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51
Pazza_di_Acerra
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Anonimo Verbanese
1998


Canto Quarto

Procedevamo assorti e circospetti
Guatando tra lo squallido pietrisco:
“Caro Tonino, se me lo permetti

vorrei farti notar che compatisco
la sorte di Liguori un pochettino;
invece, per quel poco che capisco,

tu non lo compatisci, e l’hai persino
come una palla a schiaffi e a calci preso
senza mostrar pietà per quel tapino”.

Di Pietro mi fissò molto sorpreso,
quasi parlar sentito non mi avesse,
poi disse: “Non sei tu quello che ha offeso

per anni nelle sue rubriche fesse,
non tu quel che con bufale inventate
a bersaglio da distruggere elesse:

è facile ostentar nobilitate
quando non si è coinvolti di persona
ed ammantarsi con pose studiate

dell’aura di chi sempre poi perdona”.
Tacqui umiliato da quelle parole
come chi su quel che non sa sragiona.

“Ecco che finalmente, se Dio vuole,
quest’altipiano, che tanto ti pesa,
sta per finire, ma le capriole

non far di gioia, ché una nuova impresa
ti attende dove siamo ora diretti”.
Ed ecco che imboccammo una discesa

da slalom, tuttavia senza paletti,
che ci menò vicino a una palude
fredda e infestata da orribili insetti

e in cui languivan delle larve nude
di quei che furon uomini una volta.
Allor Tonino, con un fare rude,

dopo che una moneta si fu tolta
di tasca, la gettò nel fango sporco:
ed ecco che su quella allor con molta

furia precipitò una specie d’orco,
con gran rimestamento della mota,
avido grufolando come un porco.

“Guarda costui, che dentro il fango nuota
con grande affanno per una moneta,
che sol nel numismatico si nota

se quella è rara: questi mai la dieta
in vita volle far, ma fece a gara
coi più grandi ribaldi del pianeta

a diffamar gli onesti e a far cagnara
e a trarne in premio sordidi guadagni:
ecco che sei al cospetto di Ferrara

dall’epa, il culo e i fianchi troppo magni”.
Avea costui tra i denti bene stretto
la monetina, e lanciava ai compagni

sguardi di sfida, già gonfiando il petto,
quando un bel damerino mezza sega
lisciandosi con cura il bel ciuffetto:

“È mia di me, perciò non me la nega,
tu, cacca, merda, piscia, culo grasso!”
tosto inveì come chi giammai prega;

“Piantala, Sgarbi, di fare il gradasso,
la moneta appartiene a chi l’ha presa,
non rompere i ciglioni e cedi il passo,

ché, se la vuoi, con facile difesa
me la terrò, e tu certo in ritirata
batterai allor con qualche parte lesa”.

“È mia di me, Giulano l’Apostàta,
perché di te io son più intelligente
e fo televisione più sgarbata”

“Questo non c’entra adesso proprio niente,
se tu sei intelligente, io son grosso,
e oppongo i pugni alla tua fine mente”.

“È mia di me, Giulano, molla l’osso!”
sbraitò isterico Sgarbi senza occhiali,
ma fu all’istante al fegato percosso

da cinque sergozzoni, tali e quali
a quel che sul ring dava Marciano,
sicché la sua protervia mise le ali

e poi si inabissò molto lontano
dov’era la palude più profonda,
lasciando invitto il manesco Giuliano”.

“Ma che genìa è mai questa, tanto immonda,
chiesi a Di Pietro in risentito dire,
che nuda e dentro il fango si sprofonda

eppur bisticcia per cinquanta lire?”
“Eccoti del Berlusca le fanfare
che di fasulle si ammantavan ire

in tele e sui giornali, per campare
come nababbi a Capri e a Portofino,
dove inquinaron gran tratti di mare”.

“Ma taci, tu, somaro di un Tonino,
che sempre ti sei fatto troppo bello
d’aver perseguitato il mio Bettino

e di avermi sconfitto nel Mugello,
dove i votanti sono analfabeti
e scelgon sol la falce col martello

perché son tutti rossi e mangiapreti”.
“O tu, forzitaliota socialista,
che provochi il tornado quando peti,

non voglio stare qui a fare la lista
delle più clamorose malefatte
del tuo Bettino e Silvio il piduista,

oppur di quelle lerce teste matte
di Previti e Squillante, ma ti basti
sapere che nessuno Silvio batte

nel fare affari sporchi e poco casti
non sol da noi, ma pure in Spagna e Francia:
tu lo sapevi, eppur fermo restasti

senza far nulla, a grattarti la pancia,
e allora più non farmi morale
e porgimi piuttosto l’altra guancia”.

Barrì Ferrara allora in modo tale
che il fango schizzò via per ogni dove
come lanciato da seimila pale.

”Partiam, che in questo luogo troppo piove,
disse Tonino forbendosi il viso,
perché ci aspettan già contrade nuove”.

Col mio vestito lordo e tutto liso
allora lo seguii dentro una grotta
che non pareva proprio un paradiso,

più fredda dei gelati della Motta
e oscura come frasi di Mancuso.
“Se ancor ti piace qualche bella potta,

a cui per gli anni ormai più non sei aduso,
(sessantaquattro avevo primavere),
allor qui dentro non sarai deluso

che almeno un paio ne potrai vedere”
disse Tonino e subito mi venne
per smania il fuoco su per il sedere,

mi ricomposi e poi drizzai le antenne.

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Pazza_di_Acerra
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Anonimo Verbanese
1998


[size=18]Canto Quinto

Per un passaggio stretto e angusto come
quella mentalità che mostrò spesso
il papa che polacco ebbe il cognome

in tema di famiglia, aborto e sesso,
spuntammo infine in mezzo a un bel verziere
ove fanciulle, bianche come gesso,

subito ci esortarono a godere
di loro con sfacciati e arditi motti,
mostrandoci le poppe ed il sedere

al naturale, interamente biotti,
sicché, col viso di vergogna pinto
chiesi a Di Pietro “Tu che fai, le fotti

questa che da un fimaccio di Brass Tinto
sembrano uscite, o da videocassette
persin dal contenuto ben più spinto?”.

“La regola del posto non permette
prender alcun piacere da costoro
ché, se ti azzardi a sfiorargli le tette

o a far qualche altro sessual lavoro,
tosto a lor puntan unghie di ghepardo,
fame di tigre e denti di castoro

e ti divoran, carne, l’ossa e il lardo”
rispose allor stizzita la mia guida
che, come me, tenea dolente il cardo,

“affronta quindi questa dura sfida
come se fossi eunuco o Formigoni”.
Ma all’improvviso udimmo delle grida

e quasi me la feci nei calzoni
quando vidi arrivar verso di noi
un tale che teneva i due ciglioni

e il glande gonfi, come quel che i buoi
la vacca nell’ingravidar soppianta.
Fanciulle nude lo braccavan, poi,

intrappolatolo contro una pianta,
gli fecer qualche cosa poco casta,
ignota a qualche suora e a qualche santa,

a lui a gridare “Aiuto, basta, basta,
ché se vi tocco poi mi divorate,
sicché permane sempre tesa l’asta

né voi l’opera al fine mai portate,
ed io non posso farmi alcuna LavorodiCarpenteria ( Modalità di Censura Parole Innovativa)
né trovar sfogo come il prete o il frate”.

