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La felicità.

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1
Constantin
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
La felicità.

Oggi voglio parlare di felicità.
Cos'è la felicità... (?!?) O, meglio, come intendiamo la felicità?
E' l'esperienza del pieno appagamento di un desiderio:
una condizione di appagamento come un evento, cioè come qualcosa che viene a riempire l'interiore sete di benessere.
Se torniamo agli antichi greci vediamo che essi indicavano la felicità come un buon demone, ossia come  un "ben-essere" che gli dei in qualche modo ci danno in sorte; anche in questo caso, dunque, la felicità è qualcosa che ci accade.
Siamo felici, perché siamo fatti felici da qualcosa o da qualcuno.
Tradizione molto antica a cui si ispira anche tutta la tradizione medievale ebraica, cristiana e araba, per la quale la felicità è promessa e dono di Dio, creatore e provvidente.
La tradizione moderna ha gradualmente capovolto questa concezione, sino a progettare (K. Marx ad es.) la felicità come un risultato dell'attività storica dell'uomo.
La felicità si dimostra così un concetto di straordinaria complessità, può definirsi in modi diversi in quanto situazione soggettiva di appagamento assoluto dei propri bisogni e dei propri desideri, e il soggetto può trattare qualsiasi oggetto desiderato come alcunché di assoluto e quindi come qualcosa di assolutamente appagante, indipendentemente dal fatto che tale oggetto sia tale nella sua realtà.
Quindi si può essere felici per una infinità di cose (denaro, potere, sesso, cibo, e via così...) e si può arrivare a  chiamare felicità la condizione in cui si ritiene di possedere queste cose, salvo ad accorgersi poi, in un modo o nell'altro, che si tratta di una felicità solo apparente, perchè l'oggetto era stato surdeterminato.
In effetti, la felicità non apparente, e quindi duratura, può essere solo quella che consiste nella relazione con il reale ( e non immaginario) oggetto assoluto del desiderio umano.
E' importante stabilire quale sia tale oggetto.
Bisognerebbe determinare il senso del desiderio. La filosofia occidentale, specialmente dopo la diffusione del cristianesimo, ha sempre più preso atto della trascendentalità del desiderio umano, cioè della essenziale e infinita apertura del desiderio e della sua relazione ad un oggetto adeguato per tale apertura.
Ora l'oggetto adeguato non può essere che un oggetto infinito, cioè un oggetto che abbia a sua volta la nota della trascendentalità.
Ma quest'oggetto non può essere che un soggetto, perché solo di un soggetto si può predicare quell'infinita apertura coscienziale.
Così, poiché solo un altro soggetto può far felice un uomo o una donna, la felicità è sempre stata legata preferibilmente a quella forma intersoggettiva che può essere il rapporto di coppia, perché quel rapporto in modo specialissimo significa la reciprocità del dono della soggettività.
Per finire, mentre il pensiero di ispirazione non metafisica cerca la possibile fonte della felicità solo nel gioco del rapporto interaffettivo, il pensiero di ispirazione metafisica eleva la reciprocità sino ad includervi la relazione con Dio, che va inteso come fondamento ultimo dell'appagamento del desiderio.

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2
tiziana
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Viandante Residente
Viandante Residente

@Constantin ha scritto:La felicità.

