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Sulla tristezza.

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Constantin
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
Sulla tristezza.

La tristezza è l’emozione tipica della perdita, della delusione, della separazione o del lutto. A differenza della rabbia, questa emozione si rivolge soprattutto verso l’interno di sè stessi. Si manifesta fisicamente, a livello del viso, con sopracciglia oblique, rughe della fronte piegate a ferro di cavallo e abbassamento delle labbra.
A livello comportamentale possono essere presenti pianto e anche lamenti. Una persona triste generalmente non ha voglia di lavorare, di avere rapporti sessuali, di godersi il tempo libero o di frequentare gli amici: preferisce stare da sola a pensare a quel qualcosa o qualcuno che manca temporaneamente o si è perduto definitivamente. Dal punto di vista evolutivo la tristezza è considerata un’emozione molto importante, perché permette di concentrarsi attentamente sull’oggetto o la persona perduta, restando sordi a qualsiasi altro stimolo ambientale e ciò serve come tappa di ricostruzione, nelle situazioni di perdita. Quando ci si sente tristi a causa di un fallimento personale, o dell’impossibilità di soddisfare un’ambizione, la tristezza conseguente aiuta a riflettere sui propri errori ed ha anche l’effetto sociale di provocare simpatia, indulgenza e compassione negli altri.
Oggi la tristezza è considerata un’emozione negativa ed infatti basta che una persona attraversi un periodo di malinconia che già la si considera "depressa".
La medicina moderna cerca di cancellare in ogni modo la naturale tristezza umana, attraverso l’abuso di farmaci antidepressivi, creati inizialmente per trattare le depressioni gravi e che invece oggi vengono prescritti anche in presenza di semplici stati di ansia, tristezza o timidezza. Questa "medicalizzazione" di una normale condizione umana, fa perdere di vista il contesto in cui si manifesta l’emozione della tristezza. Se una persona, ad esempio, ha subito un trauma per una perdita, una malattia, una separazione, è normale che provi tristezza e togliendole la possibilità di riflettere su quello che è accaduto non è detto che sia sempre un bene.
La tristezza, infatti, permette alla persona di conoscersi meglio, di capire ciò che prova nei confronti degli altri. Ad esempio, ci si può accorgere di essere innamorati perché l’assenza di una persona ci fa sentire tristi, e questo evidenzia la presenza di un bisogno affettivo di cui si potrebbe non essere ancora consapevoli. L’intensità della tristezza dipende dal valore che l’individuo assegna a ciò che gli manca e agli scopi che la perdita subita viene a compromettere. Quanto più viene ritenuto irrinunciabile, irrecuperabile e insostituibile ciò che manca, tanto più intensa e prolungata sarà la risposta emotiva della tristezza. La tristezza talvolta è accompagnata dalla rabbia: questo accade quando ciò che manca o che si è perduto era qualcosa o qualcuno sul quale si riteneva di avere dei diritti. Dal punto di vista cognitivo essere "silenziosi e tristi" può portare, come dimostrano delle ricerche condotte su adolescenti e giovani, a risultati migliori nella risoluzione di esercizi di logica, nell’apprendimento mnemonico, nello svolgimento di esercizi di grammatica. Gli esercizi di composizione verbale, il riconoscimento di forme da associare e di brani musicali viene invece decisamente meglio agli estroversi e alle persone allegre. Una ricerca  ha mostrato che l’entusiasmo, la gioia e il sorriso aiutano a svolgere meglio attività creative, relazionali, artistiche, mentre la serietà, il silenzio e a volte l’incupimento aiutano a svolgere attività che richiedono molta concentrazione. Queste osservazioni, per la verità, non sono modernissime: basti pensare alla tradizione medico-filosofica e al medico dell’isola di Kos, Ippocrate, che vedeva nella "malinconia" uno stato propizio al pensiero e considerava l’umore malinconico una caratteristica dell’uomo di ingegno, del dotto, dell’artista. Il tipo melanconico era caratterizzato secondo Ippocrate dalla bile nera (il termine "malinconia" viene dalle parole greche melan che significa nero e cholè che significa bile) ed aveva un’indole triste, ritirata, pessimista.
Oggi invece la malinconia è vista molto diversamente.  "Ognuno di noi è soggetto alla tirannia di una vita che va in fretta. E la malinconia è diventata un oltraggio, in questa società che corre senza sapere dove". Esiste anche una tristezza piacevole: si pensi alla tristezza che si prova dopo aver visto un film o letto un libro in cui i protagonisti vivevano delle storie difficili, oppure alla combinazione agrodolce di tristezza e felicità che si prova nei momenti di nostalgia. In ogni caso la tristezza può  anche essere piacevole, perché comporta sempre un invito alla riflessione e molto spesso consente il distacco dalla banalità e dalla mediocrità. Dal punto di vista del genere sessuale le donne sembrano sperimentare la tristezza più intensamente degli uomini . Alla base di ciò potrebbero esservi dei condizionamenti culturali. Sembrerebbe che le donne tendano, rispetto agli uomini, ad essere più inattive e a ruminare sulle cause e le implicazioni del loro umore depresso, mentre gli uomini cercano di evitare di pensare ai loro problemi e si impegnano piuttosto in attività che li distraggono, come ad esempio lo sport. E’ sbagliato confondere tristezza e depressione: la depressione infatti è una patologia che coinvolge il corpo e il tono dell’umore, così come i pensieri, il modo di percepire sé stessi e il mondo e di ragionare sugli eventi della vita. La depressione non è una tristezza passeggera e non è modificabile con un atto di volontà. La tristezza è molto comune ed è frequente anche in persone non affette da depressione. Quando ci si sente tristi (e non si è depressi), basta a volte solo il sorriso di qualcuno per far migliorare il tono dell’umore . Un altro modo per affrontare la tristezza è scrivere: scrivere può essere di aiuto perché è un modo di esternare qualcosa, che altrimenti rimarrebbe dentro di sé.

