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lisandro
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Il mistero della vita, in un mondo alla giusta distanza dalla propria stella, la quale con la sua luce e il suo calore conferisce all'acqua quella miracolosa proprietà di agglomerarsi di materia e struttura, rivestendosi di ogni forma composita da consentirsi d'interferire nelle tensioni generali che imperversano nel nostro cosmo subordinato a leggi sovraordinate. Ogni individuo è così condensato all'atto della sua generazione, e ribollisce agli influssi nel corso del proprio sviluppo, per giungere gradualmente a dissiparsi e infine disidratarsi sino all'estrema disgregazione ch'e' riassorbita da nuovi cicli evolutivi.
A tutto questo siamo soggetti anche noi umani: ogni individuo dipendente dalla stessa meccanica, ma potendo differire per infinitesimi gradi di tempo e di spazio. E la locazione di questa durata assume la dinamica inserita in un insieme che generalizzi una volontà costituita da interessi privati. La prima volontà è la conservazione della specie e la corrente che più sa attecchire, sarà addensata nella giusta proporzione, capace di attingere alle migliori fonti e porre in evidenza la non suggestionabilita' dalle sostanze gassose e volatili (refrattaria alle contaminazioni aleatorie).
La civiltà che sorgerà dallo sviluppo di questa struttura ancora più materiale, beneficiera' al contempo dell'opportunità di salvaguardare il nostro povero globo così martoriato e, per converso, auspicare verso ulteriori slanci evolutivi per disancorarsi da esso.



Ultima modifica di lisandro il Mar 3 Mar 2015 - 0:03, modificato 1 volta

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Lady Joan Marie
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E' interessante quello che dici, specialmente quando affermi che la civiltà che verrà forse sarà migliore. Chissà se è veramente così!

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paolo iovine
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Viandante Mitico
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estate del '63, l ' Avana, Cuba; imbrunire, entrai in un bar per un caffè e incontrai Hemingwey; attaccammo discorso sulle generazioni future...


in sottofondo ascoltavamo questa roba

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lisandro
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Viandante Storico
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Lady Joan Marie ha scritto:E' interessante quello che dici, specialmente quando affermi che la civiltà che verrà forse sarà migliore. Chissà se è veramente così!


