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Luciooooo!!!!!!

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Bumble-bee
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dove sei??? Dai racconta una storia delle tue... dai che ho voglia di leggerti!!!!

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Lucio Musto
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Agli ordini!... apro l'indice e pubblico la prima che trovo, anche se vecchia e sciapa. Per omaggio a te!

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3
Lucio Musto
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Eccoti servito!... scelto a caso, non so fino a che punto questo bozzetto autobiografico di altri tempi sia OT,
in questo obeso dopo-crapula natalizia, ma chissà?... per te che ahi il gusto del cibo, e per noi tutti che in questi giorni
di cibo ci siamo stufati fino alla nausea, un richiamino ad altri valori legati all'alimentazione può essere viatico salutare...

Comunque contentati. Ti ho detto a caso, ed a caso è stato!

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‘A Castambiara mia

Nel mio vocabolario di lingua napoletana il termine non esiste, ed il venditore ambulante di castagne si chiama “Castagnaro”. Ma quella che le vendeva a me, e poi ve la faccio conoscere, si definiva così, ed io non le cambierò nome, ora che è morta. Anche perché tutti, a Spaccanapoli , la chiamavano così, “’a Castambiara” e basta.

Ma per prima cosa una citazione, una tabella; Luciano Galassi ci specifica i nomi specifici delle castagne, così come si vendono a Napoli:

* castagne arrostite con le bucce = “veróle” (sono le “caldarroste”);

* castagne lesse con bucce = “vàllane” o, più recentemente, “palluotte”;

* castagne lessate senza bucce = “allesse”;

* castagne lasciate seccare senza bucce = “spezzate” o “spistate

* castagne lasciate seccare in forno con le bucce = “castagne d’ ‘o prèvete”.

Scusate, ma questa precisazione è utile per far capire il ruolo delle castagne nell’alimentazione dei napoletani ancora in epoca recente, mentre da molto ormai, nelle città ricche ed opulenti del nord sono “bizzarrie snob” o raffinate ricercatezza, nei “maron glacé” o in altri, pochi ed esclusivi dolci “di nicchia”.

A Napoli la castagna era alimento, era sostentamento.
Per me (l’ho già detto che ero ospite di gente “bene”?) era spesso colazione o merenda, ma per molti compagni di scuola le “allesse” erano pranzo o cena, e la “palluotta” leccornia prelibata.

Infatti la “palluotta” costava come un’allessa normale, ma era più grande e dolce… però, “si teneva ‘a magagna” (se era bacata) non si poteva cambiare. E quindi era un rischio.

Talvolta, a sera, la Castambiara mia cambiava grida, ed al posto del solito:
Teng’ ‘e ppalle!... ‘e ppalle p’allesse!...
diceva:
Allesse p’a tavola”… ad indicare che avrebbe fatto uno sconto… a chi ne avesse avuto bisogno per cena.

Io non so se la spingesse solo uno spirito commerciale da “saldi di fine giornata” ovvero un senso di pietosa solidarietà fra poveri, quando la misera economia del vicolo era più dolorosa.
Non lo so, ripeto, ma posso dire che la Castambiara mia era una vecchia molto buona.
Forse da giovane era stata una fata.

Ripetiamo un altro concetto, ché ci entri bene in mente a chiarire la situazione di quei tempi; la venditrice di castagne era una povera certo, ma una povera che aveva tanto cibo addirittura da poterlo vendere!... cioè una povera di rispetto ma, nell’immaginario collettivo di quel duro dopoguerra, una “povera”… quasi ricca!

E la castambiara mia era anche buona. Con tutti, ché non faceva mai storie, se l’allessa “teneva ‘a magagna” te la cambiava, anche se l’avevi morsicata un poco o mangiata mezza.
E sorrideva sempre, ed era sempre gentile; una parola cordiale, un apprezzamento, un complimento no lo faceva mancare mai.

Me poi, mi amava particolarmente, non so perché, forse perché ero biondo, e forestiero. E quando mi faceva “ ‘o cuopp’ ‘e allesse” per la colazione, me ne aggiungeva sempre un’altra, mettendomela in mano quasi di nascosto e mormorava: “ossignurìno deve studiare, e diventare prufessoro!... e pe’ ll’intelligenza, ce vo’ a sustanza!...” (l’energia delle allesse) ed accompagnava il dono con un movimento della mano, a metà strada fra una benedizione ed un gesto scaramantico.

“ ‘O cuopp’ ‘e allesse!”. Vi ho mai detto di questa “unità di misura” credo specifica del Napoletano?... Lo ripeterò qui, che stasera “tengo genio ‘e ciuciulià” (ho voglia di far chiacchiere).

‘O cuoppo consiste in un foglio di carta (carta paglia, di giornale, oleata, di quaderno secondo i casi) abilmente avvolta in forma di cono, la cui punta viene spiegazzata e rincagnata in modo da mantenere il foglio in forma. In questa specie di contenitore a Napoli si metteva di tutto. Verdure, trippe, olive, pesci, legumi, ed appunto “allesse”, prima che buste e sacchetti di plastica cominciassero a sporcare il mondo
Ma ‘o cuoppo, dicevo, era a Napoli una unità di misura affatto particolare, molto di più di un normale “cartoccio”, e questo rendeva inutile, o quantomeno solo ausiliario l’uso della stadera, l’universale bilancia per la vendita al minuto. Ed ogni “cuoppo” era una misura precisa, per quella merce.
Un “cuoppo” di cozze, o di “carnacotta” (trippe e altre rigaglie lesse), di farina, o, piccolissimo, lungo e sottile del prezioso pepe.
Da cui la saggezza popolare: “A cuoppo cupo poco pepe cape” (nel coppetto stretto c’entra poco pepe – cioè se sei poco aperto, puoi capire ben poco!)

E né è da pensare che i napoletani “facessero i furbi” come hanno spesso immeritata fama. Sul peso della merce contenuta in un “cuoppo” si poteva star tranquilli. Era punto d’onore del venditore avere “ ‘a mana bbona” e non far cattiva figura col compratore (che spesso a casa il peso se lo controllava e se del caso andava a recriminare.
Un solo sguardo dubbioso e : “Ossignurì, ca facimm’ ‘e cuoppe, no ‘e cuppolone!... vulite pesà?” era lo sdegnato risentimento. (Signorino, qui usiamo i cuoppi e non i cappelli d’asino che si calano a Piedigrotta scherzosamente ed a sfottò sulla testa di ragazzi e fanciulle!)

“Nu cuopp’ ‘e allesse” erano ventiquattro frutti, tirati in velocissima successione dal grande caldaro di rame in leggera ebollizione in bilico sulla “fornacella” del carbone ridicolmente piccola, e non occorreva verificare. “’O cuoppetiello” invece dodici, ed era pieno completamente; ecco perché la castambiara mia buona una in più me la dava direttamente nella mano. Forse la brava vecchia non aveva mai imparato a fare un cuoppo capace di tredici o venticinque allesse!

Tredici allesse ed una benedizione. Con la fame non si scherza, ed anche una castagna ha il suo valore!

La gente, a Napoli, queste cose le sapeva, e l’indigenza era rispettata anche come dignità, negli altri. Ma questo prima che diventassimo tutti moderni, civili ed emancipati!


Lucio Musto 24 luglio 2008

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Bumble-bee
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Viandante Storico
Viandante Storico


Lucio sei unico!!!


Grazie!!!! BeautyfulSuina

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