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2
Arwen
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Viandante Storico
Viandante Storico
Sono d'accordo che scrivere a volte può essere un aiuto, terapeutico, a superare momenti tristi causati  da perdita di un affetto, persona cara o altre motivazioni, è un'emozione naturale che va accettata. Tutti nella vita abbiamo momenti felici e di tristezza.
Siamo spesso abituati, educati a nasconderla ma andrebbe lasciato sfogare affinchè un dolore venga elaborato, superato e non continui a far male.
Per uscirne dunque va accettato, piangere se serve per capire quale direzione prendere.
Il ricorso a farmaci può aiutare nei casi che vanno oltre il semplice sentirsi un po' tristi e malinconici ogni tanto, ma se si cade in un vero e proprio stato depressivo continuativo,  ma sono dell'idea che  non si risolve attraverso farmaci se non si affianca anche un percorso psicoterapeutico.
Che la tristezza sia utile quando è passeggera sono d'accordo, ma non che sia un'emozione piacevole da vivere crogiolandosi nella tristezza, quello no.
Francamente ai film tristi preferisco quelli che fanno ridere, ciò non toglie che anche le storie drammatiche suscitano interesse e a volte empatia purchè non siano solo e sempre storie tristi.
Cioè se sei già triste e ti circondi di tristezza è difficile uscirne e vedere una luce fuori dal buio.
Credo che distrarsi che si sia uomini o donne hanno sempre un effetto benefico nell'aiutare ad uscire da una situazione triste, infatti a volte basta proprio il sorriso di un'amico, una persona cara ad illuminarci e far migliorare il tono dell'umore  sorriso .

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3
Lucio Musto
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
non mi sento professionalmente qualificato a discettare sulle sottili differenze fra malinconia e tristezza,
quando naturali e quando indotte eccetera, ne azzarderei un semplicistico giudizio di negatività o positività.

