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galadriel
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Viandante Affezionato
Viandante Affezionato
E' un tema delicato, ma ne vorrei parlare.
Invito però tutti a ricordarsi che tale è.

Il suicidio.
Da bambina nemmeno ci pensavo alla morte, figurarsi al suicidio.
Poi mi sono posta il problema perchè la morte è entrata in casa mia.

Già allora pensavo una cosa molto diversa da quella che sento dire alla maggior parte delle persone.
Non ho mai immaginato il suicida ne come un vigliacco ne come qualcuno che compiva un atto di coraggio.
Tantomeno me lo sono mai rappresentato come una persona che in quel momento non era padrone di sè.
Lo immaginavo come una persona freddamente consapevole di non poterci più essere, per sue incapacità.
Lo immaginavo capace di fare un sorriso appena accennato, dolce e tristissimo, come li vedevo sul viso di mio padre quando si rivolgeva in me, consapevole del peso della sua morte imminente.
Penso che si senta di non poter semplicemente più sostenere la vita pur amandola ancora.
Penso che le emozioni siano ingestibili e che la morte costituisca ciò che il risveglio è per un incubo insostenibile.
Ora penso anche che semplicemente puoi sentire il peso della tua vita per intero, sin dalle immagini in cui muovevi i primi passi.
E' un peso che è consapevolezza ed insieme sai che ti ci strozzerai perchè nessuno è accanto a te a condividerla, e nemmeno qualcuno potrebbe, se non per miracolo, dati i tuoi limiti umani mostruosi.
Limiti contro cui lavori ma che impongono sempre all'altro un eccessiva comprensione, che appunto solo un miracolo può regalarti.

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2
Massimo Vaj
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Viandante Storico
Viandante Storico
Alcune dottrine, come l'Induismo e il Buddismo, accettano il suicidio solo come abbandono del corpo da parte di un realizzato che, in quanto tale, ha esaurito le possibilità di perfezione inerente a tutti i suoi indefiniti prolungamenti.
Per noi comuni mortali suicidarsi equivale a buttarsi sotto da una scala mobile per finire su un'altra scala mobile più sotto che, pur percorrendo salite diverse... sempre salite saranno. La corrente che muove le scale è la nostra sofferenza. Uccidersi rinvia i problemi, ma non li risolve.

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3
Ospite
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Ospite
Il suicidio è un atto estremamente egostico, perchè in quel momento te ne sbatti di chiunque, ci sei solo tu, e non c'è chi resta, non c'è quello che resta, non c'è niente, c'è solo quello che vuoi tu, ed in quel momento vuoi la fine di qualcosa che non sai più gestire, di una vita che non senti tua, di un dolore così forte che nemmeno urlandolo sei in grado di esorcizzarlo. Anzi, arrivi al punto in cui non sei più in grado di urlare, e dentro e fuori di te ad urlare c'è solo il silenzio, c'è solo il buio, e sono le uniche cose che cerchi. Non c'è pace in niente se non nel buio e nel silenzio assoluto, definitivo, perenne. Se davvero cerchi questo non chiedi aiuto, non lo preannunci, non saluti, lo fai e basta. Non è nemmeno detto che lo si premediti, almeno non da giorni. Non ho mai giudicato quando in passato sono venuta a conoscenza di chi aveva tentato, qualcuno c'è anche riuscito. Ci sono comunque molti modi di suicidarsi, e non tutti sono nell'immediato, a volte ci si mette tempo, giorno per giorno, ma lo scopo finale è sempre lo stesso: l'annullamento della propria persona, l'inesistenza di noi, la fine di tutto.

4
galadriel
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Viandante Affezionato
Viandante Affezionato
Massimo Vaj ha scritto: Uccidersi rinvia i problemi, ma non li risolve.

Brutalmente li risolve invece.
I nostri problemi non esistono senza di noi.
E se esiste un problema senza che esistiamo noi esso avrà lo stesso rapporto con noi di ciò che è accaduto nel tempo prima di noi e di ciò che accadrà dopo.


"Noi ci saremo" come nella canzone.
il rapporto è lo stesso.



