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IL VOLTO DI UNA RELIGIOSITA' NASCOSTA.

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Constantin
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IL VOLTO DI UNA RELIGIOSITA' NASCOSTA

Sin quasi alle soglie dell'età moderna ( ma per talune aree culturali anche oggi) nella dimensione temporale che qualificava la vita di ogni singolo uomo e della società vi erano momenti nei quali l'aspetto collettivo e l'esperienza sacrale si manifestavano con maggiore intensità e  regolavano ogni sua espressione. Tali momenti erano legati sia alla vita istintiva e affettiva del singolo e della società, sia alla produzione economica, individuale o associata, e ciò a tutti i livelli storici e culturali.
Fatta questa premessa posso continuare affermando che tale fenomeno viene collegato al fatto che l'uomo e la società - quando erano tesi a ricercare o a perseguire la realizzazione di uno scopo o di un bene- si trovavano costantemente condizionati da rischi di insuccesso e di fallimento che riguardavano non solo la precarietà dei mezzi a disposizione ma anche la loro attitudine a soddisfare esigenze e istinti.
Questo rischio d'incertezza si verificava generalmente quando l'ottenimento del bene era occasionale (es. : successo nella caccia, nella pesca, ecc. ...) oppure era connesso al ripetersi periodico e stagionale del tempo ( tipico è il caso delle coltivazioni). Si verificava, inoltre, quando l'esito sul bene da perseguire concerneva un futuro variamente determinato : la buona riuscita di un legame come il matrimonio, la nascita di un bimbo, il suo avvenire  ecc....
Inoltre, tanto nella vita istintiva, affettiva, quanto in quella ergologica ed economica, lo scopo o il bene da raggiungere di volta in volta ( salute, sicurezza, prosperità, successo...) non era sempre disponibile per chi agiva. Questo per  svariati motivi. Un esempio: la realizzazione dello scopo o l'ottenimento del bene erano proiettati in un futuro sottratto temporaneamente alla realtà presente; o perchè scopo e ottenimento del bene dipendevano, almeno in buona parte, da rischi, da occasioni, da condizioni estranee alla capacità e alla volontà modificatrice dell'uomo o del gruppo sociale.
Tutto questo determinava di volta in volta una situazione di angoscia che si intensificava in rapporto all'attesa e al tempo di attesa; angoscia che era resa più acuta dal fatto che la disponibilità dei beni esistenziali e vitali veniva - in gran parte - attribuita a una realtà di potenza nei rapporti della quale l'uomo assumeva atteggiamenti magici e religiosi tendenti a liberarlo da questa insorgenza, affermazione e consolidamento di crisi conflittuali.
Ciò avveniva mediante meccanismi propri (riti, comportamenti, azioni) o rappresentazioni specifiche (miti) il  cui compito era appunto quello di risolvere alcuni tipici conflitti che si manifestavano nel rapporto dell'uomo con la realtà ambientale o nella presa di coscienza esistenziale della condizione umana, offrendo soluzioni che realizzavano una destorificazione occasionale e temporale dell'uomo ai fini di una sua reintegrazione nella realtà storica.
Di per sè questo non comportata una concezione negativa della vita, anzi, riti, gesti e valori connessi a momenti di vita collettiva e sociale, facevano emergere, balenare la speranza dell'affermazione del bene sul male, della sicurezza sull'incertezza ed il  rischio, della vita sulla morte.
Di qui un nuovo e più profondo aspetto positivo: il valore simbolico di questi momenti. I gesti, le parole, i riti che li contrassegnavano, diventavano manifestazione, certezza di un mondo diverso. Conseguentemente il valore sacro che emergeva soprattutto nelle società primitive, non era un'oziosa rappresentazione o un pretesto immaginario per la soddisfazione di uno stimolo emozionale.
A livello magico, i valori del sacro, il potere che stava nelle parole e l'efficacia che discendeva da gesti appropriati, consentivano all'uomo di realizzare in modo soprannaturale ciò che i suoi mezzi e le sue abilità erano incapaci di compiere, questi valori agivano come forza vitale che stringeva i membri dl gruppo e con lo stabilire valori morali operavano una integrazione degli individui nei momenti di crisi della vita.
Praticamente ed in breve questi valori penetrano la mente dell'uomo dandogli nella loro successione un'autentica, reale, visione e concezione di sacralità della vita.
