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Speranza

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altamarea
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Paolo di Tarso nella prima Lettera ai Corinzi afferma: “Queste sono le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità” (13, 13). Tale dichiarazione fu usata dalla tradizione cristiana per la classificazione delle tre virtù teologali, quelle cioè che hanno alla loro radice la grazia divina, infusa nei credenti.

La seconda di queste virtù, la speranza, costituisce quasi il filo conduttore della Bibbia. Essa, infatti, è protesa verso il futuro messianico.

Gli eventi negativi nella vita motivano alla “di – sperazione” e non alla speranza, come confessa nel veterotestamentario “Libro di Giobbe” l’omonimo patriarca, la cui fede è messa alla prova da parte di Dio: “I miei giorni scorrono veloci come una spola, svaniscono senza un filo di speranza … La mia speranza dov’è nascosta ? Qualcuno ha intravisto la mia felicità ?” (7, 6; 17, 15).

L’apostolo Paolo usa due vocaboli greci per descrivere la speranza:

“elpìs”, che col relativo verbo risuona 86 volte nel Nuovo Testamento;

“hypomoné”, che evoca l’idea di un “rimanere sotto” un peso da reggere, ma con la certezza che giungerà la sosta per sgravarsi dal peso.

La speranza è collegata con l’attesa e la pazienza. Significativa è al riguardo la parabola del grano e della zizzania: “Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio” (Mt 13, 24 – 30).

Forte è la tentazione di reagire con ira, irrompendo e devastando la zizzania ma con essa anche il grano. La speranza è, invece, fermezza pacata e misurata, che sa attendere il tempo in cui Dio interverrà col suo giusto giudizio.

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Constantin
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Viandante Ad Honorem
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@altamarea ha scritto:Paolo di Tarso nella prima Lettera ai Corinzi afferma: “Queste sono le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità” (13, 13).  Tale dichiarazione fu usata dalla tradizione cristiana per la classificazione delle tre virtù teologali, quelle cioè che hanno alla loro radice la grazia divina, infusa nei credenti.

La seconda di queste virtù, la speranza, costituisce quasi il filo conduttore della Bibbia. Essa, infatti, è protesa verso il futuro messianico.

Gli eventi negativi nella vita motivano alla “di – sperazione” e non alla speranza, come confessa nel veterotestamentario “Libro di Giobbe” l’omonimo patriarca, la cui fede è messa alla prova da parte di Dio: “I miei giorni scorrono veloci come una spola, svaniscono senza un filo di speranza … La mia speranza dov’è nascosta ? Qualcuno ha intravisto la mia felicità ?” (7, 6; 17, 15).

L’apostolo Paolo usa due vocaboli greci per descrivere la speranza:

“elpìs”, che col relativo verbo risuona 86 volte nel Nuovo Testamento;

“hypomoné”, che evoca l’idea di un “rimanere sotto” un peso da reggere, ma con la certezza che giungerà la sosta per sgravarsi dal peso.

La speranza è collegata con l’attesa e la pazienza. Significativa è al riguardo la parabola del grano e della zizzania: “Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo.  Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò.  Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania.  Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania?  Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano.  Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio” (Mt 13, 24 – 30).

Forte è la tentazione di reagire con ira, irrompendo e devastando la zizzania ma con essa anche il grano. La speranza è, invece, fermezza pacata e misurata, che sa attendere il tempo in cui Dio interverrà col suo giusto giudizio.


E' l'uomo  che attende e desidera con fiducia un bene futuro dal quale dipende il senso stesso della sua vita presente.
La speranza designa questa tensione dell'uomo. Lo impegna al completo.
Sperare, superiore all'aver paura, non è passivo come questo sentimento. Sperare, espande ed allarga il pensiero dell'uomo invece di restringerlo e di conseguenza l'uomo non si sazia mai di voler sapere che cosa internamente lo fa tendere  a uno scopo e cosa può effettivamente essere suo alleato fuori.
Sperando l'uomo si getta nel nuovo che si va lentamente formando e a cui esso stesso appartiene.
La speranza ,sebbene racchiusa in un'attesa, può far "ubriacare", perchè l'uomo non tollera una vita da cani, che sia solo incuneata in un'esistenza non capita nei suoi intenti o addirittura riconosciuta per miserabile. Il lavoro contro la paura della vita o il terrore di un futuro incomprensibile è sempre molto duro e va fatto contro tutti quelli che potenzialmente impauriscono e terrorizzano.
La speranza è il sogno di una vita migliore, non sazia con  un bottino insipido.
Alla fine, comunque, non ci si può nutrire solo di speranza, bisogna anche trovare in essa qualcosa di assolutamente prezioso, perché molto spesso, sperare significa smentire l'avvenire.

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altamarea
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Viandante Residente
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Constantin reputo molto interessante il tuo post. Lo concludi con la frase:
Alla fine, comunque, non ci si può nutrire solo di speranza, bisogna anche trovare in essa qualcosa di assolutamente prezioso, perché molto spesso, sperare significa smentire l'avvenire.
Ti va di sviluppare questa tua proposizione meritevole di attenzione ?  In particolare “sperare significa smentire l’avvenire” ?

Nel mio precedente post ho scritto che l’apostolo Paolo usò due vocaboli greci per descrivere la speranza: “elpìs” e “hypomoné”.

Ma “Elpìs”  nella mitologia greca era la personificazione dello spirito della speranza.

Nell’VIII secolo a. C. l’antico scrittore greco Esiodo nel suo poema in esametri  “Le opere e i giorni” dice che la speranza  era tra i doni custoditi nel vaso regalato a Pandora, donna creata dal dio Efesto.  

Pandora aveva avuto l'ordine di non aprire mai il vaso, ma la curiosità la spinse a trasgredire: aprì il vaso ed uscirono tutti i mali, soltanto Elpìs, la speranza, rimase dentro perché Pandora riuscì a richiudere il vaso.

