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IL TESORO DEL RE

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Constantin
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Viandante Mitico
Viandante Mitico
IL TESORO DEL RE

C'era una volta un giovanotto che si chiamava Miron. Suo padre, che era un carbonaio voleva che continuasse a fare il suo mestiere, ma egli diceva:- Non mi piace questo lavoro: ci si sporca molto e si guadagna poco.
Il suo sogno era quello di diventare un signore e fantasticava sempre di palazzi, di carrozze, di servitori....Naturalmente la ricchezza avrebbe dovuto piovergli addosso senza fatica perchè lui ogni giorno inventava una scusa per non lavorare: o gli doleva la testa, o gli faceva male la pancia; ma poi, appena poteva, scappava in paese, all'osteria con gli amici, o a ronzare intorno a una ragazza, bellina ma sciocchina, che, incantata dalle sue chiacchere, gli aveva promesso di sposarlo appena fosse diventato ricco.
Così, una mattina, Miron disse a suo padre:
-Voglio andare per il mondo in cerca di fortuna. Quando tornerò sarò così ricco che anche tu dovrai inchinarti al mio passaggio.-
Non ci fu verso di fargli cambiare idea; indossò il vestito della festa e si mise in cammino:
Attraversò il bosco, percorse la pianura e si avventurò fra le montagne. Ma, sali da una parte, scendi dall'altra, le montagne non finivano mai e, verso sera, stanco morto, Miron si mise a sedere su un sasso.
Poco dopo eccoti arrivare una vecchia zingara che, fermandosi davanti a lui, gli domandò:
-Dove vai giovanotto?
-Vado in cerca di fortuna.
-Oh, capisco! Stai cercando la caverna del tesoro di re Dario... Dicono che sia proprio da queste parti.
Miron non aveva mai sentitoparlare della cavernadi re Dario ma, udendo la parola tesoro, cominciò subito a far domande.
Così la zingara gli raccontò che il grande re persiano, passando da quelle montagne, aveva nascosto una cassa di monete d'oro e una cassa di pietre preziose in una grotta, mettendovi a guardia una fata.
La fata aveva chiuso la caverna con una porta di pietra, se ne stava dentro e usciva ad attingere acqua solo una volta ogni sette anni, per sette minuti. Se qualcuno, in quei sette minuti, fosse entrato avrebbe potuto prendere tutto quello che voleva.
-E dov'è la grotta? -domandò incuriosita Miron appena la vecchia ebbe finito di parlare.
-Te l'ho detto: da queste parti. Il posto preciso non lo so, ma so che proprio oggi scadono i sette anni.
Il giovanotto balzò in piedi.
-Su aiutami a cercare la grotta! Se trovo il tesoro mi ricorderò di te.
-Io sono vecchia e stanca: va tu- rispose la zingara: E continuò insinuante:- Segui il sentiero: vedrai che laggiù finisce davanti a un masso... chissà perchè?!?!?
Miron non aspettava altro: Si avviò quasi di corsa e in breve giunse ad uno spiazzo chiuso fra le rocce, dal quale un ripido passaggio scendeva fino ad una sorgente.
-Dev'essere qui- pensò - E conviene che mi nasconda perchè, se la fata mi vede chissà che cosa può fare-.
Si mise a sedere dietro a un masso e aspettò. Sembrava che il tempo non passasse mai, e già Miron cominciava a pensare di non essere nel posto giusto, quando udì un cigolio. Fece capolino e vide che la roccia si apriva scoprendo l'imboccatura di una caverna. Subito dopo dalla grotta uscì la fata che, reggendo una brocca sulla testa, si avviò verso la sorgente.
Miron non mise tempo in mezzo: appena la fata si fu allontanata, si precipitò nella cavernae, viste le monete d'oro, cominciò a riempirsene le tasche, rimurginando fra sè - ho sole sette minuti di tempo... Sette minuti, peccato!- Quando non ebbe più posto nelle tasche, ficcò le monete nella camicia, nel cappello e , alla fine, ne raccolse più che potè nelle mani e si mosse per uscire.