Oggi voglio parlare di felicità.
Cos'è la felicità... (?!?) O, meglio, come intendiamo la felicità?
E' l'esperienza del pieno appagamento di un desiderio:
una condizione di appagamento come un evento, cioè come qualcosa che viene a riempire l'interiore sete di benessere.
Se torniamo agli antichi greci vediamo che essi indicavano la felicità come un buon demone, ossia come  un "ben-essere" che gli dei in qualche modo ci danno in sorte; anche in questo caso, dunque, la felicità è qualcosa che ci accade.
Siamo felici, perché siamo fatti felici da qualcosa o da qualcuno.
Tradizione molto antica a cui si ispira anche tutta la tradizione medievale ebraica, cristiana e araba, per la quale la felicità è promessa e dono di Dio, creatore e provvidente.
La tradizione moderna ha gradualmente capovolto questa concezione, sino a progettare (K. Marx ad es.) la felicità come un risultato dell'attività storica dell'uomo.
La felicità si dimostra così un concetto di straordinaria complessità, può definirsi in modi diversi in quanto situazione soggettiva di appagamento assoluto dei propri bisogni e dei propri desideri, e il soggetto può trattare qualsiasi oggetto desiderato come alcunché di assoluto e quindi come qualcosa di assolutamente appagante, indipendentemente dal fatto che tale oggetto sia tale nella sua realtà.
Quindi si può essere felici per una infinità di cose (denaro, potere, sesso, cibo, e via così...) e si può arrivare a  chiamare felicità la condizione in cui si ritiene di possedere queste cose, salvo ad accorgersi poi, in un modo o nell'altro, che si tratta di una felicità solo apparente, perchè l'oggetto era stato surdeterminato.
In effetti, la felicità non apparente, e quindi duratura, può essere solo quella che consiste nella relazione con il reale ( e non immaginario) oggetto assoluto del desiderio umano.
E' importante stabilire quale sia tale oggetto.
Bisognerebbe determinare il senso del desiderio. La filosofia occidentale, specialmente dopo la diffusione del cristianesimo, ha sempre più preso atto della trascendentalità del desiderio umano, cioè della essenziale e infinita apertura del desiderio e della sua relazione ad un oggetto adeguato per tale apertura.
Ora l'oggetto adeguato non può essere che un oggetto infinito, cioè un oggetto che abbia a sua volta la nota della trascendentalità.
Ma quest'oggetto non può essere che un soggetto, perché solo di un soggetto si può predicare quell'infinita apertura coscienziale.
Così, poiché solo un altro soggetto può far felice un uomo o una donna, la felicità è sempre stata legata preferibilmente a quella forma intersoggettiva che può essere il rapporto di coppia, perché quel rapporto in modo specialissimo significa la reciprocità del dono della soggettività.
Per finire, mentre il pensiero di ispirazione non metafisica cerca la possibile fonte della felicità solo nel gioco del rapporto interaffettivo, il pensiero di ispirazione metafisica eleva la reciprocità sino ad includervi la relazione con Dio, che va inteso come fondamento ultimo dell'appagamento del desiderio.

So che non c'entra, ma non saprei dove scrivere cio'. Caro Constantine, volevo dirti se è possibile scrivere su 2-3 righe, come sui giornali, almeno per riuscire a vedere cio' che si scrive, cio' vale per i tuoi post, come per i post di tutti.
Grazie in anticipo.

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3
Constantin
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
@tiziana ha scritto:So che non c'entra, ma non saprei dove scrivere cio'. Caro Constantine, volevo dirti se è possibile scrivere su 2-3 righe, come sui giornali, almeno per riuscire a vedere cio' che si scrive, cio' vale per i tuoi post, come per i post di tutti.
Grazie in anticipo.



... pas de problème.

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4
altamarea
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Viandante Residente
Viandante Residente
Tiziana, il lattaio e l’ortolano questa volta non hanno capito cosa devono fare per esaudire i tuoi desideri. Cosa significa “scrivere su 2 – 3 righe, come sui giornali” ?

Tiziana, ancora aspetto di leggere tuoi post nei topic da te benvoluti. Ma quali sono ? Nell’attesa, devo accontentarmi di leggere le tue critiche. Se questo è il calice con l'amaro che debbo bere, ebbene sia.

Ma ora è giunto il momento di dedicare la mia attenzione a Constantin, che ieri, in vena di ottimismo, ha aperto  questo topic dedicato alla felicità, e domanda cosa s’intende per felicità.

Questa fugace emozione è soggettiva e indescrivibile nei particolari. Io, per esempio, sono stato felice solo quando mi sono illuso di esserlo. Di solito nelle fasi dell’innamoramento.