Nella mitologia romana, l'equivalente della greca Elpìs era la dea Spes, tradizionalmente definita “Spes ultima dea”, espressione passata nel detto popolare “la speranza è l'ultima a morire”, in quanto, come era narrato nel mito del “Vaso di Pandora”, essa è l'ultima risorsa e consolazione per l'umanità.

A Roma, nell’antichità furono costruiti due templi dedicati alla dea Spes: uno era sul colle Quirinale, nel “Vicus Longus”, l’attuale “via Nazionale”, un altro nel “Foro Olitorio”, fatto costruire
dopo la prima guerra punica dal console Aulus Atilius Calatinus (Aulo Atilio Calatino).

Nel Forum Holitorium (mercato per la vendita di frutta e verdura) c’era una zona sacra con tre tempietti, dedicati rispettivamente agli dei Giano, Speranza e Giunone Sòspita. Erano allineati con lo stesso orientamento tra l’attuale sede stradale ed il vicino fiume Tevere, ma è incerta  l’attribuzione della loro posizione.


Ricostruzione della posizione dei tre templi del Foro Olitorio. In alto a sinistra  la parziale sagoma del teatro di Marcello.

Resti visibili delle colonne perimetrali di uno dei tre templi sono murati nel  lato sinistro della chiesa dedicata a San Nicola di Mira,  poi denominata  basilica minore di San Nicola in Carcere, perché  nel Medioevo fu anche utilizzata come prigione.

Questa chiesa fu edificata su gran parte del tempio che era al centro.
 



Veduta esterna della chiesa di San Nicola in carcere


moneta coniata durante il governo dell’imperatore Claudio con la raffigurazione della Spes.

In epoca imperiale il culto per la dea Spes assunse un valore politico rappresentando simbolicamente la fiduciosa attesa di una felice successione imperiale. Da Claudio che la fece raffigurare sulle monete in occasione della nascita del figlio Britannico, la Spes venne quindi definita nelle epigrafi con l'epiteto di «Augusta, Augusti, Augustorum".

Con l'imperatore Antonino Pio la Spes assunse un valore religioso nella riproduzione della defunta moglie Faustina in una serie di monete che la raffiguravano come la diva Spes: una giovane donna che incede, sollevando l'orlo della veste con un bocciolo di fiore nella mano destra.

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Constantin
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Viandante Ad Honorem
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La vita di tutti gli uomini è attraversata da sogni ad occhi aperti, una parte dei quali è assolutamente una fuga insipida, alle volte bottino per imbroglioni; ma da un'altra parte stimola, non permette che ci si accontenti del cattivo presente, non permette di fare i rinunciatari.
Il nocciuolo di questa seconda parte è la speranza (*sperare significa smentire l’avvenire* ).Può essere ricavata da sregolati sogni ad occhi aperti e anche dal loro astuto abuso; può essere attivata senza cortine di gas lacrimogeni ad offuscarti mente e vista.Non c'è mai stato uomo che abbia vissuto senza questi sogni ma l'importante è conoscerli sempre meglio e così mantenerli verso una direzione giusta, senza che questi sogni ci ingannino ( per overdose di speranza ) ma che anzi ci aiutino.
Se divenissero leggermente più densi significherebbe che si arricchiscono di uno sguardo limpido e concreto.
Quindi non nel senso dell'intelletto puramente contemplante, che prende le cose così come sono e stanno, ma dell'intelletto che partecipa, che le prende come vanno e come possono andar ancora meglio.
Magari , allora, i sogni speranzosi e ad occhi aperti diventassero davvero più completi, cioè più chiari, meno arbitrari, più noti, più capiti ,  più in relazione con l'andamento delle cose e via così.
Il grano che vuol maturare deve essere aiutato... e poi raccolto.

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altamarea
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Viandante Residente
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Constantin il tuo ultimo post mi  fa ricordare, chissà perché,  le mie speranze giovanili  per “smentire l’avvenire”. Mi riferisco agli innamoramenti estivi, come tali, destinati alla fine della stagione. Ma io mi ostinavo a credere che ognuno di quegli “amori” fosse per sempre.

L’innamoramento estivo è breve ma intenso. Non prevede serenate né madrigali alla ragazza attraente. Non c’è tempo per il corteggiamento tradizionale.

Durante la vacanza estiva le modalità dell’approccio vengono accelerate: spazio e tempo sono condensati. Via i fronzoli del corteggiamento normale. Si chiede subito: “Tu chi sei ?, sei disponibile ad accettarmi senza conoscermi a fondo ? Tu mi piaci: ci stai ?”

E quando nel dialogo finisce la parola comincia il linguaggio non verbale. Lo sguardo può svelare un’intenzione, il desiderio, può far “volare” l’immaginario.

Se l’incontro supera la soglia del terzo giorno di erotismo, comincia il coinvolgimento affettivo intenso e la “coppia estiva” comincia a fare progetti sul prolungamento degli incontri dopo le ferie.

Il tempo sembra non bastare mai per “riempirlo” di attimi da vivere.  Nasce il desiderio di possedere foto ed oggetti della persona amata per ricordarla nel futuro.  

Uno degli aspetti che spesso accompagnano  la fine della stagione estiva è il rimpianto delle cose perdute, la tristezza del “lasciato per sempre”, la nostalgia per i luoghi e i tempi che ci hanno dato emozioni. Spazio e tempo sembrano diventare un istante eterno che si deposita nella memoria.

Constantin hai ragione nel dire  che
La vita di tutti gli uomini è attraversata da sogni ad occhi aperti
.

“La speranza è un sogno ad occhi aperti”: la frase è attribuita ad Aristotele. A questo filosofo gli fu chiesto cosa sia la speranza e la sua risposta fu: “Sogno di un uomo sveglio” (in Diogene Laerzio: “Vite dei filosofi”, v. 18).

Nell'ellenismo pagano si connotava la differenza tra falsa e vera speranza nella sopravvivenza nell'al di là, invece nel messaggio biblico la "speranza d'immortalità" trova certezza nell’esistenza di Dio.