Ma, proprio nel monento in cui stava per oltrepassare la soglia della grotta, lo sguardo gli cadde sopra la cassa delle pietre preziose e un pensiero gli balenò nella mente: - le gemme valgono di più e tengono lo stesso posto delle monete!-
Allora tornò indietro, vuotando le tasche e rovesciando il cappello, e cominciò ad arraffare diamanti, smeraldi, rubini, zaffiri, come venivano. I minuti intanto passavano senza che egli se ne accorgesse. Se ne ricordò soltamto sentendo rientrare la fata; allora alzò gli occhi e vide che la porta di pietra stava chiudendosi. C'era appena uno spiraglio sempre più stretto, sempre più stretto; vi si precipitò, riuscì a far passare la testa, il corpo, le braccia, le gambe, tutto, insomma, meno il tallone del piede sinistro che ahi!, rimase incastrato e fu tagliato di netto.
Mentre la porta di pietra si saldava alla roccia, Miron udì una gran risata e la voce della fata che gridava: - Se rivuoi il tuo calcagno, torna fra sette anni e riporta tutto quello che hai rubato!
Miron che non provava alcun dolore per la mutilazione, si strinse nelle spalle e, benchè zoppicasse molto, si avviò per tornare indietro. Sul sentiero ritrovò la vecchia che pretese la ricompensa promessa; ed egli, brontolando e maledicendo l'avidità degli zingari, le diede l'unica moneta d'oro che gli era rimasta in tasca.
Per tornare a casa, Miron ci mise quasi una settimana; era infatti costretto a camminare lentamente e a fermarsi spesso perchè si stancava dopo pochi passi. Tuttavia non se ne dava pensiero: adesso, da ricco, tutti lo avrebbero servito anche se era zoppo.
Ma qui si sbagliava: il suo piede, così mutilato, sembrava un piede caprino che come tutti sapevano, è una delle caratteristiche del demonio quando si mostra in forma umana, sicchè la gente, incontrandolo si faceva il segno della croce e scappava via.
La ragazza bellina ma sciocchina che aveva promesso di sposarlo, appena lo vide in quelle condizioni lanciò uno strillo d'orrore.
-Diventare tua moglie?! Mai! piuttosto morta!-
I suoi amici all'osteria lo sfuggivano impauriti; suo padre evitava persino di guardarlo. Quando tentò di vendere uno smeraldo all'uomo più ricco del paese, questi non ne volle sapere.
-Non faccio affari con te- gli rispose deciso.
Allora Miron si recò in città, da un gioielliere che però, dopo aver esaminato ben bene la pietra, gli domandò con severità:
-Dove l'hai rubata?
Un altro gioielliere lo scacciò; una altro ancora minacciò di chiamare le guardie...
Insomma, a casa, Miron si trovò più povero e infelice di prima.
Pian Piano capì che pagare qualche manciata di gemme con un calcagno era un prezzo troppo alto; e un giorno seguì suo padre che andava nel bosco a far carbone. Si stancava molto di più, adesso che aveva solo mezzo piede, ma resistè alla fatica e continuò a lavorare.
Allo scadere dei sette anni, mise in un sacchetto tutte le pietre preziose e ritornò alla grotta. Aspettò la fata e appena la vide apparire si fece avanti.
-Ho riportato tutte le gemme.
-Bene! Rimettile a posto da solo: io debbo andare alla sorgente.
-Ma il mio calcagno?...
-E' dentro- rispose la fata allontanandosi.
Miron entrò, vuotò il sacchetto sulla cassa delle pietre preziose e si mise a cercare il suo calcagno. Frugò dappertutto, persino negli angoli più bui, mentre rimurginava tra sè- Ho solo sette minuti di tempo- ma per quanto aguzzasse gli occhi, non riuscì proprio a trovarlo.
La fata rientrò.
-Esci: il tempo sta per scadere.
-Ma il mio calcagno?
-E' fuori.
Stordito, Miron uscì, appena in tempo perchè la porta si stava chiudendo; e quando  fu all'aperto si accorse che magicamente il calcagno era tornato al suo posto tutto intero.
Beh..., tutto intero no: mancava un pezzettino di pelle grande come la capocchia di uno spillo... il prezzo della moneta che Miron aveva dato alla zingara.


