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Realtà. Interpretazioni.

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1
Constantin
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Viandante Mitico
Viandante Mitico
Realtà.
Interpretarla.


Che cosa intendiamo per realtà? Con quali strumenti o mezzi ognuno di noi può raggiungerla?
A quali risultati può portare la conoscenza della realtà?
Interrogativi...
L'individuo occidentale interpreta la realtà in base alle forme-immagini che la sua mente crea dietro rappresentazioni sensoriali.
Sono o siamo soliti speculare su ciò che è la nostra particolare immagine-universo, anziché sulla realtà in sé.
Il mondo che ci circonda è sempre un mondo rapportato alla nostra interpretazione mentale, basta spostare la focalizzazione e la dimensione, e subito, questo mondo, acquista interpretazioni e realtà diverse.
Quando un qualunque dato oggettivo cade sotto la nostra percezione sensoriale-mentale, esso viene rapportato e modificato da quella nostra stessa percezione e proiettato come dato reale e assoluto. Non ha nessun valore creare adeguate tecniche di logica, perchè partiamo già da un punto iniziale che è illusorio, per cui qualunque tecnica non potrà rivelare l'intrinseca verità.
In Oriente, in linea strettamente tradizionale, è reale ciò che non subisce cambiamento e diversificazione, moto e processo, per cui diviene più facile definire la realtà nella sua accezione più profonda: Assoluto.
In effetti, ciò che non è Assoluto non è altro che fenomeno, apparenza.
Per conoscere una tale realtà non sono sufficienti i limitati mezzi e strumenti sensoriali percettivi, occorre una percezione che valichi la sensorialità contingente e che si può definire discernimento intuitivo immediato.
La conoscenza, o quello che si reputa tale, rappresenta per l'Occidente un discorrere mentale e una interpretazione sensoriale, mentre per l'Oriente se operativa e realizzativa, diviene trasformante.
Sono operazioni del puro comprendere, non del semplice concettualizzare; conoscere significa Essere.
Questo è il punto fondamentale, non solo una metafisica teoretico-intuitiva della realtà.
Porta un contributo filosofico umano concretizzato.
Una strada-sentiero che può essere realizzata e vissuta.

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2
Fénix
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Viandante Residente
Viandante Residente
Questo è un mio appunto di un po' di tempo fa:

Se potessi esprimere ciò che a senso non mi si confà, cadrei nell'oblio e l'oblio stesso mi avvolgerebbe senza potermi liberare, sarei tutt'uno con me stesso e con ciò che ho desiderato riconoscere, ma ciò che conosco finirebbe nel dimenticatoio, il mattatoio dei sensi col suo rumore mi suggerirebbe l'infinito e l'infinito mi distruggerebbe, lasciandomi nell'oblio e la sua apparente verità.

La realtà la si incontra costantemente finché viviamo, a mio modesto parere.

Adesso mi domando: cos'è l'infinito?

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3
Constantin
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Viandante Mitico
Viandante Mitico

@Fénix ha scritto:Questo è un mio appunto di un po' di tempo fa:

Se potessi esprimere ciò che a senso non mi si confà, cadrei nell'oblio e l'oblio stesso mi avvolgerebbe senza potermi liberare, sarei tutt'uno con me stesso e con ciò che ho desiderato riconoscere, ma ciò che conosco finirebbe nel dimenticatoio, il mattatoio dei sensi col suo rumore mi suggerirebbe l'infinito e l'infinito mi distruggerebbe, lasciandomi nell'oblio e la sua apparente verità.

La realtà la si incontra costantemente finché viviamo, a mio modesto parere.

Adesso mi domando: cos'è l'infinito?

ti rispondo con una pagina di Castaneda
IL LATO ATTIVO DELL'INFINITO

L'ACCUMULO DEL SILENZIO INTERIORE PER FERMARE IL MONDO

«Don Juan disse che nello Sciamanismo, il silenzio interiore è il punto da cui nasce ogni cosa. In altre parole, tutto ciò che facciamo ci guida verso tale stato che, come sempre accade nel mondo degli Sciamani, non emerge se non veniamo scossi da qualcosa di gigantesco. Aggiunse poi che gli Sciamani dell'antico Messico erano soliti elaborare un'infinità di sistemi per scuotere se stessi o i loro colleghi, fin nelle fondamenta, per raggiungere la condizione tanto ambita del silenzio interiore. Essi ritenevano che i gesti più disparati, apparentemente lontani da tale obiettivo, come per esempio saltare in una cascata o passare la notte appesi a testa in giù sul ramo più alto di un albero, fossero i punti chiave per realizzarlo.»