“Cosa s’intende per felicità” ? L’etimologia ci dice che la felicità deriva da “félice”, dal latino “felix”, e questo dal verbo “fèo” (= fertile). La fertilità di una pianta si riconosce dalla fruttificazione, ma prima di questa ha un iter: la semina, la coltivazione, lo sviluppo, la potatura, infine  la raccolta.

Idem per il rapporto di coppia.
Quale forza misteriosa spinge due persone di solito sconosciute ad unirsi, a formare una coppia ? La complessa forza magnetica è un’alchimia.

Nella relazione amorosa sono coinvolte pulsioni biologiche, motivazioni psicologiche e sociali. La relazione evolve attraverso fasi o tappe, imprescindibili e necessarie, ciascuna con il proprio potenziale, per far giungere la coppia al  traguardo finale: l’amore.  

Il “normale” rapporto di  coppia ha schemi comportamentali universali, con limitate variabili:  l’attrazione,  la scelta del/la partner, l’infatuazione, l’attaccamento, l’innamoramento e l’amore.

Constantin ha scritto:
Se torniamo agli antichi greci vediamo che essi indicavano la felicità come un buon demone, ossia come  un "ben-essere" che gli dei in qualche modo ci danno in sorte; anche in questo caso, dunque, la felicità è qualcosa che ci accade.

Quel demone è “imprigionato” nell’eudaimonia, parola di origine greca composta da “èu-“ (= bene) + “dàimon” (= sorte), intendendo quest'ultima parola non nel significato negativo di "demone",  a cui può essere associata, ma nel senso di "genio", "spirito guida"', "coscienza".

L’eudemonismo assume la felicità come principio e fondamento della vita, ma si distingue dall’edonismo, che si propone come fine dell'azione umana il conseguimento del piacere immediato, inteso come godimento, come pensava la scuola cirenaica di Aristippo  o come assenza di dolore, secondo la concezione  epicurea.

Eudemonismo ed edonismo mi fanno volare col pensiero al bel dipinto titolato “L’età dell’oro”, realizzato dal pittore tedesco Lucas Cranach, detto il Vecchio (1472 – 1553).  



Questo autore realizzò tre versioni sullo stesso tema. Il dipinto qui sotto è un altro dei tre


“L’età dell’oro” (Galleria Nazionale di Oslo).

Nel bel giardino fiorito vive e danza  l’umanità primigenia in armonia con il creato. Il tema idiliaco evoca l’età dell’oro, poi perduta.

C'è somiglianza tematica con il "Giardino dell’Eden" dello stesso  autore.

La tradizione greca esiodea era in accordo con la visione biblica del destino umano, della perdita del Paradiso terrestre e del doloroso percorso di riconciliazione fra l’uomo e Dio. Temi, quelli di un tempo felice e perduto, diffusi anche nella pittura rinascimentale italiana già dalla fine del Quattrocento, come nell'Allegoria della Primavera di Sandro Botticelli, raffigurazione emblematica del regno di Venere e delle Grazie nel giardino fiorito ricco dei doni della terra.



Ultima modifica di altamarea il Dom 22 Apr 2018 - 22:52, modificato 3 volte

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5
tiziana
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Viandante Residente
Viandante Residente

@altamarea ha scritto:Tiziana, il lattaio e l’ortolano questa volta non hanno capito cosa devono fare per esaudire i tuoi desideri. Cosa significa “scrivere su 2 – 3 righe, come sui giornali” ?

Tiziana, ancora aspetto di leggere tuoi post nei topic da te benvoluti. Ma quali sono ? Nell’attesa, devo accontentarmi di leggere le tue critiche. Se questo è l’amaro calice che debbo bere, ebbene sia.

Ma ora è giunto il momento di dedicare la mia attenzione a Constantin, che ieri, in vena di ottimismo, ha aperto  questo topic dedicato alla felicità, e domanda cosa s’intende per felicità.

