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LA FILOSOFIA COME " CURA DELL'ANIMA"

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Constantin
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
"La Filosofia come " cura dell'anima ".

In cosa consiste la filosofia? Quali sono le sue applicazioni nella realtà contemporanea? E' legittimo ricorrere alla filosofia per analizzare, comprendere e affrontare i problemi della vita odierna? Rispondere a queste domande significa in primo luogo interrogarsi sulla natura della filosofia. Su quali sino le sue finalità e i suoi compiti. Si tratta in altre parole di capire se la filosofia sia una disciplina specialistica accanto alle altre, riservata agli "addetti ai lavori" oppure se non piuttosto un esercizio di pensiero universale, applicabile alle più svariate situazioni della vita quotidiana.
E' risaputo che ogni filosofo ha un proprio pensiero una propria visione del mondo. Parlare di "filosofia" vuol dire nella maggior parte dei casi, cimentarsi con una delle tante visioni del mondo che si sono avvicendate nella storia del pensiero occidentale. Ognuna di esse si caratterizza per un diverso approccio a singole questioni, alcune delle quali sono necessariamente di natura astratta, tali da implicare un linguaggio "tecnico" accessibile ai soli specialisti, altre di natura concreta, fruibili a un livello più immediato. Non esiste filosofia di per sé "facile" o "difficile", ma solo modi di affrontare problematiche filosofiche differenti, i quali vengono a declinarsi secondo strategie più o meno complesse. La legittimità di una pratica filosofica che sia universalmente accessibile e ciononostante capace di cimentarsi con le esigenze della società contemporanea dipende dunque da cosa si intende per filosofia.
O meglio, dipende da quale delle tante visioni del mondo filosofiche si sceglie di seguire.
Recentemente, l'interesse per la dimensione pratica del pensiero filosofico ha portato alla ribalta l'idea che la filosofia possa essere concepita come una "cura dell'anima", una "terapia" utile al affrontare problemi di natura " esistenziale" (vedi Bernardi\Massaro). Ciò vale in particolar modo per la disciplina oggi assai in voga della consulenza filosofica, il cui scopo non è tanto quello di "risolvere" i disagi che si incontrano nella vita quotidiana, quanto quello di fornire strumenti per osservarli da un nuovo punto di vista, in modo da imparare a convivere con essi. Il consulente filosofico entra infatti in gioco nel momento in cui le abituali strategie di comportamento si dimostrano inefficaci. Il suo scopo non é eliminare il problema, ma inserirlo in una cornice più ampia, che permetta di allontanare lo sguardo da esso per volgerlo alle complesse relazioni che lo "avvolgono" e lo "rendono possibile". Obiettivo di questo procedimento è il conseguimento di una concezione del mondo che consenta di chiarire e rafforzare la propria identità rispetto a quel problema; ciò avviene sia a livello razionale (dato che la contingenza della condizione individuale viene superata a vantaggio di una visione più ampia), sia a livello emotivo (in quanto il malessere del singolo trova conforto quando viene stemperato in un contesto allargato):
Ma cosa ha a che fare questo procedimento con la "cura dell'anima?" E' stato giustamente osservato che l'uso di termini come "cura" e "terapia" rischia di prestare il fianco a interpretazioni "patologizzanti" della consulenza filosofica. Tali termini riflettono infatti la tendenza tipicamente moderna di interpretare le più svariate manifestazioni di infelicità come affezioni dell'inconscio, se non come vere e proprie malattie della psiche.
