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La novella di Griselda

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Constantin
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
- La novella di Griselda   ** in elaborazione**

Dioneo nel decimo giorno, narra l'ultima delle 100 novelle; lui, che ha la facoltà di raccontare novelle al di fuori della tematica imposta dal re della  giornata che in questo caso è Pamfilo. Questa novella, chiude per così dire in "bellezza" e positività, l'opera tutta , andando a coprire in modo diametralmente opposto, il tema negativo della novella di Messer Ciappeletto, prima novella, prima giornata, narrata dall'allora Pamfilo, in veste di  narratore. L''appellativo di "Messer " poiché notaio, Ciappelletto ( nella realtà certo Ser Cepparello da Prato) è figura che incarna tutti i vizi e i difetti umani.
Queste le premesse, ora lentamente inoltriamoci nella Villa di campagna dove le sette ragazze e i tre ragazzi hanno trovato rifugio dalla peste nera di Firenze del 1347.

Loro si son salvati dove invece 3\5 della popolazione ha trovato la morte

Inizia dunque Dioneo.
Questa che vi narro è la vera storia di una dolce donna di nome Griselda. Udite ben bene.

Vi era un dì un giovane di nome Gualtieri, che molti anni or sono era marchese di
Saluzzo, il quale,  essendo senza moglie e senza figli, passava tutto il suo tempo
cacciando e uccellando,

senza alcun pensiero di metter su famiglia,

dimostrando in questo modo di non essere uno stupido. anche perchè leggenda vuole che due cose ci salvino nella vita: amare e ridere.
Se ne avete una va bene. Se le avete tutte e due siete invincibili.

I suoi uomini erano
preoccupati,

perché temevano che il marchese restasse senza eredi e loro senza un signore, e lo pregavano continuamente di prendere moglie,
offrendosi addirittura di trovargliene una adatta,

discendente da genitori di ottimo lignaggio e di buona indole, cosa, quest’ultima, che avrebbe fatto ben sperare anche sull’ indole della sposa.

Ad essi Gualtieri rispose: «Amici miei, voi mi spingete a fare ciò che avevo
deciso di non fare mai, considerando quanto sia difficile trovare la donna
giusta e quanto dura sia la vita di un uomo che si accoppia con una donna non
adatta a lui.

Pretendere di conoscere il carattere delle figlie dall’indole dei
genitori, come voi dite di voler fare, è poi una sciocchezza: come si fa a
penetrare nei pensieri di un padre o a conoscere i segreti di una madre? Senza
considerare che conoscerli è spesso inutile, perché tante volte le figlie sono
completamente diverse dai genitori.

Ma visto che volete proprio mettermi in catene, voglio essere io a trovarmi una moglie, in modo che poi non possa prendermela con nessuno
se la cosa non dovesse riuscir bene.
Ma vi avverto:
chiunque io scelga, dovrete onorarla come vostra signora, o pagherete caro
l’avermi spinto con le suppliche a prender moglie controvoglia».

