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Plutone e Prosèrpina.

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1
Constantin
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Viandante Ad Honorem
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Plutone e Prosèrpina.


Nell'Isola di Sicilia, in mezzo alle montagne, c'era una verde valle dove nessun essere umano aveva mai messo piede.
Il cielo era sempre terso e non vi soffiavano venti impetuosi: solamente Zefiro, tiepido e gentile, spirava, muovendo dolcemente le foglie degli alberi e i verdi mari d'erba.
Quella valle era la dimora di Cerere, la Grande Madrela dea delle messi, colei che faceva germogliare i semi e maturare il granoLà viveva e giocava anche Prosèrpina, figlia della dea, una bellissima fanciulla che cantava e danzava, sempre insieme con le Ninfe.
Cerere si aggirava solerte per la Terra sorvegliendo i campi e le piante e seguendo il lento maturare dei frutti.
Ogni qual volta si allontanava dall'isola, affidava la bella figlia alle Ninfe, perchè sapeva che esse avrebbero vigilato su di lei.
Un mattino radioso le fanciulle si sparsero per i prati a raccogliere i fiori che sbocciavano dovunque; la quiete era rotta dal gorgogliare dei ruscelli e dalle risate argentine delle Ninfe.
Ma Prosèrpina, che correva davanti a tutte, ad un tratto si fermò: aveva visto un fiore bellissimo il cui profumo penetrante si spandeva tutt'intorno.
Guardò lo stelo a lungo, perplessa: era veramente un bellissimo fiore, pieno di teneri bocciuoli e di uno splendido colore.
Prosèrpina si volse per mostrarlo alle amiche, ma le fanciulle nel frattempo si erano allontanate



Ultima modifica di Constantin il Ven 11 Mag 2018 - 16:25, modificato 1 volta

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2
Arwen Online
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Viandante Storico
Viandante Storico
Vabbè torno alla prossima puntata che mi hai messo curiosità, nessun umano aveva mai messo cosa? Il piede? scratch

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3
Constantin
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
oK Arwen...
proseguo

*******
...Decise allora di raccogliere il fiore per mostrarlo più tardi alle amiche: ma lo stelo era durissimo e non si spezzò.
Prosèrpina lo afferrò con tutte e due le mani, e dopo molti sforzi riuscì a svellerlo insieme con la pianta intera.
........Nella terra si aprì una grande voragine nera.
La fanciulla rimase immobile, interdetta, da quell'apertura veniva uno strano rumore, come di ruote che scorrevano e di cavalli che galoppavano sotto terra...
Poi, ad un tratto, il terreno tutt'intorno sprofondò, e dalla voragine sbucarono, nel buio improvvisamente calato su tutta l'Isola di Sicilia, quattro superbi cavalli neri che trainavano un cocchio tutto d'oro.
Reggeva la briglia un uomo dall'aspetto maestoso.
Vedendolo la fanciulla gettò un grido ed iniziò a fuggire veloce come il vento, ma l'uomo la raggiunse in un baleno, l'afferrò e la mise a sedere nel cocchio accanto a sé. Subito i cavalli partirono al gran galoppo.
Proserpina urlava invocando la madre; ma Cerere e le Ninfe erano lontane: soltanto il dio Sole aveva visto tutto.
Poi i cavalli si fermarono ancora, il dio, perche di un dio si trattava, battè il terreno con il suo tridente di fuoco ed una grande voragine nera si riaprì; i cavalli vi si gettarono dentro come impazziti... al galoppo, e quando Proserpina si accorse che la luce del Dio sole, riapparsa sull'isola, era nuovamente scomparsa con l'azzurro del cielo e del mare, urlò disperata***************

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4
Lady Joan Marie
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Viandante Storico
Viandante Storico
La so la storia di questo mito...
Ma preferisco che sia tu a raccontarla! Ciao.
amorebandiera

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5
Arwen Online
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Viandante Storico
Viandante Storico
Anch'io conosco questo mito ma mi piace come racconti tu attraverso le immagini che posti sorriso

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6
Lucio Musto
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
davvero bravo ed efficace, Constantin, complimenti!