Disse Tonino: “È il Bossi della Lega
che menò vanto d’esser sempre duro
ed ora, è un fatto che nessuno nega,

molle non gli ritorna di sicuro”.
Allora quel, che aveva un’impellente
necessità di un chilo di bromuro,

dentro a un cespuglio riparò piangente
per sottrarsi alla sozza terapia
che mai le voglie gli faceva spente,

ma sul cespuglio la crudel genìa
delle fanciulle si gettò a stanarlo
quando fuori spuntò, spregevol spia,

tra le foglie il batacchio, né occultarlo
poteva l’infelice Bossi Umberto.
“Di questo polentone più non parlo,

che col razzismo ha duri colpi inferto,
con la balla dei Celti, al nostro Stato”
disse Di Pietro, e dopo che ebbe aperto

un cancelletto di legno intarsiato,
vedemmo tanti neri in fila indiana,
sgranati su un immenso e verde prato

tutti a esibir ‘na micidial banana.
Prendemmo a risalir la fila, lunga
come un editoriale di Mentana,

che, quando par finito, più si allunga,
finché giungemmo infine alla sua testa.
“Un uomo prono scorgo, e par che funga

da sposa a questi, dissi, ché si presta
a greci e a turchi turpi, bei giochino”.
“Costui che sotto giace, e non in festa

e senza doppiopetto, è il nero Fini
che viene trivellato senza sosta
da ciclopici peni marocchini

ed afro-americani, e della Costa
d’Avorio, e ancor più spesso dai Watussi,
sicché tu puoi vedere quanto costa

fare il fascista, detestare i russi,
ghetti sognar per gli omosessuali
e vivere con Silvio in mezzo ai lussi”.

Fini intanto emetteva urla bestiali
non certo di piacere, ché l’attrezzo
che lo sondava come un battipali

pareva almeno lungo un metro e mezzo.
Ci fosse stato Franco Zeffirelli,
che ai paracarri fu gran tempo avvezzo,

con che sollazzo tutti quei piselli
fagocitato avrebbe nel suo forno!
Però Gianfranco Fini fu tra quelli

che pensan che anche le riviste porno
debbano contemplar pene di morte,
per cui, sodomizzato tutto il giorno,

e da negri per giunta, piange forte.
Ma ecco che Antonio biasimò i negroni:
“Passando tra di voi, purtroppo ho scorto

di vaselina alcune confezioni
di cui l’uso fin d’ora vi proibisco:
sian naturali le penetrazioni,

al par di quelle che ci infligge il fisco
poiché così saran più dolorose,
come già predicò il ministro Visco”.

Poi, procedendo tra primule e tra rose,
di cui godemmo la beltà e il profumo,
e superato un letto di mimose,

giungemmo a un rosso fiume, che un gran fumo
spandeva vorticando verso il cielo.
“Da quel che vedo qui, Antonio, presumo

che sia la lava a provocare il velo
dell’acre fumo che gli occhi mi arrossa”.
Ma ecco che un uomo dall’antico pelo

ma tinto e pettinato, con la rossa
lingua che felpa avea pel gran leccare
che aveva fatto in vita, ed enfia e grossa,

dal fiume incominciando a supplicare,
levò le mani tutte abbrustolite:
“Deh, voi soccorso vogliate prestare

a me, o viandanti, se pietà sentite
per questo direttor finito male
dopo che a Retequattro son fallite

le sue edizioni del telegiornale!”
“Antonio, chi è mai questo, pettinato
come un cinedo, e nelle pose uguale

a quel che a Casablanca si è operato?”
“Non farti tu ingannar dalle movenze
molli, ché in vita questi è sempre stato

peggio del mostro ignoto di Firenze
verso le donne, credendosi bello,
ma in altri campi son le sue indecenze

ché quel che hai tu di fronte è proprio quello
stupido servitor che baciò il piede
caprin di Silvio, e gli baciò l’anello:

eccoti il servo sciocco Emilio Fede”.


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Pazza_di_Acerra
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Anonimo Verbanese
1998


Canto Sesto

Nel tempo che il Berlusca delirava
dei magistrati di essere il bersaglio
ed in televisione con la bava

correva a fulminar Lerner, Deaglio,
la Gruber, Crozza, il tigitrè, Folena,
gridando “Allarme rosso! C’è uno sbaglio!

Della magistratura, tutta piena
di comunisti, c’è un vero complotto!”
allor veder potesti quale oscena

banda di disonesti e cacasotto
del boss alla difesa in malafede
accorse in massa, in subitaneo botto

pronta a difender quello in cui non crede:
soltanto un nobiluomo fa eccezione,
il comico yesman Emilio Fede

che d’amor vero ardea per il padrone,
sicché si rinnovella di Francesca
e del suo Paolo l’insana passione

cui un libro galeotto fece da esca:
ed anche Emilio, leggendo i contratti
di Mediaste un dì, succede ch’esca

fuori di testa come gli altri matti,
che Silvio avea all’uopo prezzolato
per batter la grancassa; e batti batti

infin si stabilì che il magistrato
colpevole era di lesa maestà,
al soldo di D’Alema e Pizzicato,

e i difensor della legalità
divennero in tal modo fuorilegge.
Ma l’italiano tanto criterio ha

quanto dei pecoroni dentro al gregge
e per il mondo il suo nome si spande
schernito ormai, e nemmeno lo protegge

la storia sua, che fu davvero grande,
tanto che in testa, invece del cappello,
calzar dovrebbe un paio di mutande.

“Rimira Emilio, che si credea bello,
immerso sino al collo nella lava
come nella lordura sta il porcello:

e quando in tele gran balle sparava
senza arrossire, e quando dell’infame
Silvio le somme doti decantava,

facendo la figura del salame,
e quando, finalmente, il sottoscritto
godeva ad insozzar col suo ciarpame

di basse insinuazioni, a buon diritto
insorse allora ogni persona onesta
che avrebbe volentieri a Fede inflitto

un paio di ceffoni sulla testa,
perché nei buoni incute sol ribrezzo
chi a fare il servo ed il lacché si presta

senza pudore, contrattando il prezzo,
come quelle puttane d’alto bordo
per cui non sentiam pena, ma disprezzo.

