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Il Rapporto Terapeutico

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IlDucaBianco
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Viandante Residente
Viandante Residente
Il rapporto terapeutico è a mio avviso la risultante dell' interazione tra tre istanze: paziente, analista e contesto. L'interazione può fallire o riuscire in quianto rapporto umano. La riuscita tecnica è successiva. Detto questo, esistono alcuni elementi che a mio avviso sono profondamente dannosi. Ad esempio la propensione del terapeuta a dare consigli espliciti. Un buon terapeuta deve sparite, mettendo da parte il suo bisogno interno di aiutare o sentirsi importante. Infondo tutti i terapeuti scelgono il loro lavoro perchè animati da queste due spinte, per ragioni diverse. Assecondarle però significa fare catechesi e non terapia, o peggio farsi sostenere dai pazienti, Un altra cosa per me gravissima è data dalla mancata protezione del contesto: telefono che squilla, ambulanze che passano, il paziente successivo che citofona ecc. Alcuni elementi sono ineliminabili ma altri sono responsabilità del terapeuta.
Vorrei sapere come la vedete voi, sulla base della vostra esperienza e/o di quella dei vostri cari, o ancora in astratto. Vorrei anche sapere cosa motiva la vostra fiducia o il vostro scetticismo nei confronti della figura del terapeuta, sia esso psicoanalista o psicologo.
Noto che in tale valutazioni per molti è indicativo il fattore tempo (lunghezza terapia in rapporto al risultato) e la tendenza a prescivere o a non prescivere farmaci, oltre a quanto detto sopra.

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2
NinfaEco
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Viandante Ad Honorem
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Io ho avuto un rapporto profondamente disincantato con la figura terapeutica. Non mi sono mai illusa, come la persona con cui stavo "di essere paziente unica" o che l'altro fosse profondamente presente ( superare il trauma di un poter essere tutt'uno con mamma, a causa dei fratelli. del padre e del lavoro a quanto pare segna ancora a 35 certi individui, che non hanno avuto il lutto ad impedire loro di coltivare il proprio egocentrismo). Ho sempre pensato che potesse essere stanco o distratto e sono convinta di essermene accorta quando accadeva perchè ho potenti recettori capaci di captare l'indisponibilità. Non gliene ho mai fatto una colpa perchè ascoltare, anche se pagato è pesante e perchè hop scelto consciamente di affidarmi. Però l'hoi fatto senza illusione, sapendo che pagavo e che per lui era un lavoro. L'idea poi di essere paziente unica poi la trovo da davvero infantile. Perchè mai? cosa ho di fronte..un missionario? e chi sono io poi? Non sono mai stata un integralista io. Mai avuto fedi o cercato maestri. Ho sempre pensato che il mio percosso si disegnasse in un un modo del tutto arbitraio, in cui niente è sicuro. Anche da questo vengono i miei casini. Non è che chi si accorge di quiesto sia poi in virtù di tale consapevolezza saggio e coraggioso. Comunque, all'interno di un rapporto così vissuto ho provato a volte fastidio, sopratutto per la brevità del tempo concessomi e per le telefonate ricevute durante minuti che stavo lì. Poche volte l'ho esternato per non perdere tempo e perchè poi affidarmi sarebbe stato ancor ppiù artificiale di quanto già pensasi e di quanto la telefonata distujrbante mi avesse ricordato. So di avere serie difficoltà a coltivare quell'illusione necessaria per vivere le relazioni senza ansia e paura. So anche che le proteggo io per prima, dal mio stesso partner controllandone le risposte e trasponendo il conflitto dallo spazio terzo al mio interno. Non è che mi freghi molto, basta essere amati e poter amare. Se anche proteggo da certe cose, lo faccio per un mio bisogno e poi peso per altre ragioni. Quindi tanto fa. Nessuno è limpido nemmeno se squardato da decine di analisti. Grazie preferisco vivere.

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3
The Royal
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Viandante Storico
Viandante Storico
@NinfaEco ha scritto:

basta essere amati e poter amare.

Grazie preferisco vivere.


Dunque, Ninfaeco, secondo me hai affrontato con un polso intellettualmente fermo una questione complessa.

Il titolo del topic, in realta' avrebbe dovuto essere "Ricominciare ad amarsi ancora".
Cerco di andare al quibus.

L'analista con cui ho un rapporto terapeutico, dovrebbe riportarmi in careggiata con una metodologia frutto di cognizioni mediche pregresse e nate dalla scenza.