CignoNero ha scritto:Il suicidio è un atto estremamente egostico, perchè in quel momento te ne sbatti di chiunque, ci sei solo tu, e non c'è chi resta, non c'è quello che resta, non c'è niente, c'è solo quello che vuoi tu

La nostra vita è forse un dovere verso altri?
L'egoismo ci aiuta a vivere, ci fa scegliere e anche morire.
L'egoismo è una forza vitale in realtà, non una colpa.

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5
Massimo Vaj
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Viandante Storico
Viandante Storico
Ho letto un libro sui suicidi che avvengono in Europa (nel terzo mondo sono molto rari). Nella biblioteca di mia moglie trovo libri da far accapponare la pelle. In quel libro ci sono, oltre alle statistiche, le informazioni mediche e psicologiche sui singoli casi, descritti con dovizia di particolari. Se qualcuno che pensa al suicidio spesso se lo leggesse non ci penserebbe più. Un vero incubo, reso gelido e asettico dalle paurose statistiche. La fantasia e la crudezza con la quale la gente tenta di farla finita è disarmante. La vita non è una, come comunemente si crede. Non si tratta di reincarnazione, la quale costituirebbe una ripetizione di uno stato dell'essere che è contraria alle leggi universali, che non prevedono ripetizioni di classi analoghe. L'Infinito non ha costrizioni che ne limitino le possibilità. Indefiniti sono gli stati dell'essere, questo lo si può capire dalla ciclicità che è modulo universale di ogni cambiamento, ma nessuno può sapere altro. È sufficiente, però, per non ammazzarsi inutilmente, perché quando ci si ritira nell'embrione sede delle possibilità future si porta con sé, al di sopra della durata temporale, anche le imperfezioni irrisolte che matureranno quando sarà possibile.



Ultima modifica di Massimo Vaj il Ven 22 Ott 2010 - 22:09, modificato 2 volte

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6
galadriel
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Viandante Affezionato
Viandante Affezionato
Massimo Vaj ha scritto:Ho letto un libro sui suicidi che avvengono in Europa (nel terzo mondo sono molto rari).

Questa è una bella osservazione.

Nella biblioteca di mia moglie trovo libri da far accapponare la pelle. In quel libro ci sono, oltre alle statistiche, le informazioni mediche e psicologiche sui singoli casi, descritti con dovizia di particolari. Se qualcuno che pensa al suicidio spesso se lo leggesse non ci penserebbe più. Un vero incubo, reso gelido e asettico dalle paurose statistiche. La fantasia e la crudezza con la quale la gente tenta di farla finita è disarmante.

Credo che chi si suicida veda per primo la vita così.
La freddezza è una fotografia di ciò che resta di lui.
La vita il suo amore infelice.

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7
Ospite
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Ospite
Massimo Vaj ha scritto:Ho letto un libro sui suicidi che avvengono in Europa (nel terzo mondo sono molto rari). Nella biblioteca di mia moglie trovo libri da far accapponare la pelle. In quel libro ci sono, oltre alle statistiche, le informazioni mediche e psicologiche sui singoli casi, descritti con dovizia di particolari. Se qualcuno che pensa al suicidio spesso se lo leggesse non ci penserebbe più. Un vero incubo, reso gelido e asettico dalle paurose statistiche. La fantasia e la crudezza con la quale la gente tenta di farla finita è disarmante.

Dubito vivamente che chi pensa al suicidio seriamente possa cambiare idea leggendo un libro. Dubito vivamente che chi sente di voler farla finita non lo faccia, non arrivi davvero a quel gesto. Posso assicurarti che in quel preciso momento non c'è nessun pensiero, anzi, per un attimo hai quasi una sensazione di pace assoluta, magari per la prima volta in tutta la tua vita.