Non credere che abbia trascurato il tuo commento per mancanza d'interesse ad esaudire ciò che interroghi. Al contrario, è dal momento del tuo intervento che ricerco come riordinare nella maniera più organica possibile tutte le implicazioni che la tua richiesta m'impone di vagliare, provando a correlare tutte le informazioni sin qui ponderabili.
Già partendo da questo presupposto si evidenzia come, per stabilire cosa "sia" da cosa "non sia", è irrinunciabile la nostra adesione ad un principio cardine, che definiremo la legge "prima" di tutte le cose, che consiste nel delineare la forza della struttura come emanazione di un dettame gerarchico. Quindi ridiscendere più o meno vorticosamente dal punto privilegiato in cui ci si era posti (nell'esordio di questa discussione), dove idealmente vi si era proiettato in un mare di uguaglianza tutte le cose da noi percepite, che però, proprio perché in noi infuse, assimilate, filtrate, queste si arricchiscono o di degradano, ponendosi per necessità di evidenza a diversi livelli d'interferenza, a seconda se riflettano più le nostre mechinerie o le nostre prodezze.
La condizione gerarchica acquisisce così preminenza perché subito allocata di fianco al diritto alla vita, dacché prima d'essere pure essenze che s'inebriano d'immenso o all'opposto, meri elementi in un marasma denso, siamo individui compartecipi di ciò che ci è similare.
Le similitudini sono il primo cerchio dove trarre la pienezza dell'esistenza e la vita stessa non è altro che la durata nel compimento di questo cerchio, ovvero la necessità della vita consiste nel delinearne questi confini.
Solitamente la perdizione nel disorientarsi sta proprio nell'alterata percezione di questo contenitore, che è poco più esterno al proprio corpo, cosicché non distinguere questo limite è come non distinguere la finitezza delle propaggini dei propri arti, o del proprio respiro o del proprio pensiero.
E il senso critico è figlio di questo legame: del complesso gerarchico ove s'innesta la propria inflessione vitale.
Non è tutto detto,anzi sono le parole la prima origine di equivoco, vuoi perché sono belle e ci confortano col loro suadente afflato che nell'avvilupparci, deducono un animo interiore - non sapremmo di esserci se avessimo il timore di farle risuonare in noi. O non sapremmo cosa essere, senza valutare il sommerso che emerge tramite esse - vuoi perché l'equivoco è l'unico prezzo accettabile per conoscere il nostro grado di adesione alla verità. Perché le parole assumono un proprio senso a seconda della cerchia di emancipazione o di corruttela dove agiscono da collante fra le varie cerchie d'individui (mi riferisco ai linguaggi che le persone reinventano in base al contesto, per es. i linguaggi tecnici, gergali, etc.). Ma non voglio procedere oltre in questo senso, piuttosto desidererei centrare alcuni punti.
Dopo aver stabilito che: "in una struttura gerarchica la vita individuale acquisisce senso se criticamente sa valutare la propria cerchia delle similitudini riferendosi alle evidenze", avremmo detto una mezza verità. Sino a quando non si chiarisca cosa siano le "evidenze".
Nella mia personale impressione, tutti i "moti di luogo", che ho tentato di delineare sin qui (e se includessi tutte le discussioni nelle quali mi sono inserito, direi che non ho lasciato nulla d'intentato) che sono pensieri, ricordi, parole, emozioni, concetti, ideali, insomma tutto ciò che può provocare sommovimento interiore, hanno avuto luogo finché il tempo era dalla sua parte. Quindi sin quando c'era l'esigenza di simulare situazioni per mettere in discussione la percezione (o la capacità di discernimento). Ma a un dato momento, tutto ciò ha il potere di trasfigurarsi, o meglio, evolversi in un termine che prendo in prestito, e si tramuta in appercezione - la nuova "App" vecchia quanto il mondo del "credere in sè".
Tra i tanti autori verso i quali sono stato indotto ad esercitarmi, sono al momento approdato su Weininger, del quale più che "Sesso e carattere" ho preso in considerazione il suo "Delle ultime cose" dove traggo come sintesi il principio che "Dio è in chi crede in se stesso". Ma ripeterlo come in ciclostile è soggetto a ulteriori equivoci e abbisogna di un fare in sè costruttivo per non limitarne la portata. Si diceva poco sopra di dare senso all'esistenza riconoscendo il contenitore dove concentrare i propri limiti e allora io provo alla mia maniera nell'accorpare il mio excursus sui suoi "Aforismi" e nel suo "Sull'irreversibilità del tempo" in un brevissimo sunto: "ogni atto che scaturisce è pregno di valore", suddivisibile in quattro livelli generali: 4°- negativo inferiore; 3°- negativo superficiale; 2°- positivo fondamentale; 1°- positivo supremo. Dove i due gradi del bene sono per una linea sottile distinti dai due gradi speculari del male, che sono cruciali in quanto ciò che si reputa migliore si alterna in un continuo oscillare con ciò che si reputa da invidiare. Forse parrà arbitrario, ma è l'eterno contendere tra l'essere ("io" tendente a migliorarsi) con l'avere (soggettivarsi nell'oggetto bramato). Chiaro che nel suo saggio Weininger tratti anche sulla paura contrapposta al desiderio e a come dovrebbero costituire sia motore che freno inibente.
