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Il viaggio

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altamarea
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Viandante Residente
Viandante Residente
In pochi anni il viaggio si è trasformato. Le nuove tecnologie digitali ci permettono una migliore raccolta di informazioni e migliori strumenti per raccontare. Con lo smartphone possiamo scrivere, fotografare, filmare e registrare i suoni.

Con Google Earth l’ignoto è ad un click di distanza, non c’è più bisogno delle riviste di viaggio che permettevano di scoprire città e luoghi in altre nazioni. Il racconto di viaggio come descrizione è superato.

Ora il viaggio è diventato creativo, il turista non è più un inerte spettatore che accumula informazioni ed immagini nelle memorie digitali, ma cerca di rielaborarle in forme originali.
Già durante il viaggio raccontare i luoghi attraverso la scrittura, la fotografia, il video ci aiuta a comprendere quel che vediamo. E’ uno sforzo di osservazione, di attenzione. L’educazione del nostro sguardo. L’incontro con altri, gli abitanti di una località.

La rappresentazione mentale del viaggio.

Nel testo cinese “Tao Te Ching”  (=Libro della Via e della Virtù”), redatto tra il IV ed il III sec. a.C.  con aforismi, massime e precetti, ci sono anche “detti” riguardanti il viaggio. Uno di questi avverte che:  "Senza uscire dalla porta di casa puoi conoscere il mondo, / senza guardare dalla finestra puoi scorgere il Dao del cielo. / Più si va lontano, meno si conosce. / Per questo il saggio senza viaggiare conosce, / senza vedere nomina, senza agire compie”.

C’è chi pensa che un viaggio per allontanarsi dal luogo in cui si vive possa  giovare psicologicamente se  i motivi delle proprie insoddisfazioni  derivano dall’esterno, dagli altri. Presume che cambiando luoghi e persone possa mutare il proprio stato d’animo.

Un esempio fu Lucilio, un cittadino romano del primo secolo, amico di Seneca. Il giovane scrive a questo filosofo e si dice stupito che i suoi viaggi non gli siano serviti per eliminare la tristezza che lo affligge. Seneca gli risponde:  ‘Lucilio, devi cambiare d’animo, non di cielo’, poi cita Socrate: ‘Perchè ti stupisci se i lunghi viaggi non ti servono, dal momento che porti in giro te stesso?  Il motivo d’insoddisfazione che ti ha spinto al viaggio rimane con te".  A che serve cambiare posto e vedere persone nuove se non curiamo prima i nostri mali?

Questo è il testo della 28/esima epistola di Seneca nelle “Lettere morali a Lucilio”.

“Seneca saluta il suo Lucilio.
Credi che questo sia capitato solo a te e consideri con meraviglia, come situazione strana, il fatto che il lungo viaggio che hai compiuto  e le varietà di luoghi non sei riuscito a ritrovare la serenità.  Devi cambiare d’animo, non di cielo. Puoi anche attraversare il mare,  ‘allontanarti da terre e città’, come dice il nostro Virgilio, ma i tuoi problemi  ti seguiranno ovunque andrai.

Ad un tale che si lamentava di questa stessa cosa Socrate disse, ‘perché ti meravigli che i lunghi viaggi non ti giovano dal momento che porti in giro te stesso? Ti incalza lo stesso motivo che ti ha spinto lontano’.
A cosa può giovare vedere nuove località ?  A che serve conoscere città e luoghi diversi ? La tua ansia è dannosa. Domandi perché la fuga non ti è utile ? Tu fuggi da te stesso. Devi deporre il fardello che grava sul tuo animo, altrimenti non ti piacerà nessun luogo. Ora il tuo stato d’animo è identico a quello della veggente che Virgilio ci presenta sconvolta, stimolata da un pungolo e invasa da uno spirito estraneo: ‘la profetessa si dimena per scacciare dal petto /  il grande dio’.
Tu vai qua e la per scuotere via il peso che ti affligge , e che diventa più fastidioso come conseguenza della tua agitazione; su una nave i pesi ben stabili gravano meno, mentre i carichi che si spostano, rotolano in modo irregolare e immergono rapidamente la fiancata sulla quale gravano.  