Gualtieri da un po’ aveva notato una ragazza, povera ma molto bella, che
stava in una fattoria vicina e si convinse che non serviva cercare oltre: con lei
si sarebbe trovato benissimo. Fece dunque chiamare il padre di lei per
prendere accordi. Fatto questo, Gualtieri riunì tutti i suoi amici e disse loro: «Amici miei, sto per prendere moglie, e più per accontentarvi che per un mio desiderio.
Ma ricordatevi la promessa: chiunque io sposi, dovrete essere contenti e onorarlacome vostra signora. Io ho trovato qua vicino una giovane che porterò a casa fra pochi giorni: pensate ad organizzare una bella festa e a riceverla con tutti gli onori, dimostratemi che siete di parola come lo sono stato io».
Gli uomini del marchese, lieti per la buona notizia, si misero a preparare
una grande festa. Lo stesso Gualtieri fece preparare una fastosa cerimonia di
nozze, ed invitò gli amici, i parenti e le persone di riguardo dei dintorni. Ed
inoltre fece cucire ricche vesti, sulle misure di una giovane che gli sembrava
avere una corporatura simile a quella della ragazza che aveva scelto. E ancora
fece preparare cinture, anelli e un ricco diadema, tutto quello che insomma era
necessario ad una novella sposa. Giunto il giorno stabilito per le nozze, Gualtieri di buon mattino montò a cavallo e disse agli invitati: «Andiamo a prendere la sposa». E così si fece un corteo fino alla piccola fattoria. La ragazza stavatornando dalla fonte con una brocca d’acqua e s’affrettava, senza maginare nulla di quello che stava per succederle, perché anche lei voleva andare a vedere con le altre donne la sposa di Gualtieri. Il marchese la vide e la chiamò per nome: «Griselda...», e le domandò dove fosse suo padre. Lei rispose timidamente che il padre era in casa.
Gualtieri smontò allora da cavallo, fece segno a tutti d’attendere ed entrò
nella casupola, dove trovò Giannucole, il padre di Griselda, e gli disse: «Sono
qui per sposare tua figlia, ma prima voglio che lei mi dica una cosa qui in tua
presenza: Griselda, saprai compiacermi e ubbidirmi, qualunque cosa io dica o
faccia?»
La ragazza rispose di sì. Allora Gualtieri la prese per mano, la condusse fuori e in presenza di tutta la sua compagnia la fece spogliare nuda e rivestire
con gli abiti che aveva fatto preparare, e sui capelli arruffati le fece posare il diadema.
Nella meraviglia generale, Gualtieri poi disse: «Signori, ecco mia moglie... purché essa mi voglia per marito». Poi si girò verso Griselda e le chiese: «Vuoi sposarmi?» Griselda, che era stata in silenzio, rispose di sì con un filo di voce.
Poi la fece montare su un bel cavallo e se la portò a casa con tutti gli onori.
A casa la festa di nozze fu memorabile, né più e né meno che se Gualtieri
avesse impalmato la figlia del re di Francia.
Con l’abito, la giovane sposa sembrò cambiare anche il suo carattere e i
suoi modi: non sembrava più nemmeno la figlia di Giannucole ma quella di un
gran signore, e di ciò si meravigliavano tutti quelli che l’avevano conosciuta
prima. Griselda era inoltre così servizievole e obbediente che Gualtieri si
sentiva l’uomo più felice ed appagato del mondo. La ragazza era anche gentile
e benevola verso i sudditi, tanto che non c’era nessuno che non l’amasse più di
se stesso e non la rispettasse; e mentre prima si mormorava che Gualtieri
aveva fatto una follia a sposare una guardiana di pecore, ora tutti lodavano la
saggezza del marchese, perché aveva saputo scorgere le doti eccezionali della
ragazza anche sotto l’abito modesto e i modi da contadina.
Poco tempo dopo le nozze Griselda restò incinta e, giunto il momento,
mise al mondo una bimba alla quale il marchese fece una gran festa. Ma non
passò molto che nella mente di quest’ultimo nacquero pensieri strambi ed
inquietanti: pensò di saggiare il carattere di Griselda sottoponendola per un
lungo periodo a prove di rara crudeltà. E così cominciò a fingere d’essere
scontento, a offendere la ragazza, a dire che i suoi uomini non la sopportavano
perché era di bassa condizione, specialmente ora che aveva dimostrato di poter mettere al mondo un erede del marchesato, ed erano
molto delusi anche della bambina che era nata.
«Tu sei il mio signore, - disse Griselda al marito senza alterarsi - fa di me
quello che vuoi: so bene da dove vengo e che non sono degna del grande onore che mi hai fatto sposandomi».Questa risposta piacque molto a Gualtieri
, perché gli dimostrava che Griselda non era montata in superbia, ma tuttavia decise di continuare nel suo sogno. Non passò infatti molto tempo che, dopo averle detto che i sudditi non riuscivano proprio a tollerare quella sua figlia, mandò a Griselda un servo per bene istruito che, con una faccia contrita
, le disse: «Signora, se non voglio morire devo fare quello che il padrone mi comanda. Ed egli mi comanda di prendere questa vostra figlia per... » - e
non aggiunse altro. La donna capì che il servo aveva avuto l’ordine di uccidere la bambina: subito la prese dalla culla, la baciò, la benedisse e, per quanto si sentisse il cuore colmo di dolore, col volto impassibile la pos
e in braccio al servo dicendogli: «Fa quello che ti è stato ordinato ma n
on lasciare il suo corpo in pasto alle bestie... a meno che il marchese non ti ab