Galadriel, devo proprio risponderti? L'egoismo non è sbagliato, e la mia considerazione sull'egoismo è ben altro che una colpevolizzazione, anzi. Chi si suicida probabilmente ha pensato quasi esclusivamente e per molto tempo agli altri e poco o niente a se stesso. Però che è un atto egoistico è un dato di fatto.
Il mio migliore amico che ha già perso qualcuno a lui molto caro proprio perchè decise di farla finita, ci ha messo un po' per volermi rivedere, e mentre mi aiutava a sistemare la mia roba, con gli occhi lucidi, mi chiese come potevo aver scelto, fra tutte le sere, proprio quella del giorno del suo compleanno, ed io non ho potuto fare altro che rispondergli che di sicuro in quel momento io non pensavo a niente e nessuno, se non a me stessa. In tanti direte che invece non era così, ma posso assicurare che negli ultimi quattro anni e mezzo di vita è stata una delle poche volte in cui sono stata così determinata a pensare solo a quello che volevo. E prego a chi pensa che sono cose che non andrebbero raccontate, tanto, se devo essere sincera, non mi vergogno nemmeno di questo atto, perchè alla fine è quello che mi sta portando alla risalita e ad apprezzare nuovamente tante piccole cose che prima avevo dimenticato ed addormentato.

8
Massimo Vaj
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Quando ti accorgi di essere numero per statistiche che comprendono moltitudini di disperati la voglia si attenua di certo, come passa la voglia di biscotti davanti a scaffali pieni.

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9
galadriel
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Viandante Affezionato
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CignoNero ha scritto: E prego a chi pensa che sono cose che non andrebbero raccontate, tanto, se devo essere sincera, non mi vergogno nemmeno di questo atto, perchè alla fine è quello che mi sta portando alla risalita e ad apprezzare nuovamente tante piccole cose che prima avevo dimenticato ed addormentato.

E non ti devi vergognare.
Tutto ciò che avviene nella vita è umano, anche questo.

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In un modo o nell'altro tutti i giorni siamo numeri per le statische di qualcosa e di qualcuno. In un modo o nell'altro, per fortuna, per alcuni sei decisamente di più di una statistica. Se te ne freghi delle persone che non ti considerano una statistica, figurati quanto puoi fregartene di chi lo fa.

11
Massimo Vaj
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Viandante Storico
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Non hai letto il libro e puoi solo immaginare cosa si prova a entrare così drammaticamente nelle sofferenze altrui, così diverse e tuttavia non lontane dalla tua. È un libro scritto da Psicologhi e Psichiatri che hanno raccolto storie e dati in quindici anni a contatto col suicidio. le storie più allucinanti riguardano i tentativi multipli e reiterati che invalidano gravemente le persone. Io stesso ho avuto nel reparto dove prestavo servizio un giovane che si è gettato sotto alla metro per delusione d'amore. Sembrava una propaganda delle cerniere, dai tanti punti di sutura che aveva. Io lavoravo nel reparto delle patologie gravi e fatali del Don Gnocchi di Milano. Oggi quel ragazzo è sposato con la fisioterapista che l'ha curato e si è comprato una motocicletta. Quando stava messo malissimo io lo misi sulla mia moto da trial, che era molto bassa e con la frizione morbidissima che lui riusciva a schiacciare a malapena, ma la cosa lo riempì di speranza. Anni più tardi mi telefona la portineria avvertendomi che c'era una sorpresa per me. Antonio mi aspettava all'uscita in sella a una Yamaha 500 due tempi da 250 Km all'ora, e mi ha accompagnato a casa.