Ma se io vado da un analista dicendogli che tipo di atteggiamento dovrebbe avere verso di me', sarebbe come dire al medico che medicina darmi per il mal di testa.

Ma andiamo oltre.
Se vado dall'analista e' perche' mi sento disadattato nella realta'.

Ma la risposta al tempo stesso l'hai data proprio tu.

Non e' forse meglio un sano rapporto amoroso con una donna che sappia amorevolemtne ed energicamente svegliarmi?

Consentimi una cosa parlo di compagna al fianco, non di colf: so' benissimo cucinare.

Ma e' un esempio.

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4
Ospite
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Ospite
@IlDucaBianco ha scritto:Il rapporto terapeutico è a mio avviso la risultante dell' interazione tra tre istanze: paziente, analista e contesto. L'interazione può fallire o riuscire in quianto rapporto umano. La riuscita tecnica è successiva. Detto questo, esistono alcuni elementi che a mio avviso sono profondamente dannosi. Ad esempio la propensione del terapeuta a dare consigli espliciti. Un buon terapeuta deve sparite, mettendo da parte il suo bisogno interno di aiutare o sentirsi importante. Infondo tutti i terapeuti scelgono il loro lavoro perchè animati da queste due spinte, per ragioni diverse. Assecondarle però significa fare catechesi e non terapia, o peggio farsi sostenere dai pazienti, Un altra cosa per me gravissima è data dalla mancata protezione del contesto: telefono che squilla, ambulanze che passano, il paziente successivo che citofona ecc. Alcuni elementi sono ineliminabili ma altri sono responsabilità del terapeuta.
Vorrei sapere come la vedete voi, sulla base della vostra esperienza e/o di quella dei vostri cari, o ancora in astratto. Vorrei anche sapere cosa motiva la vostra fiducia o il vostro scetticismo nei confronti della figura del terapeuta, sia esso psicoanalista o psicologo.
Noto che in tale valutazioni per molti è indicativo il fattore tempo (lunghezza terapia in rapporto al risultato) e la tendenza a prescivere o a non prescivere farmaci, oltre a quanto detto sopra.

Piccola premessa: sono estremamente affascinata da tutto ciò che gira intorno alla psiche umana, ma sono piuttosto prevenuta nei confronti della psicoterapia. Detto ciò, parlo delle mie esperienze: quando mio padre se ne andò, la persona che mi seguì e mi fu di grosso aiuto in quel periodo pensò che fosse meglio per me sfogarmi con qualcuno, elaborare la mia perdita, e mi consigliò una terapeuta: non ci sono rimasta molto, avevo 16anni, non solo non si era instaurato un feeling, ma proprio la detestavo. Me ne andai via arrabbiata e vuota. Intorno ai 25, 26anni decisi io di andarci, trovai una donna con due palle grandi quanto un melone, uscìì dalla seduta senza energie dopo più di un'ora di pianto, ma volli continuare, per poi iniziare una terapia di gruppo. Ho avuto altri due rapporti terapeutici, in questo caso dovuti alla dipendenza del mio compagno con due Sert di città diverse: nel primo la dottoressa riusciva a farci comunicare, non dava giudizi e lasciava che fossimo noi, parlando, a trarre le nostre conclusioni, e non venne avanzata nemmeno l'ipotesi di utilizzare psicofarmaci; nel secondo caso, invece, dove tra l'altro l'incontro era un'ora al mese con interruzioni di ogni tipo, ho avuto a che fare con una persona che ha detto testualmente che la colpa della dipendenza del mio compagno era mia, che ha accondisceso ed è stata complice di ogni bugia per poi imbottirlo di tavor: il tutto ha portato a mille passi indietro rispetto al lavoro fatto precedentemente.
Ora, dopo una fase che ci metterò mesi a superare, mi sono decisa a chiedere aiuto, anche se devo ammettere che ho ancora un grosso blocco nel farlo.
Ora, parliamo delle componenti:
- terapeuta: deve essere in grado di stabilire un rapporto, comunque, mantenendosi distaccato, col paziente, se questo non avviene non si instaura il rapporto di fiducia, ed è vero, non deve esprimersi direttamente e dare giudizi, ma attraverso il dialogo il paziente deve arrivare da solo a trarre conclusioni, anche perchè in un momento di debolezza psichica ed emotiva, si è facilmente condizionabili;
- il paziente deve essere pronto a questo rapporto, se non lo è la terapia è compromessa in partenza, e questo significa anche non raccontare tutto, o solo in parte, e se questo avviene, allora non si sta facendo un buon percorso;
- i farmaci: ne sono fortemente contraria, anche se capisco che ci sono stati che sono talmente dolorosi che hanno bisogno di essere calmati, ma vedo la necessità dei farmaci solo in casi psichici gravi, per il resto il dolore non può essere sedato, perchè se lo nascondi non ci lavori sopra. Fa male, fa fottutamente male, ma se non lo si sputa fuori resta lì, latente, ed è una bestia così infida che non se ne va' più via.