Rimira Emilio, che di colpe lordo
or si compiange e tardi a pentimento
è giunto, perché in vita sempre sordo

fu a questo salutare sentimento,
e ormai non può più ambire alla salvezza
ma sta dentro alla lava, sino al mento,

rovente come un bacio o una carezza
di quelli di cui fu Moana esperta
quando nei film mostrava con destrezza

la sua mentalità piuttosto aperta”
disse con paragone alquanto ardito
Tonino con un ghigno, ed una certa

espression soddisfatta, alzando il dito
medio, come soleva fare spesso
un tempo il suo tennista preferito,

John Mc Enroe, sui campi sempre ossesso.
“E come in vita forte arse d’amore
per Silvio, e forse pur ci fece sesso,

Emilio or brucia in similar calore”.
“La pena si chiamò del contrabbasso,
Fede intervenne allora con ardore,

da quando ha scritto il buon Torquato Tasso
la ‘Divina commedia’! O era l’Ariosto?!
Ah, putrida Stefania, cuor di sasso,

sei tu che star dovresti qui al mio posto
dopo che un gentiluomo hai denigrato
come Cesare Previti, ed hai imposto

di disertare a Dotti, l’avvocato
che, unico, di difender fu capace
Silvio davanti ad ogni magistrato

senza che il viso si facesse brace”.
Oltre più il caldo patir non potei
e mi parea di star nella fornace

per cui dissi a Di Pietro “Ai cicisbei
come costui può darsi che anche piaccia
diventar neri come Fiona May

ed abbronzarsi la rugosa faccia
senza lampada al quarzo, ma altri gusti
darmi par la Natura si compiaccia,

sicché non faccio parte né dei fusti
cui piace scorrazzar, le chiome al vento,
né di color che spesso si son usti

per vanità sino allo spellamento,
da capo a piedi, in spiaggia o sui terrazzi,
e di indugiare qui non son contento,

voglio scappare, prima che mi ammazzi
questo caldo bestial da ferragosto
che fa feroci i miti e i savi pazzi”.

Di Pietro intanto, stando un po’ discosto,
guatava con un viso un poco ansioso
verso un ponte lontano, tutto esposto

al divallar feroce e spaventoso
della lava, corrente come corre
la prima notte al talamo lo sposo.

Sull’altra riva si scorgea una torre
simile ad un presidio medievale,
che, chi l’affronta, in grosse grane incorre;

si intravedeva sopra il ponte un tale
che messo lì pareva a sentinella,
con aria minacciosa e non cordiale,

qual ebbe il non violento un dì Pannella
pria di iniziare il solito digiuno,
e quale ha sempre chi della Cardella

i libri legge in modo inopportuno.
Ci avvicinammo, e di color carota
notai che avea i capelli come alcuno

osato averli avrebbe. “Chi è l’idiota
che in modo tanto osceno il crin si pitta?”
Di Pietro di vergogna avea la gota

rubizza e disse “Adesso stare zitta
vorrebbe la mia voce ché lo strano
animale che vedi e che ha già afflitta

per anni la tv, mi è compaesano”,
e quello con furor a sbraitare prese:
“Chi siete voi, che in moto subitano

vi incidentate arditi in tali imprese?
E la presenza tanto a me m’attosca
che le mie labbra eccipuamente tese

Maurizio ad invocare sono Mosca”.

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Pazza_di_Acerra
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MINACCE A SALLUSTI
Stamane è pervenuta al Giornale di Alessandro Sallusti una lettera di minacce contenente anche un proiettile. Gli inquirenti stanno controllando l’alibi dell’ex capo scorta di Maurizio Belpietro.
=====================================================================================
NDR: Si sta vagliando anche la posizione di Francesco Guzzardi, cronista del Giornale, che in una precedente occasione aveva pubblicato la notizia in base alla quale avrebbe ricevuto una minaccia delle BR: la perizia calligrafica ha dimostrato che il biglietto SE L'ERA SCRITTO DA SOLO!!!

http://roma.indymedia.org/node/14717

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CLAMOROSO!!!
Dopo le sconvolgenti rivelazioni rese nei giorni scorsi da Pierluigi Bersani (La lega non è mai stata razzista) e da Maurizio Gasparri (Non sono mai stato fascista), stamattina è toccato al Presidente del Consiglio sorprendere il mondo intero con una clamorosa notizia:

“RUBY NON E’ MAI STATA MINORENNE”
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Anonimo Verbanese
1998

Canto Settimo

Tonino allor non ebbe più riguardi
e la diplomazia da parte mise.
“Smettila, zoticone di un Biscardi,

somma vergogna di tutto il Molise,
codesta amara terra di tratturi
che per disgrazia al mondo anche te mise:

meglio se quella notte gli atti impuri
tua madre li faceva con i denti,
o se il papà, sparati i suoi siluri,

gettava le caudate sue sementi
con il preservativo giù nel cesso,
che avrebbe avuto i miei ringraziamenti

e avrebbe risparmiato il tuo processo
a milioni e milioni di infelici
da te rincoglioniti troppo spesso”.

“Ué tu, Tonino, che caspita dici?
Il mio Brogiesso è palpitante
che fa sempre discutere gli amici

che scagliansi l’un l’altra l’anatema
pugnando eccipuamente, come suole,
con tanto ardore che lo studio trema

per la tranquillità delle parole,
il vispo Mosca, il maschio Menicucci,
l’arguto Damascelli che alle scuole

crescé di Cazzaniga e poi di Cucci,
e il callido Sconcerti che bisticcio
ma poi finiamo a vino e tarallucci

con cui mi indigestiono e vengo alticcio”.
“Tonino, questa bestia l’italiano
strapazza e martirizza a suo capriccio,

mutando in ostrogoto il bel toscano
che ci han donato Dante ed il Boccaccio,
come ci ha poi spiegato Momigliano”.

“Ué tu, quaglione, io l’italiano saccio
più meglio di don Lurio e Cimarosa,
e parlo senza leggere, ma a braccio,

ché legger mi fu sempre ostrica cosa
fin dalle elementari, ché la quinta
feci sei volte e poi si fece sposa

di Cristo la maestra, non incinta,
pur di levarsi infine me di torno”.
“O tu, che osi mostrar la chioma tinta

come un pasticcio di carote al forno,
e in più ostentar linguaggio troglodita,
peggiore di Borghezio e di Buongiorno,

dissi con voce alquanto indispettita,
che fai sul ponte a mo’ di buttafuori?”
“Sconto gli errori che ho commesso in vita

e fo la guardia qui per Cecchi Gori
che nella torre se ne sta rinchiuso
e a disturbarlo teme che da fuori

venga di Silvio qualche brutto muso.
Ma se tu pensi che io non parli bene,
aspetta solo di sentir Mancuso

che, se prosegui, di incontrar ti avviene
tra poco eccipuamente dietro il colle
dove egli giace pasto per le iene,

pieno di morsi, lividi e gibolle
che par marcato a uomo da Benetti:
proderrimo Romeo, che non fu molle

sul campo con le mani e coi tacchetti
sicché ai pediatri, che curano i piedi,
procurò sempre tanti lavoretti

da far su suoi avversari in varie sedi,
ma per lo più nei letti d’ospedale
con gesso, chiodi e pedofìli arredi”.