La speranza è la fiduciosa attesa di un bene che quanto più desiderato tanto più colora l'aspettativa di timore per la sua mancata realizzazione.



Ultima modifica di altamarea il Sab 17 Mar 2018 - 22:55, modificato 2 volte

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tiziana
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@altamarea ha scritto:Paolo di Tarso nella prima Lettera ai Corinzi afferma: “Queste sono le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità” (13, 13).  Tale dichiarazione fu usata dalla tradizione cristiana per la classificazione delle tre virtù teologali, quelle cioè che hanno alla loro radice la grazia divina, infusa nei credenti.

La seconda di queste virtù, la speranza, costituisce quasi il filo conduttore della Bibbia. Essa, infatti, è protesa verso il futuro messianico.

Gli eventi negativi nella vita motivano alla “di – sperazione” e non alla speranza, come confessa nel veterotestamentario “Libro di Giobbe” l’omonimo patriarca, la cui fede è messa alla prova da parte di Dio: “I miei giorni scorrono veloci come una spola, svaniscono senza un filo di speranza … La mia speranza dov’è nascosta ? Qualcuno ha intravisto la mia felicità ?” (7, 6; 17, 15).

L’apostolo Paolo usa due vocaboli greci per descrivere la speranza:

“elpìs”, che col relativo verbo risuona 86 volte nel Nuovo Testamento;

“hypomoné”, che evoca l’idea di un “rimanere sotto” un peso da reggere, ma con la certezza che giungerà la sosta per sgravarsi dal peso.

La speranza è collegata con l’attesa e la pazienza. Significativa è al riguardo la parabola del grano e della zizzania: “Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo.  Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò.  Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania.  Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania?  Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano.  Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio” (Mt 13, 24 – 30).

Forte è la tentazione di reagire con ira, irrompendo e devastando la zizzania ma con essa anche il grano. La speranza è, invece, fermezza pacata e misurata, che sa attendere il tempo in cui Dio interverrà col suo giusto giudizio.

Caro Altamarea,
è importante il tuo discorso sulla speranza.
Ricordo che al liceo, dalle suore, durante gli esercizi spirituali imposti, un prete ci spiegò che la speranza sembrava la più piccola delle tre virtù teologali, la più dimenticata, ma teneva per mano sia la fede sia la carità, senza la speranza le altre due virtù teologali sarebbero svanite.

Riporto Dalla Lettera ai Romani: (5,1-5)

Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per
mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; per suo mezzo abbiamo
anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia
nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di
D*o. E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribola-
zioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la
pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza.
La speranza poi non delude, perchè l'amore di D*o è stato riversato
nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Fine.

E' bello il concetto che la tribolazione produce pazienza e questa una virtù provata e questa la speranza, che non delude mai.
Ciao.

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altamarea
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Viandante Residente
Viandante Residente
Nel passaggio dall’Elpìs greca alla speranza cristiana attraverso la fede vetero-testamentaria ha rilievo Filone Alessandrino, un dotto ebreo contemporaneo di Gesù, ma nato ad Alessandria d’Egitto. Egli commentò l’Antico Testamento secondo la filosofia platonica. Nel mitologico e filosofico “demiurgo” esposto da Platone nel “Timeo” come essere divino dotato di capacità creatrice e generatrice, Filone vide il Dio creatore ebraico, anche se il demiurgo platonico è un dio ordinatore e non generatore.

Filone pose, fra l’altro, le basi per la metafisica della speranza, ontologicamente associata all’agire umano: senza speranza di guadagno il negoziante non si darebbe da fare, senza speranza di vittoria l’atleta non si impegnerebbe nelle gare, ecc..

Dalla classicità greca viene anche la considerazione della speranza come consolazione nelle avversità o in un bene futuro che superi il male che ci ha colpito.

Filone fa propria la definizione della elpìs come “prosdokìa agathòn” (= “attesa dei beni”) e la contrappone alla paura, come “attesa di mali”. Definisce la speranza come “gioia prima della gioia, e, seppure imperfetta rispetto alla gioia piena, è tuttavia superiore a quella che deve giungere, per due aspetti: allevia l’ansia e le preoccupazioni; annuncia in anticipo l’arrivo del bene” (in “I premi e le pene”, 161).

In un altro suo elaborato Filone afferma che “…il bene è accompagnato dalla gioia; quando è atteso è accompagnato dalla speranza. Se è arrivato ce ne rallegriamo, se deve arrivare lo speriamo…” (in “Il cambiamento dei nomi e perché avviene”, 163). Dunque, come la paura è una sofferenza prima della sofferenza, così la speranza è una gioia prima della gioia”.

Agostino, vescovo d’Ippona nel suo “Commento ai Salmi” dice che Dio ha promesso il bene: “E’ perché hai promesso che mi hai fatto sperare” (118, 15, 1), ed aggiunge: “La nostra speranza è così certa che è come se già fosse divenuta realtà. Non abbiamo infatti alcun timore, poiché a promettere è stata la Verità, e la Verità non può ingannarsi né ingannare” (123, 2).
Inoltre, nelle “Confessioni”: “Ogni mia speranza è posta nell'immensa grandezza della tua misericordia. Dammi quello che comandi e poi comanda ciò che vuoi” (10, 29, 40).

Il simbolo cristiano della speranza è l’àncora navale.


Nella Bibbia il richiamo all'àncora è solo nel Nuovo Testamento e simboleggia la speranza nelle promesse di Dio.

Negli Atti degli Apostoli, dove descrive l'arrivo a Malta di Paolo di Tarso e dei prigionieri: “Nel timore di finire contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che spuntasse il giorno” (27, 29).

Nella Lettera agli Ebrei l’apostolo Paolo dice: “Perciò Dio, volendo mostrare più chiaramente agli eredi della promessa l'irrevocabilità della sua decisione, intervenne con un giuramento ... noi, che abbiamo cercato rifugio in lui, abbiamo l’incoraggiamento ad afferrarci saldamente alla speranza che ci è proposta. In essa infatti abbiamo come un'àncora sicura e salda per la nostra vita: essa entra fino al di là del velo del santuario, dove Gesù è entrato come precursore per noi, divenuto sommo sacerdote per sempre secondo l'ordine di Melchìsedek” (6,17-20).