Occorre quindi fare chiarezza in modo da sgombrare il campo da possibili equivoci. Quando nella moderna pratica filosofica si parla di cura dell'anima si intende qualcosa di completamente diverso da ciò a cui assistiamo al esempio nella psicologia. Il consulente filosofico non si limita a studiare l' ego del proprio interlocutore a scopi terapeutici, ma compie un percorso più ampio, teso ad allargare la sua indagine alla visione del mondo che ne è alla base. Il suo obiettivo è di guardare al del consultante, ma a partire da tutto ciò che è altro di quel : di esaminare cioè tutte quelle concezioni e valori che, costituendosi in un orizzonte in tutto e per tutto "oggettivo" finiscono per influenzare e modificare lo stesso . Concepita in questo modo, l'anima viene a costruire una sorta di "specchio" del mondo. "Averne cura" significa conoscere in modo approfondito la realtà  che in essa  si riflettere, muovere da questa immagine per contemplare il mondo nella sua essenza più intima.
Ci siamo così avvicinati al cure del problema. L'anima è la sede della conoscenza in un duplice senso. La conoscenza "ha luogo" in essa sia nel senso che è "ubicata" al suo interno, sia nel senso che "Viene prodotta" per suo tramite. E' questo ciò che la moderna consulenza filosofica intende quando si richiama alla cura dell'anima come ad una pratica radicalmente dialogica, capace cioè di aiutare non solo chi "non sa" come affrontare le incertezze dell'esistenza quotidiana, ma anche che " crede di sapere" e si ritiene in grado di impartire consigli di varia natura.
Da questo punto di vista, il filosofo e il non filosofo vengono a porsi sullo stesso piano: entrambi si prendono cura di se stessi nell'incontro con l'altro. Ciò che li accomuna è il tentativo di dare senso al mondo in cui vivono, il che può avvenire solo mettendo in gioco le conoscenze che già possediamo.
La dimensione dialogica è dunque un elemento imprescindibile della cura dell'anima. Non si dà conoscenza di se stessi se non tramite l'apertura alla realtà, il confronto con l'altro. Una concezione questa, che ha origini antiche.
Furono per primi i Greci ad interrogarsi su cosa sia un dialogo tra due "anime" e si deve in particolare a Socrate l'invenzione della concezione di un'anima razionale e intrinsecamente aperta al confronto quale è poi invalsa nel mondo occidentale fino ai giorni nostri. E' quindi alla Grecia di età arcaica e classica che dobbiamo rivolgere la nostra attenzione, se vogliamo comprendere l'origine di questa concezione.
Facciamo un salto indietro, tra l'anima nel mondo Greco.
Nel mondo greco la nozione di anima ricopre una moltitudine di significati. Ciò è evidente già da un unto di vista terminologico. Ciò è evidente già da un punto di vista terminologico.
Nella lingua greca esiste infatti una varietà di parole indicanti l'anima nelle sue diverse accezioni: ha una sua anima l'ira, ma anche il dolore, la passione amorosa e via dicendo. Tra le varie nozioni di anima quella che ha avuto fortuna nella storia del pensiero occidentale è la psiche. L'etimologia di questo termine dimostra che esso presuppone diverse concezioni, che nel corso dei secoli vengono ad alternarsi, a sovrapporsi, talvolta perfino a coincidere: basti pensare che abbiamo una psiche del mito, quale ci viene tramandata in tarda età da un celebre racconto di Apuleio, una psiche dell'epica, che ritroviamo sian dai poemi omerici, una psiche mistico religiosa, tipica dell'orfismo e pitagorismo e infine una psiche dei filosofi, che, sia pure con dovuti distinguo conduce in linea retta da Talete a Socrate.
Ognuna di queste nozioni sottende una specifica visione del mondo, la quale implica a sua volta un diverso modo di intendere la "cura" nei suoi confronti.
Il quadro che ne risulta è tutt'altro che omogeneo e istituisce la possibilità di conformarsi se non addirittura di assimilarsi con il divino. Ciò è particolarmente evidente nell'orfismo, un movimento religioso imperniato sull'idea di un progressivo abbandono della dimensione corporea a vantaggio di un ricongiungimento con il divino.In altre concezioni questo pensiero è più sfumato, anche se il riferimento ad una realtà esterna, in grado di esercitare il suo potere e di guidare al retto agire, rimane una costante in tutte le nozioni di psiche. Da omero ai filosofi ionici della natura, da questi a Socrate. Fino al mito di Apuleio, l'anima dei Greci si caratterizza per una marcata componente eteronoma. Avere cura di essa significa cimentarsi con il paradosso per cui la conoscenza di rimanda costitutivamente a tutto ciò che è altro da quel .