(Miron)

Oggi sono in vena, ve ne racconto un'altra (Constantin)[/b]

UNA VOLPE AFFAMATA
(Fiaba Finlandese)
Il bosco era sotto l'ultima spruzzata di neve di primavera e comare Volpe si aggirava indispettita perchè il tempo della prima colazione era trascorso da un pezzo e anche il momento del pranso sembrava svanire, pigramente inghiottito dalle ore del pomeriggio. A interrompere il digiuno non c'era stato neanche il piacere di uno stuzzichino, che ne so, un topo sbandato o qualche talpa che la vecchiaia avesse portato a pelo di terra.
La faccenda si stava facendo seria quando la volpe sentì poco distante la gazza chiaccherare con i suoi piccini. Si avvicinò rapidamente perchè l'allegro cinguettio non dovesse finire prima di averli individuati e quando vide in alto il nido aveva già formulato il suo piano. Si fece avanti come non avesse nulla da nascondere, anzi tutt'altro, e si acciambellò con fare pacifico vicino al tronco. Poi chinò la testa da un lato per meglio guardare all'insù. -Cosa stai facendo, comare Volpe- chiese la gazza che ormai la osservava dall'alto.
-Sto guardando l'albero, comare Gazza- disse la volpe. -E lo trovo proprio bello, direi adattissimo per un paio di lunghe e robuste scarpe daneve. L'inverno è lontano ma bisogna prepararsi per tempo. - E poi aggiunse, con un sospiro: - il mondo è cattivo, saggia comare, per chi non ha previdenza! A sentire queste parole la gazza saltò fuori dal nido, sbattè due o tre volte il becco e finalmente, quando le tornò il respiro, si mise a stridere con tutto il fiato che aveva.
-Oh, no comare Volpe! Non proprio qust'albero, ti imploro! Forse tu non l'hai visto, ma qui c'è il mio nido! I miei piccini non sanno ancora volare. La volpe abbassò la testa pensosa come colpita  dalla notizia. Poi rispose :- Non sarà proprio facile trovarne un altro altrettanto bello! E intanto annusava la base del tronco come per saggiarne al profuno la qualità eccezionale. Poi aggiunse: - Comunque voglio essere generosa, e se mi darai uno dei tuoi piccini, farò la fatica di cercare altrove!
Non sapendo cosa altro fare la povera gazza accettò. Volò al nido e col cuore pesante come una pietra fettò fuori uno dei suoi piccoli. La volpe l'afferrò prima che toccasse terra e se ne andò via trionfante.
La gazza cercava di lenire il dolore della perdita subita confortandosi al pensiero che solo un uccello di intelligenza straordinaria poteva sognarsi di sacrificare un unico figlio per salvare tutti gli altri.
Ma cosa pensate che succedesse? Già il giorno dopo la volpe era sotto lo stesso albero. E una fitta spaventosa attraversò il cuore della gazza, che pigolò da un buco del nido:
-Che stai guardando ancora?
-L'albero- rispose la volpe con voce assente- Se ne potrebbe tirar fuori un bel paio di scarpe da neve.
-Oh, no, cara sorella! Solo ieri mi avevi promesso che avreti cercato altrove.
-Sono molto, molto spiacente- rispose la volpe- ma in tutta la foresta non ne ho trovato nessuno adatto. Però, se mi dai un altro dei tuoi piccoli, potrei anche rinunciare per sempre alle mie scarpe da neve.
E la povera gazza, a dispetto della sua saggezza, fu costretta a gettagliene un altro.
Passò di li, battendo pigramente le ali, compare Corvo. Vide la gazza con le penne tutte aruffate e il becco appoggiato sull'orlo del nido sembrava l'immagine della sventura.
Si fermò e la gazza gli raccontò tutto per filo e per segno.
Poveretta! - esclamò il corvo. - Quando mai si è vista una volpe usare coltello o l'accetta? Voleva spaventati e tu hai sacrificato per niente i tuoi piccoli. Che sciocca, sciocchissima bestia!