bia comandato così». Il servo portò via la fanciulla e riferì a Gualtieri come si era comportata e cosa aveva detto sua moglie. Meravigliato di tanta
fermezza, Gualtieri spedì a Bologna il servo per affidare la bambina ad una par
ente, con laraccomandazione che la allevasse e la educasse senza mai svelare di chi fosse figlia.
In seguito successe che Griselda restò di nuovo incinta e a tempo debito
partorì un maschietto. Gualtieri, non ancora soddisfatto, volle sottoporre la
moglie ad una prova peggiore della precedente: un giorno, fingendo d’essere
contrariato, le disse: «Donna, da quando hai messo al mondo un figlio maschio
i miei sudditi mi danno il tormento: non vogliono saperne d’essere governati,
quando io non ci sarò più, dal nipote di un pecoraio. Se non voglio essere
cacciato dai miei possedimenti, dovrò fare quello che già feci l’altra volta, e in
più lasciarti e prendere un’altra moglie».La donna lo ascoltò e non disse altro che questo: «Tu sei il padrone, fa come meglio credi e non ti dare pensiero di me: io approvo tutto quello che fai». Dopo qualche giorno Gualtieri mandò a prendere anche il figlio e, fingendo di averlo fatto uccidere, lo mandò in real
tà a Bologna, come aveva fatto con l’altra figlia, per farlo allevare dalla
parente.
Griselda reagì con la stessa impassibilità che aveva mostrato quando le
avevano sottratto la bambina; di ciò Gualtieri si stupiva e tra sé e sé diceva che
nessun’altra donna avrebbe reagito così; e se egli stesso non avesse visto
l’attaccamento carnale di Griselda per i suoi figli, fintanto almeno che lui lo
aveva consentito, avrebbe pensato che avesse un cuore di pietra e non le
importasse nulla delle sue creature.
I sudditi di Gualtieri, credendo che egli avesse fatto uccidere i suoi figli,
biasimavano aspramente la sua crudeltà e avevano una grande compassione
della donna. Griselda dal canto suo non si lamentò mai e alle donne che si
dolevano con lei per la crudele sorte dei suoi bambini rispondeva sempre che
lei era d’accordo con chi li aveva generati.
Ma a Gualtieri non bastò ancora: dopo parecchi anni dalla nascita della
figlia, decise di mettere di nuovo alla prova definitiva la capacità di
sopportazione della moglie. Davanti a molti dei suoi disse dunque che non ce la
faceva più a sopportare Griselda e che sposarla era stato un grosso errore, e
perciò voleva ottenere la dispensa dal papa per lasciarla e prendere un’altra
moglie. In molti lo rimproverarono per quelle parole dissennate, ma lui rispose
solo che doveva essere così come aveva deciso, punto e basta.
Griselda si sentì lacerare dal dolore pensando che probabilmente doveva
ritornare dal padre, a guardar le pecore come prima, e vedere l’uomo che
amava con un’altra, ma si dispose a sostenere con la stessa fermezza delle altre volte anche questo colpo che il marito aveva deciso di infliggerle.
Non passò molto che Gualtieri si fece arrivare da Roma delle lettere
contraffatte, con le quali fece credere ai  suoi sudditi che il papa gli aveva concesso la dispensa e poteva lasciare Griselda e prendere un’altra moglie.
Chiamò perciò la moglie e le disse: «Donna, il papa mi ha concesso di
lasciarti e di risposarmi. Io, che vengo da una famiglia nobile, non posso più
soffrire di stare con la figlia di Giannucole: tornatene da tuo padre con la dote
che mi hai portato; poi condurrò a casa un’altra donna, che ho già trovato, più
degna del mio lignaggio».
Griselda trattenne le lacrime a fatica e, per quanto sconvolta, gli rispose:
«Mio signore, io ho sempre saputo che la mia bassa condizione sociale non era
adatta al vostro rango, e quello che io sono diventata l’ho sempre considerato
una grazia vostra e di Dio, un prestito e non un dono definitivo: ora lo rivolete
indietro e a me deve piacere, e piace, restituirvelo. Ecco l’anello col quale mi
avete sposata, prendetelo. Mi comandate inoltre di portare via la dote con la
quale entrai nella vostra casa: per fare ciò non serviranno calcoli complicati né
un somaro per trasportar via la roba, perché non m’è uscito di mente che voi
mi avete presa nuda. Se vi sembra ben fatto che il corpo che ha generato i
vostri figli sia visto da tutti, io me ne tornerò a casa senza niente addosso; ma
vi prego, in cambio della verginità che vi ho donato
o e che non posso riportare indietro, che almeno mi concediate di andarmene coprendo la dotecon una sottoveste».
Gualtieri, che pure aveva più voglia di piangere che d’altro, rispose freddo:
«Prenditi la sottoveste». Quelli che avevano assistito alla scena lo pregarono che gli donasse una veste, perché colei che era stata sua moglie per tredici anni non fosse vista uscire di casa sua in modo così miserabile e sconveniente; ma le preghiere andarono a vuoto: Griselda diede l’addio a tutti e se ne tornò dal padre in sottoveste, scalza e senza niente in testa.
Giannucole non aveva mai creduto che un nobile potesse accontentarsi di
sua figlia e, aspettandosi da un giorno all’altro quel che poi era effettivamente
successo, aveva conservato il vestito che Griselda si era levata la mattina delle
nozze. Griselda lo indossò di nuovo senza dire niente e si mise a badare alle
faccende di casa, com’era solita fare un tempo, sopportando tutto come una
roccia.