“Tonino, se non ho tradotto male
la fantasiosa prosa di costui,
mi par passare il colle demenziale

che oltre ci aspettan dei momenti bui”.
“Eccipuamente bui, interruppe l’Aldo,
ché là c’è quel ministro onde per cui

si fece su a Milano il clima caldo,
onde per cui sbalzato fu di sella
lui, che pensava di tenersi saldo,

come al rodeo il cauboi con la torella”
“Eppure andare avanti è giocoforza
anche se è un’esperienza poco bella,

ma son le avversità a farti la scorza
dura, sicché affrontarle ben ti aiuta
certo a non diventare una scamorza”

Di Pietro sentenziò con mente acuta,
e incamminossi verso l’alta torre.
“Non voglio vender Gabriel Battistuta!”

gridava Cecchi Gori. “Corre! Corre!,
disse Biscardi a me, se no Vittorio
il suo pensier per giorni vorrà esporre

sul cinema e sul calcio” “Che mortorio!”
replicai tosto, e più tosto alle spalle
la torre ci lasciammo, non d’avorio,

per traversare piccola una valle
che doveva menarci alla collina.
“Buona fortuna! (e si toccò le palle),

disse Biscardi, quasi mi impappina
per l’emozione al momento del concedo:
quando mi concedai dalla Marina

piangei tre giorni perché spesso cedo
ad una commozione celebrale
e subito sverrei se non mi siedo.

Un bell’applauso a voi, che con quel tale
un accaldato tema affronterete,
eccipuamente palpitante, quale

quello che già affrontai nella mia rete
di Montecarlo, se Robertobbaggio,
mandato Cesarone a farsi prete,

il nuovo commissario avrà il coraggio
di schierarlo sui fianchi di Del Piero
senza più fare un folle ballottaggio,

e allora grato corre il mio pensiero
simpaticamente allo sbonzor tutto
che mando un bell’applauso assai sincero

e vi saluto con il ciglio asciutto”.
Precipitammo a valle frastornati
come chi ha appena appreso qualche lutto,

poi il colle risalimmo in mezzo a prati
in cui non si vedea di vita segno:
appena in vetta noi fummo arrivati,

un’iscrizione incisa sopra il legno
di un cartello trovammo: “La mercede,
qui chi passò la vita in modo indegno,

ora riceve. O tu, viandante, il piede
altrove volge dunque in tutta fretta
ché chi va oltre, indietro più non riede”.

“Tonino, forse è meglio dare retta
alle parole savie del cartello”
dissi suadente più di Gianni Letta,

ma Antonio a me: “O timido vitello,
io di questo cartello me ne impipo,
di proseguir decido senza appello

per giungere dall’orrido Filippo”.


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Pazza_di_Acerra
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[b]Anonimo Verbanese
1998

Canto Ottavo

Discesi, un lezzo tale lì ci accolse,
dove finiva il ripido sentiero,
che Antonio il fazzoletto tosto avvolse

intorno al naso, come al cimitero
suol fare chi a esumare è il triste addetto;
in una cava, sotto il cielo nero,

giaceva prono e ben legato stretto
un vecchio ripugnante e tutto nudo,
pieni di piaghe come un cane infetto

senza che nulla gli facesse scudo
contro l’atroce attacco delle iene.
“Deh, voi, cessate il manducante ludo

imperocché eziandio non si ritiene
contro la vostra pugna lo sfintere
e per la tema si raggriccia il pene!”

gridava quello, ma le sue preghiere
venivano ignorate dal vil branco
che quell’idioma non potea sapere.

“Un latinista qui, Gerardo Bianco
o Concetto Marchesi, o il Mandruzzato
or ci vorrebbe, ma penso che manco

questi che vanto son del nostro Stato,
saprebbero capire la metà
di quel che dice il vecchio magistrato

che peggio parla di Jerry Calà”
disse Di Pietro, poi afferrò un bastone
ed alle iene corse “Via di qua,

sozzi animali, più di Bottiglione”
e tutte le disperse in un baleno.
“Chi sei mai tu, impavido campione,

che mi succurre, d’umanità pieno
pel mio corpo vetusto e sì senile
a cui la vis è ormai venuta meno?

chiese Mancuso, più che mai gentile.
“Di Pietro Antonio, che giammai ti scusa
ché, da ministro, fosti tanto vile

da tentar di mandarlo sotto accusa
sicché fosti cacciato con vergogna
come chi dei poteri troppo abusa,

ed ora vivo giaci, ma carogna
per queste iene, e sostanzioso pasto”
“Ah, sei Di Pietro, quel ratto di fogna

che, poco accorto, solo portò il basto
delle colpe del Pool, per furor cieco.
Ma vorrei quel di superiore fasto,

Scalfaro bramo, per alterar seco,
conciossiaché, perbacco, or non è guari”
“Non parla già latino, e neanche greco

costui, ma parla peggio dei somari
che Palazzo Madama nutre e accoglie”.
Ma quello continuò “Miei patrii Lari,

se Scalfaro qui fosse, quante voglie
potrei cavarmi!” “Ma se sei incapace
di soddisfare quelle di tua moglie

tu, che hai raggiunto dei sensi la pace
a ventun anni, eppur mai smettesti
di insolentir con sfrontatezza audace

il mondo intero, e adesso coi tuoi resti
banchettano le iene, ché sei stato
carogna in vita, e ancor carogna resti”

disse Tonino e poi, ripreso fiato,
le iene richiamò con un bel fischio
verso quel vecchio poco prelibato.

Mi allontanai per evitare il rischio
che pur di me facessero pietanza
come di panettone sotto il vischio,

quando scorsi da me a poca distanza
giacer magra e legata una donzella,
sdraiata come chi si spaparanza.

“Sai dirmi, tu, o mia guida, chi è mai quella
che giace, e sulla bocca ha un gran bavaglio
di quelli che in tv mettea Pannella,

tanto che deve averle qualche taglio
fatto alle labbra, e indolenzito i denti?”
“È imbavagliata affinché il suo raglio

più non si udisse tra le morte genti,
ché tra le vive già fece gran danni
col suo gran strepitar Titti Parenti.