La speranza fondata sulla “parola” di Dio è come un'àncora che dà fermezza al credente, egli è certo di appartenere a lui.

La simbolica àncora cristiana per la sua forma fu usata anche come significante che evoca la croce di Gesù.

L'àncora, unita al simbolico pesce, indica la fede del credente nella risurrezione.

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tiziana
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@altamarea ha scritto:Nel passaggio dall’Elpìs greca alla speranza cristiana attraverso la fede vetero-testamentaria ha rilievo Filone Alessandrino, un dotto ebreo contemporaneo di Gesù, ma nato ad Alessandria d’Egitto. Egli commentò l’Antico Testamento secondo la filosofia platonica. Nel mitologico e filosofico “demiurgo” esposto da Platone nel “Timeo” come essere divino dotato di capacità creatrice e generatrice, Filone vide il Dio creatore ebraico, anche se il demiurgo platonico è un dio ordinatore e non generatore.

Filone pose, fra l’altro,  le basi per la metafisica della speranza, ontologicamente associata all’agire umano: senza speranza di guadagno il negoziante non si darebbe da fare, senza speranza di vittoria l’atleta non si impegnerebbe nelle gare, ecc..

Dalla classicità greca  viene anche la considerazione della speranza come consolazione nelle avversità o in un bene futuro che superi il male che ci ha colpito.

Filone fa propria la definizione della elpìs come “prosdokìa agathòn” (= “attesa dei beni”) e la contrappone alla paura, come “attesa di mali”. Definisce la speranza come “gioia prima della gioia, e, seppure imperfetta rispetto alla gioia piena, è tuttavia superiore a quella che deve giungere, per due aspetti: allevia l’ansia e le preoccupazioni; annuncia in anticipo l’arrivo del bene” (in “I premi e le pene”, 161).

In un altro suo elaborato Filone afferma che “…il bene è accompagnato dalla gioia; quando è atteso è accompagnato dalla speranza. Se è arrivato ce ne rallegriamo, se deve arrivare lo speriamo…” (in “Il cambiamento dei nomi e perché avviene”, 163). Dunque, come la paura è una sofferenza prima della sofferenza, così la speranza è una gioia  prima della gioia”.

Agostino, vescovo d’Ippona nel suo “Commento ai Salmi”  dice che Dio ha promesso il bene: “E’ perché hai promesso che mi hai fatto sperare” (118, 15, 1), ed aggiunge: “La nostra speranza è così certa che è come se già fosse divenuta realtà. Non abbiamo infatti alcun timore, poiché a promettere è stata la Verità, e la Verità non può ingannarsi né ingannare” (123, 2).
Inoltre, nelle “Confessioni”:  “Ogni mia speranza è posta nell'immensa grandezza della tua misericordia. Dammi quello che comandi e poi comanda ciò che vuoi” (10, 29, 40).

Il simbolo cristiano della speranza è l’àncora navale.


Nella Bibbia il richiamo all'àncora è solo nel Nuovo Testamento e simboleggia la speranza nelle promesse di Dio.

Negli Atti degli Apostoli, dove descrive l'arrivo a Malta di Paolo di Tarso e dei prigionieri: “Nel timore di finire contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che spuntasse il giorno” (27, 29).

Nella Lettera agli Ebrei l’apostolo Paolo dice:  “Perciò Dio, volendo mostrare più chiaramente agli eredi della promessa l'irrevocabilità della sua decisione, intervenne con un giuramento ... noi, che abbiamo cercato rifugio in lui, abbiamo l’incoraggiamento ad afferrarci saldamente alla speranza che ci è proposta. In essa infatti abbiamo come un'àncora sicura e salda per la nostra vita: essa entra fino al di là del velo del santuario, dove Gesù è entrato come precursore per noi, divenuto sommo sacerdote per sempre secondo l'ordine di Melchìsedek” (6,17-20).

La speranza fondata sulla “parola” di Dio è come un'àncora che dà fermezza al credente,  egli è certo di appartenere a lui.

La simbolica àncora cristiana per la sua forma fu usata anche come significante che evoca la croce di Gesù.

L'àncora, unita al  simbolico pesce, indica la fede del credente nella risurrezione.

@ Altamarea.

E' bello leggerti senza i dati ISTAT:

Nel Timeo di Platone, però, il demiurgo è solo un'entità ordinatrice
non creatrice, almeno così lessi.

La lettera agli Ebrei, che attribuisci a S.Paolo, non si sa
chi l'abbia scritta, è una lettera sacerdotale, iniziatica,
ricompare la misteriosa figura di Melchisedek, gia' apparsa in Genesi,
senza genealogia, cui Abramo dà la decima di tutto e cui chiede la benedizione. Egli è Re di Giustizia e Re di Pace. In ebraico re ha radice mlk, giustizia è tsedeq, e pace è salem, è sacerdote del D*o altissimo (el Eljion, il D*o  d'Abramo è l'Onnipotente, el Shaddaj) e come lui anche Cristo sarà
sacerdote del D*o altissimo alla maniera di Melchisedek.

Famoso è il capitolo 11 che inizia con:
La fede è fondamento delle cose che si sperano
e prova di quelle che non si vedono...
Per fede Abele offrì a D*o un sacrificio
migliore di quello di Caino...
Per fede Enoch fu trasportato via in modo
da non vedere più la morte...
Per fede Noè costruì con pio timore
un'arca a salvezza della sua famigla...
Per fede Abramo partì per un luogo,
senza sapere dove andava.
Per fede Sara ricevette la possibilità
di diventare madre...
Per fede Abramo, messo alla prova,
offrì Isacco, il suo unico figlio
perchè egli sapeva che D*o
può far risorgere anche dai morti...
E qui apro una parentesi, siamo in Genesi
11, 18-19, Von Rad, il grande teologo protestante, dice
che Isacco fu ucciso veramente, così è scritto,
poi tu sei un teologo anche e lo saprai meglio di me,
Isacco fu ucciso da Abramo o no?
Ti lascio,
grazie.