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La disperazione che hai dentro, il vuoto assoluto, scusa il francesismo, se ne sbatte di libri, di psichiatri, e di tanto altro. Essendo assolutamente seria in questo contesto in cui di sicuro non mi metterò a cazzeggiare o ironizzare come faccio spesso altrove, cerca di leggermi non come provocazione, qui ci tengo a precisarlo, ma semplicemente perchè posso assicurarti che anche in seguito sono stata molto ferma su quello che volevo. Niente ti tocca se non vuoi essere toccato. Recepisci qualcosa solo se lo vuoi recepire, e la disperazione più assoluta recepisce solo due cose: o un fortissimo atto d'amore fatto da chi ci tocca realmente, o altra disperazione. Il resto non conta. Il futuro non esiste e soprattutto non ci interessa. I buoni sentimenti non li vogliamo, li rifiutiamo con tutto noi stessi. Ho passato diverso tempo a rifiutare tutto, sono voluta uscire dall'ospedale subito, feci il diavolo a quattro per non farmi fare una lavanda gastrica nonostante non avessi le forze dato che non ero nemmeno in grado di stare in piedi, ed il giorno dopo ho fatto il diavolo a quattro per uscire e non ero nelle condizioni di farlo. Mi fu chiesto se l'avrei rifatto, risposi fermamente che l'avrei rifatto e senza lasciare margini di errore. Il perchè non abbia tentato un'altra volta, non lo so, ma ho continuato, lentamente. Come già detto ci sono diversi modi per farla finita, ed effettivamente te li scegli. Le persone accanto non mi sono mancate, ed ora, a mente lucida, il mio cuore si scalda a pensare a loro, a quelli che ho mandato ripetutamente a cagare con la rabbia, il dolore, il vuoto ed il ghiaccio nell'anima e nel corpo, ma che sono rimasti, sempre e comunque, ed ho apprezzato ancora di più chi ha capito che dovevo cadere piuttosto che dirmi, ancora, che ero forte e che dovevo rialzarmi. Ho apprezzato chi mi ha detto con rabbia, perchè c'era passata a sua volta, che se volevo quella cazzo di bottiglia di rum nessuno me lo impediva, tanto la scelta era mia. Ma in quel momento qualsiasi tentativo di farmi rialzare o mi infastidiva, o addirittura mi faceva quasi ridere. Solo dopo, e da sola, ho voluto affrontare e riguardare e riguardarmi. Ma in quel momento io non volevo guardarmi. Io non volevo esserci. E no, non avrei rimandato i miei problemi, li avrei risolti, e posso dire che nonostante ora no, non lo rifarei, sono ancora convinta del fatto che comunque qualcosa l'avrei risolto.

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Massimo Vaj
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Viandante Storico
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Niente ti tocca se non vuoi essere toccato? Se tu trascorressi solo un giorno, delle migliaia che ho vissuto io in mezzo alle tragedie pure, in un reparto dove mi morivano gli amici come mosche, non la penseresti così.

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Massimo, il discorso vale per la disperazione. Nel momento in cui stai male, vedi solo il tuo male, e questo credo che tu l'abbia capito benissimo se hai passato del tempo con chi così c'è stato. Magari non ho vissuto in ambienti saturi di tragedie, ma ho avuto un padre alcolizzato, ho visto mia madre con un coltello da cucina fra le mani pronta a piantarselo nel ventre, ed ero sola, in casa con lei, a circa 9 anni, età in cui tentai anche di scappare di casa, tra l'altro. E potrei raccontarne tante della mia vita in famiglia... Ho passato gli ultimi anni con una persona che aveva problemi di eroina, e posso assicurarti che qualche volta sì, si è fatto "toccare", ma il mio pensiero è molto facile da interpretare: se non sei pronto a voler risalire, tu resti nella fanghiglia, nel fondo, in mezzo all'odore della tua merda a cui tra l'altro ti abitui ben benino. Ecco cosa significava la mia frase. Non credere che non conosca la disperazione, perchè la conosco eccome. Indubbiamente in maniera diversa da come la conosci tu, ma quella che ho conosciuto io era sulla mia pelle, e ad un certo punto forse ha fatto BOOM. Questo per dirti che, personalmente, il dolore altrui mi tocca, lo sento, purtroppo spesso lo faccio mio perchè il mio vissuto mi ha portata ad essere molto empatica e non riesco, anche volendo, perchè a volte mi sforzo, a rimanerne indifferente. Ma la mia frase, intendeva esattamente quello che ti ho spiegato in questo intervento. Raramente poi considero che delle convinzioni rimangano sempre tali, mi riservo sempre di dire che possono cambiare, ma su questo ci metto la firma dicendoti che quel libro, al massimo, sarebbe servito per poggiarci sopra il rum che mi sono scolata in quel periodo, ed aggiungo anche che ora, guardandomi, difficilmente potresti pensare a tutte queste cose che, tra l'altro, sono successe nemmeno tanto tempo fa. Ora quel libro lo potrei leggere e potrebbe darmi qualcosa, allora no di sicuro. Il dolore, la disperazione, la rabbia ed il vuoto sono ciechi e sordi.
PS: per la cronaca, fuori da questo 3d poi puoi ricominciare a parlare del mio culone (in maniera limitata, ovviamente).