Rispedita la moglie dal padre, Gualtieri fece credere ai suoi che si era
accordato per sposare la figlia di uno dei conti di Panago e, iniziati i preparativi
per le nuove nozze, mandò a chiamare Griselda e le disse: «Ho bisogno di una
che mi metta in ordine le camere e organizzi al meglio la festa per onorare la
mia nuova sposa; tu sei pratica della casa e perciò puoi occupartene meglio di
chiunque altro. Vedi dunque di sistemare tutto, invita le donne che vuoi e
ricevile come se la padrona di casa fossi tu. Finite le nozze, te ne tornerai da
tuo padre». Per Griselda, che nonostante la malasorte amava ancora il marito, quelle parole erano una coltellata al cuore ma rispose semplicemente: «Mio signore,sono pronta».
E così, entrata coi suoi straccetti da contadina in quella casa dalla quale
poco prima era uscita in sottoveste, cominciò a spazzare le camere e a
ordinarle, a far porre nelle sale drappi alle pareti e panche, a organizzare il
lavoro in cucina, a sporcarsi le mani in tutte le faccende come se fosse l’ultima
servetta di casa, e non si fermò se non quando ebbe sistemato a puntino ogni
cosa.
Poi, dopo aver fatto invitare per conto di Gualtieri tutte le dame della
zona, cominciò ad aspettare la festa; il giorno delle nozze, benché fosse vestita
come una poveraccia, accolse tutte le invitate con modi garbati e con il sorriso
sulle labbra.
I figli, allevati a Bologna con ogni cura da quella parente di cui si è detto,
che era sposata con uno dei conti di Panago, erano nel frattempo cresciuti: il
maschio aveva ormai sei anni, la femmina ne aveva dodici e si era fatta
bellissima. Gualtieri mandò a dire al conte di riportarglieli con una bella
compagnia al seguito, e lo pregò inoltre di fare in modo che tutti pensassero che stava recando la bella dodicenne in sposa al marchese di Saluzzo
, senza svelare ad alcuno chi ella fosse veramente.
Il conte fece tutto secondo i desideri del marchese e dopo qualche giorno, all’or
a di pranzo, con la fanciulla il fratello di lei e una bella brigata di nobili si presentò a Saluzzo, dove tutta la popolazione attendeva l’arrivo della nuova sposa di Gualtieri.
La ragazza fu ricevuta dalle signore e portata nella sala del banchetto;
Griselda, vestita così com’era, le si fece incontro
con il sorriso sulle labbra e le disse: «Benvenuta, padrona».
Finalmente si misero a tavola: la fanciulla era ammirata e lodata da tutti
gli uomini presenti che dicevano che Gualtieri nel cambio ci guadagnava; ma le
maggiori lodi verso la ragazza e il suo fratellino venivano da Griselda.
Gualtieri, che ormai riteneva di aver messo a sufficienza alla prova la sua donna, vedendo che nessuna angheria riusciva a farle cambiare l’atteggiamento sottomesso e remissivo, ed essendo certo che ciò non
avveniva per stupidità, perché aveva avuto modo di conoscerla come persona
sensibile e giudiziosa, gli parve tempo di doverla levare dell’amarezza in cui
l’aveva costretta a vivere. La fece dunque chiamare
e davanti a tutti le disse: «Che te ne pare della nostra sposa»?
«Signore, - rispose Griselda - me ne pare molto bene; e se è tanto giudiziosa quanto è bella, come credo che sia, sono certa che con lei avrete una
perfetta felicità. Ma vi prego però di risparmiarle tutte le taglienti sofferenze che avete inflitto a me: non credo che lei potrebbe resistere, perché è più giovane, cresciuta nel lusso e non abituata a sopportare le avversità come invece ero io».
Gualtieri, vedendo che la donna continuava a non dire una sola parola
astiosa o fuori luogo, la fece sedere accanto a sé e le disse: «Griselda, è ormai
tempo che tu raccolga i frutti della tua pazienza, e che coloro che mi hanno
giudicato un mostro sappiano che ho fatto tutto per raggiungere un fine ben
preciso: insegnare a te a fare la moglie e a loro a sceglierne una, e anche
perché la quiete della mia vita con te fosse perpetua. Ora è giunto il momento
di curare le ferite che ti ho inferto restituendoti in una sola volta tutto quello
che negli anni ti ho tolto: questa ragazza, che credi mia sposa, è nostra figlia, e
quello è suo fratello; tutti li pensavate morti, e invece eccoli... ; ed io sono tuo
marito e ti amo più d’ogni altra cosa al mondo: mi posso vantare che non c’è
uomo sulla faccia della terra che abbia una moglie migliore di te»
Poi abbracciò e baciò Griselda, che si scioglieva in lacrime, e insieme
abbracciarono la figliola, che aveva ascoltato tutto stupefatta, e il fratello,
ponendo così fine all’inganno in cui tutti erano caduti.
Le signore, contentissime, portarono Griselda in camera, le levarono il
vestito da stracciona che aveva indosso e la rivestirono con uno dei suoi capi
eleganti, poi la ricondussero nella sala. Qui iniziò una festa che si protrasse per
più giorni; nei loro discorsi gli invitati lodavanoGualtieri per la sua accortezza
, per quanto giudicassero troppo crudeli e intollerabili le prove inflitte a Griselda; ma la più lodata era proprio Griselda. Dopo qualche giorno, Gualtieri strappò Giannucole dai campi e prese a trattarlo come un suocero, facendogli passare la sua vecchiezza nell’agio e  con tutti gli onori. E così il marchese, sposata la figlia con un buon partito, visse a lungo felicemente con la moglie, onorandola sempre quanto più si poteva.



