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UN GIOCO DELLO SPECCHIO "LA PAURA".

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Constantin
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
UN GIOCO DELLO SPECCHIO "LA PAURA".

Rituali, magie, drammatizzazioni collettive, simbolismi e miti hanno rappresentato dagli albori dell'umanità e rappresentano tuttora il terreno di confronto e i modi con cui l'uomo ha cercato di incanalare le sue paure domandole attraverso il conforto del soccorso collettivo, sviandole attraverso la sublimazione del mito, alleviandole attraverso il ricorso a credenze soprannaturali. Paura dell'ignoto, paura delle forze distruttrici della natura, paura di poter essere disgregati, di essere soli di fronte ad avvenimenti avversi e anche di fronte all'avvenimento incontrastabile che pone fine al proprio essere nel mondo.
Il primitivo, ha elaborato una serie di complesse modalità apparentemente irrazionali e assurde che permettono di controllare, attraverso il soccorso collettivo, le ansie più profonde, o consentono di sviare i timori della distruzione e dell'annientamento. Senza questo soccorso collettivo l'individuo, solo di fronte alle sue paure, si confronta in un faccia a faccia con la propria finitezza e le angosce che ne derivano: un confronto solitario che spesso è intollerabile.
Lo sviamento dalle paure attraverso i riti e l'immaginazione collettiva è simile, in una certa misura, alle operazioni mentali compiute dall'inconscio nel tentativo di salvaguardare la propria integrità psichica, un tentativo che frequentemente si risolve in una negazione della realtà circostante, in bizzarri rituali, in condotte apparentemente illogiche e irrazionali; in altre parole, quella complessa situazione che è la malattia mentale.
Ma perchè la paura di fatti concreti, così come di eventi immaginari e impossibili, ha una carica emotiva di tale forza da poter dominare la vita di un individuo o di una intera società, da scompaginare l'integrità psichica del singolo o di una collettività, se vogliamo basarci sui rapporti tra paure e storia?
Si può forse convenire con gli assunti della scuola etologica inglese, i quali indicano come alcune paure e timori non abbiano un connotato prettamente nevrotico, come è stato spesso indicato nelle teorizzazioni di parte della psicoanalisi, ma rispondano a meccanismi più concreti e logici, in altre parole "intelligenti" non soltanto per l'individuo, ma per la specie umana. I dati osservazionali e clinici di John Bowlby e di altri psicologi sembrano infatti indicare che molte paure dell'animale, così come dell'uomo, rispondono a meccanismi inizialmente innati, a un tentativo di produrre risposte adattive di allarme e di salvaguardia di fronte a stimoli specifici che segnalano la presenza o l'avvicinarsi di un pericolo; rumori improvvisi, ombre o luci che si avvicinano rapidamente, mancanza di sostegno, dolore fisico, ma soprattutto l'essere soli, devono aver rappresentato nella preistoria dell'umanità situazioni che hanno favorito l'aggregazione sociale e la strutturazione di risposte volte all'attaccamento e in generale alla socialità.
L'assenza o la perdita di una figura protettiva, così come l'solamento e il buio, generano stati di paura perchè comportano un forte aumento del rischio di trovarsi in pericolo. Ovviamente sarebbe semplicistico limitarsi ad una interpretazione biologico-evoluzionistica di questi meccanismi e non riconoscere come la socialità, i rapporti tra il lattante e la figura materna, tra gli individui appartenenti a un nucleo famigliare e più in generale tra le persone che formano un gruppo sociale si strutturino in base a complessi meccanismi di apprendimento, attraverso la spinta di fattori che potremo definire storico-sociali.
