo bene ricorderanno che prima, senza di noi, gli stessi pani da essi guadagnati si mutavano nelle loro mani in pietre, mentre, dopo il ritorno a noi, le pietre medesime si sono mutate nelle mani loro in pani. Troppo, troppo apprezzeranno quel che significa sottomettersi una volta per sempre! E finché gli uomini non capiranno questo, saranno infelici. Ma chi piú di tutti, dimmi, ha favorito questa incomprensione? Chi ha diviso il gregge e l’ha disperso per vie sconosciute? Ma il gregge tornerà a raccogliersi, tornerà a sottomettersi, e questa volta per sempre. Allora noi daremo loro la tranquilla, umile felicità degli esseri deboli, quali essi furono creati. Oh, noi li persuaderemo infine a non inorgoglirsi, ché Tu li innalzasti e in tal modo insegnasti loro a inorgoglirsi: proveremo loro che sono deboli, che sono soltanto dei poveri bimbi, ma che la felicità infantile è la piú dolce di tutte. Essi diverranno mansueti, guarderanno a noi e a noi si stringeranno, nella paura, come i pulcini alla chioccia. Ci ammireranno e avranno paura di noi, e saranno fieri che noi siamo cosí potenti e cosí intelligenti da aver potuto pacificare un cosí tumultuoso e innumere gregge. Temeranno la nostra collera, i loro spiriti si faranno timidi, i loro occhi lacrimosi, come quelli dei bambini e delle donne, ma altrettanto facilmente passeranno, a un nostro cenno, all’allegrezza, ed al riso, alla gioia luminosa ed alle felici canzoni infantili. Certo li obbligheremo a lavorare, ma nelle ore libere dal lavoro organizzeremo la loro vita come un giuoco infantile con canti e cori e danze innocenti. Oh, noi consentiremo loro anche il peccato, perché sono deboli e inetti, ed essi ci ameranno come bambini, perché permetteremo loro di peccare. Diremo che ogni peccato, se commesso col nostro consenso, sarà riscattato, che permettiamo loro di peccare perché li amiamo e che, in quanto al castigo per tali peccati, lo prenderemo su di noi. Cosí faremo, ed essi ci adoreranno come benefattori che si saranno gravati coi loro peccati dinanzi a Dio. E per noi non avranno segreti. Permetteremo o vieteremo loro di vivere con le proprie mogli ed amanti, di avere o di non avere figli, – sempre giudicando in base alla loro ubbidienza, – ed essi s’inchineranno con allegrezza e con gioia. Tutti, tutti i piú tormentosi segreti della loro coscienza, li porteranno a noi, e noi risolveremo ogni caso, ed essi avranno nella nostra decisione una fede gioiosa, perché li libererà dal grave fastidio e dal terribile tormento odierno di dovere personalmente e liberamente decidere. E tutti saranno felici, milioni di esseri, salvo un centinaio di migliaia di condottieri. Giacché noi soli, noi che custodiremo il segreto, noi soli saremo infelici. Ci saranno miliardi di pargoli felici e centomila martiri che avranno preso su di sé la maledizione di discernere il bene dal male. Essi morranno in pace, in pace si spegneranno nel nome Tuo e oltre la tomba non troveranno che la morte. Ma noi conserveremo il segreto e li lusingheremo, per la loro felicità, con una ricompensa celeste ed eterna. Infatti, quand’anche in quell’altro mondo ci fosse qualcosa, non sarebbe certo per esseri simili. Si dice e si profetizza che Tu verrai e vincerai di nuovo, che verrai coi Tuoi eletti, superbi e possenti, ma noi diremo che essi hanno salvato solamente se stessi, mentre noi abbiamo salvato tutti. Si dice che la meretrice seduta sulla bestia, con la coppa del mistero nelle mani, sarà svergognata, che i deboli torneranno a rivoltarsi, strapperanno la sua porpora e denuderanno il suo corpo “impuro”. Ma io allora mi alzerò e Ti additerò i mille milioni di bimbi felici, che non conobbero il peccato. E noi, che ci siamo caricati dei loro peccati, per la felicità loro, noi sorgeremo dinanzi a Te e diremo: “Giudicaci, se puoi e se osi”. Sappi che io non Ti temo. Sappi che anch’io fui nel deserto, che anch’io mi nutrivo di cavallette e di radici, che anch’io benedicevo la libertà di cui Tu letificasti gli uomini, che anch’io mi ero preparato ad entrare nel numero dei Tuoi eletti, nel numero dei potenti e dei forti, con la brama di “completare il numero”. Ma mi ricredetti e non volli servire la causa della follia. Tornai indietro e mi unii alla schiera di quelli che hanno corretto l’opera Tua. Lasciai gli orgogliosi e tornai agli umili per la felicità di questi umili. Ciò che Ti dico si compirà e sorgerà il regno nostro. Ti ripeto che domani stesso Tu vedrai questo docile gregge gettarsi al primo mio cenno ad attizzare i carboni ardenti del rogo sul quale Ti brucerò per essere venuto a disturbarci. Perché se qualcuno piú di tutti ha meritato il nostro rogo, sei Tu. Domani Ti arderò. Dixi”.