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Spaitek
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Viandante Affezionato
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Il suicidio, talvolta, dovrebbe essere riconosciuto come un diritto.
Potrà sembrare paradossale, ma (nonostante io sarei il primo a fare di tutto pur di evitare che qualcuno lo faccia) secondo me in linea di principio la vita deve poter terminare quando noi lo decidiamo. E' una cosa che possiamo fare, e che talvolta sentiamo come inevitabile, e talvolta tale bisogno dovrebbe essere riconosciuto come un diritto inalienabile. Talvolta dovrebbe fare parte di quella sfera di Libertà personali che nessuno dovrebbe invadere. E talvolta invece no.
Quando è un diritto? Quando è un gesto inconsulto/evitabile/deprecabile?
Chi può stabilirlo?
Penso alla scelta di Piergiorgio Welby, che potremmo anche definire una forma di "suicidio assistito". Penso a Eluana Englaro, che aveva deciso "a priori" di "suicidare" il proprio corpo nel caso in cui la sua mente cessasse di esistere (e infatti aveva cessato di esistere 16 anni prima della sua morte biologica).
Penso e ripenso a tante persone che hanno OGGETTIVAMENTE dei validi motivi per farla finita. Sarà dura da digerire, me ne rendo conto, ma a volte forzare qualcuno alla vita coatta può essere una violenza e una fonte di sofferenze indecifrabili. Se non, addirittura, un gesto totalmente inutile e/o per nulla dignitoso nei confronti della persona interessata. (Penso a Terry Schiavo, la cui mente/persona era già sparita da un pezzo, ma il suo cadavere biologicamente vivo veniva artificialmente alimentato come fosse una pianta di rosmarino.)

Forse per qualcuno sono andato off topic, ma io non credo. Anche questi casi, pur essendo casi particolari, dopotutto sono diverse forme di "suicidio".

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NinfaEco
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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
@ Spaitek


Io ritengo ci sia una differenza profonda tra il suicidio e quanto invocato da Welby.
Soltanto in un ottica cattolica si tratta di scelte equiparabili.
Più di un anno fa, per lavoro incontrai Nina Welby e lei disse qualcosa di simile.
Se trovo l'articolo lo posto.

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17
Massimo Vaj
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Viandante Storico
Viandante Storico
Vedi, Cigno, mia nonna si è bevuta l'acido muriatico per spaventare mio nonno alcolizzato, l'ha rigettato subito ma non è bastato, ed è morta in una settimana di urla terribili. Mio padre, allora, aveva nove mesi di vita. Mia madre, quando ero piccolino, ha tentato due volte di uccidersi e la seconda volta, uscita da un lungo coma, è rimasta gravemente epilettica per i barbiturici presi. A quei tempi mio padre era un corridore di regolarità, ed era anche campione italiano, così della sua famiglia se ne fotteva alla grande e mia mamma, con due bimbi piccoli, entrò nella disperazione profonda per un marito folle che rischiava la vita di mestiere. Credi che io conosca poco del suicidio?

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18
Peppaccio
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Viandante Residente
Viandante Residente
Per certi soggetti il suicidio è un dovere, altro che diritto... :*):

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Ospite
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Ospite
Massimo Vaj ha scritto:Vedi, Cigno, mia nonna si è bevuta l'acido muriatico per spaventare mio nonno alcolizzato, l'ha rigettato subito ma non è bastato, ed è morta in una settimana di urla terribili. Mio padre, allora, aveva nove mesi di vita. Mia madre, quando ero piccolino, ha tentato due volte di uccidersi e la seconda volta, uscita da un lungo coma, è rimasta gravemente epilettica per i barbiturici presi. A quei tempi mio padre era un corridore di regolarità, ed era anche campione italiano, così della sua famiglia se ne fotteva alla grande e mia mamma, con due bimbi piccoli, entrò nella disperazione profonda per un marito folle che rischiava la vita di mestiere. Credi che io conosca poco del suicidio?