Qualunque cosa tu faccia, la fai contro di te e con lo stesso movimento ti arrechi un danno: infatti stai scuotendo un ammalato. Ma quando ti sarai liberato da questo male, qualsiasi cambiamento di località diverrà un piacere. Ti releghino pure nelle terre più lontane, in qualsiasi località in cui ti troverai per forza ad abitare, quella sede, quale che sia, ti sarà ospitale. Più che la meta del tuo viaggio importa lo spirito con cui l’hai raggiunta, pertanto non dobbiamo subordinare il nostro animo ad alcun luogo.
Bisogna vivere con questa convinzione: “Non sono nato per un solo luogo,  la mia patria è l’universo intero”. Se questo concetto ti fosse chiaro non ti meraviglieresti di non trovare alcun conforto nella varietà delle regioni in cui  ti rechi per la noia delle precedenti. Infatti ti sarebbe piaciuta la prima in cui saresti capitato, e poi anche di volta in volta avresti gradito le successive, se avessi considerato ciascuna come interamente tua. Ora non viaggi, ma erri e ti lasci trasportare, passi da una località all’altra, benché ciò che cerchi, il vivere secondo virtù, si trovi in altro luogo.

Ci può essere qualcosa di più caotico del Foro? Eppure persino qui si potrebbe vivere in pace, se questa scelta fosse assolutamente necessaria. Ma se ci fosse consentito di  vivere dove si vuole, io fuggirei anche la vista e le vicinanze del Foro. Infatti, come i luoghi con un clima pestilenziale intaccano  perfino la salute più solida, così anche per una sana disposizione mentale – tuttavia non ancora perfetta e in fase di rinvigorimento – alcune situazioni producono effetti poco salutari.

Non sono d’accordo con quelli che si gettano in mezzo ai marosi e con quelli che, apprezzando una vita agitata,  lottano ogni giorno con grande coraggio contro difficoltà concrete. Il saggio sopporterà questa situazione, non la sceglierà, e preferirà essere in pace piuttosto che in battaglia: non si ricava granché dall’avere liquidato i propri vizi, se poi ci si vede costretti a scontrarsi con quelli degli altri.
‘Trenta tiranni’  tu dici  ‘si piazzarono intorno a Socrate, ma non riuscirono a spezzare il suo animo’. Che importa quanti sono i padroni. La schiavitù è una sola: chi ha saputo disprezzarla è libero, per quanto grande sia lo stuolo dei tiranni.

E’ il momento di finire.  ‘Inizio di salute è la consapevolezza dell’errore commesso’. Mi sembra che Epicuro abbia espresso bene questo pensiero; infatti, chi non sa di sbagliare, non vuole neppure correggersi; conviene dunque che tu capisca il tuo errore per correggerti. Alcuni si vantano dei propri difetti: pensi che abbia in mente qualche rimedio chi annovera i suoi difetti tra le virtù? Per quanto tu puoi, metti te stesso in stato di accusa, inquisisciti, sostieni prima il ruolo di accusatore, poi di giudice, e da ultimo, di difensore. Talvolta sii duro con te stesso. Stammi bene”.
(tratto dalle Epistulae morales ad Lucilium, Liber Tertius, epistula XXVIII, Seneca)

Nelle “Epistole” del poeta romano Orazio c’è questo noto aforisma: “Caelum. non animum mutant qui trans mare currunt”: "non mutano il loro animo, ma solo il cielo (sopra la loro testa) coloro che attraversano il mare" (Quintus Horatius Flaccus: ‘Epistulae’, I, 11, v. 27). Il poeta evidenzia che non si può fuggire da noi stessi;  la serenità psicologica non è acquisibile con un viaggio in mare per andare lontano.

L’aforisma di Orazio lo ripropose in modo simile Seneca: “Animum debes mutare non caelum”, nelle “Epistole a Lucilio”.

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Constantin
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Viandante Ad Honorem
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“Ogni qual volta smettiamo di parlarci di noi e del nostro mondo, il mondo rimane sempre come dovrebbe essere. Con questo nostro dialogo lo rinnoviamo, gli infondiamo vita, lo puntelliamo. Non solo: è mentre parliamo a noi stessi che scegliamo le nostre strade. Ripetiamo quindi le stesse scelte fino al giorno della morte, perché fino a quel giorno continuiamo a ripeterci le stesse cose: un guerriero è consapevole di questo atteggiamento e si sforza di fermare il suo dialogo interiore. Questa è l’ultima cosa che devi sapere se vuoi vivere come un guerriero.”  (C. Castaneda)