Questa fugace emozione è soggettiva e indescrivibile nei particolari. Io, per esempio, sono stato felice solo quando mi sono illuso di esserlo. Di solito nelle fasi dell’innamoramento.

“Cosa s’intende per felicità” ? L’etimologia ci dice che la felicità deriva da “félice”, dal latino “felix”, e questo dal verbo “fèo” (= fertile). La fertilità di una pianta si riconosce dalla fruttificazione, ma prima di questa ha un iter: la semina, la coltivazione, lo sviluppo, la potatura, infine  la raccolta.

Idem per il rapporto di coppia.
Quale forza misteriosa spinge due persone di solito sconosciute ad unirsi, a formare una coppia ? La complessa forza magnetica è un’alchimia.

Nella relazione amorosa sono coinvolte pulsioni biologiche, motivazioni psicologiche e sociali. La relazione evolve attraverso fasi o tappe, imprescindibili e necessarie, ciascuna con il proprio potenziale, per far giungere la coppia al  traguardo finale: l’amore.  

Il “normale” rapporto di  coppia ha schemi comportamentali universali, con limitate variabili:  l’attrazione,  la scelta del/la partner, l’infatuazione, l’attaccamento, l’innamoramento e l’amore.

Constantin ha scritto:
Se torniamo agli antichi greci vediamo che essi indicavano la felicità come un buon demone, ossia come  un "ben-essere" che gli dei in qualche modo ci danno in sorte; anche in questo caso, dunque, la felicità è qualcosa che ci accade.

Quel demone è “imprigionato” nell’eudaimonia, parola di origine greca composta da “èu-“ (= bene) + “dàimon” (= sorte), intendendo quest'ultima parola non nel significato negativo di "demone",  a cui può essere associata, ma nel senso di "genio", "spirito guida"', "coscienza".

L’eudemonismo assume la felicità principio e fondamento della vita, ma si distingue dall’edonismo, che si propone come fine dell'azione umana il conseguimento del piacere immediato, inteso come godimento, come pensava la scuola cirenaica di Aristippo  o come assenza di dolore, secondo la concezione  epicurea.

Eudemonismo ed edonismo mi fanno volare col pensiero al bel dipinto titolato “L’età dell’oro”, realizzato dal pittore tedesco Lucas Cranach, detto il Vecchio (1472 – 1553).  



Questo autore realizzò tre versioni sullo stesso tema. Il dipinto qui sotto è un altro dei tre


“L’età dell’oro” (Galleria Nazionale di Oslo).

Nel bel giardino fiorito vive e danza  l’umanità primigenia in armonia con il creato. Il tema idiliaco evoca l’età dell’oro, poi perduta.

Cranach  realizzò altre due versioni  con lo stesso tema.

C'è somiglianza tematica con il "Giardino dell’Eden" dello stesso  autore.

La tradizione greca esiodea era in accordo con la visione biblica del destino umano, della perdita del Paradiso terrestre e del doloroso percorso di riconciliazione fra l’uomo e Dio. Temi, quelli di un tempo felice e perduto, diffusi anche nella pittura rinascimentale italiana già dalla fine del Quattrocento, come nell'Allegoria della Primavera di Sandro Botticelli, raffigurazione emblematica del regno di Venere e delle Grazie nel giardino fiorito ricco dei doni della terra.

@ Altamarea.

Mi sono espressa male io, anche se Constantin mi ha compreso. Volevo dire che scrivendo una videata intera abbiamo circa, in orizzontale, 30 cm, è troppo seguire il filo così, volevo dire "colonne" e non rigo, un mio lapsus, anche se poi la colonna assomiglia a un rigo, quindi chiedevo se potesse scrivere in colonne, come sui giornali, per semplificare la lettura, lui mi ha risposto che non c'è problema, speriamo.
E' chiaro?
Il discorso sulla Felicità è complesso e non vorrei dire banalità, ci devo riflettere;
in tutto ciò che hai scritto non sono d'accordo nella traduzione di daimon con essere, io confermo dea, e poi mi hai fatto tornare in mente le tre bellissime Grazie del Botticelli, davvero un capolavoro assoluto.