Ivàn, si fermò. Egli si era accalorato e aveva parlato con fervore; quando poi ebbe finito, fece improvvisamente un sorriso.

Aljòsa, che l’aveva sempre ascoltato in silenzio e verso la fine, in preda a straordinaria agitazione, molte volte aveva voluto interrompere il discorso del fratello, ma si era visibilmente trattenuto, si mise d’un tratto a parlare, come scattando:

– Ma... è un assurdo! – esclamò, arrossendo. – Il tuo poema è l’elogio di Gesú e non la condanna... come tu volevi. E chi ti crederà là dove parli della libertà? È cosí, è forse cosí che va intesa? È quello il concetto che ne ha l’ortodossia?... Quella è Roma, e neppure tutta Roma, sbaglio, sono i peggiori fra i cattolici, sono gli inquisitori, i gesuiti!... E un personaggio fantastico come il tuo inquisitore non può esistere affatto. Che cosa sono quei peccati degli uomini che egli ha presi su di sé? Chi sono quei detentori del mistero, che si sono addossata non so quale maledizione per la felicità degli uomini? Quando mai si son visti? Noi conosciamo i gesuiti, se ne parla male, ma sono forse come i tuoi? Non sono affatto cosí, sono tutt’altra cosa... Sono semplicemente l’armata romana per il futuro regno universale terreno, con l’imperatore, il pontefice romano, alla testa... ecco il loro ideale, ma senza nessun mistero e nessuna sublime tristezza... La piú semplice brama di potere, di sordidi beni terreni, di asservimento... una specie di futura servitú della gleba, nella quale essi sarebbero i proprietari fondiari... ecco tutto quello che essi vogliono. Forse non credono nemmeno in Dio. Il tuo inquisitore con le sue sofferenze non è che una fantasia...

– Fermati, fermati! – rise Ivàn, – come ti sei scaldato! Fantasia, tu dici, sia pure! Fantasia, certo. Permetti però: credi tu davvero che tutto questo movimento cattolico degli ultimi secoli non sia in realtà che una brama di potere in vista soltanto di beni volgari? È forse padre Paisio che t’insegna cosí?

– No, no, al contrario, padre Paisio diceva una volta perfino qualcosa del tuo genere... ma era una cosa diversa, certo, tutta diversa, – si riprese Aljòsa.

– Informazione preziosa, però, nonostante il tuo “tutta diversa”. Io ti domando: perché i tuoi gesuiti e inquisitori si sarebbero collegati solo in vista di beni materiali e volgari? Perché non può incontrarsi fra di loro neanche un solo martire, tormentato da una nobile sofferenza e amante dell’umanità? Vedi: supponi che fra tutti questi uomini non desiderosi che di sordidi beni materiali se ne sia trovato anche uno solo come il mio vecchio inquisitore, che abbia mangiato anche lui radici nel deserto e si sia accanito a domare la propria carne per rendersi libero e perfetto, ma che però abbia in tutta la sua vita amato l’umanità: a un tratto ha aperto gli occhi e ha veduto che non è una gran felicità morale raggiungere la perfezione del volere, per doversi in pari tempo convincere che milioni di altre creature di Dio sono rimaste imperfette, che esse non saranno mai in grado di servirsi della loro libertà, che dai miseri ribelli non usciranno mai dei giganti per condurre a compimento la torre, che non per simili paperotti il grande idealista ha sognato la sua armonia... Dopo aver compreso tutto ciò, egli è tornato indietro e si è unito... alle persone intelligenti. Non poteva questo accadere?