E volò via gracchiando, lasciando la gazza in preda al dolore e alla vergogna.
In un battibaleno la notizia della credulità della gazza e dell'ultima astuzia della volpe si sparse fra tutti gli animali del bosco. Comare Volpe, non fu affatto contenta della sua nuova celebrità, che le rendeva ancor più difficile far quadrare il pranzo con la cena. Se ne andava pensierosa riflettendo sui guasti che provocava la notorietà, quando vide compare Orso aggirarsi sconsolato in compagnia del lupo.
Ad ogni buon conto si acquattò sotto un cespuglio e drizzò le orecchie in ascolto.
Perchè sei così triste compare Orso? - domandava il lupo.
-Sto cercando qualcuno che lamenti per me la morte della mia compagna- rispose l'Orso.
-Questa mattina al risveglio le ho dato una zampata perchè si spicciasse a prepararmi qualcosa ma ahimè, lho trovata fredda e stecchita.
-Ti sei proprio imbattuto nel lamentatore perfetto, compare- lo interruppe rozzamente il lupo. - Ora te ne do la prova.
E iniziò a ululare.
Ma più che " uuuuuuuuuh " dalla sua gola non veniva fuori. L'Orso si mise inorridito le zampe sulle orecchie e lo pregò di andarsene al più presto. Il lupo non faceva certo per lui.
Saltò allora fuori la Volpe.
-Ho sentito che cerchi una lamentatrice compare orso. E dopo averti fatto le mie più sentite condoglianze, eccomi son qua io; se vuoi te ne do una prova convincente.
L'Orso era un pò sospettoso, conosceva la Volpe e il suo tardo cervello temeva qualche imbroglio, ma alla fine accettò di ascoltarla.
-Uh, Uh, Uh, - cominciò la Volpe- qual perdita, quale perdita ha subito l'Orso eccellente, Udite compari del bosco e della foresta: la famosa filatrie, la cuoca delle migliori torte, la prudente e provvida massaia se ne è andata, e ha lasciato per sempre suo marito!
Compare Orso fu deliziato da tanta bravura e la condusse subito nella tana dove giaceva l'orsa sua moglie. La volpe trovò però che il posto era troppo umido, e anche poco adatto per una lamentazione fatta con tutte le regole.
Consigliò dunque di trasportare il corpo nel granaio. E lì rimasta sola con l'Orsa, cominciò le lamentazioni.
Compare Orso intanto era sceso in cucina per  preparare una pappina d'avena. Ma quando se ne uscì per portargliela, e aveva il mestolo bianco di minestra stretto nella zampa, non udì venire dal granaio nessun rumore.
Aspettò un pò, tese l'orecchio ma continuò a non sentire nulla. Allora aprì la porta e vide il granaio svuotato delle migliori provviste, e la Volpe che saltava rapida giù dalla finesta con la pancia piena come una botte.
Vedendo la traditrice scappare, le lanciò dietro il mestolo, ma riuscì a colpire soltanto la coda.
E così da allora tutte le volpi hanno una macchia bianca sulla punta della coda.



Ultima modifica di Constantin il Lun 5 Giu 2017 - 17:05, modificato 2 volte

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Arwen
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Bella! Insegna che nulla arriva gratis e senza pagare un prezzo ed è meglio non fidarsi di chi promette facili guadagni sorriso

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silena
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Viandante Mitico
Viandante Mitico
Molto carine!

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Lady Joan Marie
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Viandante Storico
Miron ha capito ciò che conta davvero nella vita, e cioè: la vita stessa e non i soldi... fischio

La volpe è sempre la solita furbona, su certe cose c'è da imparare da lei, anche se certe volte va male pure a lei! Linguino

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