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altamarea
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Viandante Residente
Viandante Residente
Tiziana ha scritto:
Von Rad, il grande teologo protestante, dice
che Isacco fu ucciso veramente, così è scritto,
poi tu sei un teologo anche e lo saprai meglio di me,
Isacco fu ucciso da Abramo o no?

Tiziana, ma un non credente riesce ad essere anche teologo ?
Io leggo pure libri di teologia ma in modo critico, per capire le incredibili certezze dei cristiani e contestarli.  

Il biblico libro della Genesi (22, 1 – 18) dice che Abramo non sacrificò il figlio Isacco. Dio gli inviò un angelo per fermare la paterna mano omicida, in quel caso fu tentato omicidio.

Mi piacciono le mansioni degli angeli. Nessuno di loro è nullafacente. Tutti hanno una specializzazione, come l’angelo sterminatore dei primogeniti egiziani (Libro dell’Esodo), l’angelo custode, l’angelo trombettiere, l’angelo messaggero, ecc.. Per non ridere è meglio che torno al tema del topic: la speranza!

“Spe salvi facti sumus”: nella speranza siamo stati salvati, dice Paolo di Tarso nella “Lettera ai Romani” (8, 24)

Spe salvi” è anche il titolo della lettera enciclica che scrisse il precedente pontifex, Benedetto XVI, e pubblicata  il 30 novembre 2007.

La speranza cristiana aiuta il fedele ad affrontare la quotidianità, accettata nella convinzione della meta finale nel regno di Dio. E’ speranza individuale ma anche comunitaria fra credenti in Gesù.

La fede è speranza. L’apostolo Paolo nella Lettera agli Ebrei collega alla “pienezza della fede” (10, 22), la “immutabile professione della speranza” (10, 23). Nell’undicesimo capitolo di questa Lettera c’è una sorta di definizione della fede connessa con la speranza: “La fede è hypostasis delle cose che si sperano; prova delle cose che non si vedono”.

La parola greca “hypostasis” fu tradotta nel Medioevo con il termine “substantia” e la traduzione latina del testo dice: “Est autem fides sperandum substantia rerum, argumentum non apparentium”; la fede è la sostanza delle cose che si sperano; la prova delle cose che non si vedono.

Nel decimo capitolo  della citata Lettera il tarsita  usa fra le altre  la parola greca “hypomone” (10, 36; = pazienza, perseveranza, costanza): il saper aspettare, sopportando pazientemente, è necessario al credente per poter “ottenere le cose promesse”. Nella religiosità dell’antico giudaismo questa parola veniva usata per indicare l’attesa di Dio, la certezza della speranza.

Col passar del tempo in molte persone la speranza biblica del regno di Dio viene sostituita dalla speranza di un mondo migliore. Ne era convinto il filosofo e politico inglese Francis Bacon (1561 – 1626), difensore del progresso scientifico. Per lui la redenzione non si attende dalla fede cristiana ma dalle conquiste tecnologiche e dalla politica: la speranza è la fede nel progresso.

Per Benedetto XVI invece, la speranza è un dono della fede, ma non fede nel progresso proiettata in un ipotetico quanto incerto futuro, essa agisce nel presente come certezza dell’avvenire e fiducia che la propria vita non finisce nel nulla.

Papa Francesco dice che la speranza è fiduciosa attesa della rivelazione del Figlio di Dio. “Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16, 22).

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tiziana
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@altamarea ha scritto:Tiziana ha scritto:
Von Rad, il grande teologo protestante, dice
che Isacco fu ucciso veramente, così è scritto,
poi tu sei un teologo anche e lo saprai meglio di me,
Isacco fu ucciso da Abramo o no?

Tiziana, ma un non credente riesce ad essere anche teologo ?
Io leggo pure libri di teologia ma in modo critico, per capire le incredibili certezze dei cristiani e contestarli.  

Il biblico libro della Genesi (22, 1 – 18) dice che Abramo non sacrificò il figlio Isacco. Dio gli inviò un angelo per fermare la paterna mano omicida, in quel caso fu tentato omicidio.

Mi piacciono le mansioni degli angeli. Nessuno di loro è nullafacente. Tutti hanno una specializzazione, come l’angelo sterminatore dei primogeniti egiziani (Libro dell’Esodo), l’angelo custode, l’angelo trombettiere, l’angelo messaggero, ecc.. Per non ridere è meglio che torno al tema del topic: la speranza!

“Spe salvi facti sumus”: nella speranza siamo stati salvati, dice Paolo di Tarso nella “Lettera ai Romani” (8, 24)

Spe salvi” è anche il titolo della lettera enciclica che scrisse il precedente pontifex, Benedetto XVI, e pubblicata  il 30 novembre 2007.

La speranza cristiana aiuta il fedele ad affrontare la quotidianità, accettata nella convinzione della meta finale nel regno di Dio. E’ speranza individuale ma anche comunitaria fra credenti in Gesù.

La fede è speranza. L’apostolo Paolo nella Lettera agli Ebrei collega alla “pienezza della fede” (10, 22), la “immutabile professione della speranza” (10, 23). Nell’undicesimo capitolo di questa Lettera c’è una sorta di definizione della fede connessa con la speranza: “La fede è hypostasis delle cose che si sperano; prova delle cose che non si vedono”.

La parola greca “hypostasis” fu tradotta nel Medioevo con il termine “substantia” e la traduzione latina del testo dice: “Est autem fides sperandum substantia rerum, argumentum non apparentium”; la fede è la sostanza delle cose che si sperano; la prova delle cose che non si vedono.

Nel decimo capitolo  della citata Lettera il tarsita  usa fra le altre  la parola greca “hypomone” (10, 36; = pazienza, perseveranza, costanza): il saper aspettare, sopportando pazientemente, è necessario al credente per poter “ottenere le cose promesse”. Nella religiosità dell’antico giudaismo questa parola veniva usata per indicare l’attesa di Dio, la certezza della speranza.