Devo trovare un argomento che mi ispiri, che mi ditta dentro...e poi andrò significando...
Ciao.

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6
Lady Joan Marie
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Viandante Storico
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La felicità, ed io sono d'accordo su questo con gli psicologi, è fatta di piccoli attimi che bisogna saper cogliere. Ed è vero: nel momento in cui siamo felici anche per una piccola cosa ci sentiamo appagati anche solo in un momento.
felice1

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altamarea
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Viandante Residente
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Publio Virgilio Marone: “Optima quaeque dies miseris mortalibus aevi / prima fugit”

(= “I giorni più belli sono i primi a fuggire per i poveri mortali”); Georgiche 3, 66.

Questa verità virgiliana ci ricorda che la felicità è esile, fragile come il vetro.

Riconoscere la felicità. L’antropologo francese Marc Augé (inventore dei “non luoghi”, intesi come  aree senza relazioni, come nelle stazioni ferroviarie, gli aeroporti, ecc.) ha pubblicato il libro titolato Momenti di felicità”, nel quale afferma che la felicità non può esistere senza l’altro/a. Si è felici solo in relazione con qualcuno e con l’ascolto di sé, che ci fa vivere la pienezza del benessere in rari momenti.

Presso gli antichi greci e latini l’eudemonia poteva essere intesa nel senso che si considerava felice chi per fortuna possedeva dovizia di beni materiali (olbios in greco, felix in latino) oppure chi poteva godere di uno stato d'animo coinvolto nella spiritualità che rende sereno chi lo prova (eudaimon in greco, beatus in latino).

Per Socrate la felicità interiore era l'effetto di un comportamento virtuoso.

Per Aristotele la felicità era la conseguenza di un atteggiamento razionale che fosse in grado di distinguere il giusto mezzo tra opposti comportamenti estremi: così ad esempio può dirsi di possedere la virtù del coraggio chi si tiene nel mezzo tra gli estremi della viltà e della temerarietà. Dato che il giusto mezzo si identifica con la virtù anche per Aristotele la vita virtuosa porta alla felicità.

Per i Cirenaici la felicità consisteva invece nell'edonismo, cioè nel conseguimento del piacere attuale, del momento.

Per Democrito ed altri filosofi la felicità deriva dall'atarassia (= tranquillità):"la pace dell'anima nasce dalla liberazione delle passioni".

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altamarea
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Viandante Residente
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La felicità è un’emozione di breve durata ed è oggetto di discussione fin dall’antichità, ne hanno discettato i più importanti filosofi.

Il filosofo Bertrand Russell nel suo libro titolato “La conquista della felicità” analizzò le cause dell’infelicità, una delle quali è l’invidia, che a suo giudizio è una delle passioni umane più radicate e universali.

L’invidia è deprecabile perché rende infelici, ostacola la felicità. L’invidioso soffre per quello
che gli altri hanno.

Quale cura per combattere l'invidia? Per i santi il rimedio è l'altruismo. Ma per gli altri ?