– A chi si è unito, a quali persone intelligenti? – esclamò Aljòsa quasi adirato. – Essi non hanno né tanta intelligenza, né misteri o segreti di sorta... Forse soltanto l’ateismo, ecco tutto il loro segreto. Il tuo inquisitore non crede in Dio, ecco tutto il suo segreto!

– E anche se fosse cosí? Infine tu hai indovinato. È proprio cosí, è ben qui soltanto che sta tutto il segreto, ma non è forse una sofferenza, almeno per un uomo come lui, che ha sacrificato tutta la sua vita nel deserto per una grande impresa e non ha perduto l’amore per l’umanità? Al tramonto dei suoi giorni egli acquista la chiara convinzione che unicamente i consigli del grande e terribile spirito potrebbero instaurare un qualche ordine fra i deboli ribelli, “esseri imperfetti e incompiuti, creati per derisione”. Ed ecco che, di ciò convinto, vede come occorra seguire le indicazioni dello spirito intelligente, del terribile spirito della morte e della distruzione, e, all’uopo, accettare la menzogna e l’inganno, guidare ormai consapevolmente gli uomini alla morte e alla distruzione, e intanto ingannarli per tutto il cammino, affinché non possano vedere dove sono condotti affinché questi miseri ciechi almeno lungo il cammino si stimino felici. E nota: l’inganno è compiuto in nome di Quello nel cui ideale il vecchio ha per tutta la sua vita cosí appassionatamente creduto! Non è questa un’infelicità? E anche se un solo uomo simile si fosse trovato alla testa di tutta quell’armata “avida di potere in vista di soli beni volgari”, non sarebbe sufficiente quest’unico perché si avesse la tragedia? Piú ancora: basterebbe che ci fosse alla testa un solo uomo cosí perché si scoprisse, finalmente, la vera idea direttiva di tutta l’opera di Roma, con tutte le sue armate e i suoi gesuiti, l’idea suprema dell’opera stessa. Te lo dico schietto, io credo fermamente che quest’unico non sia mai mancato fra quelli che erano alla testa del movimento. Chissà, ce ne sono stati anche fra i pontefici romani! Chissà, questo vecchio maledetto, che cosí ostinatamente e cosí a modo suo ama l’umanità, esiste forse anche oggidí sotto l’aspetto di tutta una schiera di vecchi consimili, e non già casualmente, ma perché esiste come un accordo, come una segreta alleanza, già da gran tempo stabilita per custodire il mistero, per salvaguardarlo dagli uomini sventurati ed imbelli, allo scopo di rendere costoro felici. Cosí è senza dubbio, e cosí dev’essere. Io immagino che perfino i massoni abbiano, fra i loro principi, qualcosa di analogo a questo mistero e che i cattolici odino tanto i massoni perché vedono in essi dei concorrenti, che spezzano l’unità dell’idea, mentre unico deve essere il gregge e unico il pastore... Del resto, difendendo il mio pensiero, io ho l’aria di un autore che non sopporta la tua critica. Ma basta di ciò!

– Sei forse massone anche tu! – sfuggí ad Aljòsa. – Tu non credi in Dio, – soggiunse, ma ormai con profonda amarezza. Gli parve inoltre che il fratello lo guardasse con fare canzonatorio. – E come termina il tuo poema? – domandò a un tratto, con lo sguardo a terra, – o è già terminato?

– Io volevo finirlo cosí: l’inquisitore, dopo aver taciuto, aspetta per qualche tempo che il suo Prigioniero gli risponda. Il Suo silenzio gli pesa. Ha visto che il Prigioniero l’ha sempre ascoltato, fissandolo negli occhi col suo sguardo calmo e penetrante e non volendo evidentemente obiettar nulla. Il vecchio vorrebbe che dicesse qualcosa, sia pure di amaro, di terribile. Ma Egli tutt’a un tratto si avvicina al vecchio in silenzio e lo bacia piano sulle esangui labbra novantenni. Ed ecco tutta la Sua risposta. Il vecchio sussulta. Gli angoli delle labbra hanno avuto un fremito; egli va verso la porta, la spalanca e Gli dice: “Vattene e non venir piú... non venire mai piú... mai piú!”. E Lo lascia andare per “le vie oscure della città”. Il Prigioniero si allontana.