No, non lo credo, ma un conto è rimanerne colpiti per qualche motivo, cosa che lascia il segno a chi resta, ed un conto è arrivare a farlo. In seguito, e questo avrai avuto modo di vederlo, si hanno solo due possibilià: si resta lì, in quella condizione di dolore magari anche amplificata dal fatto di non essere riusciti a portare a termine quello che si voleva, magario considerandolo pure l'ennesimo fallimento, o si risale. Quando risali sei in grado di guardarti indietro, non è nemmeno detto che mentre lo stai facendo tu pensi di aver fatto una cazzata. Però la disperazione che si aveva dentro ce la si ricorda eccome. Ci si ricorda il vuoto e tutta la negatività che ci assaliva. Forse per me è ancora presto per poter riguardare a quel momento con serenità, magari nemmeno lo farò, però ogni volta che lo faccio, che ci penso, ed anche mentre scrivo, la voce trema, gli occhi diventano lucidi e sento un nodo in gola ed una stretta allo stomaco. Continuo ad essere convinta del fatto che niente smuova un grande dolore ed un grande senso di vuoto, se non un fortissimo atto d'amore che comunque bisogna essere in grado di voler raccogliere. Quando arrivi a pensare di farla finita, fondamentalmente il resto non ti interessa, quindi l'unica cosa che senti è solo la disperazione, non c'è altro. Ritornando al discorso statistiche, poi, probabilmente già ti senti un numerino in più, una faccia qualsiasi. No, non cambierebbe niente in quel momento in cui di quello che ti sta intorno te ne sbatti, o forse, al contrario, te ne frega così tanto da non essere più in grado di gestirlo. Con questo non voglio convincerti di niente, ma dico solo che leggere qualcosa al riguardo ora mi smuoverebbe molto, mi riporterebbe a galla un dolore che in questo momento è solo tenuto a bada, magari mi porterebbe a comprendere ed a vedere determinate cose in modo diverso, ma questo è valido ORA, perchè ORA sono portata ad assimilare ed a volere ascoltare. Prima no.

20
Spaitek
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Viandante Affezionato
Viandante Affezionato
NinfaEco ha scritto:@ Spaitek


Io ritengo ci sia una differenza profonda tra il suicidio e quanto invocato da Welby.
Soltanto in un ottica cattolica si tratta di scelte equiparabili.
Non è vero.
In realtà, come disse anche Umberto Veronesi, è una particolare forma di "suicidio".
L'ottica cattolica, semmai, tende grossolanamente a fare di tutta l'erba un fascio. Cosa che io non faccio.

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Ospite
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Di fondo l'eutanasia ed il suicidio di cui si è parlato in precedenza hanno alcune similitudini: sentire di avere una vita che non ci appartiene, voler porre fine al proprio dolore, la ricerca di una risoluzione definitiva di un problema che per noi è insormontabile, in qualche modo anche poter scegliere di andarsene come meglio crediamo.
Se proprio volessimo affermare che non stiamo facendo di tutta l'erba un fascio, però, faremmo in distinguo anche su queste due condizioni diverse: se sono su un letto di ospedale, vivo come un vegetale, e non ho speranza di uscire da quella condizione, perchè davvero dovrei non volere andarmene? Perchè non restituirmi la dignita di essere umano che io non sento più?
Quando la tua scelta arriva mentre sei sano di salute, mentre fondamentalmente non hai una speranza su 100 di poter ricominciare, ma ne hai decisamente di più, e soprattutto le puoi avere partendo dal rialzarti, per poi zoppicare, arrivare a camminare e finire col correre, allora la cosa è diversa. Sono diverse le condizioni: nella prima non hai speranza, è solo una questione di morale e di buonismo, nella seconda no, non è assolutamente così. Nel secondo caso non è detto che si arrivi a correre, e poi sicuramente si tornerà a cadere, ed è questo che spaventa chi vuole farla finita: tornare a provare quell'infinito vuoto che si appropria di chi è stanco. Ecco perchè non interessa più il buono, e si pensa solo al male: perchè si sente che il buono, se c'è stato, è durato una miseria rispetto al male che si è dovuto affrontare. In questo caso parlo di persone che hanno un vissuto che ha un peso, ed arrivano a determinati gesti non essendo più in grado di sobbarcarselo, poi al suicidio ci sono anche altri motivi per cui arrivarci, più o meno futili, ma bisognerebbe capire cosa c'è dietro e dentro a chi ci arriva, seriamente.

