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Guerra di religione.

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Constantin
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Viandante Ad Honorem
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Guerra di religione

Ogni giorno il mondo in cui viviamo ci pone di fronte a nuovi interrogativi. La vita economica e l'innovazione tecnologica, le trasformazioni sociali e le loro conseguenze sulle persone, ci obbligano a fare i conti con problemi sconosciuti, spesso inquietanti, e a rivedere categorie e abitudini mentali radicate da molto tempo. Davanti ad una realtà sempre più complessa e voloce, è però importante non lasciarsi vincere dalla sensazione che tutto sia diventato troppo complicato e che sia meglio lasciare " la parole e le decisioni" agli esperti di turno.
Quindi è giusto avere domande, punti interrogativi che non ammettono risposte preconfezionate, ma che si impongono a ognuno di noi con urgenza, nella consapevolezza, che solo problemi ben posti possono portarci a soluzioni efficaci.
Perchè esistono le guerre religiose? E' una domanda che sorge spontanea, guardando un pò sgomenti, quanti atti di violenza sono commessi nel nome di un dio o di una fede.
E' un lungo elenco. Monaci-guerrieri, martiri politico-religiosi, predicatori della fine del mondo appassionati di armi chimiche, combattenti per l'indipendenza nazionale che, per marcare meglio la distanza dal nemico, contro cui si è in guerra, fanno appello alla loro identità religiosa, miti e pii uomini di fede i quali, nel fuoco di una cruenta lotta interna, si trasformano in guardiani della causa di dio, arrivando a concepire la possibilità di uccidere chi, ai loro occhi, è un traditore della causa. E poi leader politici, di grandi o piccole nazioni, sparse nel mondo, i quali armano il loro linguaggio di riferimenti a simboli religiosi, per renderlo più efficace, quando desiderano mobilitare le coscienze, le menti e i cuori dei loro cittadini.  In seno alle diverse grandi religioni mondiali emergono, perciò figure e movimenti che utilizzano le credenze religiose per disegnare le cognizioni sulle quali si muoverà la macchina mentale della guerra, quella per intenderci che crea il nemico da combattere, da sterminare, prima ancora che tutto ciò avvenga nella realtà.
Il nemico da vincere si distrugge in un primo momento, disegnadone i tratti brutali e ripugnanti nella mente di ognuno di noi. Prima, occorre convincere la coscienza collettiva e poi ci si muove per vincere concretamente l'avversario. Perciò, a volte, la guerra religiosa scarica la sua potenza aggressiva contro coloro i quali, pur appartenendo alla stessa comunità di fede, per nascita e nazionalità, sono classificati come persone che da essa sono uscite favorendo il declino dei valori religiosi, sociali e politici. E' una lotta interna, tra persone che parlano la stessa lingua, e praticano una religione praticamente simile ( ebrei\palestinesi, inglesi\irlandesi ecc.). In molti angoli del pianeta, il conflitto aperto, violento e radicale fra opposti sistemi di credenza religiosa ha ripreso vigore dal almeno trent'anni. I Conflitti, molto spesso, non sono nuovi. Sono cicatrici mentali e sociali, mai rimarginate, che si riaprono. Ciò che è nuovo é il modo in cui essi si presentano sulla scena politica: la religione arriva e riesce laddove la politica non arriva più, non basta più da sola con le sue retoriche a mandare "al fronte" individui in carne ed ossa contro altri individui. Come strapparli dalle loro vite quotidiane e trasformarli in combattenti convinti, chiamati a vincere il nemico? Spesso la retorica religiosa si offre alla politica come l'ultima possibilità per rendere credibile il diritto di uccidere l'altro.
Ma mi chiedo se esista un vero interesse delle religioni a lasciarsi trascinare in questo gioco al massacro, in senso reale. Che cosa spinge le religioni ad entrare in tale gioco? Perchè lo scoppio selvaggio della violenza è come il fuoco che tutto purifica?
A mio avviso, le religioni forniscono la passione per la riscoperta delle radici di un'identità collettiva, che si presume smarrita o in pericolo : una frontiera dello spirito che ha bisogno però di un muro di cinta reale per proteggere la propria differenza rispetto all'altro.
Le religioni entrano in guerra tra loro o prendono parte ai molti conflitti etnici di oggi, quando esse diventano il linguaggio pubblico delle politiche d'identità, repertorio di simboli che attori sociali e politici diversi utilizzano per parlare d'altro e dell'altro: dell'identità minacciata e del volto del nemico che la minaccia. La religione può diventare allora, nell'azione collettiva, una risorsa di senso strategica all'ottenimento d'obiettivi politici (pulizia etnica, definizione della coscienza nazionale, legittimazione dell'alleanza fra istituzioni religiose e ceto politico, ecc.), assumendo vesti e volti diversi, secondo le molteplici e variegate situazioni nelle quali essa si trova ad essere coinvolta. Ciò spiega perchè la religione nella società contemporanea non solo abbia recuperato una rilevante presenza nella sfera pubblica, ma abbia altresì dimostrato di essere un elemento basilare nella definizione delle politiche d'identità (ovvero quei movimenti sociali e politici che affermano i valori comuni fra struttura del governo, le norme che esso emana e ogni cosa che il potere politico ritiene scontata e non negoziabile).
In tal modo i comportamenti individuali vengono standardizzati, resi uniformi ( la paura della diversità) perchè ci si possa meglio intendere fra i "tutti uguali".
Questa affinità fra la religione e le politiche d'identità dà una risposta ai mille massacri e li rende giustificabili ( guerra e religione : buddismo, ebraismo, islam, cattolicesimo, Rwanda, conflitto nei Balcani e le nuove forme di martirio e follia del mondo musulmano).

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paolo iovine
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Viandante Mitico
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la guerra di religione è la prerogativa di ogni stronzo che non riesce ad andare al di là del proprio credo. Chi l' ha detto ? Ma io, ovviamente. Tequila per tutti ...!

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Constantin
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem

@paolo iovine ha scritto:la guerra di religione è la prerogativa di ogni stronzo che non riesce ad andare al di là del proprio credo. Chi l' ha detto ? Ma io, ovviamente. Tequila per tutti ...!


per me col verme, grazie.

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