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7
Constantin
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
****

Questa volta Cerere la udì, abbandonò le messi che stava sorvegliando e volò alla piccola valle dove vide che anche le Ninfe accorrevano, piangendo.
Prosèrpina non c'era più: solo la buia voragine si apriva nera e spaventosa.
Cerere sapeva che l'oscuro baratro conduceva all'Ade, il regno delle Ombre e dei Morti, ma non osò credere che proprio il Signore degli Inferi, Plutone, il dio dei Morti, avesse osato rapire Proserpina, figlia della Grande Madre che dava la vita a tutte creature!
Cereresi avvolse in un mantello color della notte e andò alla ricerca affannosa della figlia; la cercò per nove giorni e nove notti.
Quando veniva il crepuscolo accendeva due fiaccole al fuoco dell'Etna, poi continuava a errare per il mondo, chiedendo a tutti di Prosèrpina.
Ma nessuno l'aveva veduta.
Finalmente incontròDiana, la dea della Notte, la dea dei Morti.
- Ho udito il grido di tua figlia- disse - ma tu sai che io esco dall'Ade di notte. Chi ha visto tutto è il dio Sole. Rivolgiti quindi a lui.
Diana, l'astro notturno, non poteva aver assistito al rapimento perchè era andata ad illuminare il regno dei Morti.
Era necessario che Cerere si rivolgesse al Sole, la divinità che illuminava il giorno e che poteva vedere tutto.
La dea si volse a lui piangendo e gli disse:
-O Sole, abbi pietà di me: dimmi, hai veduto Prosèrpina?
- Certo- rispose il dio.- Plutone l'ha rapita per condurla nell'Ade e farla sua sposa; ma ciò è avvenuto con il consenso di Giove. Non disperarti, o dea: tua figlia è salva ed ha uno sposo degno di lei.
Ma Cerere, pensando alla bella figlia confinata nel regno delle Ombre, si disperò.
Forse - suggerì il Sole- Giove ha permesso al più malinconico degli dei di tenersi a fianco tua figlia, bella e luminosa, proprio per contrasto: non puoi opporti, quindi, al suo saggio volere.
Ma Cerere si adirò moltissimo contro Giove, e, non potendo opporsi a lui, fuggì da tutti, uomini e dei, e s'incamminò verso Eleusi, città dell'Attica.
Giunta ad Eleusi, assunse l'aspetto di una vecchia oppressa dagli anni, e, avvolta in un mantello scuro sedette presso una fontana sotto un grande olivo.
Intanto Prosèrpina, tutta tremante, era giunta nel regno delle Ombre a fianco del dio tenebroso.
Qui non più cielo azzurro, ma una nebbia grigia e opprimente; non più alberi verdi, ma pioppi neri e salici piangenti che si curvavano sopra un cupo fiume; non più fiori dai mille colori, ma pallidi asfodeli crescevano sui prati, dove erravano ombre indistinte.
La fanciulla ricordava adesso di aver tanto udito parlare di Plutone, fratello di Giove, il dio-re triste che nessuna dea aveva mai voluto sposare.
Era temuto dagli uomini perchè era il dio della Morte, ma era anche venerato perchè era il signore di tutte le ricchezze custodite nel sottosuolo. Percò gli era stato dato il nome di Plutone, che significa: colui che fa ricchi.
Prosèrpina tuttavia non riusciva a darsi pace, e tremò ancor di più quando il carro d'oro si arrestò davanti a un gran portone di bronzo che fu aperto da un gigante.
-Si chiama Eaco- spiegò Plutone, additando il gigante. - E' uno dei tre giudici dell'Inferno, insieme con Radamante e Minosse.
Eaco giudica le anime provenienti da Occidente, Radamante quelle che vengono dall'Oriente; Minosse si pronuncia sui casi dubbi.
Tutti e tre abitano i Campi Elisi.
Prosèrpina, incuriosita, stava per rivolgere qualche domanda, quando improvvisamente trasalì e si strinse instintivamente a Plutone.Al di là della porta un enorme mostro nero con tre teste si era lanciato contro il cocchio, e le tre bocche latravano paurosamente.
*********

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8
Constantin
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
**********