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^Sick_Boy
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Viandante Affezionato
Viandante Affezionato
Povera psicoterapia, che invece da ottimi frutti a patto di essere affrontata con disponibilità (dal paziente) e condotta con professionalità (dal terapeuta).

É chiaro che il terapeuta -che è la parte umana in vantaggio, perchè ha supponibilmente passato anni a studiare e altri anni a perfezionare lo studio con la pratica- ha numerose responsabilità nella buona riuscita di un rapporto terapeutico e, tra queste, ci sono indubbiamente la capacità di "scomparire", trovando un equilibrio tra il non giudicare, il non dare consigli e il guidare, l'instradare il paziente verso la sua (del paziente) soluzione ai problemi. Ancora, c'è il "giocare d'anticipo", ben sapendo che in un rapporto terapeutico il paziente cercherà -sempre- di sedurre (condurre a sè) l'analista. E tutta una serie di altre cose, anche piuttosto problematiche da gestire.

La responsabilità però non stà solo lì: il paziente deve effettivamente aver voglia di affrontare una terapia -e questo sembra scontato a parole, ma nei fatti lo è molto meno, visto che una terapia consiste in pratica nell'andare a scavare ad una certa profondità e sono poche le persone che "reggono" questo processo o, meglio, che hanno voglia di affrontarlo.
Ma c'è anche un'altra cosa, quasi altrettanto importante: il paziente deve scegliere. Troppe persone ho visto che, nel rivolgersi ad uno psicologo, hanno aperto l'elenco del telefono e si sono fermate al primo nome che ha risposto al telefono, oppure sono andate solo da quello "davvero bravo" consigliato dall'amico/parente/conoscente e, delusi, hanno deciso che "la terapia non fa per me". Invece no, si tratta di sbattersi, di cercare, di fare colloqui, di provare, finchè non salta fuori una persona con cui ci troviamo a nostro agio.

Il "contesto", in tal senso, io lo considero come espressione dei fattori umani (paziente+terapeuta). Lo studio del mio analista era una interminabile distesa di libri, impilati, ammucchiati uno sopra all'altro, pressati nelli scaffali, poggiati un po' ovunque. La stanza era sempre in penombra, c'erano le inferiate alle finestra, insomma dava forti sensazioni "dark". A me andava a fagiolo, un'altra persona avrebbe avuto un attacco di ansia claustrofobica solo a metterci piede dentro.
Il telefono squillava spesso ma la cosa non mi dava fastidio, anzi: mi dava tempo per riflettere meglio su ciò di cui parlavamo e, comunque, recuperavamo sempre il tempo "rubato" dal telefono. Ad un altro, magari, avrebbe dato problemi di concentrazione o, semplicemente, fastidio.
Insomma, in parte è responsabilità del terapeuta, in parte dipende dal paziente scegliere anche il contesto che gli sia congeniale.

Un'annotazione sui farmaci: gli psicologi (psicanalisti, psicoterapeuti e qualsiasi altra forma del laureato in psicologia) non possono prescrivere psicofarmaci. Possono consigliarne l'uso, ma la prescrizione, i necessari controlli, i dosaggi, sono prerogativa dello psichiatra, ossia del laureato in medicina che si è specializzato in psichiatria.
Sono due ambiti profondamente diversi che, purtroppo, spesso combaciano (e ancora più spesso vengono confusi dalle persone) e ci si ritrova con situazioni paradossali per cui, in certi contesti, a fare psicoterapia è un laureato in medicina che, a livello di formazione, non ha la stesse competenze di un laureato in psicologia.

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Ospite
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Ospite
Sick boy, credo che al tuo intervento non ci sia niente da aggiungere, se non una propria esperienza personale. Direi che lo quoto in toto.