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nextlife
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È indubbiamente un tema delicato, lo è in questa connotazione –se possibile ancora di più- per i tratti dei drammi personali che sono scaturiti, ed infine lo è per me in quanto ultima frontiera di dinamiche che suscitano il mio interesse.

Quanto la condizione di morte biologica sia in grado di omologare, è forse bene sia lasciato alle sensibilità individuali.
È invece la negazione inconscia delle sue caratteristiche salienti che forse può costituire il centro gravitazionale di riflessioni riferite ad un ambito estremamente variegato, seppur in qualche modo scientificamente avvicinabile.
Si tratta però di una negazione indiretta, sottintesa da un’affermazione, quasi una progettualità che ascrive a quella condizione l’obiettivo, lo status, di quiete; scevro da ogni tensione, da ogni frustrazione, da ogni insopportabile conflitto.
Una progettualità che afferma nuovamente la propria identità prefiggendosi quasi un non distacco, un perdurare emotivo in coloro i quali –a vario titolo- sono collocabili nella sfera affettiva del suicida.
Una progettualità, che prevede anche –nel gesto estremo- un aspetto comunicativo -ergo relazionale- che assume anche tratti rivendicatori, accusatori, quand’anche sottintesi.
Questo, non di rado può essere rilevato dalle note che il suicida spesso redige prima del gesto.

Risulta di nuovo opportuno un repentino cambio di focale passando da evidenziazioni generali a quelle particolari per non perdere di vista la necessità di declinare il suicidio al plurale; contemplando quindi per esso, tratti variabili come quelli evidenziabili tra gesto patologico e quello razionale (che in realtà quantitativamente fatica non in tutti, ma in molti casi, a conservare tale qualità).
Perché spesso fatica? Perché un’altra frequente costante è il restringimento dello spettro possibilistico che il soggetto percepisce come attuabile per arginare e poi risolvere il disagio che lo abita.
Un restringimento di opzioni che porta inesorabilmente il computo a due, che poi sostanzialmente si identificano in una: quella risoluzione totale e definitiva che in ultima istanza solo la morte può portare.
La razionalità è infinitamente limitata in ciò, e non vi sono appigli, essa null’altro vede, null’altro ammette come ammissibile, a null’altro conferisce valore, a null’altro si interessa.
È appunto –come è stato giustamente citato nel thread- il caso di certi disturbi depressivi maggiori che infatti, presentano un alto tasso di incidenza nelle determinazioni suicide.
Qua vi è lo spazio per intervenire, il dovere di intervenire, la necessità di farlo.
Una riduzione così drastica delle prospettive, delle opzioni, non di rado è infatti un aspetto tutt’altro che inevitabile, ma soggettivo più che oggettivo, più percepito che reale, più statico che dinamico.

Io credo che molti di noi, abbiano la possibilità di attingere ad aspetti esperienziali in grado di fornire una rappresentazione tangibile di quanto sopra.
Credo, che molti, nella propria vita, abbiano sperimentato situazioni estremamente complesse e difficili. Credo che quando razionalmente hanno passato in rassegna le possibilità, le opzioni relative al solving, abbiano trovato anche il suicidio.
Credo che esso, si sia progressivamente affermato sulle altre, per il venir meno delle stesse, per la loro inattuabilità.
Credo vi possano essere molti casi nei quali -chi in presenza di ridotte opzioni operative- sia riuscito a resistere, a permanere in quel grave disagio, abbia ad un certo punto –improvvisamente- sperimentato la condizione nella quale l’orizzonte si è aperto, lo spettro possibilistico ha cessato la propria dimensione dicotomica.
Credo chi ha sperimentato tutto ciò, possa aver maturato a posteriori l’esatta percezione di cosa in realtà il suicidio, meglio: quel gesto specifico, di quella condizione specifica, potesse significare.
Questo è il motivo per il quale è necessario, imperativo intervenire, o almeno prodigarsi nel tentativo.