Io personalmente mi considero un individuo costituzionalmente malinconico, nel senso che da bambino piangevo a Natale senza sapere perché e senza riuscire a controllarmi.
Ma poi ho imparato a dominare l'emozione tenendomela dentro di me, e con la mia grande e costante malinconia ho vissuto tutta la vita, ed in fondo ci ho convissuto bene, tanto da essere anche considerato persona solare ed aperta.

E, francamente, alla mia malinconia di crepuscolare non vorrei rinunciare.

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4
tiziana
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Viandante Affezionato
Viandante Affezionato

@Constantin ha scritto:Sulla tristezza.

La tristezza è l’emozione tipica della perdita, della delusione, della separazione o del lutto. A differenza della rabbia, questa emozione si rivolge soprattutto verso l’interno di sè stessi. Si manifesta fisicamente, a livello del viso, con sopracciglia oblique, rughe della fronte piegate a ferro di cavallo e abbassamento delle labbra.
A livello comportamentale possono essere presenti pianto e anche lamenti. Una persona triste generalmente non ha voglia di lavorare, di avere rapporti sessuali, di godersi il tempo libero o di frequentare gli amici: preferisce stare da sola a pensare a quel qualcosa o qualcuno che manca temporaneamente o si è perduto definitivamente. Dal punto di vista evolutivo la tristezza è considerata un’emozione molto importante, perché permette di concentrarsi attentamente sull’oggetto o la persona perduta, restando sordi a qualsiasi altro stimolo ambientale e ciò serve come tappa di ricostruzione, nelle situazioni di perdita. Quando ci si sente tristi a causa di un fallimento personale, o dell’impossibilità di soddisfare un’ambizione, la tristezza conseguente aiuta a riflettere sui propri errori ed ha anche l’effetto sociale di provocare simpatia, indulgenza e compassione negli altri.
Oggi la tristezza è considerata un’emozione negativa ed infatti basta che una persona attraversi un periodo di malinconia che già la si considera "depressa".
La medicina moderna cerca di cancellare in ogni modo la naturale tristezza umana, attraverso l’abuso di farmaci antidepressivi, creati inizialmente per trattare le depressioni gravi e che invece oggi vengono prescritti anche in presenza di semplici stati di ansia, tristezza o timidezza. Questa "medicalizzazione" di una normale condizione umana, fa perdere di vista il contesto in cui si manifesta l’emozione della tristezza. Se una persona, ad esempio, ha subito un trauma per una perdita, una malattia, una separazione, è normale che provi tristezza e togliendole la possibilità di riflettere su quello che è accaduto non è detto che sia sempre un bene.
La tristezza, infatti, permette alla persona di conoscersi meglio, di capire ciò che prova nei confronti degli altri. Ad esempio, ci si può accorgere di essere innamorati perché l’assenza di una persona ci fa sentire tristi, e questo evidenzia la presenza di un bisogno affettivo di cui si potrebbe non essere ancora consapevoli. L’intensità della tristezza dipende dal valore che l’individuo assegna a ciò che gli manca e agli scopi che la perdita subita viene a compromettere. Quanto più viene ritenuto irrinunciabile, irrecuperabile e insostituibile ciò che manca, tanto più intensa e prolungata sarà la risposta emotiva della tristezza. La tristezza talvolta è accompagnata dalla rabbia: questo accade quando ciò che manca o che si è perduto era qualcosa o qualcuno sul quale si riteneva di avere dei diritti. Dal punto di vista cognitivo essere "silenziosi e tristi" può portare, come dimostrano delle ricerche condotte su adolescenti e giovani, a risultati migliori nella risoluzione di esercizi di logica, nell’apprendimento mnemonico, nello svolgimento di esercizi di grammatica. Gli esercizi di composizione verbale, il riconoscimento di forme da associare e di brani musicali viene invece decisamente meglio agli estroversi e alle persone allegre. Una ricerca  ha mostrato che l’entusiasmo, la gioia e il sorriso aiutano a svolgere meglio attività creative, relazionali, artistiche, mentre la serietà, il silenzio e a volte l’incupimento aiutano a svolgere attività che richiedono molta concentrazione. Queste osservazioni, per la verità, non sono modernissime: basti pensare alla tradizione medico-filosofica e al medico dell’isola di Kos, Ippocrate, che vedeva nella "malinconia" uno stato propizio al pensiero e considerava l’umore malinconico una caratteristica dell’uomo di ingegno, del dotto, dell’artista. Il tipo melanconico era caratterizzato secondo Ippocrate dalla bile nera (il termine "malinconia" viene dalle parole greche melan che significa nero e cholè che significa bile) ed aveva un’indole triste, ritirata, pessimista.
Oggi invece la malinconia è vista molto diversamente.  "Ognuno di noi è soggetto alla tirannia di una vita che va in fretta. E la malinconia è diventata un oltraggio, in questa società che corre senza sapere dove". Esiste anche una tristezza piacevole: si pensi alla tristezza che si prova dopo aver visto un film o letto un libro in cui i protagonisti vivevano delle storie difficili, oppure alla combinazione agrodolce di tristezza e felicità che si prova nei momenti di nostalgia. In ogni caso la tristezza può  anche essere piacevole, perché comporta sempre un invito alla riflessione e molto spesso consente il distacco dalla banalità e dalla mediocrità. Dal punto di vista del genere sessuale le donne sembrano sperimentare la tristezza più intensamente degli uomini . Alla base di ciò potrebbero esservi dei condizionamenti culturali. Sembrerebbe che le donne tendano, rispetto agli uomini, ad essere più inattive e a ruminare sulle cause e le implicazioni del loro umore depresso, mentre gli uomini cercano di evitare di pensare ai loro problemi e si impegnano piuttosto in attività che li distraggono, come ad esempio lo sport. E’ sbagliato confondere tristezza e depressione: la depressione infatti è una patologia che coinvolge il corpo e il tono dell’umore, così come i pensieri, il modo di percepire sé stessi e il mondo e di ragionare sugli eventi della vita. La depressione non è una tristezza passeggera e non è modificabile con un atto di volontà. La tristezza è molto comune ed è frequente anche in persone non affette da depressione. Quando ci si sente tristi (e non si è depressi), basta a volte solo il sorriso di qualcuno per far migliorare il tono dell’umore . Un altro modo per affrontare la tristezza è scrivere: scrivere può essere di aiuto perché è un modo di esternare qualcosa, che altrimenti rimarrebbe dentro di sé.
Sono concetti molto difficili che spaziano dalla filosofia, alla psicologia, alla psichiatria, manca solo il Teatro di Epidauro con l'Abaton e i suoi sacerdoti.
Vorrei poter dire qualcosa sulla felicità, ma non ne so niente, la tristezza, poi, non interessa a nessuno.
Sappiamo tutti che Corazzini era un crepuscolare e che morì a 20 anni di tubercolosi, di lui sappiamo solo dire, poveretto, neanche nessuna comprensione per il morbo che lo falciò via.