Col passar del tempo in molte persone la speranza biblica del regno di Dio viene sostituita dalla speranza di un mondo migliore. Ne era convinto il filosofo e politico inglese Francis Bacon (1561 – 1626), difensore del progresso scientifico. Per lui la redenzione non si attende dalla fede cristiana ma dalle conquiste tecnologiche e dalla politica: la speranza è la fede nel progresso.

Per Benedetto XVI invece, la speranza è un dono della fede, ma non fede nel progresso proiettata in un ipotetico quanto incerto futuro, essa agisce nel presente come certezza dell’avvenire e fiducia che la propria vita non finisce nel nulla.

Papa Francesco dice che la speranza è fiduciosa attesa della rivelazione del Figlio di Dio. “Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16, 22).

@ Altamarea.

Ma ti ho già detto che non si sa chi abbia scritto La Lettera agli Ebrei,
gli studiosi escludono assolutamente S.Paolo, e tu insisti con S.Paolo, non è
stato lui, è stato un autore misterioso, sconosciuto.

Ma tu hai detto che sei uno studoso del cristianesimo
per questo ti ho scritto chiedendoti lumi.

Per quanto riguarda la prova d'Abramo si sono versati fiumi d'inchiostro, perchè so che si parla di 2 arieti, devi risalire al testo masoretico ebraico,
ed è scritto " aher ayil", che vuol dire un altro ariete, cioè comparve un altro ariete, pero' il testo masoretico si legge con "ahar" (che significa accanto ), ma gli esegeti dicono che gli scribi ebrei in realtà volevano scrivere "aher" ( che significa altro) ma hanno scritto "ahar", insomma la storia è questa, nella prova d'Abramo
pare che compaiano 2 arieti, il 2^ è quello che vede Abramo con le corna impigliate, ma allora chi erail 1^ ariete?Si pensa Isacco stesso, almeno cos' dicono Von Rad e Bereshit Rabbà, cioè Abramo per poter riuscire a colpire il figlo doveva avere visto in lui un ariete. Ci sono fiumi d'inchiostro su cio'.
Alla fine scendono entrambi dal monte Moria.
Pero', come ti ho fatto notare, nella lettera agli Ebrei , che NON è di S.Paolo,
è scritto ( 11,17-19) "per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco...", qui non si scappa e sembra che lo abbia ucciso veramente, anche Von Rad sembra essere di questo parere , appunto ti chiedevo, cosa ne pensassi.
Ciao,
P.S.La lettera agli Ebrei non è di San Paolo.

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altamarea
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L’umanità ha bisogno di sperare. La speranza dà la forza per lottare, vivere, fare progetti, raggiungere delle mete.

I cristiani sono convinti che la speranza si possa apprendere tramite la preghiera, perché Dio ascolta le loro invocazioni.

Agostino, vescovo d’Ippona, in una sua omelia sulla “Prima Lettera di Giovanni” definisce la preghiera un esercizio del desiderio, confronto dell’Io con Dio.

Nei secoli sulla speranza connessa anche alla transitorietà e precarietà dell’esistenza umana ne hanno discettato molti filosofi, fra cui quelli della corrente esistenzialista, nata nel 18/esimo secolo ma affermata tra gli anni ’20 e ’50 del XX secolo.

Nell’esistenzialismo l’appello alla speranza è un punto centrale. Il filosofo e psichiatra tedesco Karl Jaspers nel suo libro “Sull’origine e senso della storia” dice che l’angoscia è il fondamento della speranza.

Nell’esistenzialismo francese il richiamo alla speranza generata dall’angoscia è frequente. Il filosofo Gabriel Marcel, esponente del cosiddetto esistenzialismo cristiano del XX secolo, ne “Le monde cassè” scrisse: “ La speranza, è quella che non dipende da noi [...], il cui fondamento è l'umiltà e non l'orgoglio, perché l'orgoglio consiste nel non ritrovare la forza in noi stessi”.

Già, l’orgoglio ! Indica lo stato d’animo di chi ha l’eccessiva considerazione di se stesso. L’orgoglioso è un narcisista ?

Nella tradizione cattolica l’orgoglio è un vizio capitale, induce l’individuo a riconoscersi meriti e pregi che non ha. L’insano orgoglio è considerato psicopatologia, che si contrappone al “sano” orgoglio. Il problema sorge nel momento in cui l’essere “sanamente” orgoglioso per qualcosa che fa, dice o possiede, arriva a disprezzare gli altri. L’insano orgoglio era considerato dal pontefice Gregorio Magno “la radice di ogni male”, perché fa perdere il senso delle proporzioni.

Il filosofo tedesco Ernst Bloch nella premessa a “Il principio Speranza” dice che: “L'importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera aver successo invece che fallire. Lo sperare, superiore all'aver paura, non è né passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla. L'affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece di restringerli, non si sazia mai di sapere che cosa internamente li fa tendere a uno scopo e che cosa all'esterno può essere loro alleato. Il lavoro di questo affetto vuole uomini che si gettino attivamente nel nuovo che si va formando e cui essi stessi appartengono”.

Ne “Il principio speranza” (pubblicato in tre volumi dal 1953 al 1959), Bloch sosteneva che speranza e utopia sono elementi essenziali dell'agire e del pensare umano. Esse offrono all’individuo la possibilità di anticipare quel futuro dove realizza la sua essenza.
La speranza non è solo un atteggiamento sentimentale, è certa nella soggettività ma incerta nell’oggettività, perché continuamente sottoposta al rischio; però la speranza è connessa con l’ottimismo, che dà la forza morale per superare l’incertezza, il rischio, per conquistare ciò che si desidera.