Insieme lavorammo per molti anni
in pace alla procura di Milano,
poi, messi allo scoperto i tanti inganni

con cui i politicanti fanno il grano,
subimmo attacchi tanto inverecondi,
che subito divenne chiaro il piano

di Craxi e Berlusconi; e degli immondi
disegni la Tiziana di costoro
correa si fece, ed ilari e giocondi

l’accolser nel partito a peso d’oro.
E che attivista in ogni commissione
parlamentare fu insieme a coloro

che il Pool volevan mettere in prigione!
Poi un giorno, all’improvviso, il vero quadro
compreso ch’ebbe della situazione,

e che era Silvio un delinquente e un ladro,
da repentina furia sì commossa,
Forza Italia turbò e mise a soqquadro,

e infine fece la superba mossa
di andarsene e di non tornare più”
Dissi”Ricordo ben Titti la Rossa”

“Ma Titti è rossa quanto io son blu,
quanto è Cossiga lucido di mente,
o quanto è appassionante la tivù

quando Pieferdinando con Clemente
di accapigliarsi finge, e di far pace,
sotto l’occhio ormai spento dell’utente”.

Intanto, di parlar Titti incapace,
lanciava pur dal naso tali strida
ch’io chiesi “Non si può costei che giace

un poco liberar sicché le grida
libere vadan per lo scuro cielo?”
E Antonio a me: “La tua pietate è infida

e lo stomaco ha troppo poco pelo,
sicché vorresti fare un’ingiustizia"
spiegò con tono d’assoluto gelo,

"giacché per Titti la Somma Giustizia,
che regna su nei cieli e qui all’inferno
e che di pecche umane non si vizia,

ha stabilito che taccia in eterno
o che uggioli al più nel fazzoletto,
perciò quello che dice non discerno”.

Poi la guardò con un certo affetto,
così mi parve, e con malinconia,
quindi si scosse, si accarezzò il petto

all’altezza del cuore, e “Andiamo via,
mi disse in dolentissimo sussurro,
andiam da quel che visse in codardia,

e dove il cielo infine torna azzurro”.



[/quote]



Ultima modifica di Pazza_di_Acerra il Mer 23 Feb 2011 - 19:09, modificato 1 volta

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FRATTINI: “LA DEMOCRAZIA NON E’ ESPORTABILE”

Soprattutto se scarseggia già da noi.
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FLOP APICELLA

Il concerto del cantante Mariano Apicella, in programma al Teatro Arcimboldi il 10 marzo è stato annullato. Motivo? Semplice: un solo biglietto piazzato in prevendita. Pare che l’acquirente fosse convinto di assistere poi a una commedia di Eduardo.
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Canto Nono

La cava abbandonammo con sì presta
andatura che in meno di mezzora
giungemmo ad una specie di foresta

di cui Pratesi sempre si innamora:
radure, alberi e piante di ogni sorta,
e finalmente in ciel spuntò l’aurora

con le sue dita rosa. “Quasi morta
vedrai questa foresta, e d’animali
vuota, come d’avaro lo è la sporta,

e qui tra poco incontreremo i tali
che a Silvio si opponevan sulla carta
ma che nei fatti gli erano sodali”

disse Di Pietro, e tosto partì in quarta
per una fratta, ben poco giulivo,
come chi in treno per la naia parta.

“Sul finir del millennio Polo e Ulivo
edificaron sopra le macerie
della Prima Repubblica un retrivo

Stato, precluso alle persone serie,
dove il pressappochismo dilagava
ed il buon senso fu mandato in ferie:

ora Silvio il predone comandava,
ora Romano, ch’era anche ciclista,
e se la maglia rosa lui indossava

ciò lo doveva ad un ex comunista
con i baffetti come i moschettieri,
con cui le donne il gigolò conquista.

Ben mi ricordo quei momenti neri,
quando costui, con vili mediazioni,
esaudiva del Polo i desideri

più assurdi e biechi, e con le commissioni
d’inchiesta contro il Pool dei milanesi
facea felice Silvio Berlusconi

e quegli onesti lasciava indifesi,
bollati di essere eversori rossi
e dai più grandi insulti or sempre lesi.

Mediò con Della Loggia, Umberto Bossi.
con Fini, Bertinotti, e anche Mastella”
tuonò Tonino, e d’ira colorossi,

io stavo per rispondere, ma in quella
sbucammo ratti sopra una radura
ove vagava qualche pecorella

che parea tutta intenta alla pastura:
“Mira chi sotto queste spoglie ovine
rivela alfin la sua vera natura

e ben si è meritato questa fine
come quel che per un nonnulla trema,
sempre alle prese con guerre intestine;

guarda brucare Massimo D’Alema,
Violante e Walter, suoi infidi mentori,
afflitti più di lui da mente scema

d’ogni coraggio, e piena di timori”.
Più avanti procedendo, due conigli
io vidi zampettare in mezzo ai fiori,

di prenderli cercai ma “Se li pigli
ti cacheranno in grembo in un baleno
e non profumerai proprio di gigli.

Fassino e Letta son costoro, e pieno
d’ira mi sento se ripenso a loro
contegno e quel tirare sempre il freno

per evitar lo scontro con coloro
che sedevano in aula in banchi opposti:
Fassino la viltà, Letta il disdoro,

come meta finale si son posti
sicché i comportamenti coniglieschi
ch’ebbero in vita, ancor gli sono imposti”.

“Gli uomini di sinistra stanno freschi
se eleggono codesto campionario
da destinare a Roma! Che si peschi

tra quelli cui neppure i film di Dario
Argento timor fanno, né che in fuga
si volgon nell’udir Merola Mario

cantare, o una poesia della Valduga”
dissi, e sbucammo allora sopra a un lido
e ci spingemmo sin sul bagnasciuga

che un dì lontano fu a Benito infido,
ove trovammo a attenderci un canotto
con sopra un vecchio, che ci accolse al grido:

“Che fate qui? Voi già mi avete rotto,
ché vi dovrò portar molto lontano,
remando, sullo squallido isolotto!”

“Della Findus mi pare il capitano
costui, dissi a Di Pietro, o quel che il tonno
Nostromo sorridendo tenea in mano,

quando ogni sera mi vinceva il sonno
se sol guardavo la televisione,
od anche in pieno giorno, come un nonno”

“Ma quale tonno, sono Buttiglione.
filosofo che mai non seppe in vita
quale condotta e quale direzione

seguir: l’attività mia preferita
fu scismi provocar, fare baruffa
con Bianco, con Casini, con De Mita

e con il Formigoni; chi si tuffa
nel politico impegno senza idee
fa una figura triste oppure buffa.

Punito son per le incertezze ree
che ho avuto in vita, e sono condannato
in eterno a lottar con le maree,

portando il mio canotto scalcagnato
all’isola e ritorno, avanti e indietro
su di un percorso ben determinato

senza poter sgarrar neanche di un metro”.
"Nel mezzo di quell’isola un maniero
sorge solingo, mi informò Di Pietro,

e dentro c’è la feccia che l’intero
contaminò lunghi anni popol nostro,
e il Pubblico più volte Ministero

spacciò per boia, prezzolato e mostro
per non scontar delle sue colpe il fio.
Partiamo che, là giunti, te lo mostro”.