“A che serve dirmi che il rimedio contro l'invidia è la felicità? Non posso trovare la felicità fin tanto che provo invidia, e voi mi dite che non posso smettere di essere invidioso fino a quando non avrò trovato la felicità". Ma la vita reale non è mai così logica. Il solo fatto di rendersi conto delle cause che suscitano in noi l'invidia basta a far fare un lungo passo avanti nella cura di tale passione. L'abitudine di porsi sempre dei termini di paragone è fatale. Quando ci capita una cosa piacevole, bisogna gustarla appieno, senza fermarsi a pensare che non è poi così piacevole come qualche altra cosa che può capitare a qualcun altro. [...] L'uomo saggio non smette di aver caro ciò che possiede perché qualcun altro possiede qualche altra cosa. L'invidia, in effetti, è una delle forme di quel vizio, in parte morale, in parte intellettuale, che consiste nel non vedere mai le cose in se stesse, ma soltanto in rapporto ad altre. [...]
Dopotutto, che cosa è più invidiabile della felicità? E se io riesco a guarire dall'invidia, posso trovare la felicità e diventare invidiabile. [...]
Ci si può liberare dall'invidia gustando le gioie che si trovano sul proprio cammino, svolgendo il lavoro che si deve svolgere, ed evitando di fare confronti con coloro che reputiamo, forse erroneamente, molto più fortunati di noi. [...]
Le cose indispensabili alla felicità umana sono semplici, così semplici che le persone complicate non sanno costringersi a riconoscere quali sono le cose delle quali sentono realmente la mancanza”.

Nessuno ammette di essere invidioso, mentre il primo passo per sconfiggere l’invidia è proprio quello di ammetterne l’esistenza.

Per essere felici bisogna avere la gioia di vivere, ma tale concezione cambia col variare del modo di considerare la propria vita.

Felicità” é sinonimo di appagamento di desideri o di conseguimento di obiettivi.

Il filosofo Remo Bodei: Chi può negare di attendere la felicità? Chi non spera in essa o chi può dire di non averne mai fatto esperienza?

Dall’Edipo re di Sofocle al Qoèlet biblico a Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer la felicità emerge come illusoria, vana, tanto da perdersi in quella catena senza fine di desideri che si susseguono l’uno dopo l’altro.

Da Socrate a Seneca le tecniche per perseguire la felicità si rinvenivano nell’amore della conoscenza, nel mantenere la tranquillità d’animo, nel praticare i piaceri con moderazione e nell’essere temperanti; con l’età moderna, la filosofia ha cessato di offrire indicazioni per ottenere la felicità tendendo lo sguardo non più verso l’alto, ma in avanti alla conquista del potere e della conoscenza.

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altamarea
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Viandante Residente
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Il poeta e filosofo epicureo Tito Lucrezio Caro (98 a. C. circa – 55 a. C.) nel suo “De rerum natura”, testo suddiviso in 6 libri, considera la filosofia il tramite per la felicità, intesa come liberazione dalle paure, dai turbamenti ed il raggiungimento del piacere come sommo bene.

Nel primo libro c’è il proemio con l’inno a Venere, dea dell’amore, forza vitale della natura,
simbolo della voluptas, cioè del piacere.

particolare della più ampia veduta nel quadro titolato “Nascita di Venere”, dipinto nel 1879 dal noto pittore francese William-Adolphe Bouguereau


questo quadro è conservato nel Musée d’Orsay, a Parigi.

Contrariamente a quello che il titolo suggerisce, il dipinto non rappresenta il momento della nascita di Venere ma il suo trasporto marittimo a bordo di una conchiglia verso Paphos, nell'isola di Cipro. Ai lati della dea, ci sono due coppie di amanti; dei putti giocano con un delfino.

Dopo l’omaggio a Venere, il filosofo Lucrezio si rivolge all’amico Gaio Memmio per incoraggiarlo allo studio della vera ratio e gli promette di parlare dell'essenza della realtà nel suo complesso e di svelargli l'origine delle cose. Il mentore evidenzia l’importanza della ragione per raggiungere la verità e per gerarchizzare i piaceri: piaceri naturali e necessari; piaceri naturali non necessari; piaceri non necessari e non naturali. La felicità è nell’ambito piaceri naturali e necessari, come i bisogni primari nella scala di Maslow.

Segue l'elogio ad Epicuro, secondo il quale l’assenza di dolore permette il vero piacere e la felicità, collegata all’atarassia, con l’assenza di turbamenti.