Ancora Bloch nel suo libro “Ateismo nel cristianesimo” scrisse: “Solo un ateo può essere buon cristiano, solo un cristiano può essere buon ateo”. Questo paradosso è considerato la sintesi tra la concezione marxista della speranza e la visione teologica cristiana, dalla quale fu poi sviluppata la “teologia della speranza”.
Bloch propone una nuova lettura e interpretazione della Bibbia secondo quella che egli chiama deteocratizzazione, l'eliminare cioè dai testi sacri tutto quello che viene attribuito a Dio come monarca trascendente: configurazione questa presa a giustificazione di ogni sopraffazione del potere dell'uomo sull'uomo.

Il filosofo Remo Bodei spiega che Bloch concepisce la speranza come fattore gnoseologico, di conoscenza e di progresso, contro l’idea heideggeriana dell’angoscia come condizione di conoscenza ed esperienza dell’ essere nel mondo.

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tiziana
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@altamarea ha scritto:Nel passaggio dall’Elpìs greca alla speranza cristiana attraverso la fede vetero-testamentaria ha rilievo Filone Alessandrino, un dotto ebreo contemporaneo di Gesù, ma nato ad Alessandria d’Egitto. Egli commentò l’Antico Testamento secondo la filosofia platonica. Nel mitologico e filosofico “demiurgo” esposto da Platone nel “Timeo” come essere divino dotato di capacità creatrice e generatrice, Filone vide il Dio creatore ebraico, anche se il demiurgo platonico è un dio ordinatore e non generatore.

Filone pose, fra l’altro,  le basi per la metafisica della speranza, ontologicamente associata all’agire umano: senza speranza di guadagno il negoziante non si darebbe da fare, senza speranza di vittoria l’atleta non si impegnerebbe nelle gare, ecc..

Dalla classicità greca  viene anche la considerazione della speranza come consolazione nelle avversità o in un bene futuro che superi il male che ci ha colpito.

Filone fa propria la definizione della elpìs come “prosdokìa agathòn” (= “attesa dei beni”) e la contrappone alla paura, come “attesa di mali”. Definisce la speranza come “gioia prima della gioia, e, seppure imperfetta rispetto alla gioia piena, è tuttavia superiore a quella che deve giungere, per due aspetti: allevia l’ansia e le preoccupazioni; annuncia in anticipo l’arrivo del bene” (in “I premi e le pene”, 161).

In un altro suo elaborato Filone afferma che “…il bene è accompagnato dalla gioia; quando è atteso è accompagnato dalla speranza. Se è arrivato ce ne rallegriamo, se deve arrivare lo speriamo…” (in “Il cambiamento dei nomi e perché avviene”, 163). Dunque, come la paura è una sofferenza prima della sofferenza, così la speranza è una gioia  prima della gioia”.

Agostino, vescovo d’Ippona nel suo “Commento ai Salmi”  dice che Dio ha promesso il bene: “E’ perché hai promesso che mi hai fatto sperare” (118, 15, 1), ed aggiunge: “La nostra speranza è così certa che è come se già fosse divenuta realtà. Non abbiamo infatti alcun timore, poiché a promettere è stata la Verità, e la Verità non può ingannarsi né ingannare” (123, 2).
Inoltre, nelle “Confessioni”:  “Ogni mia speranza è posta nell'immensa grandezza della tua misericordia. Dammi quello che comandi e poi comanda ciò che vuoi” (10, 29, 40).

Il simbolo cristiano della speranza è l’àncora navale.


Nella Bibbia il richiamo all'àncora è solo nel Nuovo Testamento e simboleggia la speranza nelle promesse di Dio.

Negli Atti degli Apostoli, dove descrive l'arrivo a Malta di Paolo di Tarso e dei prigionieri: “Nel timore di finire contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che spuntasse il giorno” (27, 29).

Nella Lettera agli Ebrei l’apostolo Paolo dice:  “Perciò Dio, volendo mostrare più chiaramente agli eredi della promessa l'irrevocabilità della sua decisione, intervenne con un giuramento ... noi, che abbiamo cercato rifugio in lui, abbiamo l’incoraggiamento ad afferrarci saldamente alla speranza che ci è proposta. In essa infatti abbiamo come un'àncora sicura e salda per la nostra vita: essa entra fino al di là del velo del santuario, dove Gesù è entrato come precursore per noi, divenuto sommo sacerdote per sempre secondo l'ordine di Melchìsedek” (6,17-20).

La speranza fondata sulla “parola” di Dio è come un'àncora che dà fermezza al credente,  egli è certo di appartenere a lui.

La simbolica àncora cristiana per la sua forma fu usata anche come significante che evoca la croce di Gesù.

L'àncora, unita al  simbolico pesce, indica la fede del credente nella risurrezione.

@ Altamarea.

La speranza è simboleggiata dall'ancora fin dall'A.T. L'ancora assomiglia a una barca che simboleggia la rinascita ( vedi Giona) e si associa alla lettera "nun" numero 14, che segue la "mem" num 13. La Mem significa morte, Nun significa salvezza, barca, ancora, risurrezione.
Ciao.

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altamarea
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Tiziana ha scritto:
La speranza è simboleggiata dall'ancora fin dall'A.T. L'ancora assomiglia a una barca che simboleggia la rinascita ( vedi Giona) e si associa alla lettera "nun" numero 14, che segue la "mem" num 13. La Mem significa morte, Nun significa salvezza, barca, ancora, risurrezione.

Cara Tiziana, se chi ne sa più di noi due dice che l’àncora come simbolo della speranza è solo nel Nuovo Testamento perché “nun ce credi ?”

Che l’àncora somigli ad una barca ho i miei dubbi. Lo so, sei un’artista, come tale riesci a scorgere ciò che altri non vedono.

Comunque, l’importante è che la “Spes, ultima dea” rimanga tra noi per consolarci, anche quando tutti gli altri dei abbandonano la terra per salire sull’Olimpo. Ma Ugo Foscolo ci informa che “Anche la speme, / ultima dea, fugge…”

Se lei è fuggita sono “di – sperato”. A chi rivolgermi ?  “or vivo pur di pianto”, dice Petrarca nel “Canzoniere”.  Perciò invoco la Madonna della Consolazione, la “consolatrix afflictorum”.