Io di partire non avea desio,
come non ho desio di legger Hesse,
o di ascoltar di Verdi il tramestio,

ma Antonio scelta più non mi concesse
e, presomi pel collo, mi sospinse
sopra il canotto, e tosto due compresse

con decisione in gola giù mi spinse
tanto che in meno di cinque secondi
un sonno profondissimo mi vinse

e trasportommi un poco un altri mondi.
Credo, mi risvegliai dopo un bel pezzo,
che già si intravedevano gli immondi

contorni del castello, che nel mezzo
sorgeva di una landa, di sfortuna
presagio, mentre cerea pel ribrezzo

rabbrividiva in cielo anche la luna.


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Canto Decimo

All’isola approdati, il prode Rocco
se ne partì a rifare la sua spola
per quei suoi viaggi assurdi e senza sbocco,

mentre al dottor Di Pietro la parola
non rivolgevo, offeso dai suoi modi,
della Milizia appresi dalla scuola.

“Se tu a tenermi il muso e a tacer godi,
fa’ pure, che di ciò pronto ti scuso,
giacché ho scusato un tempo pure Prodi

di avere fatto irragionevole uso
dei voti che all’Ulivo guadagnai”
disse Di Pietro, non a duro muso,

e mentre tra sterpaglia che giammai
avea veduto, e tra i bronchi e le fratte
arrancavamo, come gli usurai

vaghe di succhiar sangue, gran mignatte
e grasse come fu un tempo Costanzo,
pria che la De Filippi solo latte

gli desse a cena, ed un bel niente a pranzo,
strisciaron verso noi con furia tale
che Antonio disse “Io non mi fidanzo

né sposo chi mi sugge troppo e male
ed ha altri bizzarri ghiribizzi”
e le cosparse tutte con del sale

per cui periron con atroci guizzi,
restando sparpagliate sul terreno
come grotteschi e osceni fiori vizzi.

Io per la fifa quasi venni meno,
ma Antonio mi esortò con tali verbi,
che di fiducia tornai tosto pieno,

come colui che va a vedere il derby
senza assicurazione e disarmato.
Passammo ancora molti campi imberbi

finché giungemmo in vista del fossato
su cui posava il ponte levatoio
del maniero, più brutto di Battiato

e puzzolente come un pisciatoio:
ci accingevamo a varcare il portone
quando su noi in picchiata un avvoltoio

piombò furioso. “Brutto mascalzone!”
grida Tonino, e l’ira più gli cresce,
“sulle più oneste e candide persone

anche da vivo ti buttavi a pesce,
o Previti, Ministro alla Difesa,
che alla difesa dello Stato mesce

quella degli interessi dell’impresa!”
e, preso l’uccellaccio per il collo,
che avea la bocca già al colpo protesa,

dentro al fossato un po’ lo tenne a mollo
finché non ebbe quel perduto i sensi,
poi con rapidità tutto legollo

e lo gettò nei sotterranei immensi
che ad esplorare ci accingemmo cauti.
A un tratto, tra fetore e fumi densi

che di MousseFondente( Modalità di Censura Parole Innovativa) parean, taleggio e crauti,
giungemmo ad una sala di tortura
che piacerebbe molto a Pino Rauti,

umida, fredda, sconfortante e oscura
e ben fornita di ottimi strumenti
al cui pensier mi torna la paura.

C’era un attrezzo per cavare i denti
che cavati li avrebbe alla Vanoni
senza fatica, e peni sconvolgenti,

di quelli che sognava Formigoni,
di gommapiuma, e gatti a nove code,
e cavalletti, fruste, stivaloni

di pelle con cui il pervertito gode.
Antonio mise Previti alla ruota
e diede qualche giro: “Chissà se ode

qualche dolor, ché in vita non mi è nota
di costui niuna manifestazione
di sentimenti umani”. Sempre immota

era la faccia eppur di Cesarone
sicché Tonino forte sospirò
e rinunciò a impartirgli una lezione.

Salimmo, e in sale stile rococò
a vagar ritrovammo molto presto
sinché ad un tratto qualcosa abbaiò

e un cane enorme, nero e alquanto lesto
sbucò dal nulla e mi assalì di fronte
prima che io potessi fare un gesto.

Contrariamente che l’uomo Del Monte,
Antonio gridò “No!” e, afferrato il cane,
tra le fauci – la peggiore delle onte

per chi via fax minaccia, ma rimane
esule ad Hammamet, poiché di troppa
disonesta coperto si è da mane

a sera quando al sei stava in via Foppa –
un conto protezione ed un assegno
da quel firmato che vinse la Coppa

Campioni con il Milan, e gli fu degno
compar nell’arte della ruberia,
sparò, come si spara al tirassegno.

E quel, quasi che nettare e ambrosìa
Ingurgitando stesse, e non cartaccia,
dal mio corpo supino balzò via

con la vorace ed avida boccaccia
che mi parea un osceno tritatutto.
“Da te veder tu puoi quanto mai piaccia

mangiare a sbafo a questo cane brutto:
mangiando, non sia mai che si accontenti
del pane, ma pretende anche il prosciutto;

così ingoiò da vivo le tangenti
ed ingrassò la pancia e il portafoglio
con disonesti e illeciti proventi.

Egli è Bettino, fetido di orgoglio
e di superbia, che mai non ammette
di aver sbagliato, sicché, come soglio,

godo nell’ascoltar le barzellette
sui socialisti, che i carabinieri
han soppiantato, eppure non la smette

di usare toni minacciosi e fieri,
e qui ringhia e ti attacca, e poi rosicchia
oggi facendo quel che fece ieri”.

Il cane intanto dentro ad una nicchia
fuggì, la carta a far tutta a brandelli,
ma Antonio ecco ,o incalza, e poi lo picchia

con una citazione di Borrelli,
finché Bettino crolla e piange quanto
tutta un’intera mandria di vitelli.

“Che anche costui conosca che il sia il pianto
pensato non l’avrei, ché tracotante
sempre lo vidi, ed in superbo ammanto”.

Allor Bettino mi leccò le piante
dei piedi, e poi le mani che aveo tese
per fargli una carezza, ma all’istante

Tonino mi trattenne e assai si offese:
“Che mai ci azzecca la misericordia
con quel che si è insozzato in tante imprese

e ha spinto gli italiani alla discordia?
Molle di cuoire sei ed una donnina
con cui è un problema vivere in concordia

come con Israél la Palestina”
disse, e batté tre volte piedi e mani
con prepotenza e rabbia sì ferina,

che, some soglion fare gli altri cani
quando ci son minacce e botte in vista
fuggì con dei latrati non più umani

quello che fu un gran leader socialista.