Lucrezio dice che Epicuro ha il merito di aver liberato l'umanità dal timore religioso che nasce dalla credenza nella possibilità di una punizione dell'animo dopo la morte e in un intervento divino nelle vicende del mondo.
Per Epicuro il problema non è il morire, ma la paura dell’umanità della morte, che tanto turba ed impedisce di raggiungere la serenità interiore. Come combatterla? La soluzione di Epicuro è questa: “Quando ci siamo noi, non c’è la morte”. E viceversa. Comunque la nostra esistenza non deve essere condizionata dall’infelicità.

Lo scrittore e medico russo Anton Pavlovič Čechov (1860 – 1904) in un suo aforisma scrisse che
“La felicità è una ricompensa che giunge a chi non l'ha cercata”.

Certamente la felicità non la si può ottenere a comando con la bacchetta magica. E Lucrezio sbagliava quando scrisse che la filosofia è il tramite per la felicità. Nel nostro tempo la filosofia non è più capace di offrire indicazioni per ottenerla.

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10
tiziana
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@altamarea ha scritto:Il poeta e filosofo epicureo Tito Lucrezio Caro (98 a. C. circa – 55 a. C.) nel suo  “De rerum natura”, testo suddiviso in 6 libri,  considera la filosofia il tramite per la felicità, intesa come liberazione dalle paure, dai turbamenti ed il raggiungimento del piacere come sommo bene.

Nel primo libro c’è il proemio con l’inno a Venere, dea dell’amore, forza vitale della natura,
simbolo della voluptas, cioè del piacere.

particolare della più ampia veduta nel quadro titolato “Nascita di Venere”, dipinto nel 1879 dal noto pittore francese William-Adolphe Bouguereau


questo quadro è conservato nel Musée d’Orsay,  a Parigi.

Contrariamente a quello che il titolo suggerisce, il dipinto non rappresenta il momento della nascita di Venere ma il suo trasporto marittimo a bordo di una conchiglia verso Paphos, nell'isola di Cipro. Ai lati della dea, ci sono due coppie di amanti; dei putti giocano con un delfino.

Dopo l’omaggio a Venere, il filosofo Lucrezio si rivolge all’amico Gaio Memmio per incoraggiarlo allo studio della vera ratio e gli promette di parlare dell'essenza della realtà nel suo complesso e di svelargli l'origine delle cose. Il mentore evidenzia l’importanza della ragione per raggiungere la verità e per gerarchizzare i piaceri: piaceri naturali e necessari; piaceri naturali non necessari;  piaceri non necessari e non naturali.  La felicità è nell’ambito piaceri naturali e necessari, come i bisogni primari nella scala di Maslow.

Segue l'elogio ad Epicuro, secondo il quale l’assenza di dolore permette il vero piacere e la felicità, collegata all’atarassia, con l’assenza di turbamenti.  

Lucrezio dice che Epicuro ha il merito di aver liberato l'umanità dal timore religioso che nasce dalla credenza nella possibilità di una punizione dell'animo dopo la morte e in un intervento divino nelle vicende del mondo.
Per Epicuro il problema non è il morire, ma la paura dell’umanità  della morte, che tanto turba ed impedisce di raggiungere la serenità interiore. Come combatterla? La soluzione di Epicuro è questa: “Quando ci siamo noi, non c’è la morte”. E viceversa. Comunque la nostra esistenza non deve essere condizionata dall’infelicità.

Lo scrittore e medico russo Anton Pavlovič Čechov (1860 – 1904) in un suo aforisma scrisse che
“La felicità è una ricompensa che giunge a chi non l'ha cercata”.

Certamente la felicità non la si può ottenere a comando con la bacchetta magica. E Lucrezio sbagliava quando scrisse che la filosofia è il tramite per la felicità. Nel nostro tempo la filosofia non è più capace di offrire indicazioni per ottenerla.

De Rerum Natura.

Liber primus.
v.30-39
...
Nam tu sola potest tranquilla pace iuvare
mortalis, quoniam belli fera moenera Mavors
armipotens regit, in gremium qui saepe tuum se
reicit, aeterno devictus volnere amoris,
...
Hunc, tu, diva, tuo recubantem corpore sancto
circonfusa super, suavis ex ore loquellas
funde, petens placidam Romanis, incluta, pacem.