***********
E così come era iniziata, così finisce, questa che ha voluto essere una mia ode al Decameron del Boccaccio. Un'opera secondo me bellissima, come altre opere similari dove la gioventù, la bellezza ( spesso spirituale) e perchè no condita, con un pò di fortuna e mente sveglia, fanno rivivere il mondo, di per sè troppe volte difficile ma in fondo malleabile, agli occhi di chi ne vuol "davvero" far parte.

Constantin

P. S.
- di mio ci ho messo gran poco, tranne qualche commento o piccola variazione a tema e le immagini ( ma quelle, ormai mi accompagnano da un pò )-



Ultima modifica di Constantin il Gio 30 Nov 2017 - 8:44, modificato 1 volta

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2
Lady Joan Marie
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Viandante Storico
Viandante Storico
Che donna ammirevole questa Griselda! Ha sopportato tutto dal marito e alla fine vissero tutti felici e contenti!
mito hug tenderly amorebandiera

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3
silena
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
La conoscevo, ma è bello rileggerla nell'italiano moderno.

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4
Arwen
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Viandante Storico
Viandante Storico
Bellissima storia per il tempo in cui fu scritta, oggi...solo una "favola" però inizio a sorridere

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5
Constantin
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
ARWEN, IO ALLE FAVOLE CI CREDO. E NESSUNO POTRA' MAI CONVINCERMI DEL CONTRARIO.!


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