Si è parlato di un libro, mi permetto di suggerire l’approccio all’illuminante lavoro di Edwin Shneidman.

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xmanx
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Viandante Ad Honorem
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Mah...io eliminerei un certo alone di "Romanticismo" che c'è attorno al suicidio. Non credo ci sia alcunchè di romantico in una persona che si suicida. E' un gesto che nasce dalla disperazione. Quando pensi - a torto o a ragione - "che non c'è più alcun futuro possibile".

Non penso sia "decidere quando andarsene". Penso, invece, che sia "andarsene perchè non c'è più nulla che si possa decidere". Cioè è una resa. Quando maturiamo la consapevolezza che qualunque altra decisione è un vicolo cieco. Che non possiamo più incidere sul nostro destino. Che siamo in balia della vita.

E allora che rimane? Suicidarsi.
E' una possibilità. Nessuno lo può impedire.
Certo...a volte può esserci il dubbio se proprio tutte tutte le possibili strade alternative sono state sondate. Ma questa è una valutazione soggettiva.

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Massimo Vaj
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Viandante Storico
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Morte e vita non appartengono al piano di realtà compreso nelle spire che determinano un ipotetico e simbolico piano particolare dell'esistenza. Ci si deve immaginare questo piano, sul quale si esprime la vita umana, come fosse la sezione orizzontale di un cilindro (per semplificare dico un cilindro, in realtà è un cono) attorno al quale gira la spira delimitatrice di una spirale. La nascita è determinata dalla porzione di spira che precede questo piano, mentre la morte è situata nell'analoga porzione di spira che esce dallo stesso piano di realtà considerata. La distanza infinitesimale che divide le due porzioni di spira, quella che entra nel piano e quella che ne esce, corrispondono alla successione temporale e logica che divide ogni piano di manifestazione dal precedente e dal successivo. Nascita e morte, essendo parte di due piani diversi da quello nel quale viviamo, sono fuori dal nostro potere decisionale. Si nasce e si entra, senza averlo deciso, nel piano orizzontale della vita il cui centro è attraversato dalla verticale che comunica con gli altri piani successivi e precedenti. Si muore uscendo dal piano, nel segmento di spira che esce dal piano, e che diviene nascita sul piano successivo di manifestazione delle possibilità inerenti all'essere. Poiché ogni elemento del Tutto obbedisce alla legge delle opposizioni complementari che si unificano nel principio che le ha generate, nascita e morte sono realtà ed eventi speculari e invertiti una rispetto all'altra. Questa inversione analogica fa sì che se non è concesso di decidere la nostra nascita, capovolgendo l'evento possiamo decidere il momento della nostra morte, ma non quello della nascita successiva, né prevedere dove, come e quando le prossime condizioni di esistenza si manifesteranno. Il cilindro che ho utilizzato come figura geometrica e simbolica è in realtà un cono che costituisce la realtà simbolica nella sua forma tridimensionale della spirale, che è modulo universale al quale è sottomessa ogni realtà manifestata. Quella che, coi miei giganteschi limiti individuali di espressione, ho illustrato, è la concezione metafisica e universale del rapporto che intercorre tra la nascita e la morte. Non è, naturalmente, una mia invenzione né lo è di altri umani come io sono.

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xmanx ha scritto:
Non penso sia "decidere quando andarsene". Penso, invece, che sia "andarsene perchè non c'è più nulla che si possa decidere". Cioè è una resa. Quando maturiamo la consapevolezza che qualunque altra decisione è un vicolo cieco. Che non possiamo più incidere sul nostro destino. Che siamo in balia della vita.

E allora che rimane? Suicidarsi.
E' una possibilità. Nessuno lo può impedire.
Certo...a volte può esserci il dubbio se proprio tutte tutte le possibili strade alternative sono state sondate. Ma questa è una valutazione soggettiva.

Non posso che quotare, completamente.

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