«Basandosi sulle spiegazioni di questi Sciamani, don Juan dichiarò con estrema sicurezza che il silenzio interiore viene accumulato. Nel mio caso, si sforzò di guidarmi a costruire un nucleo di silenzio interiore nella profondità del mio essere, che avrei poi fatto crescere, istante dopo istante, ogni volta che lo praticavo. Mi spiegò che gli Sciamani avevano scoperto che ogni singolo individuo possiede una soglia diversa di silenzio interiore per quanto riguarda il tempo: ciò significava che il silenzio interiore prima di poter funzionare, dev'essere mantenuto da ciascuno di noi per tutto il tempo necessario a varcare tale soglia. Il silenzio interiore inizia ad agire nell'attimo stesso in cui cominci ad accumularlo. Gli antichi Sciamani volevano ottenere il risultato supremo, il raggiungimento cioè di quella soglia individuale di silenzio. (...) E tale risultato era ciò che gli antichi Sciamani chiamavano fermare il mondo, l'attimo in cui tutto ciò che ci circonda cessa di essere ciò che è sempre stato. Questo è il momento in cui gli Sciamani ritornano alla loro vera essenza. La definivano anche Libertà Totale. In quell'istante l'uomo-schiavo diventa l'uomo-essere-libero, con capacità percettive che sfidano il nostro pensiero lineare.» (Carlos Castaneda, Il Lato Attivo dell'Infinito, pag. 117)

Secondo te il "silenzio interiore" potrebbe essere una risposta a ciò che domandi?

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4
Fénix
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Viandante Residente
Viandante Residente
No, il silenzio interiore mi fa venire voglia di spiegare questo:

Il silenzio interiore in noi è una costante data soltanto dal proprio sentire quando la percezione s'annulla, in passato ho parlato di oblio e così ho parlato di memoria, mai di cosa si cela dietro ogni parola senza doverne fare poesia.

(Una poesia tipo questa)Ti metto qui una mia poesia:

Lo spettro che incarna l'ombra del testo

Lo spettro che incarna l'ombra del testo,
si mostri e con lui si possa interloquire
in questo frangente così per poi dire,
ad egli che è solo un ladrone immodesto.
Non c'è altro che a parola l'innesto,
di sensi ed egli dice: puoi sol tradire,
in questo travaglio di versi a sentire,
poiché tutto giace in altro contesto.
Ma passa il tempo e gli scritti son molti
come spettro sono parecchio antico,
vivo di non-senso o di sensi tolti.
Ascoltami scrittor mio caro amico,
io neanche i saggi e sapienti più colti,
ho visto scrivere a senso ciò che dico.


Forse la risposta la ho e non me ne accorgo, ci penserò.
Intanto spero che non ti sia dispiaciuta la poesia sopra.

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5
altamarea
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Viandante Residente
Viandante Residente
Fenix perché vai fuori dal seminato ? Se il topic di Constantin vuol sviluppare il tema della realtà perché vai off topic introducendo l'infinito ?

Vorrei partecipare ad entrambi gli argomenti ma è necessario dividerli in due topic altrimenti si crea confusione.

Prego l'amministratore di dividere i due argomenti. Grazie

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6
Fénix
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Viandante Residente
Viandante Residente
Perché sono due argomenti che si potrebbero legare...

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7
altamarea
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Viandante Residente
Viandante Residente
No, Fenix, realtà ed infinito sono due concetti diversi. Come fai a collegarli ?

Spiegaci cos'è per te la realtà e cos'è l'infinito. Ma non dall'inutile punto di vista poetico.

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8
Fénix
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Viandante Residente
Viandante Residente
A mio parere(potrei anche sbagliarmi):

Realtà - consiste in ciò che viene percepito dai sensi...

Infinito - è una totalità indefinita in cui ci si conta anche il vuoto


Per unire i due concetti: la realtà dell'infinito cos'è?

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9
altamarea
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Viandante Residente
Viandante Residente
Infinito = illimitato, assenza di limiti: possiamo dire spazio infinito, tempo infinito, ecc. perché abbiamo la consapevolezza che esiste il limite: spazio limitato, tempo limitato, numero limitato ecc..

Qualsiasi cosa quantificabile esiste solo in funzione dei suoi limiti. Per conseguenza l’illimitatezza di spazio e tempo fa perdere a queste due entità la loro caratteristica: lo spazio non c’è più, il tempo non c’è più. Invece noi siamo immersi nello spazio/tempo, anche se in modo convenzionale. Sei d’accordo ?

La filosofia metafisica consente di raccordare il finito all’infinito, cioè a Dio, chiamato anche Assoluto od Infinito.
Quando dici realtà dell’infinito forse ti riferisci alla divinità ?

Etimologicamente il termine “assoluto” deriva dalla lingua latina (ab + solutus) e significa “sciolto da”... ogni cosa, quindi incondizionato, perfetto, come il Dio di chi crede in lui.

In filosofia non l’infinito ma l'assoluto è considerato una realtà, la cui esistenza non dipende da nessun'altra realtà, ma sussiste in sé e per sé.