Cosa succede effettivamente?
All'inizio l'uomo cerca di distruggere- con riti purificatori, o espiatori, o maledittori, propiziatori - il vecchio mondo e questo per indicare che il male va vinto, eliminato, annullato.
Poi subentra il ristabilimento dell'ordine, talvolta violato attraverso comportamenti opposti a quelli abituali. Anche i questo caso sono molteplici le tipologie con le quali l'uomo si attiva; si uccide un re ed al suo posto se ne mette un altro, la divinità che preesisteva  e che era stata umiliata viene ritualmente esaltata, seguono nuovi riti di iniziazione ecc.: in questa maniera il valore  del sacro, di un mito iniziale, che, per intervento divino porta l'ordine dopo il caos, la luce dopo le tenebre.
La consapevolezza della fugacità del proprio essere e del proprio agire - sperimentata ogni giorno-  spingeva così la coscienza ad ancorarsi ad una realtà permanente: il sacro, a cui doveva in qualche modo partecipare per non cadere nel nulla ed essere riassorbito nell'infinità universale. Ma dal momento che l'azione umana poteva essere riscattata solo se
entrava in rapporto con il modello divino, l'azione della divinità diventava in modo automatico "tipica" , quindi l'archetipo che l'azione dell'uomo cercava di imitare.
L'azione mitica della divinità, posta e riferita ad un tempo sacro, agiva nel tempo umano solo quando veniva evocata con gesti, riti, parole magiche, che poneva l'uomo sia singolo che come collettività di fronte a un momento fondamentale della sua esistenza.
Ogni valore sacrale veniva inserito in una concezione ed in una rappresentazione religiosa della realtà. Mi è molto difficile, per non dire impossibile, entrare, penetrare in questa concezione e rappresentazione e capirla se non ci si spoglia della propria situazione culturale nella quale noi oggi siamo immersi.
Il mondo occidentale vive in una situazione di dicotomia e nel medesimo tempo di coesistenza tra una visione religiosa ed una visione laica della realtà.
La prospettiva laica è venuta decisamente a prevalere su quella religiosa. Il giudizio dell'uomo moderno viene a conformarsi a tale prospettiva quindi i valori del sacro che avevano determinato i comportamenti dell'uomo e del suo gruppo sociale si scontrano con una attività laico-profana.
Ma pur nella separazione, fra dimensione sacra e dimensione profana, rimane una permanente dialettica che si esplica come storia del gruppo e dell'uomo.
Il mondo del sacro non appariva una sfera autonoma, laicamente insignificante, estranea alla realtà razionale, ma si esprimeva e si manifestava proprio nel rapporto con tale realtà che la giustificava e la spiegava.
La rottura di questo profondo legame di integrazione dialettica tra sacro e profano si è verificata a partire dal momento in cui l'Homo religiosus è stato fatto precedere "necessariamente" dall'Homo oeconomicus e si è fatto del primo uno specifico modo di essere del secondo. Infatti, una volta stabilito e affermato che la dimensione profana, utilitaristica, economica, da sola e primariamente costituisce la storia, al sacro non compete altro che la funzione di risolvere i conflitti che emergono nella realtà profana.

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Pazza_di_Acerra
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Viandante Ad Honorem
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A me pare il contrario. Il sacro non fa che aggravare i conflitti che emergono nella realtà profana.

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Constantin
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Viandante Ad Honorem
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Io non ho mai affermato che il sacro risolva i conflitti in maniera positiva.
Per molte persone il sacro è una risposta.
Non ho preso alcuna posizione in merito, ma unicamente quello che secondo me è stato lo svilupparsi di un sentimento interno di "salvataggio" , e questo nel momento in cui l'uomo non riesce\riusciva a comprendere l'evolversi o il nascere di una situazione\condizione per lui  assolutamente inspiegabile.

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Pazza_di_Acerra
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
L'ultimo capoverso del tuo intervento precedente sembra dire il contrario, ma sicuramente sono io che ho capito male.

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