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nextlife
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Viandante Affezionato
Viandante Affezionato
Molte delle cose che ha scritto ilducabianco sono condivisibili.
Il passaggio nel quale si individua una sequenzialità del rapporto trovo sia poi fondamentale.
L’interazione, il «rapporto umano» tra analista e paziente è infatti volta a stabilire –in prima istanza- quella primaria condizione nota come “alleanza terapeutica” senza la quale non si va da nessuna parte
Essa, visto che non è affatto un elemento stabile, ma può mutare nel corso del rapporto, è un preciso indicatore di come modulare l’intervento stesso.
Tale modulazione però – oltre ovviamente a non riuscire mai a cancellare la possibilità dell’insuccesso- contiene anche alcuni pericoli (e anche qua si palesa l’abilità professionale del terapeuta).
Il pericolo è quello di avanzare forzature che – allo scopo di recuperare certe condizioni che si stanno deteriorando (leggasi "alleanza che sta scemando")- alterano l’equilibrio citato tra la necessità di fornire un indirizzo, e quella di non avanzare lo stesso in modo eccessivamente invasivo.
Il pericolo è anche quello di inficiare il processo con il quale il quale il terapeuta può analizzare l’eventuale insuccesso, traendo da esso tutti quegli elementi informativi che anche un’esperienza negativa può fornire.

Paradossalmente, mentre l’assenza di forzature è (o dovrebbe essere) un aspetto strategicamente caratterizzante, credo spesso costituisca uno degli elementi negativi (dal punto di vista del paziente) con il quale egli considera l’efficacia dell’approccio.
Noto infatti, che non è inusuale –anzi- che il paziente si attenda la delineazione di una strategia chiara, precisa, poco complicata, che in un lasso di tempo ragionevolmente accettabile, conduca alla risoluzione del problema.
È anche facile comprendere come questo meccanismo sia suggerito dal vissuto esperienziale laddove, le problematiche venivano affrontate –risolte- con la soluzione farmacologica e/o chirurgica e nelle quali non era richiesta una connotazione particolarmente attiva.

Trovo che sostanzialmente (ovvero in proporzione rilevante), lo scetticismo verso la figura dello psicoterapeuta, sia dovuta al fatto che non si riconosce la possibilità di indagare – e quindi affrontare- con successo, aspetti ritenuti così importanti, vitali, intimi, e così caratterizzanti di ogni individuo.
Vi è in sostanza la tendenza a dichiarare –più o meno consciamente- «sulla mia interiorità, sulle mie dinamiche nulla può essere detto/compiuto».
A questo proposito:

CignoNero ha scritto:
Piccola premessa: sono estremamente affascinata da tutto ciò che gira intorno alla psiche umana, ma sono piuttosto prevenuta nei confronti della psicoterapia.

Posso chiederti perché?

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8
Blasel
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Banned
Banned
Splendido l'intervento di Sickboy al quale mi sento d'aggiungere due parole sugli psicologi ed i farmaci ed anche i disturbi denunciati dal 'paziente' : un valido psicologo non si sognera' MAI di consigliare un qualsiasi farmaco ad un suo utente, neanche quello per il mal d'auto od una semplice emicrania, ne', tantomeno gli dara' un bicchiere d'acqua se non esplicitamente richiesto.
Se il 'paziente' (io lo chiamo 'utente') denuncia disturbi di qualsiasi natura, gli si consiglia di rivolgersi allo specialista in materia e, solo se specificamente richiesto, gli si puo' fare il nome di uno studio che si ritiene affidabile.

In genere gli psicoanalisti non sono laureati in medicina, ma anche se lo fossero, come nel mio caso (e ne conosco moltissimi) quando esercitano come analisti, dimenticano di essere dottori in medicina.

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9
Ospite
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Ospite
@nextlife ha scritto:
CignoNero ha scritto:
Piccola premessa: sono estremamente affascinata da tutto ciò che gira intorno alla psiche umana, ma sono piuttosto prevenuta nei confronti della psicoterapia.

Posso chiederti perché?

I motivi principalmente sono due: uno è in base al fatto che non sempre siamo in grado di riconoscere la persona adatta a noi, come credo abbia detto Sick molte volte ci limitiamo al medico che ci è stato consigliato o ci fermiamo al primo consultato, ed uno psicoterapeuta se non sa fare il suo lavoro può essere più un danno che un aiuto, soprattutto se invece di fare arrivare il paziente alle conclusioni perchè le capisce da solo gliene pone di dirette. Il rapporto col terapeuta può anche diventare una dipendenza se non è ben instaurato, o può essere ulteriormente dannoso se chi vi si pone davanti racconta mezze verità o favolette.
L'altro motivo è che io tendo ad affossare il mio dolore, a cercare di dimenticarlo, e questo è un limite personale, solo mio, a cui sto cercando di porre rimedio, a dire il vero.

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