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]Canto undicesimo[/b]


Di Craxi ancor gli orribili guaiti

ci accompagnaron per gran tempo, quando

prendemmo ad esplorare quei bei siti,



ed ora a manca, ora a destra girando

nel dedalo di stanze e corridoi,

ogni pietà residua messa al bando,



ad uno specchio giunsi, quale voi

di certo non avete mai veduto,

che fatto avrìa felice Nanni Loi,



da cui proruppe un grido: “Aiuto! Aiuto!”

con voce sì melensa e zuccherosa

che mi pareva musica di liuto,



“toglietemi la pena vergognosa!”

“Ti chiederai perché già non rifletta

codesto specchio mai nessuna cosa



si specchi in esso. Questo è Gianni Letta

che in vita poco o niente sul suo amico

ha riflettuto Silvio, e una fighetta



di toni e modi dolci come un fico

fu, e di Walter Veltroni l’alter ego

da amico nel trattar sempre il nemico,



che dir sa solo ‘Tante grazie’ e ‘Prego’

oppur ‘Ma si figuri’ e si permette

ogni viltà senza nessun diniego,



ed ora, come in vita, non riflette”.

Lo specchio, che piangeva a profusione,

come fanno gli agnelli e le caprette,



abbandonammo e in un ampio salone

lussuoso entrammo, dove un frigidario

nel centro c’era, e dentro due persone



nel ghiaccio immerse come in un acquario.

E a me Di Pietro “Questi masnadieri

son l’uno del Berlusca il segretario,



che in vita si chiamò Gonfalonieri,

e l’altro, dalla faccia e gli occhi foschi,

fu il principe di tutti i faccendieri



e il gran maestro degli affari loschi:

mira Dell’Utri, che fu anche mafioso

eppur la fece franchi; che si imboschi



qui senza pena e che il malavitoso

ancora possa fare da impunito

non creder, ché dal ghiaccio tutto ascoso



è da un gelo mortale rivestito

senza che più lo scaldi il caldo sole”.

Parevano due statue di granito



ma dalle membra, viola come viole,

e dagli sguardi carichi di orrore,

come chi ha in sorte quello che non vuole,



e dal perpetuo, orribile tremore,

capivi come il corpo vivo fosse

e un po’ come invocasse di calore.



Però Tonino punto si commosse

e non gli dedicò neanche una prece:

“Costoro in vita fecer tali mosse



degne davvero del peggior Capece”,

disse, e poi: “Fra non molto arriveremo

da quel che più di tutti male fece”.



“Tonino, se ci penso, io già tremo,

che per costui già in vita io provavo

un tal ribrezzo, d’umanità scemo,



quale l’americano per lo slavo,

e se devo incontrar quella canaglia

è meglio che la bocca qui mi lavo



perché, chi da ira è afflitto, sempre sbaglia”

dissi, e tosto sgranai un tale rosario

qual non si ode a Loreto e neanche a Graglia.



“Ah, sozzo Silvio, ladro, mercenario,

che un quarto di italiani hai fatto fessi,

cinico come un prete, tu, sicario



della giustizia, da gettar nei cessi,

uomo di malafede e di arroganza,

o porco, teco se potessi avessi



stare un’oretta solo in una stanza

ti avrei fatto sparire in un baleno

ventotto denti e tutta la baldanza!”



“La sana indignazione tieni a freno

che ben comprendo come tu ti senti”

Di Pietro consigliò cheto e sereno



e ripartimmo tesi ed impazienti,

tanto che pel piacer che pregustava

e per la smania, digrignavo i denti.



Affrontammo una scala che portava

ai piani superiori, in ampie sale,

simile a quelle in cui Diana piantava



le corna sulla fronte assai regale

dell’orecchiuto Carlo, suo consorte.

Malgrado il lusso, un gran lezzo di male



stagnava, di putredine e di morte,

tanto che il cuore mi tremò e alla spalla

di Antonio mi aggrappai, gemendo forte:



“La puzza qui è peggior che nella stalla,

ove si spande secondo natura,

ma qui il mio olfatto sente, e già non falla,



un odore che sa di spazzatura

morale, di squilibrio e di follia

che per l’eternità resiste e dura,



né posso definir che cosa sia,

né che lo possa alcun latro presumo”.

“Parto non è della tua fantasia



bensì del nostro Silvio il buon profumo

che da grande distanza già ci appesta,

come fa in un incendio l’acre fumo



quando dilaga ner per la foresta”.

Perso già avevo tutto il mio entusiasmo

e la mia camminata meno presta



divenne, e in preda a un interiore orgasmo

andavo avanti, e la pazzia mia grande

non elogiavo, come fece Erasmo.



“Codesto lezzo che ovunque si spande”

mi rincuorò Tonino, “orsù sopporta,

perché ti accingi ad un’impresa grande



che mai persona fece, viva o morta,

prima di te”, ed arrivammo allora

davanti ad un’enorme, lignea porta



su cui era scolpita la Signora

vestita in nero con l’orrida falce

che mai nessuno al mondo non ignora,



brutta quanto lo fu Luciano Salce,

che avea ricurve le sue adunche dita

come pene di vecchio o corna d’alce.



“Ohimé, Tonino, penso che è finita

la mia avventura qui, ché non mi regge

oltre più il cuore, e ci lascio vita”



dissi tra una gragnola di scorregge,

ma impavido Di Pietro il cor mi vinse

con un’occhiata che dettava legge



e la maniglia della porta spinse

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Canto Dodicesimo

Ed ecco l’antro del Gran Pifferaio
nel quale penetrammo circospetti;
non era una dimora da operaio:

lussuosi arredi, arazzi, grandi letti
a baldacchino, sedie antiche, tavoli
d’antiquariato con preziose oggetti

e vesti che indossavano i nostri avoli
nelle grandi occasioni e nelle feste.
“Io mi aspettavo di trovare i diavoli

e invece mi ritrovo tutte queste
carabattole che certo non sono
per gente di abitudini modeste”

dissi a Tonino in risentito tono,
ma la mia rabbia ancora più si accese
quando ad un tratto scorsi sopra un trono

Silvio spaparanzato a gambe stese
E con una corona sulla testa,
come un Asburgo, un Este od un Farnese.

“Ma che razza di pena è mai codesta?
È questa dunque la più giusta paga
per Silvio, che negli agi ancora resta

con quella sua espressione di chi caga
con sforzo, che ebbe sempre sulla faccia?”
a Antonio dico, mentre in me dilaga

la bile e vengo di color vinaccia,
e poi continuo con tremenda voce:
“Non creda, sa, Di Pietro, che mi piaccia,

dopo un gironzolar tanto feroce
veder costui seduto da pascià
una pena scontare che, a occhio e croce,

neppur chi ruba un fior nell’aldiquà
riceve dalla corte più clemente.
Questo è il castigo per chi l’onestà

sempre considerò meno di niente
e per dalle sue colpe uscire indenne
seminò gran zizzania tra la gente,

e che quasi trionfò, che quasi ottenne
di far scoppiare una guerra civile?
Oh, che terribil pena, che perenne

castigo è mai piazzare il corpo vile
su un elegante trono mentre i servi
suoi condannati sono file a file!”