La natura paradossale della "cura dell'anima" emerge con particolare evidenza in Socrate, il quale costituisce per molti versi la sintesi e il compimento delle varie concezioni di psiche che vengono a succedersi nel mondo greco. Si ha qui per la prima volta l'idea di un'anima come sede della personalità individuale e morale dell'uomo., sino a che nel giro di qualche secolo essa finirà per prendere il sopravvento su ogni altro modo di concepire la
psiche , fino a diventare, per tutto il periodo a venire, la nozione anima tout court.
Socrate, parliamo di Socrate, la sua teoria dell'anima... Socrate appariva ad amici e seguaci, agli uomini del suo tempo, come un personaggio "strano". Platone  nel suo "simposio" illustra la capacità di Socrate di suscitare sconcerto e perplessità a chiunque lo ascoltasse. Lo assimila alla figura di un Satiro, avendo il filosofo un aspetto particolarmente sgraziato. Un viso mostruosamente brutto, con un naso schiacciato e narici smisurate, la bocca sproporzionata, le labbra informi e gli occhi a palla. Pare inoltre fosse calvo, che avesse un collo tozzo e una pancia enorme.
Una bruttezza, quella di Socrate che va vista in controluce. Egli era semplicemente un uomo sgraziato accanto ad altri, come si potrebbe a tutta prima pensare; la su è piuttosto una bruttezza paradigmatica, un unicum che non ha eguali nel mondo greco. Come scrive Nietzche, egli " è il primo greco ad essere brutto monstrum in fronte, monstrum in animo... Ma siamo sicuri che fosse davvero un Greco?".
L'aspetto esteriore do Socrate costituisce una provocazione inaudita alla civiltà greca, uno scandalo che svelle dalle fondamenta il suo ideale estetico di una bellezza immediatamente coincidente con la virtù. Ciò vale in particolar modo per le statue che a lui furono dedicate nei secoli successivi la sua morte, le quali rappresentavano un affronto senza eguali alle armoniose immagini di atleti e divinità che ornavano i luoghi pubblici di Atene.
Con il Socrate silenico il nesso tra esteriorità ed interiorità viene dunque irrimediabilmente spezzato, aprendo la strada alla dissoluzione della bellezza fisica. Tale frattura propone però un'altra novità, la cui portata è per lo meno altrettanto rivoluzionaria: la comprensione dell'interiorità umana come sede di una bellezza spirituale ormai completamente svincolata dalla corporeità. Questa ambiguità tra essere e apparire viene descritta da Platone, sempre nel Simposio, quando paragona Socrate a delle statuette di Sileni suonatori di flauto i quali contengono al loro interno meravigliose immagini di divinità.
La bruttezza esteriore di Socrate non è dunque fine a se stessa, ma svolge la funzione fondamentale ed insostituibile, di rinviare ad una dimensione ulteriore, altra rispetto a quella della corporeità. Essa costituisce un incitamento a prendersi cura dell'unico vero bene che appartiene stabilmente al , e cioè del divino che dimora nell'uomo: l'anima.
Com'era strano Socrate. Lungi dall'essere semplicemente simbolica, la sua stranezza costituisce il fondamento imprescindibile della cura dell'anima che lui professa. Questa può aver luogo soltanto in conseguenza di una messa in crisi  della bellezza-virtù. Di qui la peculiarità della bruttezza di Socrate. Tutta volta a sovvertire tale concezione.Non è certo un caso che sin dagli anni immediatamente successivi alla sua morte egli venga fatto oggetto di approfondite riflessioni fisiognomiche, dalle quali emerge con forza la scissione tra il suo essere ed il suo apparire.
Questa tensione fa di lui l'emblema vivente della cura dell'anima ed è quindi soprattutto al suo pensiero e ai suoi immediati antecedenti che dovremmo volgere la nostra attenzione per cogliere sino in fondo il significato della filosofia.
Della "filosofia come cura dell'anima".