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Constantin
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
Qualcosa sulla felicità?...
Spesso ricerco la felicità tramite la concettualità filosofica. La lettura di testi che ritengo importanti.
Uno dei compiti fondamentali dell' euristica filosofica riguarda l’individuazione di mezzi e strumenti per raggiungere la felicità. Per esempio la religione, come tecnica di salvezza e di rassicurazione per l’uomo, rappresenta una delle metodiche finalizzate a garantire il benessere dell’animo e la pace interiore. La religione, che non sia però intesa come fede nell’esistenza di un solo dio, di un’anima immortale, o di una morale simile a quella che ci ispirano le tradizioni cattoliche, islamiche o ebraiche.
Deve essere riconosciuta piuttosto come possibilità di liberazione e di rifugio, come rimedio sicuro per la guarigione dei mali dell’anima, i mali dell'io interiore.
Il solo fine di questa ricerca filosofica deve essere in grado di assicurare benessere all’uomo.
La felicità è un compito sempre doveroso per tutti, sia per i  giovani che per i più vecchi;
non esiste un’età per essere felici, esiste un’ aspirazione alla gioia che deve comprendere l’intero segmento esistenziale, accompagnandolo dalla nascita al momento del suo epilogo, con la morte.
La felicità però, non può essere solo ricerca, ma anche conoscenza delle cose che la rendono possibile, e che determinano quel senso di compiutezza, che fa percepire il possesso di ogni bene, oltre il quale tutto è privo di senso e di valore.
Dobbiamo cercare sempre di essere appagati, anche tramite il ricordo delle gioie passate, che può in qualche modo riempire il presente, l'attuale che è invece meno felice.
Ed infine anche l’attesa, l’aspettativa della gratificazione, conferiscono uno scopo significativo alla vita dell’uomo che cerca la felicità e che, altrimenti, non avrebbe alcun valore a cui ispirarsi.
Questo può essere un identificativo per essere felici.
O per provare ad esserci.

