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Poeti Maledetti

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1
Constantin
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Viandante Ad Honorem
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Les Poètes Maudits

« Avremmo dovuto dire Poeti Assoluti per restare nella calma, ma oltre al fatto che la calma poco si addice di questi tempi, il nostro titolo ha questo, che risponde in modo adeguato al nostro odio e, ne siamo sicuri, a quello dei sopravvissuti tra gli Onnipotenti in questione, per la volgarità dei lettori elitari - una rude falange che ben ce lo rende.
Assoluti per l'immaginazione, assoluti nell'espressione, assoluti come i Rey-Netos dei migliori secoli.
Ma maledetti!
Giudicate. »

(Paul Verlaine)




°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Romanzo

Non si può essere seri a diciassette anni.

- Una sera al diavolo birra e limonate

E i chiassosi caffè dalle luci splendenti!

- Te ne vai sotto i verdi tigli del viale.

Come profumano i tigli nelle serate di giugno!

L'aria talvolta è così dolce che chiudi gli occhi;

Il vento è pieno di suoni, - la città non lontana, -

E profuma di vigna e di birra…

- Ed ecco che si scorge un piccolo brandello

D'azzurro scuro, incorniciato da un piccolo ramo,

Punteggiato da una cattiva stella, che si fonde

Con dolci brividi, piccola e tutta bianca…


Notte di giugno! Diciassette anni! - Ti lasci inebriare.

La linfa è uno champagne che ti sale alla testa…

Si vaneggia; e ti senti alle labbra un bacio

Che palpita come una bestiolina…

Il cuore, folle Robinson nei romanzi,

- Quando, nel chiarore di un pallido fanale,


Passa una signorina dall'aria incantevole,

All'ombra del terrificante colletto paterno…

E siccome ti trova immensamente ingenuo

Trotterellando nei suoi stivaletti,

Si volta, lesta, con movimento vivace…

- E sulle tue labbra muoiono le cavatine

E sei innamorato. Preso fino al mese d'agosto.

Sei innamorato. - I tuoi sonetti La fan ridere.

Gli amici se ne vanno. Sei di pessimo gusto.

- Poi l'adorata una sera si è degnata di scrivere…!

Quella sera,… - torni ai caffè splendenti,

Ordini birra o limonata…

- Non si può essere seri a diciassette anni

Quando i tigli sono verdi lungo il viale.

Omaggio ad Arthur Rimbaud, poeta maledetto, che passò come una meteora su questa terra.

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2
silena
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Viandante Ad Honorem
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(Perché non hai pubblicato il post nella sezione apposita?)

Rimbaud fu un vero poeta maledetto, nella vita e nell'opera. Già da adolescente, fuggitivo da casa, si aggirava tra le Ardenne, Parigi, il Belgio, ora accolto nei salotti letterari, ora fermato dalla polizia e ricondotto a casa. Questo ragazzo ribelle portava in sè il più sconvolgente programma poetico che la letteratura europea abbia conosciuto: »Il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato disordine di tutti i sensi. Ineffabile tortura... nella quale egli diventa il grande infermo, il grande criminale, il grande maledetto, - e il sommo Sapiente! Egli giunge infatti all'Ignoto!« scrisse in una lettera.
La sua vita errabonda fu davvero un disordine continuo, un'autodistruzione attraverso l'alcol e altre droghe. A vent'anni smise di scrivere: aveva toccato subito il fondo della sua esperienza poetica e aveva lasciato un'opera cui la poesia europea continua a ispirarsi da decenni. Quando in Africa era stato raggiunto dalla notizia della fama che la sua opera andava acquistando, il suo commento era stato:« Merde pour la poésie!«

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3
Constantin
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... mi sembrava un posto più adatto per fare un'ode a lui, che nonostante la sua corta vita, è stato un grandissimo... non mi pareva giusto parificarlo ad altri nella sezione poesie...





... come disse giustamente qualcuno (F. N.) Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi. Questo è lui....

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4
silena
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Viandante Ad Honorem
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I poeti di sette anni



E la Madre, chiudendo il libro del dovere,

Se ne andava soddisfatta e fiera, senza vedere,

Negli occhi azzurri e sotto la fronte piena di protuberanze,

L'anima del suo bambino in preda alle ripugnanze.



Tutto il giorno sudava obbedienza; molto

Intelligente; tuttavia neri tic, e alcuni tratti

Rivelavano in lui un'aspra ipocrisia.