Ma nella mia volontà di catalogare concetti, rilevo la medesima insufficienza, che lo stesso autore lamenta non solo nella speculazione filosofica, ma nella storia della filosofia e del pensiero tutta, allorquando a dei postulati si voglia affidare il potere della logica per poi connotarli nel quadro delle volontà deterministiche e risolutive.
E' in questo ulteriore livello - che considero regione d'approdo - ove si annovera la dimora di Dio nell'uomo. E' un luogo del cervello dove le connessioni si saturano e rilascia all'organismo un senso di completezza e "avvertenza" di lungimiranza. Si ribaltano le carenze passate, convertendole in beneficio per l'immediato, esautorando le spossatezze che il corpo rimargina in considerazione di prossimi campi d'azione già rimarcati.
La conoscenze scientifiche di un secolo fa non avrebbero potuto confortare Weininger, mentre noi oggi sappiamo come le interconnessioni sinaptiche s'infittiscano in quelle regioni preposte alla risoluzione del problema. Sono dette protuberanze e creano veri e propri inspessimenti sulla corteccia ove influisce un'attività elettrica relazionata tra tensioni di "popolazioni" di neuroni e le "onde" di superficie che queste innescano.
Se ci si ripete lo stesso dilemma quotidianamente per un dato periodo, si perverrà ad una strategia, grazie alla memoria che agisce esponenzialmente. Per questo la funzione della preghiera come atto di devozione è risolutiva per le controversie quotidiane, pèoiché profonda riflessione in se stessi. Non certo per ottenere miracoli.
E per conseguenza a questa proprietà che si deve rispetto alla memoria degli anziani come eccezionali "elaboratori" in carne e ossa (sapienza esperienziale) e di rimando si deve assoluta riverenza per le culture millenarie, con il loro bagaglio inestimabile.
Weininger si propone una digressione sulla "cultura" che ci darebbe lo spunto per stabilirne il valore. Se ci riferiamo alla cultura d'intrattenimento verso la noia come male quotidiano, ci accorgeremmo che essa è funzionale ad un certo grado di livello. Se ci proponiamo la cultura speculativa verso la soddisfazione esistenziale, ugualmente sarà funzionale entro limiti d'azione più ampi. Perciò viene prima la filosofia della politica, che detta l'economia. E a seguire tutto il resto (la religione la considero l'unione tra le scienze naturali con l'arte applicata, quindi onnicomprensiva atutti i livelli di relazione umana).
Nel dovere di reificare i valori culturali, ripropongo pensiero ripreso da S.Agostino:
"i concetti biblici hanno per obiettivo di trasmettere dei simboli esteriori, perché la massa non intende il linguaggio delle rappresentazioni astratte superiori. E' per questo che conviene rivelare la creazione del mondo sotto forma d'immagini, adattata alle rappresentazioni popolari".
Quindi la Bibbia è preposta sia all'edificazione dell'umanità, quanto al buon grado di accettazione da parte delle masse.
E in ultima analisi volevo distinguere la "devozione" dalla "superstizione". Che le pongo sulla stessa linea di demarcazione dove oscillano la "dedizione a migliorarsi" con il "vezzo a invidiare".
Sono sia la devozione che la dedizione a migliorarsi un'attenzione a quanto della propria memoria si predilige evidenziare. Le evidenze a cui si accennava in principio, che costituiscono il peso specifico (le prodezze) da controbilanciare alla superstizione e il vezzo a invidiare (le meschinerie).
Si tratta di una zona acclusa alla coscienza di ognuno, che si forma e inspessisce nel tempo e relazionata nel contesto dove si agisce. Più ampia sarà la correlazione col contesto e più gravoso ne risulterà il peso. Va detto che la memoria negli individui si distingue in m. a breve termine e m. a lunga gittata, ma differisce dall'uno all'altro per i gradi di affiliazione che riesce ad accorpare. Un individuo che annoveri fra i propri ricordi il conseguimento di ampi campi d'azione, beneficierà di un buon margine di dominanza, dettando la struttura gerarchica da cui le successioni si dipartono.
In definitiva, la verità giudicante è libera interpretazione di uomini e donne al colmo di una piramide.