“Se tu per un momento calmi i nervi,
se contro il sacro sdegno ergi uno scudo
ed un po’ meglio quel che guardi osservi,

vedrai che Silvio siede a NidodiRondine (Modalità di Censura Parole Innovativa) nudo
sul trono suo, nel quale ci sta un foro
da dove un ratto, con dolore crudo,

gli entra nell’ano e, senza alcun ristoro
per chi imporre volea costumi e mode
ma impose solo crimini e disdoro,

le viscere pian piano rode e rode
dal retto sino all’orlo della bocca,
finché per la gran pena Silvio esplode

quando tra gli incisivi il ratto sbocca
e gli mangia le labbra, e poi se n’esce.
Questa sorte in perpetuo a Silvio tocca

ché, a mano a man che il ratto rode, cresce
ancor quel che a mangiato alle sue spalle”
racconta Antonio, e a mascherar non riesce

l’orrore che gli fa le gote gialle,
“e per quanto costui dolore senta,
tale da far schizzare via le palle,

talvolta dice al ratto: “Mi consenta”,
con lui contratta un lotto di terreno
e poi la Standa di mollargli tenta,

la Mondatori ed il carro di fieno
con cui nutrì Gasparri e la Maiolo”.
Io per lo schifo quasi venni meno

e da quel giorno non mangio il foiolo,
che già gustai gran tempo in precedenza,
cotto col pomodoro e col fagiolo.

Ed ecco che ad un tratto sua Emittenza
provò a parlar con voce molto fioca,
come Romina quando canta. “Senza

mia colpa alcuna, o perlomeno poca,
sconto una pena che assai mi rattrista
e in cui di primo piano un ruolo gioca

Cristo, che fu da sempre un comunista,
e, avendo ordito ai danni miei un complotto
con quella crudeltà che sol si acquista

tra i rossi, con l’inganno ha il Padre indotto
a infliggermi un castigo sì crudele
ed una pantegana a pormi sotto;

a me, che nelle reti mie Michele
Santoro accolsi, e Paolo Rossi, divi
che procuravano audience alla tele

anche se erano noti sovversivi,
ma quando c’è di mezzo il dio Dané
non contano più i Poli né gli Ulivi,

e ognuno mangia e pensa sol per sé:
non conta Mao, Benito, né Pol Pot,
non conta Fidel Castro e neanche il Che,

ma quel che impera è il culto dello spot
per far miliardi che gli uomini saggi
poi non investiranno certo in Bot.

Ma mi consenta, Antonio, che di ostaggi
riempì un giorno funesto San Vittore
per fare a quei cervelli i prelavaggi,

per gettare su Craxi il disonore
e di sfasciarmi con il chiaro scopo,
mi dica…Sgrub…Mi dica”, squit “Dottore…”

Squiit. “Dopo che son…Gloap…” Squiit “dopo
Che Craxi…”Squiiiit “ad Hammamet…Sciop…langue…”
ma ecco spuntargli tra le labbra il topo,

nero di pelo e zuppo di gran sangue,
che Silvio rosicchiò; ristette un poco
poi fissò me, che già tremavo esangue,

mi mostrò i denti, con un soffio roco,
fetidi, aguzzi, rosseggianti e lordi,
e dentro agli occhi mi si accese il fuoco,

e mentre Silvio aizzava: “Mordi! Mordi!”
a terra come un sasso stramazzai
perdendo il sentimento ed i ricordi…

E allora, urlando e urlando, mi destai
a casa nel tepore del mio letto:
il sudore mi tersi, mi levai,

“ma guarda un po’ che sogno maledetto,
eppure di cenare più leggero
mia moglie me l’aveva pure detto!”.

Uscii di casa, il cielo ancora nero:
e in quella notte del duemilaventi
mi ritrovai a percorrere il sentiero
che mena alla Val Grande con gran stenti…



FINE

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GHEDDAFI TRATTA LA RESA

Le trattative hanno rischiato di arenarsi quando il colonnello ha offerto ai rivoltosi le proprie azioni della Juventus. “Ci bastano quelle che vediamo in televisione ogni domenica” hanno risposto indignati.
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BERLUSCONI: “GLI INSEGNANTI DELLA SCUOLA PUBBLICA HANNO STIPENDI DA FAME”





Ma tanto sono tutti comunisti. Alla meno peggio, si mangeranno i bambini.

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MORATTI: DOBBIAMO CAMBIARE STRATEGIA
Dopo la debacle alle Comunali, la signora Letizia Moratti ha dichiarato: “Dobbiamo cambiare strategia per attirare i voti moderati” e, dopo una breve pausa ha aggiunto: “Nel 1986 Giuliano Pisapia ha regalato un’automobile alla Croce Rossa”.

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SILVIO: “Chi vota sinistra è senza cervello”

Mica come chi vota PDL che, oltre a un fegato di ferro, dimostra di avere uno stomaco forte e occhi e orecchie pieni di zucche.

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NICOLE MINETTI: “MAI STATA L’IGIENISTA DENTALE DEL PREMIER”

E' Vero. Non era lei a fare le otturazioni a lui, ma viceversa.

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NUOVO MIRACOLO DI PADRE PIO


Dopo il ballottaggio il PDL ha conquistato il comune di San Giovanni Rotondo. D’altra parte è noto che nella zona hanno un debole per quelli con le mani bucate.

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@Pazza_di_Acerra ha scritto:

PORTA A PORTA PARLA DELLO ZIO MICHELE



Bruno Vespa ha deciso di non trattare notizie tanto raccapriccianti come l’esito dei referendum.

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@Pazza_di_Acerra ha scritto:

[center]RENATO BRUNETTA: “UN SUPPLENTE NON E’ UN PRECARIO”.[/center]

[b]Tra le tante dichiarazioni farneticanti rilasciate in questi giorni dal nostro Rambo-bonsai, questa è senza dubbio la migliore. Che invidia, però! Era dai tempi di Jimi Hendrix che non girava roba tanto devastante[/b]

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TREMONTI: “BRUNETTA E’ UN CRETINO”


D’accordo, mens nana in corpore nano, ed è consolante constatare che ogni tanto anche il divo Giulio ne dice una giusta, ma questa divulgazione di segreti di Stato non danneggerà il Paese?

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DE MAGISTRIS: “PRESTO NAPOLI AVRA’ LA SUA MOSCHEA”



Col Munezzin al posto del muezzin.

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Benedetto XVI: «Pedofilia, comprendo chi lascia la Chiesa».


Per spostarsi tra i cespugli sul retro.

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Ho bisogno di uppare, ma non scrivo niente finché non torna il direttore

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