Proserpina gridò spaventata, e Plutone, forse per la prima volta in vita sua, sorrise:
-Non temere- esortò. - E' Cerbero, il mio cane fedele che fa la festa al suo padrone.
Egli accoglie volentieri, a modo suo, tutti coloro che entrano; è feroce soltanto con quelli che tentano di uscire.
Poco più avanti Proserpina trovò un fiume dalle scure acque limacciose, su cui galleggiava una barchetta; ai remi c'era un barcaiolo con una lunga barba bianca.
E' Caronte - spiegò ancora Plutone- Traghetta le anime nell'Ade, ma è Mercurio che le conduce fin qui.
Proserpina si rincuorò : dunque Mercurio, figlio di Giove, andava e veniva tutti i giorni dalla Terra all'Ade. Quindi si poteva anche uscire!
La fanciulla si asciugò le lacrime e Plutone se ne rallegrò.
-Questo non è poi spaventoso come si dice - spiegò- I malvagi vengonogettati in una voragine piena di fuoco, ma non possono aspettarsi di meglio dopo i loro delitti.
Coloro che non sono stati nè buoni nè cattivi errano senza meta nei prati di asfodeli.
Ma chi ha seguito il volere degli dei, viene premiato e vive in eternonei Campi Elisi, dove brilla il sole e fiorisce la primavera.
- Ma non c'è mia madre!- e Proserpina scoppiò in un pianto dirotto.
Cerere nel frattempo sedeva presso la fonte di Eleusi, quando vide giungere quattro belle fanciulle che portavano un' anfora dorata sulla spalla; venivano ad attingere acqua, e guardarono con pietà la vecchia donna il cui volto disfatto presentava, evidenti, le tracce di un lungo dolore.
- Chi siete?- chiesero piene di compassione. - Possiamo fare qualche cosa per voi?-
Cerere le guardò con dolcezza.
-Sono una povera vecchia- rispose - ma  posso ancora guadagnarmi il pane. Non conosco nessuno in questa città, e mi piacerebbe essere accolta in una famiglia dove ci fosse un bambino da allevare.
Le ragazze parlottarono tra loro, poi si allontanarono in fretta verso casa promettendo che sarebbero tornate al più presto.
Erano le figlie di Re Celeo, sovrano di quella città, e avevano appunto un fratellino che si chiamava Demofoonte.
Le fanciulle, giunte alla reggia, riferirono alla madre le parole della vecchia straniera.
-Potrebbe prendersi cura del nostro Demofoonte- commentò Metanira. - Andate alla fonte e conducetela qui.
Le ragazze ubbidirono, e pochi minuti dopo Cerere facevano il suo ingresso nella reggia di Eleusi.
Cerere si affezionò al piccolo figlio degli uomini, e lo amò a tal punto che desiderò renderlo immortale come lei.
Perciò non lo nutriva con il latte, ma soltanto con il nettare e l'ambrosia degli dei; e ogni notte lo poneva vicinissimo alle fiamme del focolare, affinchè tutte le sue mortali debolezze si dissolvessero.
Metanira era perplessa e preoccupata: il bimbo non mangiava, eppure cresceva forte e sano più di qualsiasi altro bimbo di Eleusi.
Non piangeva, come fanno tutti i bambini, ma ogni notte uscivano rumori strani dalla sua camera.
Una notte per sapere cosa accadeva nella camera, Metanira si appostò dietro una tenda e guardò nella stanza, ma restò esterrefatta: la vecchia donna straniera aveva messo il bambino sulle fiamme ardenti del focolare. Tuttavia Demofoonte rideva succhiandosi un dito come fosse sopra un letto di piume.
Metanira non seppe resistere e irruppe nella camera.
- Che cosa stai facendo a mio figlio, sciagurata?- gridò. Cerere si volse e depose il bambino sul pavimento.
- Volevo farne un dio- spiegò- un essere immortale, allevandolo come sono stata allevata io, che sono una dea, alle volte terribile. Così dicendo si eresse in tutta la sua maestà divina, e inutilmente Metanira, pentita, le chiese perdono.
Cerere, seppure a malincuore, le restituì il bambino e ripartì sola per il mondo.
E mentre ancora una volta riprendeva il suo lungo e penoso errare, ripensò agli affronti subiti e lentamente si fece strada in lei il desiderio di valersi dei suoi poteri di dea per vendicarsi: non avrebbe più dato ai semi la forza di germogliare, di crescere e di maturare, non avrebbe più fatto fiorire i boccioli.
Nell'olimponon avevano pietà di lei, e lei non avrebbe più avuto pietà degli dei dell'Olimpo e nemmeno degli uomini.
Gli uomini non avrebbero più potuto offrire agli dei i prodotti della loro terra e le tenere carni dei giovani agnelli.
Si rifugiò in una grotta e non si curò più di nulla. E così i semi non germogliarono, non crebbero e non maturarono, i boccioli non si schiusero più.
Inutilmente i contadini ararono i campi, li concimarono, gettarono la semente: la maledizione della dea aveva colpito tutta la terrae in quell'atroce deserto gli uomini, disperati ed affamati, morivano numerosi.
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