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tiziana
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Viandante Affezionato
Viandante Affezionato

@Constantin ha scritto:Qualcosa sulla felicità?...
Spesso ricerco la felicità tramite la concettualità filosofica. La lettura di testi che ritengo importanti.
Uno dei compiti fondamentali dell' euristica filosofica riguarda l’individuazione di mezzi e strumenti per raggiungere la felicità. Per esempio la religione, come tecnica di salvezza e di rassicurazione per l’uomo, rappresenta una delle metodiche finalizzate a garantire il benessere dell’animo e la pace interiore. La religione, che non sia però intesa come fede nell’esistenza di un solo dio, di un’anima immortale, o di una morale simile a quella che ci ispirano le tradizioni cattoliche, islamiche o ebraiche.
Deve essere riconosciuta piuttosto come possibilità di liberazione e di rifugio, come rimedio sicuro per la guarigione dei mali dell’anima, i mali dell'io interiore.
Il solo fine di questa ricerca filosofica deve essere in grado di assicurare benessere all’uomo.
La felicità è un compito sempre doveroso per tutti, sia per i  giovani che per i più vecchi;
non esiste un’età per essere felici, esiste un’ aspirazione alla gioia che deve comprendere l’intero segmento esistenziale, accompagnandolo dalla nascita al momento del suo epilogo, con la morte.
La felicità però, non può essere solo ricerca, ma anche conoscenza delle cose che la rendono possibile, e che determinano quel senso di compiutezza, che fa percepire il possesso di ogni bene, oltre il quale tutto è privo di senso e di valore.
Dobbiamo cercare sempre di essere appagati, anche tramite il ricordo delle gioie passate, che può in qualche modo riempire il presente, l'attuale che è invece meno felice.
Ed infine anche l’attesa, l’aspettativa della gratificazione, conferiscono uno scopo significativo alla vita dell’uomo che cerca la felicità e che, altrimenti, non avrebbe alcun valore a cui ispirarsi.
Questo può essere un identificativo per essere felici.
O per provare ad esserci.

Già la consapevolezza della brevità della vita umana ci conduce alla tristezza. Poi non sappiamo cosa ci attende nell'Aldilà, nessuno è mai ritornato a dircelo. Abbiamo mistici e santi che parlano delle solite fiamme e dei dannati li' presenti e che vorrebbero uscirne per vivere rettamente. Ricordo la parabola del ricco Epulone, ebbene lui non dava nulla al povero Lazzaro, un mendicante, e alla fine, Lazzaro se ne andò nel seno di Abramo e il ricco Epulone nelle fiamme eterne. Il ricco Epulone implorò il padre Abramo affinchè mandasse qualcuno a redarguire i suoi fratelli affinchè cambiassero vita, per evitare la dannazione eterna, ma Abramo risponde, hanno Mosè e i Profeti, neanche se qualcuno resuscitasse dai morti crederebbero.
Se avessimo sempre 20 anni, o, ovvio, se fossimo immortali, il problema della tristezza non si porrebbe, si è tristi per lutti, traumi, perdite, per lo sfiorire della giovinezza, e non so quanto il ricordo del vento che ci avvolgeva il volto a venti anni possa aiutarci a sopportare le brutture che inevitabiulmente vi saranno nella vita.

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