Nell'ombra di corridoi dai parati ammuffiti,

Tirava fuori la lingua, coi pugni all'inguine,

e negli occhi chiusi vedeva punti.

Una porta si apriva nella sera: alla lampada

Lo si vedeva, lassù, rantolare sulle scale

Sotto un golfo di luce che pendeva dal tetto.

Soprattutto d'estate, vinto, sciocco,

Si rinchiudeva nella frescura delle latrine:

Lì pensava, tranquillo, dilatando le narici.



Quando, ripulito dagli odori del giorno, il giardinetto

Dietro la casa, d'inverno, s'illunava,

Sistemandosi ai piedi di un muro, sepolto nella marna,

E schiacciandosi l'occhio per avere visioni,

Ascoltava brulicare le spalliere scabbiose.

Pietà! Suoi compagni erano solo quei bambini

Che, gracili, la fronte nuda, l'occhio spento sulla guance,

Nascondendo le magre dita gialle e nere di fango,

Sotto abiti vecchi e puzzolenti di diarrea,

Conversavano con la dolcezza degli idioti!

E se, avendolo sorpreso in immonde compassioni,

Sua madre si spaventava, le tenerezze profonde

Del bambino si gettavano su questo stupore.

Era bello. Lei aveva lo sguardo blu, - che mente!





A sette anni componeva romanzi sulla vita

Del grande deserto, dove brilla l'estatica Libertà,

Foreste, soli, rive, savane! - Si aiutava

Con i giornali illustrati dove, rosso, guardava

Ridere Spagnole e Italiane.

Quando veniva, l'occhio bruno, folle, vestita all'indiana,

- Otto anni - La figlia degli operai vicini,

Piccola brutale, e in un angolo

Gli saltava sulla schiena, scuotendo le trecce,

Lui, da sotto, le mordeva le natiche,

Perché non portava mai le mutandine;

E, malconcio per i pugni e i calci,

Si portava i sapori della sua pelle in camera.



Temeva le squallide domeniche di dicembre

In cui, impomatato, su un tavolino di mogano,

Leggeva una Bibbia dal taglio verde-cavolo;

Ogni notte nell'alcova i sogni lo opprimevano.

Non amava Dio; ma gli uomini che, la sera fulva,

Neri, in blusa, vedeva rientrare nei sobborghi,

Dove i banditori, con tre rulli di tamburo,

Fanno ridere e rumoreggiare le folle attorno agli editti.

- Sognava praterie amorose, dove onde

Luminose, sani profumi, pubescenze d'oro,

Fanno una calma movenza e spiccano il volo!



E come gustava soprattutto le cose oscure,

Quando, nella stanza nuda con le persiane chiuse,

Alta e azzurra, acremente intrisa di umidità,

Leggeva il suo romanzo sempre rimeditato,

Pieno di grevi cieli d'ocra e foreste sommerse,

Fiori di carne dispiegati nei boschi siderali,

Vertigine, crolli, disfatte e pietà!

- Mentre il rumore del quartiere cresceva,

Là in fondo, - e lui, solo, steso su pezzi di tela grezza,

Percepiva violentemente le vele!




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5
Constantin
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Viandante Ad Honorem
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Un'altra, una di quelle che mi piace di più.

Le Batteux Ivre

Appena presi a scendere lungo i Fiumi impassibili,
Mi accorsi che i bardotti non mi guidavan più:
Ignudi ed inchiodati ai pali variopinti,
I Pellirosse striduli li avevan bersagliati.

Non mi curavo più di avere un equipaggio,
Col mio grano fiammingo, col mio cotone inglese.
Quando assieme ai bardotti si spensero i clamori,
I Fiumi mi lasciarono scender liberamente.

Dentro lo sciabordare aspro delle maree,
L'altro inverno, più sordo di una mente infantile,
Io corsi! E le Penisole strappate dagli ormeggi
Non subirono mai sconquasso più trionfante.

La tempesta ha sorriso ai miei risvegli in mare.
Più lieve di un turacciolo ho danzato sui flutti
Che eternamente spingono i corpi delle vittime.
Dieci notti, e irridevo l'occhio insulso dei fari!

Più dolce che ai fanciulli qualche acida polpa,
L'acqua verde filtrò nel mio scafo di abete
E dalle macchie rosse di vomito e di vino
Mi lavò, disperdendo il timone e i ramponi.