( Traduzione:
Allietare
tu sola puoi d'una placida pace i mortali. Governa
l'aspre fatiche di guerra Marte possente nell'armi:
e, vinto dall'insanabile piaga d'amore,
egli spesso ti si abbandona nel grembo
...
Stringiti a lui, mentre giace.
dea, con l'intatto tuo corpo, versagli dalla tua bocca
dolci parole (suavis loquellas), implorando , inclita, per i romani
una pacifica tregua:... )
...

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Miss.Stanislavskij
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Viandante Mitico
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12
tiziana
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Viandante Residente
Viandante Residente


Sì,
lo diceva anche Leopardi, siam "felici" in assenza di dolore, più o meno, hai ragione.
Notte.

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13
altamarea
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Viandante Residente
Viandante Residente
La felicità è un’utopia ? In caso affermativo cosa s’intende per utopia ? Questo sostantivo è polisemico. Per esempio, c’è chi lo considera col significato di aspirazione ideale, di solito non suscettibile di realizzazione, come nel caso della felicità.

Il lemma utopia è di origine greca. La parola è composta dalla vocale iniziale “u” (contrazione del greco “ou” = “non”) + “topia” (dal greco “topos” = luogo), quindi “utopia” = “non luogo” (nome fittizio di un paese ideale, coniato dallo scrittore e politico inglese Thomas More nel suo famoso libro “Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia”, romanzo pubblicato nel 1516 e diffusamente conosciuto col titolo abbreviato di “Utopia”. Questo lemma lo ideò per denominare una sua teoria di legislazione e di governo modello per un paese immaginario.

Nel neologismo di More c’è un gioco di parole con l’omofono inglese “eutopia”, derivato dal prefisso greco “ευ-“ = "buono" o "bene", e “topos” = "luogo", che significa "buon luogo". L'identica pronuncia, in inglese, di "utopia" e "eutopia"; dà origine ad un doppio significato:
utopia (nessun luogo), eutopia (buon luogo).
L'utopia sarebbe dunque un luogo buono/bello ma parimenti inesistente, o per lo meno irraggiungibile. Come la felicità ?

Il contrario di utopia è “distopia”: parola di origine greca, composta da “dis” (= cattivo) + “topia” (= luogo), cioè luogo indesiderabile; utopia negativa.

Il desiderio di felicità può evocare il paradiso ? Nel cristianesimo e nell’Islam le opinioni sul paradiso sono utopiche, ma testardamente i seguaci di queste due religioni le credono veritiere. Paradiso come luogo di esistenza libera dal peccato, dalla povertà, dalla tristezza.

Le utopie religiose invitano ad immaginare il paradiso come un giardino di delizie, nel quale l’esistenza è libera da preoccupazioni, si vive in uno stato di illuminazione beatificante e di gioia biblica.

Le feste religiose sono scandite dalla gioia perché è questo atteggiamento a reggere il culto che è lode, alleluia, anche quando si celebra una liturgia penitenziale: “Non vi rattristate -dice Neemia- (personaggio biblico veterotestamentario) al popolo che piange mentre ascolta la lettura della Legge, perché la gioia del Signore è la vostra forza” (8,10). Si va così oltre la felicità psicologica e si scopre la gioia biblica: essa è lo stato di chi è in comunione con Dio.

Nella “nuova Gerusalemme” indicata nell’Apocalisse giovannea verranno bandite le lacrime, il lutto, il lamento e l’affanno, e si leveranno ininterrottamente canti di alleluia e di festa.

L’appello cristiano è quello di san Paolo nella “Lettera ai Filippesi”: “Rallegratevi sempre nel Signore; ve lo ripeto ancora, rallegratevi!” (4,4). A lui fa eco la Lettera dell’apostolo Pietro: “Esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la salvezza delle vostre anime” (1Pietro 1,8-9).

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