Non volevo essere prolisso, ma per una volta me lo sono concesso e comunque ci sarebbero altri due o tre concetti da aggiungere... forse alla prossima volta.

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lisandro
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paolo iovine ha scritto:estate del '63, l ' Avana, Cuba; imbrunire, entrai in un bar per un caffè e incontrai Hemingwey; attaccammo discorso sulle generazioni future...


La ricerca autentica di sé è nella coscienza con la quale si compiono azioni. Ma come presagire a quale fine condurranno le proprie scelte?

Col mantenere costantemente un atteggiamento non prevaricante, acquisisce di senso il sapere di doverne sopportare anche le implicazioni negative. Ovvero, personificando un atteggiamento, vi è il rischio di subirne gli effetti, perché agli altri sarà dato lo spazio d'impersonificare il ruolo opposto.
L'alternanza è un principio di cui si ha scarsa padronanza (sebbene ci si applichino tutti, a più livelli, ma con incerta consapevolezza). L'acquisizione di privilegi, per chi trae vantaggio a discapito dei non prevaricanti, comporta una progressione ansiogena verso l'assunzione di ulteriori gratificazioni, difficile da controllare.
Da qui l'idea che l'uomo sia lupo, vale a dire la legge del più forte, del più carismatico, del più persuasivo. E come contrappeso stanno i crepuscolari, i malinconici, i venuti al mondo con strumenti avversi per ottenere gratificazioni. Gli pseudo buoni, poiché incapaci ad esser cattivi.
E questi giudizi netti sono riferiti da uomini tra gli uomini, anche se tale disparità di misura è più spesso collocata al di sopra dei singoli soggetti che ne subiscono gli effetti. Si subisce l'incapacità ad essere cattivi come si subiscono le calamità o il tempo burrascoso.
Così chi non sa imporre la propria visione, se ne fa una malattia e chi ne gode di questi benefici, sarà stimato ed emulato e supportato e col quale fare congrega.
Sembrerebbe questa la dinamica dell'evoluzione di una massa che si struttura col sacrificio costante di coloro predisposti alla pena. Un andamento duale funzionale per perpetuarsi.
Ma la decantata evoluzione, tanto celebrata, non sembra discostarsi molto da una sorta di linearità che la tiene sempre rasente o quei gradi di sviluppo evolutivi così appariscenti esteticamente, non sembrano altro che la propagazione più accentuata delle ennesime carenze che ciclicamente ripropongono gli stessi andamenti.
Allora i crepuscolari tornano ad assumere un ruolo autorevole con la loro logica: veramente l'essere è solo finitezza e le espressioni in cui ci si abbaglia è un lento strascicarsi in una tragedia irresolutiva?
No.
L'essenza della materia non è duale. Diremo che ci sono aspetti prevalenti che vanno assimilati in forma duale perché più facili da catalogare. Ma la funzione della spaccatura che ingenerano è per riassodare la natura monistica che individualmente impersonifichiamo. L'uno è in funzione dell'altro come rigenerazione tra due processi costruttivi. Poiché il monismo non sazia alcun appetito nell'annientamento del dualismo, che è puro strumento di mediazione e transizione verso uno sviluppo di un processo che ha, in definitiva, la forma della triade. La struttura della materia è composta dal modulo del "tre" in quanto autoportante, per completare un ciclo evolutivo (una struttura composta da triangoli è indeformabile).
Sino a quando si tergiverserà nella continua alternanza tra dualismo-monismo senza concludere lo sviluppo, si sarà perseguito un risultato ancora incerto per dirsi evolutivo.
E' assolutamente indispensabile la ricerca di altre parole per ribadire questi concetti, che si rifanno a quel diritto alla vita cui si accennava a monte del discorso. Se restasse solo in questi termini è come se dovessimo mirare alla sola autoconservazione e ogni aspetto intermedio da analizzare, sarebbe la dinamica meccanica del preservarci e riprodurci.
Quando invece è anche qualità della conservazione, che è composta dalla qualità di tutti gli aspetti intermedi da analizzare, che sono relazioni con una base istintuale (corpo fisico) in un processo riflessivo (anima) e con priorità qualitative (spirito).
E' qui che si giunge alla parte ancora indefinita, che fa da sprone verso alcuni audaci, perché tanti altri invece li ammansisce, mentre altri ancora l'induce alla rinuncia. Questa parte che vorremmo connotare, che solo tramite le nostre corde ha il potere di risuonare nel mondo, quasi che altrimenti non si sappia come immaginare la musica nell'universo.


E comunque ci sarebbero ancora quei due o tre concetti da aggiungere... eppure non penso ad altro. Speriamo alla prossima.