– E il vecchio?

– Il bacio gli arde nel cuore, ma il vecchio persiste nella sua idea.



F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Garzanti, Milano, 1979, vol. I, pagg. 263 e 282

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Lucio Musto
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@Lucio Musto ha scritto:

E' un discorso che si può fare agevolmente, se ci si scherza su come abbiamo fatto fin ora,...

vedo che continui a giocare, e sono contento... in fondo è un diversivo.

Citare una frase, un'altra, il mozzicone di una terza e così via, senza ragionarci su, senza argomentare, o meglio argomentando non sul contesto ma sulle parole estrapolate ad arte... insomma la tecnica usata ed abusata dai media partigiani (di qualunque parte, ovviamente) per far dire ai politici quel vogliono loro [del tipo, citando le promesse elettorali: "...(che mai) avremmo aumentato le tasse..."...]; basta che "per motivi di palinsesto" vengano inserite o meno le parole fra parentesi tonda ed il gioco è fatto.
Perché appunto di gioco si tratta.


Ma a proposito di gioco:
De "La leggenda del grande inquisitore" non ne avevamo già trattato abbondantemente in un altro topic, quando forse avevi un nick-name diverso?...
O forse non eri tu, ma solo un tuo collega indottrinato alla stessa sezione del partito ideologico che frequenti tu?...

Con molta simpatia e cordialità, ma mi scuserai se io la chiudo qui; avrei anche altre cose da fare, oltre che giocare alla teologia da circolo ricreativo.

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fantasma76
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@Lucio Musto ha scritto:De "La leggenda del grande inquisitore" non ne avevamo già trattato abbondantemente in un altro topic, quando forse avevi un nick-name diverso?...
O forse non eri tu, ma solo un tuo collega indottrinato alla stessa sezione del partito ideologico che frequenti tu?...
Il nik e l'avatar è sempre stato lo stesso in tutti i forum che ho frequentato, per essere ben identificato. Colleghi non ne ho, e non ho nessuna tessera di partito, e mi piacerebbe capire dove mi hai schierato e perchè, visto che io stesso non riesco a stabilire dove schierarmi.

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Lucio Musto
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Viandante Ad Honorem
@fantasma76 ha scritto:
@Lucio Musto ha scritto:De "La leggenda del grande inquisitore" non ne avevamo già trattato abbondantemente in un altro topic, quando forse avevi un nick-name diverso?...
O forse non eri tu, ma solo un tuo collega indottrinato alla stessa sezione del partito ideologico che frequenti tu?...
Il nik e l'avatar è sempre stato lo stesso in tutti i forum che ho frequentato, per essere ben identificato. Colleghi non ne ho, e non ho nessuna tessera di partito, e mi piacerebbe capire dove mi hai schierato e perchè, visto che io stesso non riesco a stabilire dove schierarmi.

Non ti ho schierato da nessuna parte, amico fantasma76, non mi sarei mai permesso!

Ho solo notato un singolare ripetersi di una mia esperienza precedente, ma non molto datata, con altro utente, non so nemmeno se di questo stesso o di altro SocialForum.
Stesso inizio scherzoso in tema religioso, stesso accendersi d'interesse, stessa (o simile) sventagliata di pezzetti di versetti biblici messi lì in fila, come soldatini disertori allineati per la fucilazione, e poi la "Leggenda del grande inquisitore" sciorinata li (non in Spoiler, ma tutta in chiaro quella volta) come se fosse una nuova bibbia.
Per questo mi è venuta l'idea che fosse un deja vue, o l'approccio standard di un qualche catechismo ideologico a me non familiare.
Tutto qui. Nessuna malizia da parte mia, nessun tentativo di aggressione o mancanza di rispetto nei tuoi confronti!... Ho semplicemente preso un abbaglio, e te ne chiedo scusa.

Resta naturalmente che non intendo proseguire un discorso siffatto perché mi sembra sterile di contenuto o solo iroso di obbiettivo, ed educatamente lascio.

Di nuovo cordialità

Lucio Musto

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