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Arwen Online
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Viandante Storico
Viandante Storico
Non sapevo esistesse la figura del consulente filosofico per curare l'anima,sono rimasta al consulente psicologico o life trainer, personalmente la mia filosofia di vita per la cura del corpo e dell'anima si chiama yoga. inizio a sorridere
Racchiude tutti gli strumenti necessari filosofici, pratici per me.

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3
Constantin
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Viandante Ad Honorem
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e fai bene! sorriso , poi  ho accennato a qualche questione in più.... ma uno da un piatto di fritto misto prende quello che più gli piace...

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4
altamarea
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Viandante Residente
Viandante Residente
In cosa consiste la filosofia?

Perché usare il verbo “consistere” ? Sarebbe meglio domandare cos’è la filosofia ! L’etimo di questo lemma di origine greca evidenzia che il vocabolo è formato da due parole: filèin (= "amare") + sofìa (= "sapienza"), perciò il termine “filosofia significa "amore per la sapienza".

Quali sono le sue applicazioni nella realtà contemporanea?

Si può applicare alla scienza, alla religione, all’arte, alla politica, alla matematica, al linguaggio, alla storia, ecc..

E' legittimo ricorrere alla filosofia per analizzare, comprendere e affrontare i problemi della vita odierna?

Ebbene si ! La filosofia induce i filosofi a farsi domande, a riflettere sull’universo, sul significato dell’individuo nel mondo, sul senso della vita, studia la natura, le possibilità e i limiti della conoscenza.

Recentemente, l'interesse per la dimensione pratica del pensiero filosofico ha portato alla ribalta l'idea che la filosofia possa essere concepita come una "cura dell'anima", una "terapia" utile al affrontare problemi di natura " esistenziale" (vedi Bernardi\Massaro).

Purtroppo la dilagante disoccupazione giovanile induce anche i laureati in filosofia ad invadere l’area riservata alla psicologia. Comunque prima dell’avvento della psicologia erano i filosofi che rispondevano alle domande esistenziali.
Più volte Sigmund Freud manifestò il suo pensiero sulla filosofia, mostrando in alcuni casi apprezzamento, in altri la convinta distanza, suscitata dall’astrusità nella quale a volte sembra perdersi la filosofia.
Per C. G. Jung la filosofia serviva come confronto ed elaborazione dei contenuti psicoanalitici. Ne sono testimonianza il libro che ha dedicato allo Zarathustra di Nietzsche e la prima parte di “Tipi psicologici”.

Ma cosa ha a che fare questo procedimento con la "cura dell'anima?"

Cura dell’anima ? L'anima è collegata alla metafisica ed alla religione. Nell’antica Grecia a volte si faceva riferimento all'anima con il termine “psyche”.

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/5/56/Wolf_von_Hoyer%2C_Psyche.jpg/130px-Wolf_von_Hoyer%2C_Psyche.jpg
Psiche, personificazione dell'anima nella mitologia greca

Anima è il principio vitale. Il sostantivo anĭma è anche connesso con il termine greco “ànemos” (=soffio, vento)
Coscienza è la consapevolezza.
Mente è il pensiero.

Essere animato, essere cosciente, avere mentalmente un pensiero, sono esplicazioni diverse.
Ontologicamente divisi perché hanno funzioni diverse, ma dinamicamente e gerarchicamente dipendenti.

Nell’individuo il “principio vitale” è immateriale, distinto dal corpo fisico.

Il filosofo greco Socrate, ed il suo discepolo Platone usarono il termine psyché (anima) per designare il mondo interiore della persona.

Platone dice che l’anima è come un cocchio alato guidato dall’auriga (la ragione) e condotto da due cavalli, uno bianco e generoso, e l’altro nero, ribelle alla guida (le pulsioni passionali); se il cavallo nero prende la mano all’auriga trascina il cocchio verso il basso facendogli perdere le ali.

Nell’ambito della religione cristiana non cè una definizione univoca di anima. Paolo di Tarso fa riferimento alla tripartizione corpo, anima e spirito, già presente in Platone. Psyché è citata nel Vangelo di Matteo. Il lemma veniva utilizzato per significare non solo l'anima come personalità ma anche, come già detto, “principio vitale”.

E’ Dio che dona l’anima ? Per il non credente è impossibile, perché non crede nell’esistenza di Dio. Perciò è meglio soffermarsi sulla “coscienza”.

Il sostantivo “coscienza” deriva dal latino conscientia, a sua volta derivato di conscire: il lemma è composto da “con” (cum) + “scientia” (“scire”) , sematicamente collegato con “conoscenza” e “scienza” e significa “essere consapevole”, la consapevolezza che la persona ha di sé e dei propri contenuti mentali. In questo senso il termine "coscienza" viene genericamente assunto non come primo stadio di apprendimento di una realtà oggettiva, ma come sinonimo di "consapevolezza" della totalità delle esperienze vissute, ad un dato momento o per un certo periodo di tempo.
Rientrano nella definizione di coscienza sia la semplice percezione sensibile di stati o condizioni interne ed esterne, sia la capacità dell'Io di organizzare e sintetizzare in un insieme organico percezioni, sentimenti e conoscenze. Perciò è limitativo relegare la coscienza a "distinguere il bene dal male o il giusto dall'ingiusto". Questo tipo di coscienza viene denominata "coscienza morale", la quale ci permette di discernere il valore ed il significato del comportamento proprio e degli altri.

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