Oltre alle paure innate vi sono quindi paure apprese, che si sviluppano sia per condizionamento sia in forma vicariante attraverso l'osservazione degli altri, i racconti, le rappresentazioni, e che rispecchiano i moduli culturali della società circostante. Se da un lato la possibilità di associare, di generalizzare e di rievocare a distanza di tempo consente di prevedere nuovi rischi così come di contrastare gli effetti dannosi di eventi pericolosi, dall'alto i confini delle singole paure possono dilatarsi, e queste si trasformano in stati ansiosi o in angosce, vale a dire in paure non più realistiche e definite, ma nelle paure di un individuo che può trovarsi isolato nell'affrontare un confronto sempre più ansiogeno. Dal punto di vista ontogenetico le esperienze traumatiche, la mancanza di un valido tessuto di supporto sociale durante l'infanzia, la presenza di conflitti intrafamiliari possono avere un effetto estremamente negativo e abbassare la soglia della paura creando uno stato di attesa dolorosa e di insicurezza diffusa: non soltanto si diventa ipersensibili a ogni situazione allarmante, ma si sviluppano attese irrequiete di minacce imprecisate. L'individuo si trova, in uno stato di insicurezza primaria.
In questo confronto con la paura il singolo individuo è in grado di sviluppare inizialmente strategie volte a conservare la sua integrità psicofisica, a evitare la distruzione del suo Io da parte delle forze esterne che appaiono sempre più aggressive: ecco allora che, come il primitivo sviluppa una serie di tabù volti a negare e a stornare gli avvenimenti ansiogeni, così la personalità "malata" modifica o nega la realtà circostante e può anche tentare di interrompere ogni rapporto fisico, verbale e affettivo con l'ambiente in un disperato tentativo di autoconservazione. Come non vedere quindi che la paura rappresenta un tema centrale nella storia del singolo e dell'umanità, e che essa spazia lungo un arco continuo che va dai meccanismi biologico-evolutivi, a quelli "fisiologici" che fanno capo ai processi di sviluppo e di attaccamento, sino a giungere, all'estremo opposto, ai diversi aspetti del disturbo mentale? Nell'ambito di quest'arco è difficile individuare dove cessi il fisiologico e abbia inizio il patologico.
Ma le paure possono essere considerate anche sotto un'ottica diversa: quella dal loro ruolo nell'ambito di una società e di una loro strumentalizzazione da parte del potere (paure di calamità inviate come castigo, di malattie e pestilenze, di magie e alchimie); esiste una vasta cultura apocalittica che per alcuni esistevano dei limiti che non era lecito oltrepassare senza incorrere in terribili conseguenze. L'analisi di queste paure dal punto di vista storico non è meno interessante per la comprensione del nostro comportamento e della devianza comportamentale di quanto non siano alcuni studi condotti sui singoli casi clinici.La paura ha le sue diverse angolazioni, meccanismi fisiologici, ontogenetici, significati dinamici, antropologici e storico-sociali.
Si può quindi dire che le profonde differenze che si notano tra le persone adulte nel modo di fronteggiare le minacce e le avversità sono il complesso risultato di fattori costituzionali, ontogenetici e storico-sociali. Raramente infatti le ansie insorgono improvvise, svincolate dall'ambiente in cui è immerso l'individuo: esse di paura ricorrenti si estinguono con sempre minore rapidità, quindi germogliano lentamente, a nostra insaputa, nell'intimo della nostra personalità. Dapprima non li riconosciamo come stati patologici perchè li riteniamo gli unici stati possibili, i soli che conosciamo, perciò ce li portiamo dentro senza accorgercene fino a quando non diventano un peso troppo grande; a questo punto il bisogno di vedere chiaro dentro di noi diventa urgente. L'uomo ha questa caratteristica: può rendersi conto della peculiarità del suo temperamento e dei condizionamenti subiti, e in qualsiasi momento della vita può fare uno sforzo per sottrarsi al loro dominio. E' sulla conoscenza, infatti, che si possono sviluppare forme ragionate di coraggio che vanno al di là della "semplice" audacia fisica.
Nel "GIOCO DEGLI SPECCHI" della paura è ancora possibile "giocare" con queste emozioni, come appare ad esempio nei racconti e nei film dell'orrore. La capacità di creare quel meccanismo innato di difesa di fronte ad un pericolo, ad un prodotto dell'ambiente, a paure pericolose per l'equilibrio della personalità ed infine in che modo "il potere"ha usato e usa la paura come strumento di controllo.


rif. Ernesto de Martino - Jean Delemeau- John Bowlby (psicologi e psicoterapeuti)

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