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lisandro
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Dato che si era fatto un accenno a Weininger, e' doverosa un'aggiunta in riguardo alle sue considerazioni misogine nel suo "Sesso e carattere", che con ogni probabilità, mal si concilia col sesso e carattere di eventuali avventori (che si sa, ogni individuo dispone del proprio unico e irripetibile), dando però lo spunto per ulteriori considerazioni sulle donne alle quali si nega un'inclinazione spirituale.
Le donne in diverse epoche e culture sono state definite prive di un'anima o con carenza di genio, quando la miopia di tali conclusioni sono dovute al diverso grado di carattere mascolino e femminino di cui un individuo e' intriso.
Weininger suggerisce che il massimo della spiritualità femminile si raggiunge nei nove mesi di gestazione, sapendo poi dare corpo al proprio genio, mentre all'uomo gli compete di farlo con l'arte e la scienza. Ed io ravviso in questo una parte di verità, però incompleta.
Vi e' certo l'esigenza d'indicare nel carattere mascolino quell'esuberanza di un impeto istigatore, che si distingue da quello conciliante più femmineo, ma entrambi preposti a caratterizzare la socialità, dove si espleta la spiritualità (ogni attività individuale e' tempo sociale, tanto una scoperta scientifica quanto la cura degli equilibri di una comunità). Quindi e' una banalità dare accezioni negative a quei caratteri che non siano mascolini, quando spesso provenienti proprio da giudizi maschili.
Vero forse che fisicamente l'uomo sviluppa più in potenza, mentre la donna in resistenza. Ma poi nel particolare ogni individuo e' una particolare risultanza di entrambi i caratteri dai proporzionati dosaggi.

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LieveMente
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La tua ricerca è interessante, ma le variabili sono infinite e non so se riuscirai a trovare una costante soddisfacente e davvero oggettiva, ove si voglia avallare il significato corrente del termine.

Chiudo qua perchè non vorrei essere prolissa.

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lisandro
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Viandante Storico
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LieveMente ha scritto:La tua ricerca è interessante, ma le variabili sono infinite e non so se riuscirai a trovare una costante soddisfacente e davvero oggettiva, ove si voglia avallare il significato corrente del termine.

Chiudo qua perchè non vorrei essere prolissa.


"L'isola di Tikopia (isole Salomone)

4,7 kmq. - 1200 abitanti

Gli uomini abitano quest'isola da 3000 anni e ciò che coltivano basta per milleduecento persone, ma non di più.
Quando un ciclone o la siccità distruggono il raccolto, molti scelgono una morte veloce. Le donne non sposate si impiccano o nuotano verso il mare aperto e alcuni padri intraprendono con i loro figli un viaggio per mare, dal quale non fanno ritorno. Questo rimedio e' valso per la colonizzazione della Polinesia."

- Atlante delle isole remote, di Judith Schalansky




Ultima modifica di lisandro il Ven 3 Apr 2015 - 22:57, modificato 1 volta

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paolo iovine
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Viandante Mitico
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strano che a impiccarsi sino quelle non sposate.

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lisandro
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E' tremendo e si spera che non sia così ancora ai nostri giorni.
Ma per rispondere a Lievemente intendevo un'oggettività posta in relazione alle calamità, che spetta agli uomini affrontarne i rischi.

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LieveMente
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Viandante Storico
Viandante Storico

lisandro ha scritto:E' tremendo e si spera che non sia così ancora ai nostri giorni.
Ma per rispondere a Lievemente intendevo un'oggettività posta in relazione alle calamità, che spetta agli uomini affrontarne i rischi.

Perché?

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Sigfrid
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Viandante Residente
Viandante Residente
@ Lisandro

Col mantenere costantemente un atteggiamento non prevaricante, acquisisce di senso il sapere di doverne sopportare anche le implicazioni negative. Ovvero, personificando un atteggiamento, vi è il rischio di subirne gli effetti, perché agli altri sarà dato lo spazio d'impersonificare il ruolo opposto.


In cosa o dove collochi l'acquisizione della sapienza raffrontandola a un atteggiamento non prevaricante? Il non voler prevalere sugli altri, è sintomo di intelligenza provata di per se, ma qual'è il nesso che tu trovi? L'acquiescenza non è sempre un modo di porsi corretto, perchè si rischia davvero una depersonalizzazione, ma non per questo vuol dire opporsi sempre e comunque.  Negli altri, per differenze proprie, di carattere, storia, vissuto, etc., per forza troviamo opposti, si, ma cosa c'entra con il fatto, che tu supponi, che l'altra parte assuma un' identità impropria prevaricando? ( Cosa non si è capito...)

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