Friedrich Nietzsche: filosofo del disincanto e della ricerca. Il suo pensiero esplode come dinamite e i suoi fragori si possono udire ancora oggi, forse perché rimasti ancora inascoltati o forse perché fraintesi e mal interpretati.
Friedrich Nietzsche e la sua scrittura: un viaggio inesauribile e affascinante, nascosto e misterioso a volte, limpido e chiaro altre ancora, un viaggio ai confini tra verità apollinee e misteri dionisiaci, alla ricerca del Senso fondamentale di una storia del tutto speciale, quella dell’uomo.Nietzsche compone molte delle sue opere in aforismi: un pensiero in viaggio non può esprimersi, infatti, se non per tappe brevi e feconde, per strati di esperienze e sensazioni dentro le quali bisogna addentrarsi lentamente, con occhi attenti e orecchio acuto ed allenato ad ascoltare anche i silenzi.
Da viaggiatore egli pretende lettori in grado di mettersi in gioco, capaci di rischiare per vedere ed osservare ciò che per loro lui stesso ha cercato e scoperto, un paesaggio sotterraneo e sconosciuto, accessibile a tutti e a nessuno. Chi viaggia, osserva, ascolta, si inoltra, si perde, diventa così: pretende per sé persone capaci di essere come lui, alla sua altezza, come se esistesse una scontata corrispondenza tra come si viaggia e come si è. Da viaggiatore della parola Nietzsche riesce ad esprimere come nessun altro questo concetto in un aforisma di una sua celebre opera, UMANO TROPPO UMANO II, nell’aforisma dal titolo Viaggiatori e loro gradi:
«Si distinguano i viaggiatori in cinque gradi: quelli del primo e più basso grado sono coloro che viaggiano e vengono visti viaggiare – essi propriamente vengono viaggiati e sono per così dire ciechi; i secondi sono essi a vedere realmente il mondo; i terzi fanno delle esperienze in conseguenza del vedere; i quarti rivivono dentro di sé le esperienze fatte e le portano via con sé; infine ci sono alcuni uomini di massima forza che devono da ultimo necessariamente anche rivivere fuori di sé, in azioni e opere, tutto ciò che hanno visto, dopo averlo sperimentato ed internamente vissuto, non appena siano tornati a casa. Simili a queste cinque categorie di viaggiatori vanno in genere gli uomini tutti per l’intero pellegrinaggio della vita, i più bassi come mere passività, i più elevati come coloro che agiscono e muoiono senza alcun residuo inutilizzato di fatti intimi.»
Potremmo forse affermare una verità contraria a questa? Non è forse vero che ognuno di noi ha occhi diversi per paesaggi all’apparenza identici?
Non è forse vero che ognuno di noi ne coglie diversi colori, particolari nascosti, ne sente profumi e odori, che invece altri non sentono? È proprio vero che ognuno di noi, nel viaggiare,mette in gioco tutta la propria personalità, senza veli, nascondimenti. Così allora il viaggio, per terre, che non conosciamo ci mette a nudo e ci fa sentire diversi o forse semplicemente autentici. Il viaggio, come puro occhio sull’identità, smaschera pregi e difetti di chi ci accompagna, illuminandone all’improvviso tratti del carattere, gesti, modi che prima ignoravamo del tutto.
Il viaggio è un’esperienza per tutti e per nessuno, direbbe Nietzsche.
Tutti possono farsi viaggiatori di terre, di luoghi, pensieri, per pochi o molti giorni, ma quanti sono poi in grado di rimanerlo anche dopo, quando il tempo dell’estraneamento è finito e si torna alla vita normale?
Riusciamo forse ad assaporare ogni giorno come se non fosse scontato, senza lasciarne inutilizzato nessun istante o singolo momento?
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Viaggia come ti pare : per divertimento, per conoscenza, per inserirti in qualcosa di diverso, farne parte se ne senti la necessità. Io viaggio per amore, per annusare l'aria che ha un altro sapore, e le stelle se le guardi non sono allo stesso posto e viaggio per i suoni, per le parole che io non ho mai detto ma sento, e i colori di ogni cosa, diversi, come gli occhi o la pelle. Per questo viaggio per sentirmi parte di questo grande progetto che è l'umanità intera. Per aver sempre qualcosa da dirmi e da dire.

(Constantin)

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