Da allora sono immerso nel Poema del Mare
Che, lattescente e invaso dalla luce degli astri,
Morde l'acqua turchese, dentro cui, fluttuando,
Scende estatico un morto pensoso e illividito;

Dove, tingendo a un tratto l'azzurrità, deliri
E ritmi prolungati nel giorno rutilante,
Più stordenti dell'alcol, più vasti delle lire,
Fermentano i rossori amari dell'amore!

Io so i cieli che scoppiano in lampi, e so le trombe,
Le correnti e i riflussi: io so la sera, e l'Alba
Che si esalta nel cielo come colombe a stormo;
E qualche volta ho visto quel che l'uomo ha sognato!

Ho visto il sole basso, fosco di orrori mistici,
Che illuminava lunghi coaguli violacei,
Somiglianti ad attori di antichi drammi, i flutti
Che fluivano al tremito di persiane, lontano!

Sognai la notte verde dalle nevi abbagliate,
Bacio che sale lento agli occhi degli Oceani,
E la circolazione delle linfe inaudite,
E, giallo e blu, il destarsi dei fosfori canori!

Ho seguito, per mesi, i marosi che assaltano
Gli scogli, come mandrie di isterici bovini,
Stupito che i lucenti piedi delle Marie
Potessero forzare i musi degli Oceani!

Ho cozzato in Floride incredibili: fiori
Sbocciavano fra gli occhi di pantere con pelli
D'uomo! In arcobaleni come redini tesi
A glauche mandrie soto l'orizzonte dei mari!

Ho visto fermentare gli stagni enormi, nasse
Dove frammezzo ai giunchi marcisce un Leviatano!
Frane d'acqua scuotevano le immobili bonacce,
Cateratte lontane crollavano nei baratri!

Ghiacciaci, soli d'argento, flutti madreperlacei,
Cieli ardenti! Incagliavo in fondo a golfi bruni
Dove immensi serpenti mangiati dalle cimici
Cadon, da piante torte, con oscuri profumi!

Ai bimbi avrei voluto mostrare le dorate
Dell'onda cupa e azzurra, o quei pesci canori.
- Schiune di fiori, mentre salpavo, m'han cullato,
E talvolta ineffabili venti m'han dato l'ali.

Martire affaticato dai poli e dalle zone,
Il mare che piangendo mi addolciva il rullio
Faceva salir fiori d'ombra, gialle ventose,
Ed io restavo, simile a una donna in ginocchio,

Quasi isola, scuotendo sui miei bordi i litigi
E lo sterco di uccelli dagli occhi bioni, e urlanti.
Vogavo ed attraverso i miei legami fragili
Gli affogati a ritroso scendevano a dormire!

Io, battello perduto nei crini delle cale,
Spinto dall'uragano nell'etra senza uccelli,
Né i velieri anseatici, né i Monitori avrebbero
Ripescato il mio scafo ubriacato d'acqua;

Libero, fumigante, di brume viole carico,
Io che foravo il cielo rossastro come un muro
Che porti, leccornie per i buoni poeti,
Dei licheni di sole e dei mocci d'azzurro;

Io che andavo chiazzato dalle lunule elettriche,
Folle trave, scortato dagli ippocampi neri,
Quando il luglio faceva crollare a scudisciate
I cieli ultramarini dai vortici infuocati;

Io che tremavo udendo gemere acento leghe
I Behemot in foia e i densi Maèlstrom,
Filando eternamente sulle acque azzurre e immobili,
Io rimpiango l'Europa dai parapetti antichi!

Ho visto gli arcipelaghi siderei e delle isole
Dai cieli deliranti aperti al vogatore:
- È in queste notti immense che tu dormi e t'esili
Stuolo d'uccelli d'oro, o Vigore futuro?

Ma basta, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti.
Ogni luna mi è atroce ed ogni sole amaro:
L'acre amore mi gonfia di stordenti torpori.
Oh, la mia chiglia scoppi! Ch'io vada in fondo al mare!

Se desidero un'acqua d'Europa, è la pozzanghera
Nera e gelida, quando, nell'ora del crepuscolo,
Un bimbo malinconico abbandona, in ginocchio,
Un battello leggero come farfalla a maggio.

Non posso più, bagnato da quei languori, onde,
Filare nella scia di chi porta cotone,
Né fendere l'orgoglio dei pavesi e dei labari,
Né vogar sotto gli occhi orrendi dei pontoni.


1871

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