Nella “consolatio”  “… ho deposto ansie / ed ogni fatica. / Qui non temo più le stelle, / le tempeste ed il mare crudele (è la traduzione di un motto latino).

La speranza è capace di illuminare la vita, dà la forza per affrontare le fatiche, gli ostacoli, le rinunce, mi dà la gioia di dialogare con Tiziana, mia dotta estimatrice e contestatrice.

Nel precedente post ho citato Gabriel Marcel. Per questo filosofo parigino  nel rapporto di coppia la formula della speranza è: “io spero in te per noi”; cioè: io decido liberamente e responsabilmente di legare il mio futuro a te perché spero, ho fiducia che tu ed io, insieme, potremo avere un futuro nostro che sarà positivo, degno di essere vissuto!

Per creare il “Noi” è necessario l’amore nel rapporto del mio Io con un altro Io.

La procreazione di figli contiene necessariamente un’apertura radicale alla speranza. Sono stato messo al mondo come atto di speranza nei miei confronti da parte dei miei genitori.  Dandomi la vita, i miei genitori implicitamente mi hanno detto: “Speriamo in te per noi, per il futuro della nostra famiglia”.

Nella formula di Marcel: “Io credo in te per noi” sono decisivi i pronomi personali: io–tu per portare  a compimento la mia umanità nella sua capacità di responsabilità e di amore e questo richiede che di fronte a me  ci sia‘ tu’: il soggetto che mi risponde con la sua libertà e che collabora con me per il compimento della nostra vita. In questo modo la speranza nella vita si specifica nella speranza che nasce da ogni rapporto umano significativo: la vita mi ha portato a contatto con te. Considero la tua presenza non come un impedimento alla mia crescita, tanto meno come una minaccia che può togliermi il mio ‘spazio vitale’; la vedo piuttosto come una opportunità che mi è data per portare a compimento quello che sono, per dare vigore al dinamismo che mi costruisce come persona. E tuttavia debbo riconoscere che la autenticità è una conquista incerta e che, con grande probabilità, non raggiungerò mai il compimento pieno della mia vita.



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tiziana
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@altamarea ha scritto:Tiziana ha scritto:
La speranza è simboleggiata dall'ancora fin dall'A.T. L'ancora assomiglia a una barca che simboleggia la rinascita ( vedi Giona) e si associa alla lettera "nun" numero 14, che segue la "mem" num 13. La Mem significa morte, Nun significa salvezza, barca, ancora, risurrezione.

Cara Tiziana, se chi ne sa più di noi due dice che l’àncora come simbolo della speranza è solo nel Nuovo Testamento perché “nun ce credi ?”

Che l’àncora somigli ad una barca ho i miei dubbi. Lo so, sei un’artista, come tale riesci a scorgere ciò che altri non vedono.

Comunque, l’importante è che la “Spes, ultima dea” rimanga tra noi per consolarci, anche quando tutti gli altri dei abbandonano la terra per salire sull’Olimpo. Ma Ugo Foscolo ci informa che “Anche la speme, / ultima dea, fugge…”

Se lei è fuggita sono “di – sperato”. A chi rivolgermi ?  “or vivo pur di pianto”, dice Petrarca nel “Canzoniere”.  Perciò invoco la Madonna della Consolazione, la “consolatrix afflictorum”.

Nella “consolatio”  “… ho deposto ansie / ed ogni fatica. / Qui non temo più le stelle, / le tempeste ed il mare crudele (è la traduzione di un motto latino).

La speranza è capace di illuminare la vita, dà la forza per affrontare le fatiche, gli ostacoli, le rinunce, mi dà la gioia di dialogare con Tiziana, mia dotta estimatrice e contestatrice.

Nel precedente post ho citato Gabriel Marcel. Per questo filosofo parigino  nel rapporto di coppia la formula della speranza è: “io spero in te per noi”; cioè: io decido liberamente e responsabilmente di legare il mio futuro a te perché spero, ho fiducia che tu ed io, insieme, potremo avere un futuro nostro che sarà positivo, degno di essere vissuto!

Per creare il “Noi” è necessario l’amore nel rapporto del mio Io con un altro Io.

La procreazione di figli contiene necessariamente un’apertura radicale alla speranza. Sono stato messo al mondo come atto di speranza nei miei confronti da parte dei miei genitori.  Dandomi la vita, i miei genitori implicitamente mi hanno detto: “Speriamo in te per noi, per il futuro della nostra famiglia”.

Nella formula di Marcel: “Io credo in te per noi” sono decisivi i pronomi personali: io–tu per portare  a compimento la mia umanità nella sua capacità di responsabilità e di amore e questo richiede che di fronte a me  ci sia‘ tu’: il soggetto che mi risponde con la sua libertà e che collabora con me per il compimento della nostra vita. In questo modo la speranza nella vita si specifica nella speranza che nasce da ogni rapporto umano significativo: la vita mi ha portato a contatto con te. Considero la tua presenza non come un impedimento alla mia crescita, tanto meno come una minaccia che può togliermi il mio ‘spazio vitale’; la vedo piuttosto come una opportunità che mi è data per portare a compimento quello che sono, per dare vigore al dinamismo che mi costruisce come persona. E tuttavia debbo riconoscere che la autenticità è una conquista incerta e che, con grande probabilità, non raggiungerò mai il compimento pieno della mia vita.




Guarda che il Libro di Giona è altamento simbolico, e poi ne parla pure Gesù, e Giona, balena, barca, ancora, salvezza, risurrezione
sono assimilabili, non ci vuole tanto.
Mica stiamo a fare una gara a chi ne sa di più e poi ci danno i punti per la ricarica dell'I-Phone, si sta parlando tra amici. Vuoi dire che nell'A.T. non c'è l'ancora come simbolo di speranza? E il pesce di Giona non simboleggia una barca che ha un' ancora? E anche la lettera ebraica numero 14 assomiglia all'ancora.
OK,
A presto, spero.
Ciao.

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