Per comprendere cos’è la realtà reputo che sia necessario cominciare dall’etimologia di questo sostantivo: il lemma deriva dal latino “res” (= cosa), dal quale scaturì il termine “realis” e nel Medioevo il vocabolo “realitas”, per indicare ciò che esiste. Fu il filosofo e teologo  scozzese John Duns Scoto (1265 – 1308) a creare il neologismo “realitas” come contrapposizione all’astratto.

Nell’ambito della filosofia il concetto di realtà è connesso con altri due concetti fondamentali: “essere” e “verità”, non con l’infinito.

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10
Fénix
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Viandante Residente
Viandante Residente

@Constantin ha scritto:Realtà.
Interpretarla.


@altamarea ha scritto:Quando dici realtà dell’infinito forse ti riferisci alla divinità ?

No, mi riferisco proprio alla realtà che rende tale l'infinito, con modestia mi accingo a spiegare il mio punto di vista.

Della realtà dell'infinito si può fare un solo esempio, a mio parere: immagina di metterti di fronte ad un paesaggio, osservi bene l'orizzonte e vedi che non puoi osservare oltre di esso, ti chiedi, forse: cosa c'è oltre l'orizzonte? Comprendente tutto ciò che ostacola la vista senza farti guardare oltre di esso, finché non ti muovi non lo saprai mai. L'orizzonte rimarrà tale fino a quando non ti muoverai, non mi riferisco però a cosa incontrerai mentre tenti invano di raggiungere l'orizzonte, perché dopo, mentre provi a raggiungerlo, ti renderai conto che c'è sempre un orizzonte, se non ti dai una meta, un obiettivo ed anche facendolo il discorso è lo stesso e verrà l'afflizione. Se ti muoverai, dell'orizzonte cambieranno i contorni, ma se non ti interessa ciò che occupa lo spazio di quell'orizzonte, tu proverai a immaginarti oltre quell'orizzonte, se non c'è qualcosa con cui ritenerlo tale? Affrontando il viaggio si trova le felicità un passo per volta, ma non porta all'infinito a mio parere. Dopo questo ragionamento penso, cos'è un orizzonte indefinito? Poiché, quello definito, è dato da ciò che occupa lo spazio fino a quel punto, se potessimo togliere quello che lo occupa non potremmo distinguere affatto dove finisce il nostro sguardo, dunque la realtà dove trova luogo? Nel finito, perché è palese che noi cosa c'è, non cosa non c'è, lo vediamo, come le piccole cose della vita che danno senso alle grandi, da un solo orizzonte si può dedurre l'infinito, no! Mi voglio contraddire. L'infinito è un luogo senza confini, dove la realtà dell'infinito è la stessa a cui tu hai posto il tuo sguardo quando non stavi in viaggio, ma avevi talmente tanto tempo da sprecare a viaggiare che hai dimenticato quanto poteva essere più importante definire il luogo in cui s'è concepito.

Se l'universo è infinito, allora è imperfetto?

Spero di non essere stato confusionario e di non avere detto sciocchezze.

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11
altamarea
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Viandante Residente
Viandante Residente
La “realtà dell’infinito” a priori, deve basarsi sulla realtà del finito.

Fenix ha scritto
Della realtà dell'infinito si può fare un solo esempio, a mio parere: immagina di metterti di fronte ad un paesaggio, osservi bene l'orizzonte e vedi che non puoi osservare oltre di esso, ti chiedi, forse: cosa c'è oltre l'orizzonte? Comprendente tutto ciò che ostacola la vista senza farti guardare oltre di esso, finché non ti muovi non lo saprai mai.

A me sembra un anelito dell’osservatore non la realtà dell’infinito.

L'orizzonte rimarrà tale fino a quando non ti muoverai, non mi riferisco però a cosa incontrerai mentre tenti invano di raggiungere l'orizzonte, perché dopo, mentre provi a raggiungerlo, ti renderai conto che c'è sempre un orizzonte, se non ti dai una meta, un obiettivo ed anche facendolo il discorso è lo stesso e verrà l'afflizione.

Il peripatetico itinerante nelle sue tappe subisce la frustrazione all’errata immaginazione.

No Fenix, non dici sciocchezze, ma il tuo ragionamento mi sembra inficiato dalla tua indole poetica.

Il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer (1788 – 1860) nel suo saggio “Il mondo come volontà e come rappresentazione” analizza la contrapposizione tra realtà (volontà) ed apparenza (rappresentazione).
La rappresentazione è ciò che noi vediamo, ma secondo Schopenhauer non ha alcun fondamento oggettivo, perciò quello che noi pensiamo che sia la realtà è un’illusione. Infatti nel nostro tempo l’intuizione di quel filosofo è confermata dalla neurobiologia: il neurobiologo britannico Semir Zeki afferma che l’unica realtà che abbiamo è la realtà che percepiamo, quella che ci concede la mente ed il cervello. Se così è allora non si commette peccato mortale ma solo veniale il pensare la realtà dell’infinito. Però le modalità della pena da espiare può farcele sapere il nick “junior 2014”, “Fondazione Valtorta” permettendo.

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